“Lo strazio”, poesie noir

Lo strazio, Marco Saya editore 2013

Lo strazio, Marco Saya editore 2013

“Lo strazio”, poesie noir.

“Lo strazio” di Marco Saya Editore verrà presentato a Roma presso Vradia Libreria Esoterica, ore 19,00 via Bellegra 34, 00171 Roma.

Maria Antonietta Pinna

Immaginiamo una gabbia con un passerotto dentro. L’animale non ha le chiavi per uscire, ma vorrebbe prendere il volo. Cerca soluzioni. Inizialmente sbatte le ali e la testa contro le sbarre. Ma l’evidenza satanica della loro forza gli impedisce di vincere. Le sbarre, fredde e dure non si spaccheranno sotto il peso del suo corpo per concedergli l’agognata libertà. Il passerotto è solo. Ogni tanto presenze si agitano attorno alla gabbia, ma si guardano bene dall’aiutarlo ad uscire. Il povero uccello grida. Non è negli altri che troverà l’essenza della libertà. Appena capisce questo si calma. Smette di frullare le ali, si liscia le piume, si mette un paio di occhiali da passero, si siede e comincia a leggere. Le sbarre della gabbia non si aprono, però l’uccello viaggia e conosce cose di cui mai avrebbe sospettato l’esistenza, pagina dopo pagina, lettera dopo lettera, egli apprende che se il corpo è prigioniero perché è fortemente limitato dalla materia, dalle circostanze e sfavorevoli congiunture, la mente ha un valore superiore. Può essere libera e mai rassegnata alla prigionia. “Lo strazio” nasce in un clima di forzata reclusione in una stanza d’ospedale. Nasce per caso, per ingannare il logorante ticchettio di una sveglia dozzinale appesa alla parete. Invano vi sforzerete di trovarvi fiori, colori, immagini rievocanti felici idilli e fresche primavere, perché questa raccolta è la poesia del verme, della terra, della luna che cade, del marcio svelato, della nausea del dogma, del rifiuto del buon senso di matrice catto-borghese. Questa raccolta nasce e si esaurisce nella galoppante e pulsante visione di flash evocanti spesse negatività, oscure pulsioni, giochi psicologici di logorante e perinatale evidenza. Il passero chiude il libro, tira fuori la chiave da sotto un’ala, apre la porta e vola. La vera libertà è quella del pensiero. Un corpo in catene con una mente in catene è morto, un corpo libero con una mente in catene è morto, il corpo libero con una mente libera è libero, il corpo in catene con una mente libera, si libererà prima o poi perché la creazione nasce dal pensiero e rafforza l’ego. Il corpo è spesso esso stesso una gabbia. Soltanto la mente lucida e sicura di chi crede in sé può trovare la chiave evitando le illusioni, le false credenze, l’oro di re Mida. Ognuno di noi è la sua casa. Se questa casa non ha porta tocca a noi costruirla.

http://www.eccolanotiziaquotidiana.it/maria-antonietta-pinna-lo-strazio-poesia-noir-intervista/
https://marylibri1.wordpress.com/2013/05/16/lo-strazio-marco-saya-editore/
http://www.bartolomeodimonaco.it/online/roma-presentazione-lo-strazio-di-maria-antonietta-pinna/

Lettera aperta al prof. Gian Paolo Brizzi

21_G_P_Brizzi_conclvenerdì 3 maggio 2013

Lettera aperta al professor Gian Paolo Brizzi

di Maria Antonietta Pinna

Gentile professor Brizzi,

rispondo con questa mia modesta letterina, a quanto da lei postato nel sito dell’autorevole rivista L’Espresso in data 27 febbraio 2010. Ho aspettato lungo la riva del fiume che il suo cadavere di menzogne e bugie passasse e dopo lungo attendere eccolo. Il 2 maggio 2013 passa. Tre anni dopo. Saper attendere è una qualità che mi vanto di possedere.
Ma passiamo ai fatti. Tre anni fa scoprivo che lei e la pregevole dottoressa Miriam Turrini, allieva del professor Prodi, avete dato alle stampe per la casa editrice Clueb il saggio “Il Giovin Signore in collegio”, autentica e scandalosa fotocopia della mia tesi di laurea “Il Collegio dei Nobili di Parma agli inizi del Settecento”. Ho denunciato per plagio letterario le vostre maestà. Non l’avete digerita bene e dopo l’intervista di Morgan Palmas per il blog Sul Romanzo, in cui davo indicazione di tutte le pagine copiate a menadito, mi avete denunciato per diffamazione. Eh sì, non potevo dire in questo Paese di silenzi e pecore, che vi siete esercitati parecchio con il copia e incolla. Invece di rispondere alle mie accuse, o Maestà potentissime, vi siete limitati a minimizzare il mio lavoro di scrittrice e recensionista, dall’alto del vostro pulpito di scopiazzoni del lavoro altrui.
E proprio lei, Sire, emerito professor Brizzi Gian Paolo, ordinario di storia moderna all’università di Bologna, così si esprimeva, dopo aver letto le mie accuse. Sono meno brava di lei, ma copio e incollo di seguito:

“E questa una storia che insegna molte cose. Primo insegnamento. sparla sparla, qualcosa resterà. Fin qua ha vinto Pinna. Ma a quanti hanno postato il proprio commento chiedo: è lecito dispensare giudizi senza capire con quale partito ci si stia schierando? potreste cercare di conoscere meglio Turrini, collegandovi al catalogo ICCU. Pinna insinua anche che con il plagio presunto Turrini ne avrebbe ricavato vantaggi. Di carriera? Si informino, è loro dovere morale: potrei fornire dati incontrovertibili. Economici? Se non si trattasse di un caso penoso ci sarebbe da ridere. Mi chiedo piuttosto: come mai in tutti questi anni una studiosa di qualità, quale Pinna lascia intendere di essere, non abbia pubblicato alcunché se non risibili recensioni e raccontini modestissimi? Credo che Pinna troverà la sua strada solo quando si renderà conto che non basta raccontare e raccontarsi delle storie per fare i conti con la propria vita e con le proprie presunte qualità”.

Rispondo oggi a queste sue parole con una sentenza del Tribunale di Ferrara, emessa il 2 maggio 2013, da un giudice coscienzioso:

IL GIUDICE ASSOLVE MARIA ANTONIETTA PINNA DALL’ACCUSA DI DIFFAMAZIONE NEI CONFRONTI DI MIRIAM TURRINI E GIAN PAOLO BRIZZI.

Di conseguenza, Maestà, scriverò probabilmente “raccontini” e “risibili recensioni”, ma resta il fatto che secondo un giudice io posso dire che lei, Sire, si è INTERAMENTE COPIATO LA MIA TESI DI LAUREA, PERCHE’ QUEST’AFFERMAZIONE NON COSTITUISCE AFFATTO DIFFAMAZIONE.

PUNTO.

P.S. Professore, la è si scrive con l’accento. Lo sanno tutti, anche quelli che scrivono raccontini… E dopo il punto ci vuole la maiuscola.

E poi muore…

26E poi muore

Da “crisopeie in tagli vivi”

Maria Antonietta Pinna

E poi muore

L’acneico bubbone del sole
esplode in orizzonti di coito col mare,
scandaloso cosmico sesso,
un obelisco con scene incise di vita fremente
infiocina il cielo guasto di pioggia d’aprile,
un dito infilza la fede
d’inebetite coscienze perse nei sessi recisi
di fiori e nell’eco tesa dell’organo.
Gli sposi d’ovile sublimano in promesse, rose
e teneri slanci da chiesa,
l’amplesso camuffato da amore.
Il sole intanto ride tra gli acquosi flutti
e poi muore.

E la porta ululava come iena

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E la porta ululava come iena

Maria Antonietta Pinna

da “Crisopeie in tagli vivi”

E la porta ululava come iena,
sui cardini torti del tuo cuore
dalla consistenza di falena,
sull’incostanza della tua lingua
aliena di cometa erodi cielo.
In transitorio assetto di falco pellegrino
sopra una rupe vaga di bugie
madreperlacee, prendi la mira e voli,
con l’artiglio lanceolato afferri chiome di luna piena
e cocci d’anime impreviste
dentro le spoglie vampiresche della notte
cieca che ingurgita pensieri
e la mia carne di pietra sublimata.
Eppure l’intorbidata deiezione del tuo sguardo
non ha speranze di rapirmi l’ombra,
potrebbe perdersi piuttosto
nel mio oceano mare
e scordarsi la strada
per tornare,
abbarbicato ad un canto di sirena
che vede le tue labbra sanguinare
tra pesci palla ed urli di cometa.

Il suonatore di violino da “Viaggio senza biglietto”

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Il suonatore di violino
Maria Antonietta Pinna

Suono in un’osteria,
per pochi spicci,
fragole ghiotte avvizzite
dietro l’umide foglie
degli anni,
geminidi sospese,
impazzite
nello spazio di plurime attese.
È il chiaroscuro vitale
dell’arte,
polvere di presenti passati
e futuri sommersi,
è un avventore beota
che inghiotte letale in un bicchiere di vino,
nota per nota,
il violino.

.

La pioggia

La pioggia

poesia da “Crisopeie in tagli vivi”, Maria Antonietta Pinna

La pioggia m’avvolge
nel suo lucido bacio di vetro,
come carezza di carta vetrata
sulla punta di un iceberg.
Acqua che fai rumore dentro e fuori,
eco di silenzi inespressi,
di lontane radici che sotto terra
si danno la mano,
vieni
acqua come ago,
trasparente di sensi anemocori,
vieni a trafiggere piano
i dedali composti oltre la pelle.
Mi chiedo alle volte a che pensi
nel tuo scorrere, sostare,
pura, imputridita, mare, oceano, lago,
scorrere, bucare.
Sola nella curva delle tue trasparenti vene,
a che pensi,
e quali pene e quale vita
porti. Forse qualche sogno riflesso
d’aborti di cielo.
Un bradipo vola portando con sé
frammenti di un pegaso bacchico
squartato e fatto a pezzi.
Tu pioggia che cadi sei solo il suo grasso
onirico,
la sua stupefatta lacrima di punti,
curva occulta di nitriti,
esulanti in grevi arcobaleni.
Vieni, pioggia,
vieni,
buca la distanza degli occhi
dal miele amaro del giorno,
brucia nel cantico del sogno,
svaporami negli interstizi visionari del senso,
cadi, sferza buchi chiari di pupille nelle mani,
nei piedi scava menti,
sgocciola sui miei capelli mannari.
Con il tuo sound io penso.

Genocidio: bufala o verità? Un ragionevole dubbio

bacio ponteficehttp://www.sulromanzo.it/blog/genocidio-bufala-o-verita-un-ragionevole-dubbio

http://controcomunebuonsenso.blogspot.it/2013/03/genocidio-bufala-o-verita-un.html

Genocidio: bufala o verità? Un ragionevole dubbio

Autore: Maria Antonietta Pinna Gio, 28/02/2013 – 14:30

I vantaggi dell’informazione via web consisterebbero in una relativa libertà e velocità di diffusione delle notizie. La rete ha comunque i suoi trabocchetti e talvolta appare difficile distinguere le bufale dalle notizie vere.

In questo periodo circolano su vari siti resoconti a dir poco inquietanti sull’operato della Chiesa in alcune scuole cattoliche canadesi. Si parla addirittura di 50.000 vittime tra bambini aborigeni che sarebbero stati uccisi e torturati. Scrive Marco Cinque de «Il Manifesto» nella rubrica Fuoripagina: «Ammontano almeno a 50 mila i bambini morti nelle scuole residenziali cattoliche, senza contare tutti coloro che resteranno segnati per sempre, fisicamente e psicologicamente, dalle torture e dalle violenze subite. Ma la situazione attuale nelle riserve indiane canadesi continua ad essere tragica e i nativi sono ancora vittime di deprivazioni, violenze razziste, discriminazioni e misteriose sparizioni. Negli ultimi 20 anni, circa 500 donne native americane sono svanite nel nulla in tutto il Canada. Annet ha denunciato la scomparsa di molte ospiti aborigene del centro di Vancouver Eastside e il coinvolgimento di agenti della Royal Canadian Mounted Police (RCMP), della Chiesa e dello stesso governo. Tale coinvolgimento, supportato da prove documentali e da dichiarazioni di testimoni oculari, farebbe capo a una rete di pedofili e a un traffico di film porno e pedopornografia. Più volte Annet, attraverso il suo programma radiofonico Hidden from History, trasmesso dalla Vancouver Co-op Radio, ha rivelato l’esistenza di luoghi di sepoltura di massa per occultare i resti delle donne assassinate nell’area intorno a Vancouver. Un esame necroscopico sui resti di ossa riesumate, rinvenute nella riserva degli Indiani Musqueam, vicino all’Università della British Columbia nel 2004, ha rivelato infatti che queste appartengono a giovani donne mischiate ad ossa di maiale».

I media non ne parlano. Perché? Censura o prudenza su fatti non ancora accertati, su notizie di cui non si hanno prove certe?

Qui ci aggiriamo per i sentieri del dubbio. Arthur McPaul in un articolo riportato nel blog TERRA REAL TIME sostiene che fin dal 2010, quando il Papa si recò in Gran Bretagna, l’attivista ateo Richard Dawkins chiese alle autorità di arrestarlo, per chiarire i crimini sessuali perpetrati dalla Chiesa. Nel 2011 le vittime degli abusi sessuali da parte del clero chiesero alla Corte Penale Internazionale di indagare sul Papa. Il Gruppo per i Diritti Costituzionali (CCR) e la Rete dei Superstiti abusati dai sacerdoti (SNAP), ha presentato una denuncia presso la Corte Penale Internazionale relativa al fatto che i funzionari del Vaticano avevano consentito crimini sessuali. La Corte Penale Internazionale non ha ritenuto di dover procedere. Perché? Una domanda senza risposta.

Resterebbe attualmente aperta la richiesta del Rev. Kevin Annet che chiede l’estradizione e l’arresto del Papa per genocidio. L’Ufficio centrale dell’ITCCS, International Tribunal into Crimes of Church and State di Bruxelles, è stato costretto dall’improvvisa abdicazione di Benedetto XVI a rivelare dettagli raccapriccianti sulle torture e uccisioni perpetrate negli istituti cattolici del Canada.

Alcuni dicono che l’ITCCS non ha, di fatto, alcun valore legale, pertanto si tratterebbe di una notizia falsa. Marco Cinque ha intervistato il reverendo Annet: «Sono ormai diversi anni che Kevin Annet denuncia gli abusi e le stragi dei nativi canadesi nelle cosiddette “scuole residenziali” cattoliche. Prima col libro The Canadian Holocaust, poi col film documentario Unrepentant, diretto da Louie Lawless, Annet sta cercando di scuotere l’opinione pubblica internazionale sulle sistematiche violenze fisiche, sugli abusi sessuali, gli elettroshock, le sterilizzazioni di massa e gli omicidi perpetrati ai danni delle popolazioni native nella seconda metà del XX secolo. “È necessario che il mondo sappia quello che è successo”, recitava una donna nativa in lacrime all’inizio di Unrepentant, ma bisogna vedere se il mondo a cui viene rivolto questo drammatico appello abbia davvero voglia di sapere. Sia il governo canadese che il capo della Chiesa Cattolica hanno ammesso i crimini commessi nelle scuole residenziali. Infatti, l’11 giugno 2008 il Presidente del Consiglio dei Ministri, Stephen Harper, ha chiesto ufficialmente scusa per il genocidio e per gli abusi inflitti agli aborigeni. Dal canto suo papa Ratzinger, durante un’udienza con Phil Fontaine, leader discusso e non riconosciuto dalle First Nation, ha espresso “il proprio dolore per l’angoscia causata dalla deplorevole condotta di alcuni membri della Chiesa”, che ha causato sofferenza ad “alcuni bimbi indigeni, nell’ambito del sistema scolastico residenziale canadese”. Queste scuse però, oltre a sminuire il senso delle proporzioni, somigliano a una sorta di confessione che in un sol colpo pretenderebbe di cancellare le responsabilità dei peccatori e di redimerne automaticamente i peccati. Se dei crimini sono stati commessi ed ammessi, si presume che debbano esistere anche i criminali che li hanno compiuti e risulta strano che gli stessi non vengano né identificati né perseguiti a norma di legge».

Su Kevin Annet le opinioni sono controverse. Su nativiamericani.it si dice che sul cammino del reverendo ci sono delle ombre, e l’articolista si domanda: «Perché creare una “Corte internazionale di Giustizia Common Law” dall’istituzione e componenti nebulosi e non fornire alla Commissione Permanente sui Diritti Umani del Parlamento Italiano, presso cui Annett era stato portato in occasione della sua venuta in italia, dei dati e riscontri precisi sui responsabili dei crimini contro i Nativi per avviare un’inchiesta così come a lui era stato richiesto? Non abbiamo nessuna risposta a questa domanda».

Il dubbio si infittisce.

Intervista di Maria Antonietta Pinna a Giuseppe Catozzella, editor Feltrinelli

catozzella

Giuseppe Catozzella, scrittore, giornalista, editor che attualmente lavora per Giangiacomo Feltrinelli Editore, ha accettato di rispondere alle mie domande.

In cosa consiste esattamente il lavoro di editor?

Il lavoro dell’editor consiste nella selezione di opere letterarie che vanno a costituire la programmazione editoriale (nel mio caso per la narrativa) di una casa editrice. E poi consiste nel cercare di far arrivare ai lettori queste stesse opere, che l’editor per primo ha amato, nel miglior modo possibile, nel curare tutto l’aspetto di quello che viene chiamato publishing nel migliore dei modi.

Qual è l’elemento che rende “pubblicabile” un testo? Quanto conta il business e quanto il merito?

Non ci sono elementi oggettivi in questo settore, non è scienza, ma letteratura (o abbassando i toni: narrativa). Diciamo che di base ci deve essere un consapevole utilizzo della lingua in cui si scrive. Un utilizzo creativo. Ovvero non soltanto impeccabile (e anche le “sgrammaticature volontarie” beninteso rientrano in questa categoria) ma consapevole. Non ho ben capito la seconda parte della domanda. Il “business” conta al cento percento perché le case editrici sono imprese che devono sopravvivere, quindi non devono perdere denaro per troppi anni di fila altrimenti sono costrette a chiudere. La scommessa naturalmente è quella di cercare di guadagnare pubblicando buoni libri. Il merito, poi, è tutto. Per la mia esperienza non ho mai scelto un libro che non fosse per me non soltanto buono, ma ottimo.

Si dice che per essere anche soltanto “letti” dai grandi gruppi editoriali occorra come minimo la presentazione di uno scrittore affermato, garanzia di una sorta di preselezione. È vero?

Per niente. Per essere letti basta inviare un dattiloscritto. Meglio se accompagnato da una buona lettera in cui si presenta l’opera. Quello che un editore cerca massimamente è un ottimo romanzo di un autore esordiente, sconosciuto. Per varie ragioni. Perché magari lì dentro c’è una lingua nuova, o un nuovo modo di raccontare. E anche perché costa meno. È molto più economico acquistare i diritti dell’opera di un autore ancora inedito che quelli di un cosiddetto big della narrativa. Quindi c’è tutto l’interesse a leggere quello che arriva. La realtà è che il novanta percento delle proposte non sono all’altezza di una pubblicazione, si fermano prima di un adeguato livello di consapevolezza dell’utilizzo della lingua e delle storie da raccontare. Si potrebbe anche dire, semplificando, che la stragrande maggioranza delle opere che arrivano sono “ingenue”, ovvero ancora al primo stadio del percorso che porta alla creazione letteraria: quello dell’appagamento per il segno scritto. Questo però è soltanto il primo gradino.

Credi che la sperimentalità sia accolta positivamente oggi dai grandi gruppi editoriali?

Credo che in questo momento storico sia molto difficile poter scommettere e lanciare un’opera “sperimentale”. Ma Feltrinelli credo sia uno dei pochissimi grandi editori che si permette sempre di fare cose in controtendenza, e quindi ancora di poter scommettere su opere anche “difficili”.

Cosa pensi dell’editoria a pagamento?

Penso che sia tutt’altro dall’editoria propriamente detta. Uno paga per avere il suo libro. Come quando fai rilegare la tesi. L’editoria è un’altra cosa, è un’impresa economica che cerca di promuovere opere culturali e cerca di trovare il modo di trarre da questo anche un profitto, per mantenersi in vita, sostanzialmente. L’industria culturale non è certamente il migliore business in cui poter investire, i profitti sono molto bassi, il pareggio è già un ottimo risultato in molti casi. Quello che si cerca di fare, sostanzialmente, è promuovere buone opere, mettere in circolo buoni stimoli, buon “cibo per la mente”.

Ultimamente va molto di moda il book-on demand. La casa editrice dove lavori ha adottato un sistema chiamato “Il mio libro”, un self-publishing in cui è possibile avere un preventivo per stampare il proprio libro. Che differenza c’è tra editoria a pagamento e book-on demand? Non credi che il confine tra le due forme di pubblicazione sia labile?

Feltrinelli non ha adottato un sistema chiamato ilmiolibro.it. Esiste questa attività, promossa principalmente dal gruppo Espresso-Repubblica, e Feltrinelli pubblica ogni anno quello che, da una vastissima giuria di lettori e infine da una giuria interna alla casa editrice, viene ritenuta l’opera migliore. È di nuovo un altro modo per fare scouting, per cercare nuovi stimoli, opere buone. Sì, credo che tra editoria a pagamento e book-on-demand come lo chiami ci siano moltissime affinità. La sostanza è la stessa: pago per vedere il mio romanzo rilegato. Questa non è editoria, ripeto. È l’appagamento di un superficialissimo desiderio. Superficialissimo perché poi credo che di solito, per lo meno, quei volumi rilegati finiscono per rimanere negli scatoloni, in quanto manca completamente tutta la parte di promozione e distribuzione dell’opera, parte fondamentale del lavoro di un editore.

Nel book-on demand non c’è selezione alcuna da parte dell’editor, è un fai da te riservato ad aspiranti abbienti scrittori. Non trovi che sia un sistema in fondo discriminatorio, calcolando che forse non tutti hanno soldi da investire?

Non ci vedo niente di discriminatorio (a parte i soldi che servono per ottenere le copie stampate). È il sistema per cui se paghi per un servizio lo ottieni. Chi vuole e può paga per farsi stampare e rilegare il proprio romanzo. Se uno è contento così, e se lo può permettere, può andare avanti fino a che campa con questo metodo, e regalare ogni volta il suo libro a parenti e amici, o costringerli ad acquistarlo. Ma ripeto: l’editoria però è un’altra cosa. E credo che un aspirante autore o uno convinto di poterlo essere debba provare ad arrivare all’editoria. E ti assicuro che se vuole davvero e ha talento l’editoria ha tutto il vantaggio a pubblicarlo e a farlo crescere.

Passiamo all’e-book. Credi che sia l’editoria del futuro o preferisci il cartaceo?

Non credo che sia l’editoria del futuro. Credo che crescerà molto o moltissimo la lettura di libri su dispositivi digitali, ma credo che il libro di carta sia insostituibile per fortuna. È un’altra esperienza, e credo che nella lettura di un romanzo – che ci accompagna per ore e ore, per giorni e giorni – l’esperienza diciamo sensoriale (la carta, la copertina, le pagine, l’odore di carta e inchiostro, il fruscio delle pagine) entri a far parte del piacere stesso per la storia. Insomma, la lettura non muore perché è un’esperienza di vita, un po’ come le pratiche di meditazione orientale. Dalla lettura di un bel romanzo si esce trasformati. Un romanzo può entrarti dentro per giorni e giorni e poi ti trasforma. È diverso dal file di un film o di un cd che puoi crakkare mantenendo l’esperienza molto simile.

Il tuo ultimo romanzo, è una sorta di inchiesta che scoperchia realtà omertose e criminali proprie del nostro Paese. Pensi che il compito di uno scrittore sia anche quello di denunciare le storture della società contemporanea?

Io credo che il compito di uno scrittore sia innanzitutto essere onesto con se stesso e con le proprie urgenze. Penso che il compito della letteratura sia raccontare il mondo, ovvero ricrearlo in una forma bella, compiuta, addomesticata e quindi fruibile. Masticare il mondo, ingoiarlo con dolore e gioia insieme per poi cercare di restituirlo sotto forma di energia sublimata, pronta a essere utilizzata da altri, a entrare in circolo. Con Alveare sentivo l’urgenza di raccontare un mondo in cui mi sono trovato a nascere e crescere, un mondo colmo di mafia in un posto in cui nessuno voleva che ci fosse e nessuno per questo voleva parlarne. Però era lì. È lì. Quello che ho fatto è stato raccontarlo. È la stessa cosa, lo stesso processo creativo, che sottostà al mio nuovo romanzo, che uscirà in autunno. Una storia diversa, ma dotata della stessa potenza, della stessa forza dirompente. Una storia più poetica e dolorosa allo stesso tempo. Questa sarà una storia di grandissima speranza e libertà.

Intervista di Maria Antonietta Pinna a Leonardo Annulli

annulli editori

Intervista a Leonardo Annulli

1 Parlaci di te, dei tuoi interessi, dei libri che leggi, della musica che ascolti

Classe 1981: sono un animale di razza umana uscito fuori dalle viscere stanche e alcoliche della provincia viterbese. Nutro una passione viscerale per il rock’n’roll, i libri, le rivolte, l’America Latina, l’umanità dimenticata e le metafore forti e spiazzanti. Laureato in Scienze Internazionali e Microfinanza, ho vissuto in giro per il mondo (Rosario, Bruxelles, La Paz, Atene) per qualche anno, e ho iniziato a lavorare stabilmente per la casa editrice Annulli Editori da circa due anni.
Leggo di tutto, tantissimo, fin da bambino: merito dei miei genitori, che mi hanno instillato il virus della lettura. Questi, in ordine sparso, alcuni degli autori che più mi hanno influenzato: Eduardo Galeano, Paco Ignacio Taibo II, Leonardo Sciascia, Manuel Vazquez Montalban, Pier Paolo Pasolini, Guy Debord, Antonio Gramsci, William Burroughs, Enrico Brizzi, George Orwell, Wu Ming, Ernesto Che Guevara, Irvine Welsh, Friedrich Nietzsche, Ernesto Sabato, Charles Bukowski, Karl Marx, Bertol Brecht, Henry Miller, Rodolfo Walsh, Jack Kerouac, Noam Chomsky, Lester Bangs, Carlo Levi, Herman Hesse, Giuseppe Genna, il Subcomandante Marcos, Beppe Fenoglio, Heinrich Böll. Adoro i romanzi storici, il surrealismo, la beat generation (e autori affini), i noir, il neorealismo, i saggi storico-economico-politici, il giornalismo investigativo, il New Italian Epic… E, più in generale, la letteratura che racconta la perdizione, i travagli, i viaggi e le lotte individuali e collettive. Mi innamoro facilmente quando un buon testo letterario incontra l’impegno sociale. Mi piacciono gli esperimenti letterari, anche quelli digitali: una cosa molto bella, che merita sicuramente una lettura approfondita, è il “Diario di Zona” del blog http://www.satyrikon.org/, una delle cose più interessanti che mi sia capitato di leggere ultimamente nell’oceano del web.
In parallelo alla mia formazione politico-letteraria quella, non meno importante, musicale. Il grunge, poi il punk e tanto altro a seguire. Ascolto un sacco di band, sia passate che contemporanee: Nirvana, Clash, Ramones, Stooges, Velvet Underground, Fugazi, Sonic Youth, Fabrizio De André, Bob Dylan, Jimi Hendrix, The Who, Neil Young, Blue Cheer, 13th Floor Elevators, Radiohead, Wipers, Radio Moscow, Ty Segall, The Intellectuals, Mudhoney, Teatro degli Orrori, Metz, The Black Angels, The Men, Movie Star Junkies, ed è meglio che mi fermo sennò saturo l’intervista di nomi. Scrivo per tre webzine musicali: In Your Eyes ezine, Distorsioni, Freakout, e curo il mio blog personale, Loud Notes. Per me la musica è importantissima e credo fermamente che abbia una propria, forte, dignità culturale, poetica e letteraria (oltreché, non meno importante, una certa dignità antagonista). Checché ne dica Guccini, credo che “a canzoni si possa far poesia”: trovo molto più eccitante la poetica di De André, Bob Dylan, Lou Reed, Jim Carrol o Richard Hell che quella di molti blasonati poeti novecenteschi.

2 Come è nata l’idea di diventare editore?

L’idea di intraprendere la strada editoriale è stata di mio padre Giuseppe. È stato lui, nell’ormai lontano 2005, a proporre a me e mio fratello Tiziano e a mettere poi le basi di quella che oggi è la casa editrice Annulli Editori. Che è stata ed è, innanzitutto, il frutto del suo amore smodato per il territorio dove siamo nati e viviamo, la Tuscia. Noi due figli, da arcigni appassionati della letteratura quali eravamo (e siamo), non abbiamo saputo dire di no. Anzi, direi piuttosto che vi abbiamo aderito con convinzione! E ora, finiti gli studi universitari, siamo qui per dare anche la nostra impronta a questo progetto editoriale. Fiori Ciechi fa parte di questa impronta: si tratta del primo libro della Annulli Editori che ho seguito personalmente dalla A alla Z.

3 Cos’è per te la letteratura?

Conoscenza conoscenza conoscenza. Uno dei più forti e inossidabili ascensori sociali mai inventato dagli esseri umani. Chiavistello che apre le porte alle possibilità di cambiamento sociale, che ne determina le modalità. Strumento di pensiero e svago, di introspezione e analisi sociale, di catarsi, redenzione o discesa agli inferi. Una roba strana e mutevole, che apre la mente e spinge a pensare. Insieme alla musica, una delle cose che può arricchire una vita. Il grande Frank Zappa diceva: “senza la musica per decorarlo, il tempo sarebbe solo una noiosa sequela di scadenze produttive
e di date in cui pagare le bollette”. Ecco, mi immagino che si possa dire qualcosa di molto simile per la letteratura.

4 Cosa deve comunicare un autore per essere considerato “pubblicabile”?

Passione per la scrittura, innanzitutto, e questo vale per ogni genere di pubblicazione. Poi la questione varia a seconda del genere di libro pubblicato. Per una guida o un saggio antropologico deve comunicare conoscenza. Profonda e radicata nel territorio o nelle comunità che il libro intende rappresentare. La particolarità delle nostre guide turistiche, così come dei mini-saggi antropologici della collana Logìa, è proprio questa: nascono nel territorio, da persone (storici, studiosi) che lo vivono tutti i giorni.
Per un romanzo o una qualsiasi altra opera di narrativa direi una fervida fantasia, dei contenuti da veicolare (dello svago duro e puro non sappiamo che farcene) e deve comunicare il tutto con uno stile inconfondibile, o quanto meno riconoscibile. A me piace anche molto quando avverto la “necessità” di quello che leggo, quando sento che quell’opera è una naturale propagazione della personalità e della vita del suo autore. Una sua viva espressione artistica. Lo considero un “plus”.

5 Quali sono le principali difficoltà a cui va incontro un neo-editore?

La distribuzione, senza dubbio. Un fattore che può influenzare in modo determinante le politiche editoriali, i prezzi apposti sui libri e quindi il rapporto con i lettori, così come le possibilità di successo di un’opera. E l’ostracismo dei grandi media, ma anche dei librai (parlo soprattutto delle librerie di catena), verso gli autori esordienti. Che poi, volendo chiamare il problema con il nome che gli è proprio, si tratta di conformismo. Per quanto riguarda la narrativa, se non hai nel rooster un autore già conosciuto, in pochi ti calcolano e rischi di passare totalmente inosservato al grande pubblico: le possibilità sono ristrette e il lavoro da fare per spezzare queste “catene” è enorme. Ma vale la pena farlo, sicuramente.

6 Come vedi il panorama editoriale italiano oggi e la politica dei grossi gruppi?

Il panorama editoriale italiano è da sempre drogato dalla presenza di grandi gruppi editoriali e dei grandi distributori (che spesso fanno capo alla stessa entità proprietaria) che ne fanno il bello e il cattivo tempo, sia in termini di politiche commerciali sia decretando il potenziale di vendita di questo o quel filone letterario. Un’altra critica che mi sento di muovere ai grandi gruppi, pur sapendo che si tratta di una critica a vuoto (perché sto parlando a commercianti, non a operatori culturali), è la scarsa attenzione alla qualità delle pubblicazioni. Il lavoro dell’editore non sta nell’assecondare le pulsioni più intime dei consumatori ma nel dare vita a degli strumenti – i libri – atti a creare dei cittadini consapevoli sviluppando la loro coscienza critica. Il nuovo libro del VIP di turno – che sia lo showmen, il calciatore, o qualsiasi altra vedette per citare Debord – non aiuta per nulla questo scopo. É roba che vale poco più (o forse poco meno) della carta igienica.
Detto questo, non credo però che sia totalmente impossibile inserirsi nel mercato editoriale creando e attraendo un proprio pubblico di riferimento, una nicchia, tentando di lavorare assiduamente sulla qualità delle pubblicazioni. Ma per farlo ci vuole tempo, passione, costanza e un grande lavoro di promozione editoriale su tutti i fronti possibili.

7 Che ne pensi dell’e-book?

Ho acquistato un e-reader (non dico il nome per non fare pubblicità) giusto due settimane fa, e ho appena iniziato a leggere il mio primo libro digitale (qui voglio fare pubblicità: si tratta di “Q” di Luther Blisset, che trovate in download gratuito su Giap, il blog del collettivo Wu Ming). La trovo un’esperienza interessante, forse un poco spersonalizzante rispetto al caro vecchio libro ma, a parte questo, credo possa rappresentare un’innovazione positiva; in potenza, potrebbe costituire una via per avvicinare i “nativi digitali” alla lettura, per creare nuovi futuri lettori (e, quindi, futuri cittadini consapevoli).
Detto questo, inviterei però a diffidare degli apologeti del libro virtuale, che già profetizzano la fine del cartaceo e un futuro di e-books. Nella fiducia smodata nel progresso a volte si annidano i peggiori impulsi reazionari e le vedute più ristrette. Il libro esiste da secoli e la sua storia è così forte, importante e legata a doppio filo con quella umana che mi sembra quantomeno azzardato pensare a una sua eclissi in tempi così rapidi. Il libro è come un vecchio lottatore: che magari è un po’ stanco e decrepito, ma all’occorrenza e senza che nemmeno te lo aspetti può ancora dare qualche bella spallata. Guardate cos’è successo con il cd e il vinile.
Per quanto riguarda la nostra politica editoriale, stiamo pensando da qualche tempo di mettere in cantiere la trasformazione in e-book di alcune guide turistiche già pubblicate. Vediamo.

8 Come vedi il book on demand?

Ammetto che non ho approfondito molto l’argomento, ma così a primo acchito devo dire che l’idea non mi convince molto. Mi pare piuttosto una maschera carina e con un nome d’impatto per nascondere l’editoria a pagamento.
La discussione su questo punto, inoltre, deve fare i conti con un mercato dell’editoria prossimo alla saturazione, che sforna ogni anno un oceano di pubblicazioni dal potenziale di pubblico veramente minimo. E, spesso – il che è molto peggio – dal potenziale letterario ancora più scarso. Non credo che, in un tal contesto, l’editoria on demand possa essere considerata come un’innovazione positiva. In qualità di editori dobbiamo pensare a come educare i cittadini alla lettura, a come lavorare sulla qualità delle pubblicazioni, non a come soddisfare gli ego enormi di coloro che vogliono vedere il proprio nome stampato su un libro, garantendoci la tutela da ogni rischio imprenditoriale. E scusa la franchezza.

9 Credi che ci sia speranza per gli autori che fanno sperimentalità?

Credo che tutto dipenda da quello che dicevo poc’anzi a proposito delle difficoltà. Di pubblico potenziale ricettivo all’innovazione e agli esperimenti letterari credo ce ne sia abbastanza, ma è la filiera che porta il pubblico all’opera che è malata fino al midollo e di difficile percorribilità. Non vorrei però apparire eccessivamente negativo: di sperimentazioni che abbiano la potenza della grande letteratura ce n’è bisogno come il pane, siamo noi che stiamo da quest’altra parte della “barricata” (editori, librai, distributori) che dobbiamo attrezzarci al meglio per promuoverle e farle conoscere al grande pubblico.