Ida Verrei – La drammaturgia dell’assurdo: una proposta teatrale che oltrepassa i confini del reale

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Mister Yod non può morire,
La Carmelina Edizioni, 2012

Recensione

di Ida verrei

“Mister Yod non può morire” di M. A. Pinna è una proposta teatrale che coniuga elementi realistici con quelli simbolici e surrealisti.

Nella nota introduttiva l’autrice stessa fornisce una prima chiave di lettura del suo dramma e ne sottolinea il significato allegorico: è un Dio creato dall’irrazionalità dell’uomo che, nella perdita della concezione del tempo e dello spazio, non riuscendo più a reggere il peso della propria identità, diviene “altro” e cerca nella morte la risoluzione della sua crisi esistenziale, “per poi scoprire di voler vivere ancora”. (pag.11 nota dell’autore)
Yod, il cui nome è la prima delle quattro lettere che in alfabeto ebraico compongono il nome di Dio, oscilla tra due nature: quella divina e quella umana; sembra non trovare una propria collocazione; tenta di proiettarsi nelle realtà che incontra, ma trova solo cliché e luoghi comuni, il vuoto. Tutto il suo percorso mostra una dualità inscindibile di ripulsa e amore verso la vita: è un dialogo interno di due parti scisse, il divino e l’umano, l’oggetto buono e quello cattivo, in un’angoscia derivante dalle pulsioni di vita e di morte.

La rappresentazione si dispone su tre piani temporali: un tempo lontano, in cui si smarrisce la ricerca di memorie; un presente incomprensibile; un futuro illusorio.

È un tempo ciclico nel quale niente si risolve e tutto ricomincia.

L’azione del primo atto si svolge in un luogo privo di definizione: cinque sedie vuote, cinque personaggi. In questo spazio scenico, carico di valenze simboliche, dove si condensa la mancanza di comunicazione, si muove Yod, tra maschere pirandelliane, che incarnano i membri di una stessa famiglia, estranei tra loro, isolati, indifferenti, incapaci di riconoscersi. Lo scambio verbale sottolinea un distacco disincantato, l’inconoscibilità, la fuga nell’irrazionale:
“Ma tu chi sei?”

“non lo so e tu? (pag.20)

“io cosa?”

“tu sai chi è quell’uomo?”

“a occhio e croce direi che è mio marito” (pag.21)

I dialoghi sono basati sui suoni e sul ritmo di frasi brevi che frantumano la percezione del reale. L’autrice usa luoghi comuni quotidiani;

“Davvero? Non ci si crede. Certe volte, i casi della vita…”

“Chi l’avrebbe mai detto?”

“Ma guarda che combinazione!” (pag.16)
battute brevi, frammentarie, con proposizioni indipendenti, per lo più interrogative; una comunicazione che sembra derivare dalla difficoltà dei personaggi di agganciarsi a una logica convenzionale; parole reiterate, slegate, che assumono la forma dell’enumerazione con effetti sonori:

“Inamovibile, incrollabile, imprescindibile,

innominabile, immangiabile,ineliminabile…

e sentite questa: inesautorabile!”

“Inesautorabile? Questa non vale perché non esiste!

“Se l’ho detta vuol dire che esiste!” (pp.34-35)

In questo groviglio di non-senso, Yod, cerca la soluzione del suo problema. Il suo ruolo, però, appare all’inizio sfocato, abbozzato, più spettatore che attore. Ma è proprio attraverso la demenzialità dei dialoghi, l’incoerenza delle parole, che si giunge ad individuare il protagonista-soggetto dell’opera.

Yod urla la sua ribellione, la sua richiesta di aiuto, ma si scontra con l’indifferenza, l’egoismo di parenti stretti , che fanno male come scarpe:

“Mister Yod non può morire, lo sappiamo tutti”

“Ma io devo morire!”

“Non puoi”.(pag.33)Non gli resta che cercare altrove.

Si rifugia nell’antro di Paracelso, medico alchimista che funge da contrappunto ironico alla voce di Yod; è proiezione del “magico”, colui che, alla ricerca degli elementi basilari della vita, tenta di “separare il vero dal falso… Spirito e materia”.(pag.47)

Qui (secondo atto), cambia completamente la scenografia: una tenda sullo sfondo, colma di simboli: quelli cinesi, YANG e YIN, emblemi degli opposti, della dualità presente nel cosmo; i quattro elementi della vita (fuoco, acqua, aria, terra); simboli alchemici ed egizi; e l’Ouroborus, il serpente che si morde la coda, simbolo dell’eterno ritorno, della natura ciclica delle cose. Yod spera finalmente di uscire dalla noia universale e perenne dell’immutabilità: “L’inizio coincide con la fine che è un principio che è una fine che è un principio che è la fine… Separare l’inizio dalla fine, questo è l’arcano!”(pag.49)

“Ma lo scienziato-mago-stregone compie una ricerca inversa a quella di Yod: cerca la formula dell’immortalità, che tenta di strappare dal corpo stesso del Dio. La scienza, quindi, è inadeguata alla comprensione delle oscure profondità dell’animo, a risolvere problemi esistenziali e pulsioni dell’inconscio.

Ancora una volta Yod, deluso, sparisce.

In una fusione perfetta tra comico e farsesco, avviene l’incontro con don Abbondio (terzo atto), rappresentante della Fede, ma eroe della paura, esponente di quel clero che appare più interessato ai beni materiali che ai problemi dell’anima. Yod spera in un consiglio dell’uomo di Chiesa, vuole “uscire dall’eterno ciclo della vita” (pag.61) ma i due viaggiano su piani diversi: “Io scanso tutti i contrasti e cedo a quelli che non posso scansare”(pag.62), dice il religioso, e si aggrappa alle regole: “ La legge è legge… Avanti, un uomo qualunque lo capirebbe”(pag.67). E l’Uomo qualunque, non più sinonimo di una negatività indeterminata, ma quasi alter ego di Yod stesso, evocato dall’urlo di don Abbondio, fa la sua comparsa. Socraticamente, con domande incalzanti, attraverso associazioni e quesiti continui, scava nell’io segreto dell’uomo-dio.

In un tragico assurdo, immerso nel flusso dei ricordi, Yod è costretto a naufragare nel passato; si tuffa nel ventre caldo e scuro della balena, che allude a simboli prenatali e ad antiche leggende Inuit.
Qui inizia la parte più visionaria del dramma, il suo autentico significato allegorico: alla ricerca delle proprie origini, il Dio creato dalle pulsioni inconsce dell’uomo, intraprende un viaggio a ritroso. E si perde, non riesce a ritrovarsi in ciò che gli appare, nelle colpe, nel male perenne che l’uomo infligge all’uomo. L’orrore lo travolge; scivola in una dissoluzione che rende incerto il confine tra vita e morte.

Ed allora, in un delirio finale, emerge il disperato bisogno di sopravvivere: perire per ritornare sempre identico a se stesso non ha senso. Vivere, per ritrovare l’illusione di un mutamento che sia catarsi, liberazione dalla condanna dell’Ouroburos, il serpente che si morde la coda.

Maria Antonietta Pinna costruisce un testo teatrale sperimentale; sente il fascino delle Avanguardie simboliste, nei contenuti e nello stile. Ma, con felice intuizione creativa, trova una propria originalità. Rielabora in modo personalissimo tematiche e linguaggi, riuscendo a darci testimonianza di un autentico talento.

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“Un viaggio allucinato nell’impossibile”, recensione di Ida Verrei

COPERTINA PROBOBACTER E FIORI CIECHI

Fiori Ciechi

Maria Antonietta Pinna

Annulli Editori, 2012

pp.137

9,00

di Ida Verrei

Due racconti lunghi, un viaggio allucinato nell’impossibile, “Fiori Ciechi” di M. A. Pinna, è una singolare avventura letteraria.

Il primo racconto, che dà il titolo al libro, non è un romanzo, pur se ne possiede la struttura e ne conserva alcuni elementi; non è una fiaba, non si conclude con “…e vissero felici e contenti…” Ma della fiaba ha la suggestione e il mistero: immaginario e reale si fondono come nella dimensione onirica e possiedono lo stesso valore; niente appare arbitrario, ma necessario e fatale; tutto esiste, perché la trasfigurazione fantastica, legata al paradosso, rende verosimile l’illogico.

In un tempo non-tempo, in uno spazio non-spazio, parallelo e avvinto alla realtà, si consuma un dramma-rappresentazione, proiezione fantasmatica del mondo contemporaneo.

“Nonno Petalo, racconta”.(pag.11)

“… Sì. Dimmi dei garofani bianchi, come sono nati?”

“Tanto tempo fa, agli albori della nostra civiltà, esistevano soltanto garofani rossi (o almeno così sembra), e i fiori-Dei circolavano liberamente per le strade di Florandia…” (pag. 13)

Inizia così questo inconsueto viaggio nel surreale, tutto sembra lieve, delicato, un mondo fatto di petali colorati, delle lacrime di Skotos (la notte) che danno origine a garofani neri, e di quelle di Rais (il sole) che generano garofani gialli; un mondo senza padroni, “dove ci si accontenta di poco. Del vento, del sole, di poca terra, di un flebile raggio di luna…” Ma Florandia non è questo universo idilliaco, è una Repubblica di fiori ciechi, aridi, incapaci di vedere il lato poetico della vita… perché per loro la vita è la canzone stonata di un solista… (pag. 25)

Man mano che si procede nella vicenda, ci s’imbatte in inquietanti analogie con la società attuale: lotte per il potere, il prevalere d’interessi individuali, della forza e della sopraffazione. Ma a leggere con attenzione, non sono questi i temi principali del racconto. Guerra, prepotenza, odio razziale, elaborati dalla fantasia dell’autrice, calati in un fantastico paradossale, rimandano ad angosce esistenziali che da sempre tormentano l’uomo: la ricerca dell’identità; la conservazione della memoria, perché “chi è senza memoria non ha futuro. E un oggetto in sé non è niente…”(pag.72)

il terrore del tempo che passa:

“… qui si cattura l’ombra, così si elude in qualche modo la sorveglianza che il tempo esercita su di noi… L’immagine è nostra, non invecchierà mai… Si esorcizza la morte…” (pag.71)

la ricerca dell’Idea, che non è soltanto riconducibile allo struggimento dello scrittore che scava dentro e fuori di sé, ma è soprattutto ricerca del senso della vita, bisogno di indagare il destino, il suo acre sapore escatologico… E l’espediente narrativo a cui ricorre l’autrice, è l’irrompere di un improvviso io narrante, Tibbs e Tibbs, l’artista e la sua ombra, un “doppio” inconsueto, dove la dualità non riguarda la distinzione tra bene e male, ma tra possibile e impossibile, un mezzo per abbattere i limiti della corporeità.

Inizia così un viaggio allucinato del protagonista all’interno del proprio cervello, un percorso nell’assurdo per raggiungere il luogo della creatività, alla scoperta di quell’Idea che non muore perché non si può ammazzare un’idea, sia essa buona o cattiva… L’idea ride… sul cadavere di chi avrebbe voluto ammazzarla… va… e si perde nel mondo. (pag.99)

Anche nel secondo racconto, Probobacter, forse meno fantasioso del primo, ma altrettanto al di fuori di ogni logica convenzionale, ci addentriamo in un mondo delirante: immagine amplificata di ciò che l’ottusità dell’uomo può causare. Anche qui due piani di narrazione: il mondo soffocato dai rifiuti urbani, in un parossismo di allucinazioni iperboliche, e la ricerca scientifica per la soluzione del problema, sperimentazione esasperata che condurrà alla distruzione dell’uomo stesso, con la creazione di un batterio killer che finirà col divorare uomo e rifiuti.

Visioni d’incubo, il sogno, la malattia, e ancora un “doppio”, ma questa volta è il riflesso nello specchio e il suo significato allusivo:

“…mi guardo e vedo un tizio che non conosco, un corpo estraneo…” “Chi sei?” “Io sono tu, e tu?” “Anch’io…” (pag.133)

Anche qui, al messaggio palese del tema ecologico, si affianca quello più profondo dell’angoscia di morte; del silenzio; dell’incomunicabilità, la paura di perdere “occhi e bocca”, “…un silenzio affilato di lama che uccide senza rumore”. (132).

In entrambi i racconti, Maria Antonietta Pinna è molto abile nella tecnica dello straniamento:

“Pistillo, fiore cieco e arido si è comprato uno Stradivari senza neanche saperlo suonare; (pag.76) oppure: l’Idea, sì, l’ha vista, è passata di qua. Le è sembrata… come dire… Un po’ incinta; (pag.75) o ancora: Questa povera mosca moribonda… Probabilmente pensa che siamo repellenti. In una parola le facciamo schifo… “ (pag.134)

L’autrice gioca con la fantasia, con le parole, con le immagini; sovrappone i livelli semantici; contrappone primi piani e punti di vista; usa dialoghi a più voci. Il tutto dà origine a un insieme singolare, insolito, che confonde il lettore, lo costringe a leggere e a rileggere, a fermarsi e a riflettere, a decifrare messaggi e simbolismi e, attraverso uno stile veloce, immediato, ma armonioso e musicale, restituisce il gusto della lettura.