INTERVISTA A MARIA ANTONIETTA PINNA

firi ciechi
Su facebook, lo dico sempre, se usato correttamente, si fanno ottime conoscenze. Casualmente (seguendo un flame, ossia un litigio furioso, su un blog sardo) ho avuto modo di conoscere, virtualmente, la scrittrice Maria Antonietta Pinna. È indubbio: è una ragazza preparata, amante delle lettere, molto ma molto spigolosa e sincera. Non ama i mezzi termini, le cialtronerie dei compromessi, né, soprattutto, la banalità. È in grado di esprimere concetti anche profondi e complessi con una scorrevolezza e una proprietà che, sinceramente, invidio. E quindi non ho resistito, dopo avere letto un suo libro, le ho chiesto un’intervista. Che mi ha concesso. A lei la parola.

1. Ciao Maria Antonietta, grazie per la tua disponibilità. Per rompere un po’ il ghiaccio, ti andrebbe di dirci qualcosa di te, tipo nascita, residenza, scuole e/o altri gossip personali?

Sono nata a Sassari e risiedo a Roma da circa 11 anni ormai, collaboro con il sito http://www.marylibri.it, di cui sono curatrice, per la vendita di libri usati on line. Questo lavoro mi permette di scovare testi rari e talvolta manoscritti inediti che possono costituire argomento di saggi o ispirazione di romanzi. Sono laureata in materie letterarie, poi ho fatto un master in criminologia. Collaboro con l’web-magazine sul Romanzo e vari altri siti web. Ho collaborato per un periodo anche con Vespertilla, giornale romano di approfondimento culturale.

2. Ti dedichi con passione alle lettere, sia come scrittrice, sia come libraia. Ci puoi dire su quali temi, e con quali registri, ti approcci alla scrittura?

Sicuramente il modo in cui vivo l’approccio alla scrittura non è di genere sentimentale. Penso che oggi la letteratura sia legata a vecchi schemi mentali, da una parte un iper-realismo di stampo strappalacrime o cronachistico e dall’altra la favolistica, spesso relegata nell’ambito di produzioni destinate all’infanzia. Invece penso che conciliare la visionarietà simbolica con la cronaca generi risultati interessanti dal punto di vista “artistico”, se posso permettermi di usare questa parola.

3. Hai scritto alcuni libri davvero particolari, surreali e, obiettivamente, completamente diversi da quelli che solitamente si trovano in giro. La prima domanda che vorrei farti è: hai trovato difficoltà nel farti pubblicare; la seconda: c’è un’opera cui, senza togliere nulla alle altre, tieni particolarmente?

Chi scrive segue un percorso di crescita anche stilistica, perciò i lavori che amo di più sono gli ultimi, quelli che non ho ancora pubblicato e che non so se pubblicherò perché in un Paese bigotto, conformista e omologante come l’Italia, la sperimentalità non è amata. Ci sono stati editori che mi hanno detto che ho una scrittura “difficile”, altri che nella saggistica uso criteri troppo accademici, con l’introduzione di “troppe note” e “troppa bibliografia”, altri che “non uso abbastanza parolacce”, altri che dovrei “separare il surreale dai riferimenti sociali”, “perché mischiare le due cose non è di moda”. È proprio questo il punto: “la moda”. Credo che la maggior parte degli editori oggi siano in molti casi ben lontani dal produrre letteratura. Si limitano semplicemente ad un marketing omologante che poi influenza il cinema e il teatro con risultati spesso deprimenti, in cui la creatività è bandita. E poi, parliamoci chiaro, per essere anche soltanto letti da un grosso editore bisogna sempre essere presentati da qualcuno. I giornalisti di grosse testate, i comici, le veline di turno e in generale i personaggi già noti, pubblicano con facilità, indipendentemente da quello che scrivono.

Fiori ciechi, pubblicato da Annulli editori, ha subito plurimi rifiuti. La motivazione principale di tali no, era data proprio dal fatto che il lettore comune non è abituato ai ritmi di una letteratura concettuale simbolica, preferendo pattinare sulla superficie. L’alienazione, tema del romanzo, la rinuncia a descrizioni prolisse, la mancanza di esasperato lirismo ma soprattutto l’uso della favolistica oniroide in commistione con temi sociali, è stato percepito da tanti come difetto. Disperavo di poterlo pubblicare quando in un mercatino ho notato un libro che aveva una copertina e un titolo interessante: Mario Lozzi, Demone, streghe e stregoni, pubblicato da una casa editrice che non conoscevo, Annulli editori. Lo compro, lo leggo e rimango colpita dalla capacità immaginativa dell’autore, dai suoi voli pindarici intrisi di sogno. Lo recensisco per Sul Romanzo. L’editore mi ringrazia. Nasce un dialogo costruttivo sul surreale, procedimento utilizzato anche da Lozzi. Propongo Fiori ciechi il cui tema mi sembra in linea con la collana Narrazioni della casa editrice Annulli. Il manoscritto viene apprezzato e pubblicato, senza tagli, né modifiche di nessun tipo.

4. Invece per ciò che riguarda l’attività di libraia cosa ti senti di affermare, sia per esperienza personale, sia per una visione più generale e ampia?

Io vendo libri usati e ci sono molti tipi di clienti: il collezionista bibliofilo compulsivo che compra solo libri che gli altri non hanno e poi neppure li legge; il lettore moda seriale che compra tutti i libri di un solo autore purché siano gli ultimi usciti, perché deve far bella figura con gli amici; il lettore per moda non seriale, che compra tutti i libri dell’autore in voga al momento, il monotematico che acquista soltanto libri di una sola categoria; l’amante delle copertine, che acquista solo se gli piace la copertina appunto. La lista potrebbe allungarsi. Su questi tipi umani si potrebbe scrivere un romanzo. I lettori veri sono sempre più rari perché l’imperativo categorico del nuovo mercato editoriale è “non pensare”.

5. Come vedi, nel panorama sociopolitico di oggi, lo stato, il ruolo, la funzione e le prospettive della letteratura?

La funzione della letteratura è quella di superare le mode per recuperare una nuova sperimentalità, la capacità di creare opere la cui funzione principale sia il recupero del simbolo nella prospettiva del “non detto”. Naturalmente un testo letterario non è scevro di difficoltà interpretative per il lettore comune, abituato a “non pensare”. Lo scopo della scrittura è quello di attivare le capacità riflessive del lettore perché oltre la parola c’è un mondo da esplorare. Credo che la perdita dei ritmi simbolici sia un sintomo del depauperamento culturale in cui la nostra società è immersa, una povertà tangibile che si avverte anche dalle discussioni su facebook, con esempi di demenzialità offerti da persone che si definiscono “colte”. Il ruolo delle opere letterarie oggi è sicuramente marginale, perché l’editoria preferisce invece investire su produzioni commerciali che niente hanno a che fare con l’arte.

6. Come ti rapporti con la poesia?

Scrivo anche poesia. È in preparazione una mia raccolta, Lo strazio, per Marco Saya editore. La poesia consente, attraverso un percorso breve e denso, di esprimere significati simbolici molto forti. Le mie poesie hanno accenti noir e sono immerse, come tutti i miei scritti, nel surreale. Detesto i ritmi melensi, le poesie che parlano in idilliaci accenti di cuori, amori, uccellini e pacifici ruscelletti di campagna. La poesia deve grondare sangue, polisemanticità, deve colpire l’occhio ritmicamente e la testa concettualmente. È bellezza dolorosa, scheggiata in plurime modulazioni che non sempre hanno il fine di accarezzare l’anima.

7. Come vedi il digitale, inteso sia come ebook, sia come insieme di social network?

Sinceramente non amo i libri virtuali. Credo che l’odore, il colore, la consistenza materiale della carta di un libro vero, siano insostituibili. Mi hanno offerto diverse possibilità di pubblicazione in e-book, confesso di aver rifiutato. I social-network sono semplicemente lo specchio della società. È possibile incontrarvi di tutto, degli idioti integrali e rare persone razionali con cui è possibile intavolare discussioni interessanti. Bisogna selezionare molto.

8. Hai uno scrittore o un autore, o un artista in generale, cui ti ispiri particolarmente o che ami?

Mi piace Kafka, il Calvino de Il Cavaliere inesistente e Il Visconte dimezzato, mi piace Ionesco per quanto riguarda il teatro e il Dario Villa di Lapsus in Fabula, o Jebeleanu, poeticamente parlando. Le situazioni assurde e paradossali alla Ionesco hanno sicuramente ispirato i miei testi teatrali, tra cui “Mister Yod non può morire”, pubblicato di recente da La Carmelina edizioni con la prefazione di Alfonso Postiglione che ha creduto nel testo prima della sua pubblicazione. In arte mi piacciono le suggestioni di Dalì e di Giger, la pittura simbolica di Bosch e la sensuale carnalità di Caravaggio.

9. E un tema predominante?

Il tema principe dei miei romanzi e dei miei testi teatrali, è principalmente l’alienazione, un sentimento di estraneità che pervade questi nostri tempi post-moderni. Il surreale è utilissimo veicolo per esprimere questo tema in modo breve, secco e deciso, senza tentennamenti. Lo scopo è spiazzare il lettore, trasportandolo in un mondo “altro”. Il fine non è rispondere alle domande, ma creare fratture di riflessione, ossia dubbi. La porta del dubbio apre le porte dei mondi sia nel bene che nel male. E non è un caso che l’antagonista del mio ultimo romanzo ancora inedito (La Stella nera di Mu, antiromanzo anarco-surrealista), azioni la storia entrando dalla soglia del dubbio apertasi nel cuore del personaggio principale, deus ex machina della vicenda. La parte migliore di un romanzo è sicuramente il non detto. Per la saggistica invece sono precisa, mi piace documentare con fonti sicure e attendibili tutto ciò che affermo, prima di procedere con l’ipotesi sperimentale. Ho scritto un saggio di Demonolatria, basato su un manoscritto inedito, in cui avanzo alcune ipotesi suffragate dall’analisi del testo. Spero di riuscire a pubblicarlo. Come spero di pubblicare gli altri due romanzi che ho scritto dopo “Fiori ciechi”, sicuramente più corposi e sempre molto visionari. So comunque che non sarà facile.

10. Cosa pensi, a ruota libera, della critica letteraria?

Questa domanda mi fa pensare a un critico letterario che scrive su un grande giornale nazionale al quale ho mandato “Fiori ciechi” che non ha recensito per due ordini di motivi: 1 perché è stato pubblicato con un piccolo editore; 2 perché non digerisce il surreale. Mi ha scritto alcuni appunti di critica. Per esempio a un certo punto del libro scrivo “il rumore delle anime”. Il critico dice con assoluta granitica certezza che “le anime non fanno rumore”. Gli ho risposto che ho sempre immaginato la bolgia dantesca come molto rumorosa e che potevo fornirgli tranquillamente altri esempi di anime non silenti di cui la letteratura, quella vera, è piena. La verità è che la critica letteraria oggi vuole dormire sonni tranquilli, recensire Dickens, Virginia Woolf, ben sapendo che nessuno oserebbe contestare una recensione positiva sui classici. Il critico, dall’alto del suo piedistallo, si azzarda a scrivere una recensione su un nuovo autore soltanto se pubblica con Mondadori, Einaudi, Feltrinelli e se il testo non esula da certo patetico sentimentalismo oggi tanto in voga. Però al di là della critica delle grandi testate, sta prendendo piede la realtà di blog e web-magazine in cui le recensioni spesso, anche se non sempre, sono più sincere. Sul Romanzo, di Morgan Palmas, con cui collaboro da tempo, segue linee imparziali e razionali di critica, dando voce anche a pareri contrastanti sullo stesso autore. Ottimi anche Art-litteram e il sito di Bartolomeo di Monaco. Realtà che raggruppano intellettuali, lettori, scrittori e amanti della letteratura. Realtà destinate a crescere.

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