Lo strazio, Marco Saya Editore

Lo strazio

Forse più nota come scrittrice- anche teatrale (Mr Yod e Fiori Ciechi), Maria Antonietta Pinna, di Roma capitale, sarda di origini, ha edito recentemente per l’ editore Marco Saya (news di Milano, felicemente specializzata per la parola come ricerca) una raccolta poetica, Lo Strazio ediz., 2013) di particolare frattura con certo trend contemporaneo: bellissima la prefazione di Mario Lozzi – da cui questo significativo accenno/estratto:

“….STRAZIO è una delle esplorazioni umane vista e portata a termine da un intento nuovo e stupefacente. Perché è concepito in maniera completamente aderente alle intenzioni della donna che lo ha generato…”

Vano negarlo, almeno in Italia, certa poetica o persino casta letteraria finanche editoriale, appare da tempo arroccata vuoi da tempo in implosioni veteroumanistiche e moralistiche, vuoi nell’inerzia di certa Parola sperimentale “viaggio al termine” quasi mai riformattato in nuovi dinamismi neovisionari, chè pure l’essenza, la fisica immaginria del fare poesia, dai graffiti all’era del computer.

La Pinna, invece, da input prossimi sia al surrealismo storico che alle stesse neoavanguardie che furono, combina la parola da e verso vette di ricerca linguistica ammaliante e conoscitiva: ma non verso cieli quasi solipsisti e privi d’aria e nuvole e arcobaleni, oltre in pillole certa ossessiva grammatopatia altrove penalizzante…

Ora la parola è mera macchina desiderante, pulsionale, nuovamente eretica, nuovamente uno schiaffo all’infame buon senso politicamente, culturalmente, umanamente corretto… un arcobaleno dove il Nero riformatta il Bianco zero origine dei… Colori (Poesie Noir infatti il sottotitolo, un Noir atipico, quasi esistenzialismo elettronico, distante dalla moda pur anche positiva).

Altrove, spesso, 2 righe di Lacan o Chomsky: qua, invece certamente le Parole diverse di un Wittgenstein, la sublime-azione fatta antiverbo della miglior Kristeva, le saette iconoclastiche di una Fallaci in inedita versionepoietica.

I dis-valori diventano colori (ma sempre dal Noir come sorgente laser), l’avanguardia persino reinventa la rima finalmente oltre le liturgie ambigue dei madrigali, il canto nuovo attraversa i testi, dall’archetipo originario, ma dinamico, innestato nel divenire contemporaneo.

Soprattutto, una Poesia aperta: connessa per sua natura digitale a rimodulazioni fatali nelle sinapsi dei destinatari: la prima volta non è il traguardo ma torre di controllo per nuove volte d’orizzonti ad ogni lettura o link: diversi gli strati della faglia attiva in uno “Strazio” dell’autrice che evoca magari l’urlo celebre di Munch, ma come ossimoro macchina di disillusione e critica hard allo status quo, psicosociale, più che banalmente esistenziale: uno “strazio” urlo più prossimo a un Vagito alieno, messaggero di nuova bellezza potenziale, reinvenzione di verità molteplice.

Nella parola stessa microcronotemporale, indossata da/con passi di nanodanza, di volta in volta infra-noir (e poi rosanoir, rednoir), tra witz intermittenti di versi atipici e neoversi, fughe pulsionali, saette psicosociali, magnitudo paradossi, l’Essere sostenibilissimo, leggerissimo..

http://www.eccolanotiziaquotidiana.it/m-a-pinna-lo-strazio-marco-saya-edizioni-recensione/

(R.G.)

Maria Antonietta Pinna: Mr. Yod e l’era lunare degli dei minori, recensione

copertina facciata yodMaria Antonietta Pinna “Mister Yod non può morire” (La Carmelina, 2012).

Per gli atei è quasi un Serial Killer… per mistici e gente comune (da sempre) un Vice Padre, l’illusione dell’eterno avvenire (Freud) o bisogno di devozione legittimo o persino indiscutibile. Per i fanatici il pretesto universale di ogni genocidio. Per i cibernetici il nostro insospettato Super Ingegnere cosmico e noi come dei giocattoli elettronici in un transfinito Video Game universale (il futurologo Nick Bostrom, tra serio e cinico faceto). Per Zarathustra, semplicemente morto…

Per qualche cineasta un più umano, troppo umano dio minore (Randa Haines e “ovviamente” non a caso… Mark Medoff.)

In quest’ultimo file relativamente recente, danza forse questo canovaccio letterario di M. A. Pinna, scrittrice dalla parola complessa e eretica, polifonica e multicolore, in un filo d’Arianna di fare scrittura che attinge intenzionalmente a certa grande antitradizione alla Ionesco o allo stesso Carmelo Bene.

E l’esito è un testo ammaliante, ironico, aperto per meme a una spirale di toccate e fughe di segni, sogni, simboli, ottovolante di evocazioni e espansioni, deliziosamente oltre (altrove) il narcisismo solipsista di molto teatro letterario contemporaneo, una parola qua s-oggettiva: nulla di neorealista obsoleto, nessuna velleitaria psicoletteratura, una interfaccia invece, scrittore (scrittrice) divenire della storia umana, analisi paradossale immaginale pulsionale sui dis-valori o la cosiddetta banalità della normalità, semmai anche, di profonda superficie wildiana, piacevolissima, scorrevole.

Un Dio minore protagonista depresso, frustrato dall’Immortalità, stanco di mondi e stelle, di atomi e creature umane o aliene.

Un Dio minore che domanda disperato aiuto a un campione casuale di umani, un metodo per…. suicidarsi…..

Alla fine, più o meno ci riesce e non ci riesce. Alla fine, gli umani per vie del caso e della necessità, nonostante proposte di metodi da cult movie di Serie B ( se non quasi talk show), suggeriscono e non suggeriscono la soluzione… letteralmente universale.

Gli umani come un minuetto libero di sonnambuli si scoprono, una specie unica, tutti parenti stretti.

Il Dio minore alla fine, quasi rimpiange, la sua reale/apparente dissoluzione, pur tanto desiderata: ribadisce il suo autentico sconcertante messaggio contemporaneo (che pure toglie il sonno dalla modernità a ogni scuola di filosofi perditempo e viziati – o banali paranoici intellettuali):

“Cari umani, mi avete rotto i … coglioni, arrangiatevi!”. Ma nessuna soluzione finale, teatrale, con scenografie alla Noè o Sodoma e Gomorra, figurarsi l’apocalisse nucleare.

Oppure, un segreto criptato più progressista e innovativo: “basta con la solitudine di astri infiniti, sono un bambino, giochiamo a big bang?”.

M.A. Pinna narra un affresco simultaneo e con cifra (a parte Bene) più europea (non solo Ionesco o Wilde) che italica-mediterranea: la fine degli Dei e del teatro e delle maschere pesanti: per una parola invece non banalmente liquida e minimale, ma immateriale e pulsionale, acqua leggera “atomica” per liberare i… 4 elementi, far parlare le nuove aurore dove un giorno gli umani magari giocheranno con gli dei sulla Terra in volo negli spazi sconosciuti.

Magari con una strana astronave a forma di scopa siderale, la nuova computer age di Lilith e l’umanità postlunare….

RobyGuerra

Intervista di Roby Guerra a Maria Antonietta Pinna

Lo strazio

D- Poesie, narrativa, saggistica storica, teatro… un percorso/discorso eclettico, un filo d’Arianna… costante o Wireless in libertà ” calcolato”?

R- La struttura di ciò che scrivo è basata su una libertà calcolata. Nel caso dei saggi giustifico ciò che affermo utilizzando fonti e bibliografia accreditata. Apro un varco alla sperimentalità cercando di dare ai testi un taglio nuovo, di vedere le cose da un punto di vista non ancora indagato

Mi piacciono i documenti inediti, specie se antichi o poco conosciuti, mi diverto a trascriverli secondo precise regole paleografiche per poi costruire dei paragrafi basati su un’accurata schedatura del documento stesso, attraverso la rilettura e la costruzione di un disegno coerente che abbia una sua validità storica, senza ipotesi fantascientifiche non suffragate da prove. Di recente ho finito di scrivere un saggio demonologico, “Picacismo simbolico”, basato sulla trascrizione di un inedito inquisitoriale, che, analizzato alla luce dei fatti, ha messo in luce aspetti curiosi e particolari su un argomento così spesso indagato. Ho voluto costruire un libro che avesse un taglio sperimentale ma nel contempo fosso dotato di un ricco apparato di note e una bibliografia di tutto rispetto. Molti editori però non amano questo tipo di approccio che definiscono ”troppo accademico”, dando la preferenza al saggio divulgativo slim completamente privo di note e di riscontri scientifici.

I racconti che ho scritto sono stati invece una fucina di sperimentazione, una sorta di preparazione, prima dell’elaborazione di lavori più corposi. Lo stesso Fiori ciechi è in realtà un lungo racconto, preludio ai due romanzi successivi, ancora inediti. Inutile negare che l’oltrerealtà fa parte della loro specifica natura. Non mancano sfumature noir che si percepiscono anche nelle poesie. Si tratta però di un noir sui generis, che aborre il deprecabile trucco horror del truculento per il truculento e utilizza invece immagini “forti” per veicolare significati e denunciare le storture della quotidianità, attraverso l’uso del simbolo, ormai relegato in Italia alla letteratura per l’infanzia.

Per i testi teatrali uso lo stesso metodo dei racconti e dei romanzi, una visionarietà concreta, tangibile, ragionata. Nei dialoghi utilizzo spesso una rima costruita ad hoc per creare bisticci semantici dalle sfumature ironiche che alcuni editor percepiscono come “difetto”. Per me la scrittura non è mettere su carta tutto ciò che ci viene in mente, oppure sporcare il vuoto della pagina bianca di impressioni personali che fungano da autoanalisi. La scrittura è un rapporto costante dell’uomo di interazione con se stesso in continuo superamento dell’io lirico. Un sorta di trascendimento del sé, affondando le mani nell’assurdo per descrivere il vero.

D- Postmoderno destrutturalista? Lyotard e Baudrillard? Lacan e Julia Kristeva?

R – Non ho modelli specifici, tranne Ionesco forse, che considero il più grande destrutturalista di lingua, senso e teatro. Semplicemente non mi piace il preimpostato, l’idea della cristallizzazione delle regole da seguire rigorosamente. Detesto le etichette e le sentenze definitive. Il blog collettivo che ho creato si basa proprio su questo principio (*vedi info 1, ndr.)

Dove sta scritto che il favolistico, per esempio, deve essere usato soltanto nei racconti per bambini? Dove sta scritto che se vuoi definire dei problemi sociali, devi usare per forza un linguaggio crudo, neo-realista, dimenticando il simbolo che invece veicola significati ulteriori? Sfuggire a certi stereotipi, senza piaggerie o compromessi, questo è lo scopo della parola “destrutturalismo”, tutta giocata sul dubbio e sull’autoironia, non sulle certezze. L’importante è non prendersi troppo sul serio.

D- Il libro “teatrale” edito dalla ferrarese La Carmelina?

R – Mister Yod non può morire, edito da La Carmelina in modo totalmente free, e ci tengo a sottolinearlo, fa parte del percorso “destrutturalista” di cui parlavo prima. Attraverso l’apparente assurdità dei dialoghi, si mette in scena una grande ed eterna metafora, quella di un dio precotto e visibilmente fallocentrico, che vuole morire e chiede consigli a parenti ed amici su come fare. Il dialogo con i parenti apre la scena su uno squarcio dolorosamente ilare di incomunicabilità familiare che poi si traduce nelle scene successive, in una sorta di cosmica alienazione dell’essere. E c’è l’incontro con personaggi bizzarri che si insinuano nella coscienza di Yod, distruggendo certezze acquisite, alimentando viaggi che sono poi passeggiate nel sé. La percezione del proprio mondo interiore ha sfumature di leggerezza, con dialoghi ironici e parole chiave che aprono delle scatole che contengono altre scatole, e così via, in successione solo apparentemente casuale, perché in realtà, la costruzione dei non-sense, è mirata al raggiungimento di uno scopo: comunicare sensazioni e scoprire angoli che di solito vengono tenuti nascosti. Confesso di aver avuto la tentazione di dedicare quest’opera e anche le altre cose che ho pubblicato prima e dopo a Salvatore Niffoi. Un giorno mi disse che con la mentalità e le idee che avevo e che ho, non avrei mai pubblicato neppure con un piccolo editore, perché “la letteratura non può prescindere da certe regole e figure retoriche completamente assenti nei miei scritti”. Per fortuna non è parente di Cassandra.

D- Le poesie NOIR del 2013… Un noir atipico?

R – Lo strazio, una raccolta di poesie edite da Marco Saya, con copertina di Maurizio di Bona e prefazione di Mario Lozzi, è formata da componimenti brevi, giocati su una sorta di macabra ironia, per questo “noir”. I personaggi sono taglienti, le loro battute spesso sarcastiche e crude. Si tratta più che di poesie di “fotografie” che ritraggono pillole di vita in movimento e lasciano negli occhi una sorta di flash da memorizzare, un’emozione giocata tra divertimento e crudeltà, sadismo e gioco del destino. Il nero è il colore del mistero e la definizione di noir non va considerata alla lettera, come un’etichetta vincolante. Va presa per quella che è, una semplice indicazione sul fatto che rimane sempre qualcosa di inespresso e alla fine, un dubbio sottile, insinuante che permea di se ogni pagina e la colora di senso. Ovviamente non c’è alcun intento didascalico. Mi piace pormi nell’atteggiamento di chi impara piuttosto che assumere le pose di chi insegna senza sapere bene cosa. Lo strazio, che ho scritto tempo fa, anche se vien pubblicato soltanto adesso, dopo anni dalla sua nascita, rappresenta il primo gradino di un percorso che ha fatto germogliare altre poesie, altre raccolte, altri segni.

Roby Guerra

INFO: 1 http://controcomunebuonsenso.blogspot.it/

http://www.larecherche.it/biografia.asp?Tabella=Biografie&Utente=marylibri

http://www.lavocedellisola.it/2012/10/07/fiori-ciechi-di-maria-antonietta-pinna/