Lo strazio, Marco Saya Editore

Lo strazio

Forse più nota come scrittrice- anche teatrale (Mr Yod e Fiori Ciechi), Maria Antonietta Pinna, di Roma capitale, sarda di origini, ha edito recentemente per l’ editore Marco Saya (news di Milano, felicemente specializzata per la parola come ricerca) una raccolta poetica, Lo Strazio ediz., 2013) di particolare frattura con certo trend contemporaneo: bellissima la prefazione di Mario Lozzi – da cui questo significativo accenno/estratto:

“….STRAZIO è una delle esplorazioni umane vista e portata a termine da un intento nuovo e stupefacente. Perché è concepito in maniera completamente aderente alle intenzioni della donna che lo ha generato…”

Vano negarlo, almeno in Italia, certa poetica o persino casta letteraria finanche editoriale, appare da tempo arroccata vuoi da tempo in implosioni veteroumanistiche e moralistiche, vuoi nell’inerzia di certa Parola sperimentale “viaggio al termine” quasi mai riformattato in nuovi dinamismi neovisionari, chè pure l’essenza, la fisica immaginria del fare poesia, dai graffiti all’era del computer.

La Pinna, invece, da input prossimi sia al surrealismo storico che alle stesse neoavanguardie che furono, combina la parola da e verso vette di ricerca linguistica ammaliante e conoscitiva: ma non verso cieli quasi solipsisti e privi d’aria e nuvole e arcobaleni, oltre in pillole certa ossessiva grammatopatia altrove penalizzante…

Ora la parola è mera macchina desiderante, pulsionale, nuovamente eretica, nuovamente uno schiaffo all’infame buon senso politicamente, culturalmente, umanamente corretto… un arcobaleno dove il Nero riformatta il Bianco zero origine dei… Colori (Poesie Noir infatti il sottotitolo, un Noir atipico, quasi esistenzialismo elettronico, distante dalla moda pur anche positiva).

Altrove, spesso, 2 righe di Lacan o Chomsky: qua, invece certamente le Parole diverse di un Wittgenstein, la sublime-azione fatta antiverbo della miglior Kristeva, le saette iconoclastiche di una Fallaci in inedita versionepoietica.

I dis-valori diventano colori (ma sempre dal Noir come sorgente laser), l’avanguardia persino reinventa la rima finalmente oltre le liturgie ambigue dei madrigali, il canto nuovo attraversa i testi, dall’archetipo originario, ma dinamico, innestato nel divenire contemporaneo.

Soprattutto, una Poesia aperta: connessa per sua natura digitale a rimodulazioni fatali nelle sinapsi dei destinatari: la prima volta non è il traguardo ma torre di controllo per nuove volte d’orizzonti ad ogni lettura o link: diversi gli strati della faglia attiva in uno “Strazio” dell’autrice che evoca magari l’urlo celebre di Munch, ma come ossimoro macchina di disillusione e critica hard allo status quo, psicosociale, più che banalmente esistenziale: uno “strazio” urlo più prossimo a un Vagito alieno, messaggero di nuova bellezza potenziale, reinvenzione di verità molteplice.

Nella parola stessa microcronotemporale, indossata da/con passi di nanodanza, di volta in volta infra-noir (e poi rosanoir, rednoir), tra witz intermittenti di versi atipici e neoversi, fughe pulsionali, saette psicosociali, magnitudo paradossi, l’Essere sostenibilissimo, leggerissimo..

http://www.eccolanotiziaquotidiana.it/m-a-pinna-lo-strazio-marco-saya-edizioni-recensione/

(R.G.)

Lettera aperta al prof. Gian Paolo Brizzi

21_G_P_Brizzi_conclvenerdì 3 maggio 2013

Lettera aperta al professor Gian Paolo Brizzi

di Maria Antonietta Pinna

Gentile professor Brizzi,

rispondo con questa mia modesta letterina, a quanto da lei postato nel sito dell’autorevole rivista L’Espresso in data 27 febbraio 2010. Ho aspettato lungo la riva del fiume che il suo cadavere di menzogne e bugie passasse e dopo lungo attendere eccolo. Il 2 maggio 2013 passa. Tre anni dopo. Saper attendere è una qualità che mi vanto di possedere.
Ma passiamo ai fatti. Tre anni fa scoprivo che lei e la pregevole dottoressa Miriam Turrini, allieva del professor Prodi, avete dato alle stampe per la casa editrice Clueb il saggio “Il Giovin Signore in collegio”, autentica e scandalosa fotocopia della mia tesi di laurea “Il Collegio dei Nobili di Parma agli inizi del Settecento”. Ho denunciato per plagio letterario le vostre maestà. Non l’avete digerita bene e dopo l’intervista di Morgan Palmas per il blog Sul Romanzo, in cui davo indicazione di tutte le pagine copiate a menadito, mi avete denunciato per diffamazione. Eh sì, non potevo dire in questo Paese di silenzi e pecore, che vi siete esercitati parecchio con il copia e incolla. Invece di rispondere alle mie accuse, o Maestà potentissime, vi siete limitati a minimizzare il mio lavoro di scrittrice e recensionista, dall’alto del vostro pulpito di scopiazzoni del lavoro altrui.
E proprio lei, Sire, emerito professor Brizzi Gian Paolo, ordinario di storia moderna all’università di Bologna, così si esprimeva, dopo aver letto le mie accuse. Sono meno brava di lei, ma copio e incollo di seguito:

“E questa una storia che insegna molte cose. Primo insegnamento. sparla sparla, qualcosa resterà. Fin qua ha vinto Pinna. Ma a quanti hanno postato il proprio commento chiedo: è lecito dispensare giudizi senza capire con quale partito ci si stia schierando? potreste cercare di conoscere meglio Turrini, collegandovi al catalogo ICCU. Pinna insinua anche che con il plagio presunto Turrini ne avrebbe ricavato vantaggi. Di carriera? Si informino, è loro dovere morale: potrei fornire dati incontrovertibili. Economici? Se non si trattasse di un caso penoso ci sarebbe da ridere. Mi chiedo piuttosto: come mai in tutti questi anni una studiosa di qualità, quale Pinna lascia intendere di essere, non abbia pubblicato alcunché se non risibili recensioni e raccontini modestissimi? Credo che Pinna troverà la sua strada solo quando si renderà conto che non basta raccontare e raccontarsi delle storie per fare i conti con la propria vita e con le proprie presunte qualità”.

Rispondo oggi a queste sue parole con una sentenza del Tribunale di Ferrara, emessa il 2 maggio 2013, da un giudice coscienzioso:

IL GIUDICE ASSOLVE MARIA ANTONIETTA PINNA DALL’ACCUSA DI DIFFAMAZIONE NEI CONFRONTI DI MIRIAM TURRINI E GIAN PAOLO BRIZZI.

Di conseguenza, Maestà, scriverò probabilmente “raccontini” e “risibili recensioni”, ma resta il fatto che secondo un giudice io posso dire che lei, Sire, si è INTERAMENTE COPIATO LA MIA TESI DI LAUREA, PERCHE’ QUEST’AFFERMAZIONE NON COSTITUISCE AFFATTO DIFFAMAZIONE.

PUNTO.

P.S. Professore, la è si scrive con l’accento. Lo sanno tutti, anche quelli che scrivono raccontini… E dopo il punto ci vuole la maiuscola.

Recensione Fiori ciechi di Cinzia Baldini

fleurs ciechi

Fiori ciechi visto da Cinzia Baldini

“I fiori… I fiori, sono le creature più dolci che Dio abbia mai fatto e alle quali si sia dimenticato di infondere un’anima” dice in un famoso aforisma H.W. Becheer ma in FIORI CIECHI, il libro d’esordio di Maria Antonietta Pinna le cose non stanno esattamente così.

I fiori, protagonisti del primo dei due racconti che compongono il volume, hanno un’anima, una personalità e soprattutto un carattere d’acciaio.

Durante la lettura ci si dimentica persino che essi siano davvero delle creature dolcissime che rallegrano gli occhi con i loro colori e il cuore con il loro profumo. Sarà perché la Pinna con una tecnica di scrittura efficacemente concisa, diretta e visiva ce li mostra sotto un’ottica che nessuno si aspetterebbe.

Siamo a Florandia, ovviamente, la nazione dei fiori. Una repubblica dove, in pace e serenità, governano i garofani. La specie preponderante è quella rossa ma ce ne sono altre varietà come i neri, i gialli, i rosa, gli screziati e tutti vivono in perfetto accordo e armonia. Ma in un triste giorno Pistillo, un politico arrivista e senza scrupoli, scatena una guerra civile per motivi economici, di espansione territoriale e per la supremazia della razza dei garofani rossi, che dilanierà il paese rendendo i fiori ciechi di odio e di disprezzo per la vita altrui, proprio come era accaduto secoli prima agli esseri umani, razza ormai estinta e menzionata solo nei racconti di nonno Petalo. “La fine del mondo. Silenzio denso, palpabile, muto come un mafioso. Non c’è vento. Rais, il Sole, è scomparso nelle limpidità profonde della salsa acqua marina. Gli uccelli non cantano più. Non esistono. Nessun rumore di anima viva. Completa assenza. Vuoto, padrone dello spazio. Vertigine. Gli uomini e quasi tutti gli animali sono morti, fagocitati dal ventre stesso della terra. Quelli che restano sono come di gesso, pietrificati dagli eventi. Non riescono ad esprimere alcun suono. L’aria violacea crea un’atmosfera da incubo. Ghiaccio dappertutto. Un freddo terribile, pungente, che rompe le ossa. Peccato che non ci siano quasi più ossa da rompere, soltanto carambole di nuvole viola che si addensano nel cielo. Minacciose, tragiche e irreali. Nessun occhio può vederle, semplicemente perché non ci sono occhi. Non ci sono neppure angeli o demoni come ci si sarebbe aspettati. Dio non si vede da nessuna parte e neppure fa sentire la sua voce. Gaia, la Terra, freme di soddisfazione per aver annientato la razza umana. Stanca dell’idiozia di quei ridicoli animali a due gambe, ha agito. Dapprima tremiti leggeri, insistenti sussulti. Poi si è aperta in due e ha inghiottito tutto, senza distinzione. Quindi si è richiusa, non senza provare dolore.”

L’effetto delle frasi brevi come la scelta dei vocaboli è potente. Esse colpiscono l’immaginazione del lettore più di qualunque prolissa descrizione.

“Gutta cavat lapidem” dicevano i latini e la Pinna scava, incide, sferza la mente, costringe all’attenzione, a guardare oltre le apparenze, fino a costruire in un crescendo di situazioni evocatorie, paradossali e al limite dell’assurdo un colpo di scena nel colpo di scena: la storia di Florandia e della guerra non è altro che una sceneggiatura teatrale in corso di allestimento e Tibbs, l’autore “inventore” di Florandia, in crisi con il regista si trova a dover riscrivere, in una manciata di giorni, un finale che colpisca il pubblico. All’uscita del teatro Tibbs, assorto nei suoi pensieri, inciampa e cade ma viene soccorso dalla sua ombra che, al corrente della novità, sostiene il suo protetto e insieme iniziano un percorso interiore di ricerca che li porterà proprio a… Florandia, ossia nella mente dello sceneggiatore!

Questo viaggio interiore alla ricerca del proprio io, dell’ispirazione, del sogno, permetterà a Tibbs di ritrovare la capacità di pensare con la propria testa tanto che la nascita di un’idea è descritta dalla Pinna come un vero e proprio parto con tanto di travaglio, ostetrica e assistenti anche se non mancano pozioni magiche, incantesimi e la figura simpaticissima della maga Gabrina.

“La neonata intanto è cresciuta, in pochi minuti. Si direbbe una fotocopia di Pistillo, soltanto un po’ più brutta, con un non so che di ferino. Cammina nella stanza, liberamente, si siede accanto a Pistillo, ormai attonito, fuori di sé. Egli alza la foglia. Ordina al tenente Radice di immergere l’elsa della sua spada nel cuore dell’idea appena partorita. Siamo impietriti, incapaci di ribellarci. Del resto i militari ci tengono d’occhio, con le armi puntate. Il soldato, riluttante, esegue l’ordine di Pistillo. Affonda l’arma. Ma l’idea ride e non muore. Non muore perché non si può ammazzare un’idea, sia essa buona o cattiva: lapalissiano! Pistillo invece si accascia. È finita la parabola dei suoi giorni a Florandia. L’idea ride sul suo cadavere simile ad un inerte pupazzo, ci saluta cortesemente ed esce dalla stanza. Si perde nel mondo. Anche noi usciamo. Abbiamo bisogno di respirare. Ogni parola ci sembra superflua. Silenzio per pochi significativi minuti. Cala il sipario. Applausi del pubblico.

Il finale è piaciuto.”

Tibbs ha ottenuto il successo, la riscoperta di sé, la rinascita delle proprie idee, ha preso consapevolezza dei propri limiti e delle proprie capacità, si è riappropriato della sua ispirazione, dei suoi ritmi temporali. In poche parole è tornato padrone della sua vita, ha ritrovato quell’identità che aveva smarrito nel corso di un’esistenza frettolosa e costruita su falsi principi, si è riscoperto uomo nella sua dimensione umana, insomma si è reinventato, ha trovato nuove motivazioni per andare avanti e cavalcare di nuovo la vita. Si è lasciato alle spalle l’abulia, la negatività, la morte psicologica e fisica procurata da un’esistenza anestetizzata, soverchiata dal male di vivere.

Tutto è bene ciò che finisce bene dunque…
Ma il lettore non ha il tempo di tirare il classico sospiro di sollievo che Maria Antonietta Pinna lo travolge piacevolmente con l’ultimo racconto che compone il volume di FIORI CIECHI: I Probobacter.
“L’evidenza scandalosa ed oscena dei nostri rifiuti sparsi dappertutto ci faceva male, non soltanto perché avevamo paura delle malattie o di qualche straordinaria e mortale epidemia, ma anche per una questione più metafisica e sottile. I rifiuti rappresentavano il nostro lato oscuro, quello che non deve essere visto né annusato dagli altri. Lo scarto era un inconscio sinonimo di cattiva coscienza. Finché riuscivamo a sotterrarlo, ad occultarlo da qualche parte, non ci pensavamo. Come cattivi domestici nascondevamo la polvere sotto il tappeto. Solo che ad un certo punto quella polvere vien fuori e ha l’effetto di una bomba. Bisognava trovare al più presto un rimedio…»”. Ecco servito, senza “infiocchettamenti” ma con crudo realismo, un tema scottante e quanto mai attuale come quello dell’inquinamento.

Oltremodo “gustosi” da leggere i paragrafi tragicamente ironici e volutamente beffardi con cui l’autrice inizia e porta avanti la storia familiare e professionale di colui che viene acclamato quale salvatore del mondo per aver geneticamente modificato un vile batterio comune e averlo trasformato in un Probobacter mangiatore di rifiuti, il quale, alla fine, si ritroverà insieme agli altri esseri viventi a rischio di estinzione incalzato dalla voracità della sua mostruosa creatura.

L’idiozia umana, la presunzione, la sete di gloria, di fama, di ricchezza, il delirio di onnipotenza, l’arroganza della scienza che vuole sostituirsi alla coscienza, la prevaricazione del limite dell’eticamente corretto e sostenibile sono ridicolizzati, esposti al pubblico ludibrio, messi alla berlina senza pietà né attenuanti.

La particolare vena creativa sarcastica, impertinente, pungente e canzonatoria è la classica “marcia in più” che consacra la Pinna quale autrice di qualità e la pone controcorrente, oltre i soliti, spesso noiosi, triti e ritriti, schemi letterari che oggi fanno tendenza.

Con la sua frusta avvolta nel velluto e la mano guantata Maria Antonietta Pinna “castigat ridendo mores” e con lucida razionalità, senza alzare la voce ma con energica determinazione, ammonisce severamente a ritrovare la strada maestra, l’armonia universale, i ritmi naturali e il rispetto di sé e del mondo che ci è stato temporaneamente affidato pena la disumanizzazione, la follia e il nulla.

FIORI CIECHI è dotato di una forte personalità, pari a quella della sua autrice e di un’indiscutibile originalità riscontrabile nella scelta dei protagonisti, degli argomenti, della morale esplicita ma non scontata. Un libro che oso definire per palati raffinati che non si accontentano solo di leggere ma che amano riflettere su ciò che un autore pone al vaglio della loro sensibilità letteraria

http://www.art-litteram.com/index.php?option=com_content&view=article&id=680%3Afiori-ciechi&catid=13%3Arecensionilibri&Itemid=22

Fiori ciechi, recensione di Giuliano Brenna (La Recherche)

fleurs ciechi

Due racconti, introdotti da inquietanti disegni di Carlo Farina, compongono questo volume scritto con leggiadra scorrevolezza dalla professoressa Pinna. I fiori menzionati nel titolo, aprono la narrazione, protagonisti ed abitanti esclusivi di un mondo dal quale ogni traccia animale è stata debellata. Soprattutto l’uomo è scomparso dalla Terra, mettendola così al sicuro dalle catastrofiche nefandezze umane. Ma, per dirla con Battiato, “il carattere umano si insinuò, e non sopportarono neppure la felicità”, così, preda di ambizioni e cattiveria tutte umane, i garofani cominciano a fare guerre. E sin qui assistiamo ad una metafora dell’umanità trasposta nel mondo floreale, sennonché il racconto vive un sussulto di genialità, e scopriamo che i fiori sono personaggi di uno spettacolo, solo uomini camuffati, ma ai quali l’autore non riesce a dare un finale, ed è così invitato, se non costretto, ad un viaggio dentro di sé per ritrovare la via della narrazione ed i fili che compongono la sua esistenza. In sé ritrova il mondo dei fiori coi quali entra in rapporto, sino al disvelamento di tutto il racconto in una frase: “Forse non hai afferrato il concetto. I miei fiori sono ciechi, capito? Ciechi di rabbia, di paura, cinici, arrivisti, mercanti, puttanieri, guerrafondai. Sono uomini travestiti da garofani! Voglio che la storia abbia un respiro moderno, irriverente e realistico, a dispetto dei protagonisti. Il pubblico deve avere l’illusione che stiamo mettendo in scena un messaggio, che non facciamo teatro per il gusto di fare teatro e basta, due risate e arrivederci alla prossima.” E l’autrice pare davvero non voler fare letteratura per il gusto di scrivere e basta, vuole dare un messaggio, mettere alla berlina il genere umano, ormai cieco, incapace di vedere quanto sta distruggendo intorno a sé, messaggio che ritornerà forte e vigoroso anche nel secondo racconto. La narrazione, dopo questo chiarimento, acquista un notevole spessore di sondaggio psicologico e filosofico, capace di abbracciare, nelle sue meditazioni, l’intera umanità, cercando di dare un senso a quanto accade e alla sempre più affannosa e spasmodica ricerca di un qualcosa che è sfuggente poiché già racchiuso dentro di noi.

Negli ultimi passaggi del racconto entra in scena, seppur celata, anche l’autrice stessa, e con lei – immagino – tutti gli scrittori, nel momento in cui si dibattono alla ricerca dell’Idea, tra difficoltà simili ad un parto, accuditi dalla Terra, dai miti, dalle leggende e da un proprio io che ci guarda dal di fuori: forse in qualche modo l’aiuto arriva da dentro, ma bisogna essere capaci di prendere una certa distanza da ciò che siamo per avere una visione più nitida.

Ritengo il racconto molto interessante, oltre che per i contenuti anche per il suo andamento ellittico, la storia inventata e la realtà si confondono, si compenetrano, si riallontanano per poi tornare a fondersi; una costruzione davvero encomiabile.

Il tema della Terra tradita, rientra prepotente nel secondo racconto dove si immagina un futuro, ahimè, neanche tanto lontano, in cui le città saranno sommerse dai rifiuti. L’unico modo per liberarsi di essi viene escogitato da uno scienziato, avviene attraverso la manipolazione di certi batteri capaci di distruggerli. Purtroppo, quando l’uomo si mette al posto del Creatore, dal dottor Frankestein in giù, da un iniziale successo riesce a fare un dramma. E così è, il creatore dei superbatteri è costretto a fuggire e affida i suoi ricordi alla cara vecchia bottiglia in mare. Il messaggio viene raccolto da quello che potrebbe essere l’autore del messaggio, a distanza di anni, in una sorta di loop duremattiano che dona una straordinaria ed implacabile vertigine al racconto.

Una raccolta snella e veloce da leggere che corre su una lingua trattata abilmente, i temi sono ampi ma trattati nella giusta misura, tra finzione e monito, una matrioska letteraria capace di celare sempre nuove sorprese. Se nel primo racconto l’approdo sicuro si trova celato dentro di noi, nel secondo, invece, il dramma che ci circonda è capace di giungere in una zona protetta seminandovi l’ombra della follia, e la soluzione forse, umilmente, è proprio quella di cercare e trovare una soluzione prima che sia troppo tardi.

Maria Antonietta Pinna: Mr. Yod e l’era lunare degli dei minori, recensione

copertina facciata yodMaria Antonietta Pinna “Mister Yod non può morire” (La Carmelina, 2012).

Per gli atei è quasi un Serial Killer… per mistici e gente comune (da sempre) un Vice Padre, l’illusione dell’eterno avvenire (Freud) o bisogno di devozione legittimo o persino indiscutibile. Per i fanatici il pretesto universale di ogni genocidio. Per i cibernetici il nostro insospettato Super Ingegnere cosmico e noi come dei giocattoli elettronici in un transfinito Video Game universale (il futurologo Nick Bostrom, tra serio e cinico faceto). Per Zarathustra, semplicemente morto…

Per qualche cineasta un più umano, troppo umano dio minore (Randa Haines e “ovviamente” non a caso… Mark Medoff.)

In quest’ultimo file relativamente recente, danza forse questo canovaccio letterario di M. A. Pinna, scrittrice dalla parola complessa e eretica, polifonica e multicolore, in un filo d’Arianna di fare scrittura che attinge intenzionalmente a certa grande antitradizione alla Ionesco o allo stesso Carmelo Bene.

E l’esito è un testo ammaliante, ironico, aperto per meme a una spirale di toccate e fughe di segni, sogni, simboli, ottovolante di evocazioni e espansioni, deliziosamente oltre (altrove) il narcisismo solipsista di molto teatro letterario contemporaneo, una parola qua s-oggettiva: nulla di neorealista obsoleto, nessuna velleitaria psicoletteratura, una interfaccia invece, scrittore (scrittrice) divenire della storia umana, analisi paradossale immaginale pulsionale sui dis-valori o la cosiddetta banalità della normalità, semmai anche, di profonda superficie wildiana, piacevolissima, scorrevole.

Un Dio minore protagonista depresso, frustrato dall’Immortalità, stanco di mondi e stelle, di atomi e creature umane o aliene.

Un Dio minore che domanda disperato aiuto a un campione casuale di umani, un metodo per…. suicidarsi…..

Alla fine, più o meno ci riesce e non ci riesce. Alla fine, gli umani per vie del caso e della necessità, nonostante proposte di metodi da cult movie di Serie B ( se non quasi talk show), suggeriscono e non suggeriscono la soluzione… letteralmente universale.

Gli umani come un minuetto libero di sonnambuli si scoprono, una specie unica, tutti parenti stretti.

Il Dio minore alla fine, quasi rimpiange, la sua reale/apparente dissoluzione, pur tanto desiderata: ribadisce il suo autentico sconcertante messaggio contemporaneo (che pure toglie il sonno dalla modernità a ogni scuola di filosofi perditempo e viziati – o banali paranoici intellettuali):

“Cari umani, mi avete rotto i … coglioni, arrangiatevi!”. Ma nessuna soluzione finale, teatrale, con scenografie alla Noè o Sodoma e Gomorra, figurarsi l’apocalisse nucleare.

Oppure, un segreto criptato più progressista e innovativo: “basta con la solitudine di astri infiniti, sono un bambino, giochiamo a big bang?”.

M.A. Pinna narra un affresco simultaneo e con cifra (a parte Bene) più europea (non solo Ionesco o Wilde) che italica-mediterranea: la fine degli Dei e del teatro e delle maschere pesanti: per una parola invece non banalmente liquida e minimale, ma immateriale e pulsionale, acqua leggera “atomica” per liberare i… 4 elementi, far parlare le nuove aurore dove un giorno gli umani magari giocheranno con gli dei sulla Terra in volo negli spazi sconosciuti.

Magari con una strana astronave a forma di scopa siderale, la nuova computer age di Lilith e l’umanità postlunare….

RobyGuerra

E poi muore…

26E poi muore

Da “crisopeie in tagli vivi”

Maria Antonietta Pinna

E poi muore

L’acneico bubbone del sole
esplode in orizzonti di coito col mare,
scandaloso cosmico sesso,
un obelisco con scene incise di vita fremente
infiocina il cielo guasto di pioggia d’aprile,
un dito infilza la fede
d’inebetite coscienze perse nei sessi recisi
di fiori e nell’eco tesa dell’organo.
Gli sposi d’ovile sublimano in promesse, rose
e teneri slanci da chiesa,
l’amplesso camuffato da amore.
Il sole intanto ride tra gli acquosi flutti
e poi muore.

Intervista di Giuseppe Iannozzi a Maria Antonietta Pinna

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Mister Yod non puo’ morire – Maria Antonietta Pinna

Maria Antonietta Pinna su Facebook:

http://www.facebook.com/mariaantonietta.pinna.7

Mister Yod non può morire – Maria Antonietta Pinna – Edizioni La Carmelina – ISBN: 978 88 96437 384 – Prima edizione: nov 2012 – pagine: 84 – prezzo: 10 Euro

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1. Mister Yod non può morire (Edizioni La Carmelina) è una pièce teatrale, ma è soprattutto fare Letteratura impegnando le dramatis personae sul palco dell’umana esistenza, mettendo a nudo spigolosità e drammaticità delle medesime. Yod è il principale protagonista del dramma letterario che tu, Maria Antonietta Pinna, metti al centro dei tre atti che compongono la tua pièce. Chi è Yahveh o più semplicemente Yod? Forse un dio oscuro, il dio di quel popolo che si autodefinì eletto e che scatenò ordalie contro i popoli nemici? O, più modestamente, oggi come oggi, un dio impotente?

Ho iniziato a scrivere la storia di Mister Yod pensando ad una pièce sull’incomunicabilità, e subito mi è venuto in mente Dio, forse l’entità con cui la parola “comunicazione” assume in modo speciale un valore metafisico e monodirezionale. Volevo un Dio tutto umano, con esigenze terrene, afflitto da cronica stanchezza, aspirante ad un suicidio liberatorio, vittima e carnefice insieme, più che impotente, un vero e proprio non-sense, creato ad immagine e somiglianza dell’uomo, esattamente come il dio del popolo eletto, ma privo del terribile potere veterotestamentario. Yod è la divina personificazione dell’assurdo, un dio che si ribella al suo creatore, perciò decide arbitrariamente, da un giorno all’altro, di morire, sovvertendo le regole del gioco. Questo Dio è un tassello fuori posto che scompiglia la rigidità cristallizzata delle regole attraverso una riflessione su se stesso ed il mondo. La morte del dio, presente in tutte le cosmogonie che si rispettino, in questo caso è come un pretesto, il motivo occasionale dal quale prende l’avvio il viaggio di Yod nei vari atti della tragicommedia. Yod ha una fisicità che ricorda un po’ Zeus oppure il Dio cristiano dei calendari business, statura imponente, lunga barba bianca compresa nel prezzo e tunica lunga fino ai piedi. Tuttavia, nonostante le apparenze, è anche profondamente umano, troppo umano, come direbbe Nietzsche. Ha moglie, un figlio sposato, una madre sorda, un cugino, un’amante. Una famiglia litigiosa che da inizio alla vicenda con un dialogo tra il drammatico e l’ilare, basato su situazioni paradossali e su battute ad incastro che dovrebbero procurare nello spettatore un misto contraddittorio di divertente tristezza.

2. Credo non si possa parlare di Mister Yod non può morire come il tentativo di portare in scena un vero e proprio dio; Yod è una persona debole e annoiata, nonostante si professi immortale. Yod ha deciso di “farla finita”, anche con le idiozie della sua famiglia, che, ahinoi, non è neanche più in grado di riconoscere sé stessa.

Se avessimo due teste il nostro dio probabilmente avrebbe due teste, se avessimo dieci dita in ogni mano, rappresenteremmo la divinità con le nostre stesse dita, idem se avessimo tre occhi, etc. In fondo non esiste un vero e proprio Dio. Esso è soltanto il riflesso delle paure, delle debolezze e delle caratteristiche umane. Quando gli uomini scoprirono che il maschio partecipava alla generazione, scalzarono l’antica Madre Terra, sostituendola con un dio fallico, confacente alle loro esigenze di dominazione della femmina. Il maschio ha costruito delle favole per far credere al popolo che fosse in grado perfino di partorire, esattamente come le femmine. Dio maschio crea Adamo (maschio), da una costola di Adamo nasce Eva. La donna generata dall’uomo. La costola che sostituisce l’utero in modo che il primato sociale dell’uomo venga confermato dalla religione. Dio è soltanto un misero specchio. Comunicare con se stessi è difficile, per questo i familiari non si conoscono e inscenano un dialogo assurdo per poi arrivare ad una agnizione finale che è puramente simbolica.

3. Mister Yod non può morire è il tentativo, molto ben riuscito, di un teatro votato all’avanguardia, che propone non pochi temi filosofici attraverso una forma dialogica. Mi par di ravvisare che Yod sia affetto da una malattia incurabile, quella dell’eterno ritorno (nietzschiano): “In un sistema finito, con un tempo infinito, ogni combinazione può ripetersi infinite volte”. Yod è vittima del “serpente nero”, dell’Uroboro. Maria Antonietta Pinna, quali sono gli autori teatrali e non, che hanno maggiormente contribuito a formare la tua visione della natura di cose e persone, e, soprattutto, perché?

Ionesco è sicuramente uno dei miei autori preferiti perché amo l’assurdo e l’onirismo non fini a se stessi ma razionalizzati in vista dell’ottenimento di un fine preciso: comunicazione di sensi che superino il comune buon senso. Il primo atto di Mister Yod non può morire è quasi un omaggio al tentativo di dire la verità attraverso la messa in scena di un incubo estraniante. Perché in fondo la letteratura è questo, raccontare favole che mettano in luce problemi veri, filosofici e sociali. La noia di Yod è anche una noia ciclica ed universale, alla quale il Dio vuole sfuggire in nome di un ribaltamento: separare l’inizio dalla fine, inseguendo una morte di matrice nietzschiana che lo fa riflettere su temi come alienazione, incomunicabilità, indifferenza, politica, eccessi della moda, sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Inizia così un viaggio che lo porta in contatto con diversi personaggi fino ad arrivare all’esplorazione della psiche che avviene metaforicamente dentro il ventre di un leviatano, la cui fine per mano dei giapponesi (e qui si allude alla strage delle balene), segna in un certo senso la perdita di una parte di se stessi, di quel mondo interiore in cui si riescono a scorgere immagini forti. Neppure un dio può rimanere indifferente perché sono le voci della fame e della paura, le voci di un’umanità sfruttata e spesso dimenticata negli angoli bui della propria coscienza, come un pensiero inutile, da rimuovere, come la propria voce da dimenticare.

4. Mister Yod non può morire è un dramma: sociale, di un dio creatore o piuttosto di un singolo individuo però non diverso dalla moltitudine?

Ho preso il concetto di Dio che sta su in cielo e l’ho trascinato sulla terra rendendolo uomo, sicché il mio buon Yod è Dio ma come specchio è anche uomo. La sua doppia natura mi ha permesso di sviluppare temi intimistici di matrice familiare ma anche pensieri filosofici sulla ciclicità dell’essere a cui lo stesso Dio vuole ribellarsi. Il suo posto è quello di ascoltare tutti, prevedendo ogni cosa, senza mistero, senza sorprese. Ma il poveretto si annoia. Il fatto di sapere tutto lo sfianca, l’immortalità lo stressa, portandolo a maturare l’esigenza del suicidio, sintomo di un forte esaurimento nervoso che è proprio dell’individuo (Dio svuotato di senso) ma anche della collettività (società squilibrata, depauperata di valori). In un certo senso Yod è un anarchico, uno che non sa stare al posto che gli è stato assegnato dalla tradizione, dal suo creatore, l’uomo. In questo mio lavoro tutto è ribaltato. Non è la storia di un Dio che crea, ma al contrario, la storia di un Dio creato dall’uomo che cerca se stesso, non accontentandosi del ruolo che gli è stato dato. Mister Yod non può morire e invece muore, ha un corpo come ho detto prima, e poi non ce l’ha più. Ricorda a Paracelso che non ha sangue, né capelli, né unghie, né mani, né ciglia, né occhi, né labbra, né naso. Il re è nudo e a contatto con la scienza si rivela per quello che è, niente, un’invenzione.

5. Yod è stanco, vorrebbe morire in pace. Cerca di farsi amica la morte, chiede a chi la conosce di presentargliela. Tutti hanno però orrore della Nera Signora. Yod, nel terzo e ultimo atto, incontra due personaggi, Don Abbondio e un Uomo qualunque. Chi o cosa rappresentano questi due personaggi nel tuo Mister Yod non può morire?

Dopo l’incontro con Paracelso l’Yod-uomo, si carica di un nuovo significato, il niente. Avevo dunque bisogno di un personaggio che rendesse perfettamente l’idea del vuoto in stridente contrasto con la morte che è poi la fine del tutto e del niente, concetti rimestati nel laboratorio dell’alchimista. E ho pensato a un Don Abbondio. Yod gli chiede la via che potrebbe esaudire i suoi desideri di Dio ribelle. Ma il prete è un conformista e dichiara di non conoscere nessuna via tranne quella della scriminatura dei capelli, per cui consiglia al Dio di rassegnarsi. Sarà invece l’Uomo Qualunque a svelare a Yod la strada, attraverso una metafora della non esistenza. Siccome Yod in realtà non esiste, è proprio cercandosi che potrà morire, dato che prenderà coscienza di se stesso ossia della propria non esistenza. Don Abbondio è il conformismo, l’Uomo Qualunque è la lucida ragione.

6. Non è stato dio a creare gli uomini bensì gli uomini a creare dio per fargli carico delle loro proprie colpe. E’ forse questo uno dei possibili messaggi che la tua pièce porta al lettore?

Sì, come ho detto prima, i ruoli si ribaltano. L’uomo crea Dio, per questo sarà sempre un uomo a rivelargli il segreto della morte e della vita, spingendolo verso un viaggio perinatale in un leviatano-utero colmo di contraddizioni. Le viscere in cui il Dio si immerge sono un bagno di ricerca del sé che travolgerà la sua certezza di esistere e gli farà aprire gli occhi sul fatto che l’uomo creandolo gli ha dato un’esistenza fittizia. Un personaggio che crede di esistere e poi si accorge della falsità della sua stessa essenza.

7. Possiamo considerare Mister Yod non può morire anche come un atto di accusa contro la dilagante ipocrisia della religione?

Certamente sì, più che un j’accuse, una riflessione sul valore della ragione la cui lucidità si oppone decisamente ai falsi miti. La religione vende caramelle al sapore di cielo e d’oblio che ci fanno scordare l’esigenza di sapere, indottrinandoci verso il recinto della non riflessione e l’ovile della rassegnazione, giocando sulla paura dell’inferno. Per questo forse i credenti si chiamano pecorelle del Signore. Le pecore non sono note per la loro intelligenza.

8. Don Abbondio, emblematico prototipo di un clero peritoso e tutt’altro che umile, suggerisce a Yod che “Va bene l’amore, ma non si può amare la morte” perché “è contro la logica!”. La morte fisica, ieri come oggi, è ancora un tabù; parlarne e parlarne in pubblico fa paura, e poco importa (alla società) che si faccia appello alla ragione. La gente, di gran lunga, preferisce credere a quel clero che, con oscure metafore, assicura all’umanità che un aldilà esiste e che lo spirito è immortale. Alla fine, Yod trova sulla sua strada un Uomo qualunque che lo sprona con queste parole: “Vai che non cadi, dicci cosa vedi, parla, guarda se ci sei”. Yod obbedisce. Guarda dentro sé stesso e, alla fine, ha paura. Ha paura di quello che scopre. E’ dunque vero che conoscere la verità è poco conveniente?

La morte nella nostra società è un grande business, una macchina per fare soldi. La religione si basa su un meccanismo semplice ma efficace, un po’ come i pacchi napoletani con il controfiocco. Vendere un’illusione. Comprare un sogno. Morire è terribile. Chiunque ha paura. Perfino quello Yod che ha una natura profondamente umana. Egli è terrorizzato dal suo desiderio iniziale nel momento in cui si accorge che si sta realizzando, vorrebbe tornare indietro. La favola del Paradiso è gradevole, aiuta a vivere meglio. Niente è più dolce di una bugia piacevole per chi la sente, conveniente per chi la professa. Ai tempi di Bonifacio VIII, quando si vendevano le indulgenze, c’era un motto che suonava più o meno così: “quando il soldin cade nella cassetta l’anima sale in cielo benedetta”. Attualissimo direi.

9. In che condizioni versa oggi il teatro italiano? Ho netta l’impressione che oggi si scrivano opere teatrali per lo più destinate a un pubblico di soli lettori, e che sempre più di rado le opere scritte vengano rappresentate in teatro. A tuo avviso, c’è forse in atto una crisi? E se sì, di chi è la colpa?

C’è stato un periodo in cui scrivevo recensioni di spettacoli teatrali per un giornale di approfondimento culturale: Vespertilla. In media su dieci spettacoli visti 8 erano davvero deludenti e non perché gli attori non fossero bravi, tutt’altro. Erano i testi che facevano acqua da tutte le parti, con dialoghi scialbi e spesso anche errori macroscopici nell’elaborazione della trama. Il teatro è un circolo chiuso. Spesso a scrivere i testi abborracciati sono gli stessi attori con scarse qualità drammaturgiche. Pochissimi fanno sperimentalità. Ci sono teatri che ancora rappresentano a Roma rimpasti di gialli di Agatha Christie, con dialoghi inutili e trame ricalcate, senza verve. Se mi presentassi con il mio testo, senza conoscere nessuno, quante possibilità avrei di vederlo rappresentato? Risposta zero spaccato. Siamo in Italia. E come diceva Totò: “ho detto tutto”.

10. Maria Antonietta Pinna, quali sono i tuoi futuri progetti?

E’ appena uscito il mio libro di poesie “Lo strazio”, con Marco Saya Editore, un neo-editore coraggioso, oltre che un artista. Ho scritto due romanzi dopo “Fiori ciechi”, che si aggirano sempre nei versanti dell’oltrerealtà. Ho anche terminato la raccolta di poesie “Ultrafanica” e sto lavorando ad un’altra raccolta in questo momento. Lavoro sempre, comunque vada. Spero altresì di pubblicare il mio saggio di stregoneria, taglio storico, e gli altri lavori teatrali che ho scritto. Scrivere è per me un divertimento. Le poesie inoltre vengono da sole, così, come per magia. Impossibile far finta di niente. Devo mettere nero su bianco. Se son rose fioriranno…

Intervista a M.A. Pinna su destrutturalismo e altro…

PIETRA SOSPESAIntervista a M.A. Pinna, curatrice del sito-blog omonimo, portavoce del Gruppo Destrutturalista attivo a Roma Capitale

D- Un nuovo sito blog lanciato nell’oceano del web, culturale puro.. come è nato?

Il blog nasce dall’esigenza di comunicare secondo chiavi non referenziali, non autoreferenziali, segnalando eventi, storture e soprattutto nuovi ritmi letterari sicuramente lontani, sia nella poesia che nella narrativa, da certa produzione sentimentale ma sostanzialmente vuota di senso, che affolla gli scaffali delle librerie. Alcuni degli articoli presenti nel blog sono stati “rifiutati” da altre piattaforme, perché ritenuti “scomodi” oppure contrari alle idee incrostate e fuligginose di certi intellettuali di matrice cattolica.

Il dubbio è il perno su cui ruotano gli articoli e gli interventi del nostro blog. Ovviamente l’esercizio del dubbio, specie se applicato a concetti sedimentati nel tempo, e accettati senza riflessione, secondo la logica dell’è così e basta, può risultare indigesto. Non facciamo propaganda politica, tanto più che le collaborazioni sono piuttosto eterogenee da questo punto di vista. L’apoliticità dello spazio, la convinzione che ci si possa interrogare su tutto, anche su miti preconfezionati che la politica ha spesso sfruttato, la necessaria e indipendente capacità di pensare e di farlo senza seguire sentieri già tracciati, questo è in sintesi lo spirito del blog. C’è poi un’allergia di fondo al banale, ad un tipo di scrittura fatta per non ragionare, nell’ottica del popolo pecora.

D- Destrutturalisti? Di matrice psicanalitica e certo immaginario alto… uno schiaffo freddo… alla parola e al senso comuni?

L’uso della parola Destrutturalismo, è ispirata al bambino curioso, che fin dall’infanzia non si accontenta di guardare il giocattolo ma vuole aprirlo, smontarlo, vedere cosa c’è sotto, osservare gli ingranaggi sotto la lucida vernice. Un’operazione non semplice, perché non si tratta di demolire l’oggetto ma di capirne il funzionamento e le motivazioni che spingono certe ruote a girare in una certa, direzione piuttosto che in un’altra. Occorre non essere imprecisi, non banalizzare, non dare niente per scontato, smontare ogni pezzo con serietà scientifica, provandone la funzione, prima di sentenziare, perché l’intuizione non basta. Occorrono prove. Naturalmente la demolizione completa del giocattolo non deve risolversi in un naufragio dell’idea ma nella sua ricomposizione stessa, secondo criteri di libertà ed onestà intellettuale, in modo che il giocattolo ne risulti migliorato. Niente moralismi, niente piaggerie, niente recensioni di “amici” soltanto perché sono “amici”. Il comune buon senso che suggerisce di creare una rete di relazioni e di finte recensioni per arrivare alla pubblicazione con un editore X amico a sua volta del recensito, verrà costantemente ignorato. Il sottotitolo del blog contiene la parola “oltrerealtà”. Non è stata inserita a caso. Penso che lo scopo sia quello di raccontare la verità attraverso l’immaginazione dell’arte che trascendendo il reale, paradossalmente lo descrive, come se lo vedesse dall’alto.

D- Anche da certa poetica sperimentale certo vostro “dna”?

Oggi nessuno o quasi ha voglia di sperimentare. La sperimentazione letteraria è sempre un rischio, perché “il nuovo” è percepito da molti editor come “stranezza”. Luigi Bernardi, ad esempio, che tempo fa, ha letto un mio lavoro, “Fiori ciechi”, poi pubblicato con Annulli editori, mi ha risposto che sicuramente era scritto bene, ma che sinceramente “non aveva capito niente”. Poi ci sono le assurdità. Faust edizioni ha pubblicato una specie di polpettone stile Harmony a firma Annalisa Conti, racconti scritti coi piedi per gente che ragiona coi piedi. Sembra che i raccontini abbiano superato Lili Gruber nella classifica delle vendite nella “sezione saggistica”. Eppure si tratta di racconti dallo stile stentato e farraginoso, che niente hanno a che fare con la “saggistica”. La confusione è tanta. L’avidità di vendere non permette di distinguere il vero dal falso. Lo stesso Faust edizioni mi ha offerto la pubblicazione di un e-book, che ho rifiutato, perché “di fare cartaceo non se la sente, in quanto la gente deve capire subito quello che scrivi, cose semplici, immediate, non deve pensare troppo, rompersi la testa a riflettere”. Ecco la parola d’ordine della cattiva letteratura o del raccontino rosa spacciato per “saggio”: “non pensare”, un imperativo categorico che soltanto in pochi ignorano. Questo accade perché cinema e letteratura in Italia, sono legati a schemi mentali primitivi stile compartimento stagno. Film impegnato, dunque iper-realistico, quasi documentaristico, oppure commedia, stile leggero, sentimentale, al limite del demenziale stile “Amiche da morire”. Femminismo spiccio che contraddice se stesso, intriso di luoghi comuni tipicamente maschili. Se si immerge la commedia rosa confetto che più rosa non si può in un teatro di guerra, la si definisce pomposamente “film storico” o commedia “impegnata”. L’unico impegno in realtà è quello dello spettatore per cercare di non dormire durante la lettura del libro o la proiezione del film. Si tratta per lo più di operazioni commerciali che acchiappano una fetta di pubblico a cui non piace la profondità. Ci sono ovviamente le eccezioni. Ad esempio l’ultimo film di Tornatore, “La migliore offerta”, è una pellicola splendida, molto coinvolgente. E ci sono poeti contemporanei che pubblicano con piccoli editori free da non sottovalutare. Segnalo la collana “Poesia oggi”, di Marco Saya Editore con cui ho pubblicato anche una mia raccolta, “Lo strazio”, un genere di poesia non convenzionale, lontana dagli schemi idilliaci in cui i ritmi poetici sono spesso imbrigliati.

D- Dal postmoderno al Netmoderno? Schematizzando: oltre la società liquida per una marea almeno argentata come la Luna?…

La luna come matrice di mistero e Madre cosmica che segna il passaggio dalla vita alla morte, potrebbe essere un simbolo indicato per un blog che si colloca in opposizione al “comune buon senso” cristallizzato della tradizione. Più che di postmoderno e netmoderno parlerei più semplicemente dell’esercizio razionale del dubbio in avanscoperta, nell’assoluta ed incondizionata indipendenza di giudizio, senza essere accecati dalla prepotenza del sole o dalla cecità delle tenebre. Molti articoli poi viaggiano nell’inconscio, nell’interiorità, come “La strada scabra” di Mario Lozzi, che stiamo pubblicando a puntate, alla ricerca di cosmogonie ed archetipi che spiegano e giustificano in parte certe tradizioni attuali puramente riciclate e spesso spacciate per originali da una religione ultramisogina, dalla storia ufficiale e da tanti finti miti consolidati e difficili da superare.

http://www.eccolanotiziaquotidiana.it/roma-2-0-destrutturalismo-e-altro-intervista/

Mister Yod non può morire, recensito da Nefti

copertina facciata yodMister Yod non può morire (Maria Antonietta Pinna)

http://www.liberaillibro.com/mister-yod-non-puo-morire-maria-antonietta-pinna/

E se un giorno il Padreterno si stancasse di vivere e provasse il desiderio di morire? Di condividere, quindi, il medesimo destino di quell’umanità che lui avrebbe creato “a sua immagine e somiglianza?” Con un ragionamento, che un matematico definirebbe per assurdo ma che in realtà è assolutamente razionale, dal tono ironico e per alcuni versi anche comico, tale situazione l’ha ricreata la promettente autrice Maria Antonietta Pinna nelle pagine del testo teatrale che porta la sua firma: MISTER YOD NON PUO’ MORIRE. “Vi ho convocato qui per dirvi che ho preso una decisione… Non è facile per me dirvi quello che sto per dirvi, sempre che riesca a dirvelo… Non mi ricordo più quanti anni ho, sono stufo. Yod di qua, Yod di la, Yod fai questo, fai quest’altro, chi mi cerca a destra, chi a sinistra, appelli, richieste, suppliche! Basta faxarmi, telefonarmi, scrivermi, citofonarmi, basta pubblicità! Sono stufo! Fuori servizio, chiaro? E non mi riferisco solo a voi ma a tutti gli altri, a tutti! Quello che nessuno ha capito è che voglio essere lasciato in pace. In una parola aggiustatevi! Ne ho le tasche piene!” Nei tre atti in cui è suddivisa la sceneggiatura assistiamo proprio al maturare del proposito da parte di Dio di farla finita, di essere “falciato” dalla Nera Signora, dalla ricerca quasi disperata dei mezzi con cui attuare l’insano progetto ed infine, quasi a tempo scaduto, il drammatico ripensamento. MISTER YOD NON PUO’ MORIRE è un testo scritto in modo interessante e attuale la cui logica ineccepibile mette in discussione certezze sedimentate ormai da secoli. E un’autrice così dotata, Maria Antonietta Pinna, da essere riuscita a far calzare perfettamente e senza strappi la razionalità umana a quella divina del supremo ispiratore delle tre più grandi religioni monoteiste attuali. La narrazione ha una costruzione strategica con richiami ad argomentazioni teologico/filosofiche e i personaggi selezionati per accompagnare, nei tre atti, lo sviluppo dell’autodistruzione portata avanti da Dio, sono, per il simbolismo che racchiudono, come le guide scelte da Dante per la sua commedia. Ed anche il lavoro di Maria Antonietta Pinna potrebbe essere proprio una “Divina Tragedia” avendo le caratteristiche di un dramma teatrale vero e proprio. Il “deus ex machina” della questione sarà proprio l’uomo comune che riuscendo là dove Paracelso e Don Abbondio hanno fallito, si proporrà quale alter ego a Yod/Dio e con la sua logica razionale, semplice e disarmante, sintesi di quella eterna -molto più complicata perché costituita dall’essenza originaria dei concetti stessi- lo porterà a rivedere i funerei propositi. Quando nel primo atto, Mister Yod tenta di mettere al corrente la sua assurda famiglia sulla decisione presa, e assistiamo a dialoghi insensati, monologhi senza capo né coda, rinfacci e accuse meschine, la prima sensazione, “a pelle”, che ci assale è di ansia, impotenza, con un forte senso di soffocamento e irrimediabilità per una situazione talmente deteriorata da essere, ormai, fuori controllo. È il problema dell’incapacità di comunicare che, presentandosi sulla scena quasi in sordina, assume via via contorni netti e definiti fino a risaltare chiaro in tutta la sua drammaticità. La difficoltà di rapportarsi l’un l’altro, di costruire serie e proficue relazioni sociali non è solo una questione di “salto generazionale” in quanto, se è vero che esiste tra generazioni diverse, è innegabile, che sussiste anche tra i vari sessi più o meno coetanei o tra familiari che condividono lo stesso tetto. La depressione, l’apatia, l’ipocondria, il rinchiudersi in un mondo proprio, il non riconoscersi anche se si sono condivisi sentimenti profondi quale l’amore materno o quello coniugale, altro non sono che manifestazioni del “male di vivere”, tematica nota e conosciuta benissimo dalla società contemporanea. Ben presto, un ormai amareggiato Mister Yod si accorge che a nulla serve abbandonare lo snaturato “nido” familiare e cercare di ritrovare il proprio io, la propria individualità, le caratteristiche della propria personalità, tra le formule segrete, gli alambicchi o i simbolismi esoterici del laboratorio medico di Paracelso, come accade nel secondo atto. Stanco e disilluso il Nostro Protagonista cerca, nella terza parte, il conforto della religione impersonata suo malgrado, dal misero e codardo Don Abbondio. Errore madornale di valutazione da parte dell’Eterno, perché persino nella dottrina che dovrebbe essere sua diretta emanazione, non riconosce nessuna qualità, tantomeno si capacita di dover accettare bovinamente, solo “per fede”, come vorrebbe il rappresentante della Chiesa, concetti che suonano ipocriti, falsi e banali persino alle Sue divine orecchie. L’unico merito da ascrivere al pavido Don Abbondio è quello di aver messo l’immenso Mister Yod davanti al suo umile ritratto: l’uomo. L’Uomo Qualunque, quello che si incontra tutti i giorni per strada e di cui non resta memoria, “polvere alla polvere”. Dio vi si rispecchia ma ciò che l’uomo -creato dall’Onnipotente e, mini creatore a sua volta, del mito di un Dio artefice della sua creazione- gli mostra, lo sconvolge ancora di più. L’uomo qualunque, senza tanti complimenti, lo mette davanti al fatto compiuto: latente, all’interno della Sua eterna coscienza c’è il male. Quindi se da Lui tutto è stato creato e tutto torna, anche a Lui che è Il Bene è da imputare la creazione della sofferenza, del dolore, delle iniquità, della negazione della vita per eccellenza: la guerra. L’amara presa di coscienza, come un tarlo, inizia a divorare Yod dall’interno, ad acuire la sua crisi esistenziale, ad intaccare la sua immortalità e quindi ad avvicinarlo a quella dipartita, così a lungo agognata, indifeso, come tutte le altre Sue creature. Più Dio riflette sul senso della morte, più essa si rafforza e si prepara a ghermirlo, più il sibilo della falce si avvicina, più Yod ci ripensa e non vuole morire. Ora che la sua mente super razionale è in comunione con quella degli uomini, si confonde, si perde nell’incapacità di comprendere perché la vita debba finire. Anzi perché l’esistenza debba essere un lungo cammino di espiazione verso il nulla della morte dove persino lui stesso, essenza creatrice per eccellenza, viene dimenticato, annullato dalla potenza del non essere… “…ma adesso che sono debole, vecchio, stanco, ammalato, solo, ridotto ad un’idea dimenticata nel fondo d’ottuse coscienze, non voglio più morire, non so perché, ma non voglio, io che sapevo, che potevo tutto, non voglio, non voglio, non voglio morire… (Si accascia al suolo mentre la sua voce diventa il gorgoglio d’un agonizzante).” SIPARIO!
Recensito da nefti

Autore: Maria Antonietta Pinna

Genere: Sceneggiatura teatrale

Perchè leggerlo?
Perchè è una sceneggiatura ironica ed intelligente che tratta del “male di vivere”

Perchè non leggerlo?
Se non si vuole riflettere sui problemi della società attuale e sulla mancanza di comunicazione

Ti piace se…
vederlo rappresentato a teatro

Il pregio principale
la frizzantezza della scrittura dell’autrice

Il difetto principale
nessuno

Una frase significativa
“Vi ho convocato qui per dirvi che ho preso una decisione… Non è facile per me dirvi quello che sto per dirvi, sempre che riesca a dirvelo… Non mi ricordo più quanti anni ho, sono stufo. Yod di qua, Yod di la, Yod fai questo, fai quest’altro, chi mi cerca a destra, chi a sinistra, appelli, richieste, suppliche! Basta faxarmi, telefonarmi, scrivermi, citofonarmi, basta pubblicità! Sono stufo! Fuori servizio, chiaro? E non mi riferisco solo a voi ma a tutti gli altri, a tutti! Quello che nessuno ha capito è che voglio essere lasciato in pace. In una parola aggiustatevi! Ne ho le tasche piene!”

E la porta ululava come iena

dalì 2

E la porta ululava come iena

Maria Antonietta Pinna

da “Crisopeie in tagli vivi”

E la porta ululava come iena,
sui cardini torti del tuo cuore
dalla consistenza di falena,
sull’incostanza della tua lingua
aliena di cometa erodi cielo.
In transitorio assetto di falco pellegrino
sopra una rupe vaga di bugie
madreperlacee, prendi la mira e voli,
con l’artiglio lanceolato afferri chiome di luna piena
e cocci d’anime impreviste
dentro le spoglie vampiresche della notte
cieca che ingurgita pensieri
e la mia carne di pietra sublimata.
Eppure l’intorbidata deiezione del tuo sguardo
non ha speranze di rapirmi l’ombra,
potrebbe perdersi piuttosto
nel mio oceano mare
e scordarsi la strada
per tornare,
abbarbicato ad un canto di sirena
che vede le tue labbra sanguinare
tra pesci palla ed urli di cometa.