Il libro di sabbia di Jorge Luis Borges

Il libro di sabbia - Jorge Luis Borges

http://controcomunebuonsenso.blogspot.it/2013/02/sei-proprio-sicuro-di-stare-per-morire.html

“Sei proprio sicuro di stare per morire?”.
“Sì” rispose. “Sento una specie di dolcezza e di sollievo che non avevo mai provato. Non so come spiegarti. Tutte le parole richiedono un’esperienza condivisa. Perché sembri così irritato da quello che ti dico?”. “Perché ci somigliamo troppo. Detesto la tua faccia che sembra la mia caricatura, detesto la tua voce, che fa il verso alla mia, detesto la tua sintassi patetica, che è la mia”.
“Anche io” ribattè lui. “Per questo ho deciso di suicidarmi”.

Con autori del calibro di Borges capita di avere uno strano timore reverenziale nel momento in cui ci si accinge a recensirlo. Perché le recensioni son fatte di parole e ho un brutto rapporto con esse quando mi paiono insufficienti, quasi inadatte, a parlare di autori di tale mole che paiono non stare comodamente entro i ristretti confini di una recensione. Il libro di sabbia è una raccolta di racconti con la quale lo scrittore argentino ci catapulta, in universi nuovi, contorti e vertiginosi. Lasciate ogni linearità O voi che leggete. Sono racconti che non si limitano ad esser letti, ma che ci fanno precipitare, senza paracadute in architetture fantastiche impeccabili. Sono presenti i temi cari a Borges: l’infinito, gli specchi, le tigri. E un ruolo di primo piano è occupato dal tema del doppio. Nel primo racconto, che apre la raccolta, un Borges anziano incontra, in una panchina, un Borges ventenne. È proprio lì, in quell’atmosfera intrisa di una densa nebbia, quasi tangibile, che il piano del reale si fonde e si confonde con quello onirico. Il tema del doppio – non è un caso il richiamo a Il sosia di Dostoevskij – regala quasi un senso di smarrimento facendo venir meno quella presunta onnipotenza – tutta umana – che deriva dalla convinzione di crederci unici, inimitabili, ineguagliabili. Si sacrifica l’individualismo in nome di un sogno, che forse, però, non è un sogno. O forse sì. Altro tema affrontato è quello dell’infinito – nel racconto che dà il titolo alla raccolta e nel bellissimo racconto “Tigri blu” – che riesce a produrre, nel lettore, un senso profondo di angoscia riuscendo a farlo entrare in un vortice senza uscita. Siamo così abituati a schematizzare tutto, siamo abituati alla sequenza inizio-svolgimento-fine che tutto ciò che è infinito e, allo stesso tempo, inspiegabile razionalmente è in grado di turbarci, di farci smarrire. Non mancano, al solito, i riferimenti filosofici, le citazioni dotte senza alcuna pedanteria, sia chiaro. Insomma, in qualche modo, si ritrovano le stesse atmosfere de l’Aleph anche se meno geometricamente costruite.

Sonia Argiolas

Annunci

Aleister Crowley e il dio occulto

crowley

Aleister Crowley nasce il 12 ottobre 1875 a Leamington, cittadina della contea del Warwickshire, in Inghilterra. Figura ambigua, esperto di arti occulte. Fu anche alpinista, artista, poeta. Allevato in una famiglia fortemente religiosa, dopo la morte del padre a causa di un cancro alla lingua, cominciò a sviluppare una visione del mondo lontana dalla fede cristiana.
Nel 1920 prese in affitto una villa a Cefalù per praticare riti, creando l’Abbazia di Thelema e l’O.T.O, corpo di iniziati operanti per far rivivere la tradizione magica attraverso pratiche di magia sessuale.
Così “l’uomo più cattivo che sia mai esistito”, assunse il nome della Bestia 666 con relativo simbolo ma non si definì mai satanista, anzi mise in dubbio la stessa esistenza del diavolo. Eppure nel Quinto Grado dell’O.T.O. (Ordo templi orientis) sostituì il rito tradizionale con un simbolico rinnegamento del Cristianesimo storico, attraverso un rituale che includeva la crocifissione di un rospo battezzato nel nome di Gesù.
I riti accompagnati dai vari ornamenti simbolici, diventano per Crowley pretesto per estrinsecare senza restrizioni la sua bisessualità, la morbosa attrazione per il putrescente, gli escrementi, l’orrido. La conoscenza esoterica è rifugio istituzionalizzato con la creazione di una setta organizzata, per dar sfogo al “fai ciò che vuoi”, in un’assenza di regole e sfrenatezze mascherata dalle regole del rituale.
Crowley aveva bisogno di elaborare un sistema per poter vivere senza regole. Tant’è che condannava molte pratiche sessuali da lui stesso praticate, se realizzate al di fuori del contesto magico. Il potere santificante della magia gli consentiva di compiere atti sessuali che in un contesto normale gli avrebbero procurato forti sensi di colpa. Il mago, per mantenere l’omeostasi dell’io ebbe bisogno di creare una nicchia autodifensiva nella quale poteva far agire la sua volontà ed il suo piacere individuale in nome della sapienza, della conoscenza cosmica e delle operazioni occulte del serpente di fuoco o kundalini, identificato anche con la Donna Scarlatta. Kenneth Grant, dopo la morte di Crowley assunse la guida dell’O.T.O. Descrive, naturalmente dal suo punto di vista perfettamente opinabile, la magia del Thelema in un libro la cui lettura si rivela comunque interessante: “Aleister Crowley e il Dio occulto”.
Il testo, al di là delle intenzioni dell’autore, dimostra in modo inequivocabile che La Bestia fosse un profondo conoscitore di occultismo, numerologia, magia egizia, simbologia, che fosse anche artista non disprezzabile. Grant tuttavia non può certamente dissipare certe ombre. Crowley ricerca l’ultrafisico e intanto si abbandona alla fisicità, fa abbondante uso di sostanze stupefacenti fino alla morte, sfrutta l’elemento femminile nei propri riti senza preoccuparsi se le donne utilizzate allo scopo avessero una sufficiente stabilità mentale. Si produssero in molte di esse casi di “straniamento” dovuto al contatto con una materia così “pericolosa”.
Il sentiero della mano Sinistra, diventa così percorso che egli attraversa per cauterizzare le falle della sua disturbata personalità, destinata a conservare un tono ambiguo fino alla fine.
Molto più chiari gli intenti di LaVey che ebbe contatti con Crowley ma si distaccò dal movimento dello stesso. LaVey dichiarò apertamente di essere satanista e celebrò il culto dell’individuo attraverso la Chiesa di Satana e la sua Bibbia.
La Bestia fu abile manipolatore anche e sopratutto della sua mente. In un’operazione tesa a mantenere l’equilibrio del Se, ritualizza le sue inclinazioni, dando loro attraverso il sigillo del rito, una giustificazione accettabile,in modo da evitare la nevrosi. La sua attrazione per l’orrido e i materiali di scarto come gli escrementi, e i fluidi mensili della donna, denuncia un’infantile volontà di autoaffermazione.
L’uso di una simbologia e di un linguaggio esoterico complicato di simboli astrali, fallici, femminili, di formule collegate ad antiche leggende, la volontà di dominare il sogno, l’idea del contatto con entità extraterrestri, nascondevano le ossessioni del mago. L’uso di oppiacei e cocaina serviva a distogliere il pensiero da quello che era il nodo centrale. La ricerca di qualcos’altro celava lo scopo principe di Aleister Crowley: esorcizzare se stesso, rendere accettabile la propria natura.
Un libro dunque, quello di Grant da leggere con necessario distacco, con l’occhio lucido di chi sa che dietro eoni, sistemi di dei, culti, zone di potere, riferimenti al sanscrito, a riti voudù, alla cabala e quant’altro, in un miscuglio da pozione, si nasconde il vizio dell’animale uomo di sopravvivere a se stesso in una dinamica di accettazione dei propri istinti, annullando la vergogna che ne deriva attraverso operazioni di magia rituale.
L’attribuzione del titolo di maestro o saggio a personaggi della portata di un Crowley e il fascino che questi ha esercitato anche su artisti di un certo livello come Lowecraft, dovrebbe far riflettere. Maestro di cosa? Maestro per chi? In fondo non ha inventato niente di più che l’arte di illudere applicata a se stesso e agli altri, la volontà di congiungere il Futuro (superconscio) con il Passato (subconscio) attraverso simboli e parole. Ci sono suoni che hanno un potere simile a quello dei “sigilli dimenticati”, suoni in grado di influenzare le persone… “Incantesimi, formule magiche, barbari nomi di evocazione sono altrettanti sistemi per individuare e controllare energie subconscie…”.
Il libro di Grant, se si supera il giudizio dell’autore su Crowley che può o non può essere condiviso, si legge come un romanzo nell’ottima traduzione di Paolo Valli, e contiene informazioni interessanti su riti, dei e religioni antiche, sui numeri e la loro attribuzione ad un principio maschile e femminile, sulle pratiche tantriche, miti sabbatici e stregoneschi, sulla magia del subconscio.
Leggetelo. Tra un intervallo e l’altro del giorno…

Canne al vento, di Grazia Deledda

grazia_deledda_hp

Grazia Deledda nasce a Nuoro nel 1871. Autodidatta, donna in un mondo di uomini.
L’illustrazione italiana dal 12 gennaio al 27 aprile 1913 pubblica a puntate “Canne al vento”, un romanzo brulicante di presenze simboliche, trama di luci e oscurità.

Ci si chiede a distanza di quasi cent’anni, perché leggerlo ancora?
Risposta. Dentro c’è tutto: la vita, la morte, l’egoismo e la rinuncia, il delitto e il castigo, l’assassinio e il pentimento.
C’è la storia di una società arcaica, chiusa nei propri pregiudizi sociali, in una anacronistica divisione in classi.
Efix, il personaggio principale, è il servo fedele, custode di segreti, colpevole e santo contemporaneamente. Le tre dame Pintor vivono all’ombra di un passato ormai mitico, destinato a non reggere il confronto con la modernità incarnata dal nipote Giacinto.
Il paesaggio è l’altro grande ed indiscusso protagonista della storia. Le lunghe descrizioni di una natura spesso ostile, non sono fini a se stesse. Le rocce, le piante, la terra stessa respirano insieme, coralmente, sono fatte della stessa sostanza del sogno, materia pulsante.
Il paesaggio è anima, abitata da brulicanti presenze notturne, da esseri fantastici, proiezione di paure ataviche ed incontrollate.
Il giorno appartiene agli uomini, è destinato al duro lavoro dei campi, alle altre attività quotidiane. La notte è tutta degli spiriti erranti, esseri partoriti dall’immaginazione popolare, presenze vive la cui essenza permea tutta la narrazione. Folletti, Janas, fantasmi di antichi baroni, Panas. “Un ansito misterioso pareva uscire dalla terra stessa”.

E il destino beffardo impera su tutto. Inutile opporvisi. Le forze umane non bastano. L’uomo come le canne, è in preda al vento che lo spinge e lo trascina senza sosta dove vuole.
I temi dell’onore, dell’orgoglio della nobiltà, della sacralità dell’ospite, vengono srotolati come un tappeto davanti agli occhi del lettore attento.
E quel senso di impotenza e amara solitudine che traspare dagli ultimi momenti di Efix, quando ancora non si sono spenti gli echi della festa, è sentimento universale di convivenza della vita con la morte, in un destino già segnato contro cui le fragilità umane non possono combattere.
Romanzo fatalista, intriso di sincretismi mistico-pagani, in cui religione, superstizione e favola si mescolano. Un’alchimia le cui trame imprigionano i protagonisti come mosche in un miele micidiale. E come mosche si dibattono nell’amara dolcezza di quel venefico miele che è il vivere stesso. Il dibattersi, il voler cambiare la propria condizione è possibile soltanto valutando il peso dell’onore che grava come un macigno sulle coscienze e sui ricordi di ognuno.
Il passato non può essere dimenticato, esso suscita sentimenti ambivalenti. Eden in cui ricchezza e nobiltà procedono di pari passo.Inferno dopo la caduta di Lia, la sorella più piccola delle dame Pintor. Lo scandalo della fuga, l’omicidio del padre, “rosso e violento”, antitesi di Efix.
Il passato è come i morti, destinato ad essere rigurgitato e mal digerito dalla sorte. Ciò che è stato torna sempre, nessuno si salva. L’inquietante presenza del ricordo percorre il romanzo come un lacerante brivido. La regola ferrea di una società pastorale è che nessuno può permettersi di seguire le proprie inclinazioni personali. Tutti i ruoli devono essere rispettati.
Noemi, innamorata di Giacinto, finisce con lo sposare il ricco Don Pedru, per restaurare ricchezza e reputazione della famiglia Pintor.
Così tutto torna a posto, scongiurata povertà e decadenza. La tradizione è rispettata. L’onore è salvo in un’apoteosi d’infelicità.
Emerge dall’opera deleddiana un senso amaro e frustrante della vita, il cosmico adagiarsi di personaggi vinti assimilabili per certi versi al ciclo verghiano.
Il mito de “la roba”, di un benessere economico fondamento di prestigio sociale e valore individuale, rimane di una sconcertante attualità. Le dame Pintor sono povere, nobili decadute agli occhi della gente. Un matrimonio di convenienza le riporterà agli antichi splendori.
Il vecchio eterno mito dell’avere a cui si sacrifica l’essere…

La signora dei gatti che fa sognare i bambini, Annamaria Piccione

la musica del mare
Incontrare una scrittrice di fiabe e favole suscita in me sempre una certa ammirazione. La letteratura per l’infanzia costituisce un universo particolare, spesso poco considerato ma certamente di grande fascino. Lo scrittore che scrive per i bambini si assume un impegno particolarmente gravoso perché si rivolge a dei soggetti in formazione, a lettori ancora da costruire, ai futuri cittadini di domani. Le fiabe hanno valore terapeutico, aiutano i bambini – e non solo loro – a superare i momenti di passaggio, le crisi di crescita, a rielaborare simbolicamente e risolvere i propri conflitti interiori. Manzoni evitava di scrivere per i bambini, non intendendo assumersi tale responsabilità. Annamaria Piccione di libri per l’infanzia invece ne ha scritti tanti, ma tanti. La conosco ormai da qualche anno, mi è capitato spesso di ascoltarla mentre parlava di libri e di bambini. E di gatti! Ed ogni volta è stato un piacere. Difficilmente ho riscontrato tanto entusiasmo e competenza in una scrittrice. Fare il proprio lavoro con gioia credo sia una fortuna riservata a pochi e Annamaria ha un temperamento vulcanico e generoso; un animo bambino direi, che non le ha fatto perdere quella sorta di magico candore di chi scrive per il piacere di divertirsi e divertire. Non rifiuta mai un invito, disponibile e gentilissima, soprattutto quando ci sono bambini coinvolti. O gatti. (Ma questo meriterebbe un discorso a parte. I gatti sono le sue creature predilette, tanto da dedicare loro più di un libro, tra cui Gatti nel mondo Gatti di Sicilia, edito nel maggio 2008). Ricordo che quando le ho chiesto un articolo per Pentelite, mi ha sempre fatto pervenire qualcosa di interessante. Una vera signora, che ha mantenuto umiltà e classe. Lei stessa si fa promotrice di eventi culturali. È stata tra gli ideatori di “Giallo Mediterraneo”, un’importante rassegna sul noir, e ha collaborato con la rivista per bambini GBaby. È stata la curatrice della sezione piccoli al festival per ragazzi VolaLibro di Noto. Sempre per i bambini ha curato la trasposizione delle tragedie greche in scena al Teatro Greco di Siracusa dal 2007 al 2012. Per i più grandi ha scritto La Sicilia dei Daneu e Aforismi e Pensieri dalle opere narrative di Elio Vittorini. È anche autrice teatrale: Cronache dal gineceo – due donne qualunque in una casa qualunque in un giorno qualunque della Siracusa greca, rappresentata al Columbus Day di Toronto 1999. Insomma una scrittrice in continua fermentazione ed evoluzione, tanto che le migliori case editrici fanno a gara per contendersi i suoi scritti. Una forza della natura. Ma qual è il segreto di tanto successo?
Penso che Annamaria possieda una dote non comune cioè mantenere con la scrittura un rapporto di gioiosa magia, una sorta di candida esplosività; si diverte a scombussolare l’ordine delle cose, a rivoltarle, a dimostrare che non esistono verità consacrate. La scrittura è arte, e come tale non ha nulla di definito. Prendiamo il testo per ragazzi Niente granchi nel presepe. Chi lo dice che nel presepe ci devono stare solo pecorelle buoi e asinelli? Anche i granchi sono creature di Dio e meritano il loro spazio. Figurarsi come la prende la maestra, ancorata alle tradizioni, dinnanzi a una proposta del genere. Ed ecco la forza della scrittrice, rendere possibile ciò che apparentemente può sembrare improponibile. La letteratura non ha limiti né confini, la letteratura può innescare meccanismi di riflessione e di reazione nella mente di soggetti in fase evolutiva quali i bambini. O ancora: Lindo e Lando la storia di due fratellini così diversi tra di loro: uno bello, precisino, buonissimo, l’altro brutto e cattivo, che ne combina di tutti i colori. Chi lo dice che il primo va amato e l’altro condannato? Ancora una volta la capacità dell’autrice di tenere desta la capacità di riflessione. Non esistono bambini cattivi, ma solo incompresi, da ascoltare e rispettare. Niente omologazione ma stimoli a ragionare in proprio. La musica del mare, pubblicato per Einaudi ragazzi, tocca temi delicatissimi quali l’amicizia e il rispetto della legalità. E soprattutto insegna a non discriminare le persone. Anche in un campo di spine può nascere un fiore profumato. Un libro che ritengo pura poesia, una goccia d’ acqua limpida nel mare inquinato. Un libro di cui preferisco non dire altro in questo articolo ma invitare a leggerlo e a gustarselo. E poi ce ne sono tanti altri ancora, che a citarli tutti faremmo notte. Ed io devo andare a letto presto, perché comincio ad avere la mia età. Meglio invitare il lettore a cercarli nelle librerie per conoscere questa autrice dal talento straordinario.

Annamaria, scrivere per i bambini: una scelta di vita? Un’ imposizione della fantasia? O cos’altro?
Ho un brutto difetto, sia nella letteratura che nella vita: amo il lieto fine. Credo che il “vivere felici e contenti” non sia prerogativa delle sole fiabe, ma una ricerca interiore, un percorso che non si ferma col passare degli anni. Cercare il lato positivo di ogni cosa, provare a trasformare in bello ciò che è brutto. Non ci si riesce sempre, a volte è quasi impossibile, però è sempre meglio provarci. Io ci provo e forse nei libri ci riesco di più, perché so che i miei interlocutori sono bambini. Non mi piace dare loro messaggi negativi o privi di speranza.

I bambini e i gatti, cos’hanno in comune?
Il grande Bruno Munari diceva che conoscere gli uni significa conoscere gli altri. Io sono d’accordo: entrambi capiscono la differenza tra verità e finzione, riconoscono gli ipocriti e non li amano. Gatti e bambini sanno graffiare al momento giusto chi lo merita, senza essere poi tormentati da inutili sensi di colpa. Infine gatti e bambini sono universi infiniti da scoprire: non sono mai scontati, riescono sempre a stupirti.

Quanto incide il fatto di leggere fiabe nella personalità di un bambino?
Incide tantissimo. Le fiabe gratificano il bisogno di fantasia di un bambino e appagano il suo senso di giustizia. Il lieto fine è in primo luogo un “finale giusto”, in cui il malvagio viene punito e il bene trionfa. Le favole non insegnano mai valori del tipo “sii furbo e sarai ricco”, ma sempre “sii onesto e sarai felice”. Saranno principi fuori moda, ma io li preferisco.

L’importanza delle illustrazioni
Le illustrazioni devono sempre essere coerenti col testo e in sintonia con la fascia di età di riferimento: mi è capitato di vedere disegni infantili in libri per adolescenti o, peggio, figure adulte in testi diretti alle scuole materne. L’illustrazione è utilissima se è ben fatta. Altrimenti è fuorviante o inutile.

La realtà crudele va raccontata o è meglio nasconderla
Attraverso il linguaggio giusto si può raccontare qualsiasi cosa a un bambino. Non a caso io ho riscritto per loro le tragedie greche molte volte. I bambini non vivono in un mondo a parte, ma in questo. Guardano la tv, a dieci anni sanno usare il computer: la dura realtà arriva loro, malgrado noi. Un educatore e, ancor più, un genitore hanno il dovere di decodificare quella realtà, tentando di farla capire a un bambino attraverso dei codici adatti a lui, mai con i propri.

L’ultima domanda, che mi tengo da un po’ sulla punta della lingua: come fa una che di cognome si chiama Piccione ad amare i gatti? Non c’è conflitto di interessi?
Conosco una gabbianella alla quale un gatto insegnò a volare, un leone adottato da una pecora e un cucciolo d’uomo allevato dai lupi. Un gatto che ama un piccione (e viceversa) rappresenta la normalità, nel mio mondo! Figurati che l’altra sera ho visto un asino volare. Avrei voluto saltargli in groppa, ma sono stata distratta da un coniglio bianco con un panciotto che correva gridando: “Sono in ritardo, in ritardo!”. Non ho potuto seguirlo perché ero troppo occupata con i miei gatti e il mio cane a infilare un raggio di luna in un secchio: dopo un po’ di fatica, ce l’abbiamo fatta!

Salvo Zappulla