Intervista di Giuseppe Iannozzi a Maria Antonietta Pinna

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Mister Yod non puo’ morire – Maria Antonietta Pinna

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Mister Yod non può morire – Maria Antonietta Pinna – Edizioni La Carmelina – ISBN: 978 88 96437 384 – Prima edizione: nov 2012 – pagine: 84 – prezzo: 10 Euro

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1. Mister Yod non può morire (Edizioni La Carmelina) è una pièce teatrale, ma è soprattutto fare Letteratura impegnando le dramatis personae sul palco dell’umana esistenza, mettendo a nudo spigolosità e drammaticità delle medesime. Yod è il principale protagonista del dramma letterario che tu, Maria Antonietta Pinna, metti al centro dei tre atti che compongono la tua pièce. Chi è Yahveh o più semplicemente Yod? Forse un dio oscuro, il dio di quel popolo che si autodefinì eletto e che scatenò ordalie contro i popoli nemici? O, più modestamente, oggi come oggi, un dio impotente?

Ho iniziato a scrivere la storia di Mister Yod pensando ad una pièce sull’incomunicabilità, e subito mi è venuto in mente Dio, forse l’entità con cui la parola “comunicazione” assume in modo speciale un valore metafisico e monodirezionale. Volevo un Dio tutto umano, con esigenze terrene, afflitto da cronica stanchezza, aspirante ad un suicidio liberatorio, vittima e carnefice insieme, più che impotente, un vero e proprio non-sense, creato ad immagine e somiglianza dell’uomo, esattamente come il dio del popolo eletto, ma privo del terribile potere veterotestamentario. Yod è la divina personificazione dell’assurdo, un dio che si ribella al suo creatore, perciò decide arbitrariamente, da un giorno all’altro, di morire, sovvertendo le regole del gioco. Questo Dio è un tassello fuori posto che scompiglia la rigidità cristallizzata delle regole attraverso una riflessione su se stesso ed il mondo. La morte del dio, presente in tutte le cosmogonie che si rispettino, in questo caso è come un pretesto, il motivo occasionale dal quale prende l’avvio il viaggio di Yod nei vari atti della tragicommedia. Yod ha una fisicità che ricorda un po’ Zeus oppure il Dio cristiano dei calendari business, statura imponente, lunga barba bianca compresa nel prezzo e tunica lunga fino ai piedi. Tuttavia, nonostante le apparenze, è anche profondamente umano, troppo umano, come direbbe Nietzsche. Ha moglie, un figlio sposato, una madre sorda, un cugino, un’amante. Una famiglia litigiosa che da inizio alla vicenda con un dialogo tra il drammatico e l’ilare, basato su situazioni paradossali e su battute ad incastro che dovrebbero procurare nello spettatore un misto contraddittorio di divertente tristezza.

2. Credo non si possa parlare di Mister Yod non può morire come il tentativo di portare in scena un vero e proprio dio; Yod è una persona debole e annoiata, nonostante si professi immortale. Yod ha deciso di “farla finita”, anche con le idiozie della sua famiglia, che, ahinoi, non è neanche più in grado di riconoscere sé stessa.

Se avessimo due teste il nostro dio probabilmente avrebbe due teste, se avessimo dieci dita in ogni mano, rappresenteremmo la divinità con le nostre stesse dita, idem se avessimo tre occhi, etc. In fondo non esiste un vero e proprio Dio. Esso è soltanto il riflesso delle paure, delle debolezze e delle caratteristiche umane. Quando gli uomini scoprirono che il maschio partecipava alla generazione, scalzarono l’antica Madre Terra, sostituendola con un dio fallico, confacente alle loro esigenze di dominazione della femmina. Il maschio ha costruito delle favole per far credere al popolo che fosse in grado perfino di partorire, esattamente come le femmine. Dio maschio crea Adamo (maschio), da una costola di Adamo nasce Eva. La donna generata dall’uomo. La costola che sostituisce l’utero in modo che il primato sociale dell’uomo venga confermato dalla religione. Dio è soltanto un misero specchio. Comunicare con se stessi è difficile, per questo i familiari non si conoscono e inscenano un dialogo assurdo per poi arrivare ad una agnizione finale che è puramente simbolica.

3. Mister Yod non può morire è il tentativo, molto ben riuscito, di un teatro votato all’avanguardia, che propone non pochi temi filosofici attraverso una forma dialogica. Mi par di ravvisare che Yod sia affetto da una malattia incurabile, quella dell’eterno ritorno (nietzschiano): “In un sistema finito, con un tempo infinito, ogni combinazione può ripetersi infinite volte”. Yod è vittima del “serpente nero”, dell’Uroboro. Maria Antonietta Pinna, quali sono gli autori teatrali e non, che hanno maggiormente contribuito a formare la tua visione della natura di cose e persone, e, soprattutto, perché?

Ionesco è sicuramente uno dei miei autori preferiti perché amo l’assurdo e l’onirismo non fini a se stessi ma razionalizzati in vista dell’ottenimento di un fine preciso: comunicazione di sensi che superino il comune buon senso. Il primo atto di Mister Yod non può morire è quasi un omaggio al tentativo di dire la verità attraverso la messa in scena di un incubo estraniante. Perché in fondo la letteratura è questo, raccontare favole che mettano in luce problemi veri, filosofici e sociali. La noia di Yod è anche una noia ciclica ed universale, alla quale il Dio vuole sfuggire in nome di un ribaltamento: separare l’inizio dalla fine, inseguendo una morte di matrice nietzschiana che lo fa riflettere su temi come alienazione, incomunicabilità, indifferenza, politica, eccessi della moda, sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Inizia così un viaggio che lo porta in contatto con diversi personaggi fino ad arrivare all’esplorazione della psiche che avviene metaforicamente dentro il ventre di un leviatano, la cui fine per mano dei giapponesi (e qui si allude alla strage delle balene), segna in un certo senso la perdita di una parte di se stessi, di quel mondo interiore in cui si riescono a scorgere immagini forti. Neppure un dio può rimanere indifferente perché sono le voci della fame e della paura, le voci di un’umanità sfruttata e spesso dimenticata negli angoli bui della propria coscienza, come un pensiero inutile, da rimuovere, come la propria voce da dimenticare.

4. Mister Yod non può morire è un dramma: sociale, di un dio creatore o piuttosto di un singolo individuo però non diverso dalla moltitudine?

Ho preso il concetto di Dio che sta su in cielo e l’ho trascinato sulla terra rendendolo uomo, sicché il mio buon Yod è Dio ma come specchio è anche uomo. La sua doppia natura mi ha permesso di sviluppare temi intimistici di matrice familiare ma anche pensieri filosofici sulla ciclicità dell’essere a cui lo stesso Dio vuole ribellarsi. Il suo posto è quello di ascoltare tutti, prevedendo ogni cosa, senza mistero, senza sorprese. Ma il poveretto si annoia. Il fatto di sapere tutto lo sfianca, l’immortalità lo stressa, portandolo a maturare l’esigenza del suicidio, sintomo di un forte esaurimento nervoso che è proprio dell’individuo (Dio svuotato di senso) ma anche della collettività (società squilibrata, depauperata di valori). In un certo senso Yod è un anarchico, uno che non sa stare al posto che gli è stato assegnato dalla tradizione, dal suo creatore, l’uomo. In questo mio lavoro tutto è ribaltato. Non è la storia di un Dio che crea, ma al contrario, la storia di un Dio creato dall’uomo che cerca se stesso, non accontentandosi del ruolo che gli è stato dato. Mister Yod non può morire e invece muore, ha un corpo come ho detto prima, e poi non ce l’ha più. Ricorda a Paracelso che non ha sangue, né capelli, né unghie, né mani, né ciglia, né occhi, né labbra, né naso. Il re è nudo e a contatto con la scienza si rivela per quello che è, niente, un’invenzione.

5. Yod è stanco, vorrebbe morire in pace. Cerca di farsi amica la morte, chiede a chi la conosce di presentargliela. Tutti hanno però orrore della Nera Signora. Yod, nel terzo e ultimo atto, incontra due personaggi, Don Abbondio e un Uomo qualunque. Chi o cosa rappresentano questi due personaggi nel tuo Mister Yod non può morire?

Dopo l’incontro con Paracelso l’Yod-uomo, si carica di un nuovo significato, il niente. Avevo dunque bisogno di un personaggio che rendesse perfettamente l’idea del vuoto in stridente contrasto con la morte che è poi la fine del tutto e del niente, concetti rimestati nel laboratorio dell’alchimista. E ho pensato a un Don Abbondio. Yod gli chiede la via che potrebbe esaudire i suoi desideri di Dio ribelle. Ma il prete è un conformista e dichiara di non conoscere nessuna via tranne quella della scriminatura dei capelli, per cui consiglia al Dio di rassegnarsi. Sarà invece l’Uomo Qualunque a svelare a Yod la strada, attraverso una metafora della non esistenza. Siccome Yod in realtà non esiste, è proprio cercandosi che potrà morire, dato che prenderà coscienza di se stesso ossia della propria non esistenza. Don Abbondio è il conformismo, l’Uomo Qualunque è la lucida ragione.

6. Non è stato dio a creare gli uomini bensì gli uomini a creare dio per fargli carico delle loro proprie colpe. E’ forse questo uno dei possibili messaggi che la tua pièce porta al lettore?

Sì, come ho detto prima, i ruoli si ribaltano. L’uomo crea Dio, per questo sarà sempre un uomo a rivelargli il segreto della morte e della vita, spingendolo verso un viaggio perinatale in un leviatano-utero colmo di contraddizioni. Le viscere in cui il Dio si immerge sono un bagno di ricerca del sé che travolgerà la sua certezza di esistere e gli farà aprire gli occhi sul fatto che l’uomo creandolo gli ha dato un’esistenza fittizia. Un personaggio che crede di esistere e poi si accorge della falsità della sua stessa essenza.

7. Possiamo considerare Mister Yod non può morire anche come un atto di accusa contro la dilagante ipocrisia della religione?

Certamente sì, più che un j’accuse, una riflessione sul valore della ragione la cui lucidità si oppone decisamente ai falsi miti. La religione vende caramelle al sapore di cielo e d’oblio che ci fanno scordare l’esigenza di sapere, indottrinandoci verso il recinto della non riflessione e l’ovile della rassegnazione, giocando sulla paura dell’inferno. Per questo forse i credenti si chiamano pecorelle del Signore. Le pecore non sono note per la loro intelligenza.

8. Don Abbondio, emblematico prototipo di un clero peritoso e tutt’altro che umile, suggerisce a Yod che “Va bene l’amore, ma non si può amare la morte” perché “è contro la logica!”. La morte fisica, ieri come oggi, è ancora un tabù; parlarne e parlarne in pubblico fa paura, e poco importa (alla società) che si faccia appello alla ragione. La gente, di gran lunga, preferisce credere a quel clero che, con oscure metafore, assicura all’umanità che un aldilà esiste e che lo spirito è immortale. Alla fine, Yod trova sulla sua strada un Uomo qualunque che lo sprona con queste parole: “Vai che non cadi, dicci cosa vedi, parla, guarda se ci sei”. Yod obbedisce. Guarda dentro sé stesso e, alla fine, ha paura. Ha paura di quello che scopre. E’ dunque vero che conoscere la verità è poco conveniente?

La morte nella nostra società è un grande business, una macchina per fare soldi. La religione si basa su un meccanismo semplice ma efficace, un po’ come i pacchi napoletani con il controfiocco. Vendere un’illusione. Comprare un sogno. Morire è terribile. Chiunque ha paura. Perfino quello Yod che ha una natura profondamente umana. Egli è terrorizzato dal suo desiderio iniziale nel momento in cui si accorge che si sta realizzando, vorrebbe tornare indietro. La favola del Paradiso è gradevole, aiuta a vivere meglio. Niente è più dolce di una bugia piacevole per chi la sente, conveniente per chi la professa. Ai tempi di Bonifacio VIII, quando si vendevano le indulgenze, c’era un motto che suonava più o meno così: “quando il soldin cade nella cassetta l’anima sale in cielo benedetta”. Attualissimo direi.

9. In che condizioni versa oggi il teatro italiano? Ho netta l’impressione che oggi si scrivano opere teatrali per lo più destinate a un pubblico di soli lettori, e che sempre più di rado le opere scritte vengano rappresentate in teatro. A tuo avviso, c’è forse in atto una crisi? E se sì, di chi è la colpa?

C’è stato un periodo in cui scrivevo recensioni di spettacoli teatrali per un giornale di approfondimento culturale: Vespertilla. In media su dieci spettacoli visti 8 erano davvero deludenti e non perché gli attori non fossero bravi, tutt’altro. Erano i testi che facevano acqua da tutte le parti, con dialoghi scialbi e spesso anche errori macroscopici nell’elaborazione della trama. Il teatro è un circolo chiuso. Spesso a scrivere i testi abborracciati sono gli stessi attori con scarse qualità drammaturgiche. Pochissimi fanno sperimentalità. Ci sono teatri che ancora rappresentano a Roma rimpasti di gialli di Agatha Christie, con dialoghi inutili e trame ricalcate, senza verve. Se mi presentassi con il mio testo, senza conoscere nessuno, quante possibilità avrei di vederlo rappresentato? Risposta zero spaccato. Siamo in Italia. E come diceva Totò: “ho detto tutto”.

10. Maria Antonietta Pinna, quali sono i tuoi futuri progetti?

E’ appena uscito il mio libro di poesie “Lo strazio”, con Marco Saya Editore, un neo-editore coraggioso, oltre che un artista. Ho scritto due romanzi dopo “Fiori ciechi”, che si aggirano sempre nei versanti dell’oltrerealtà. Ho anche terminato la raccolta di poesie “Ultrafanica” e sto lavorando ad un’altra raccolta in questo momento. Lavoro sempre, comunque vada. Spero altresì di pubblicare il mio saggio di stregoneria, taglio storico, e gli altri lavori teatrali che ho scritto. Scrivere è per me un divertimento. Le poesie inoltre vengono da sole, così, come per magia. Impossibile far finta di niente. Devo mettere nero su bianco. Se son rose fioriranno…