“Il prete”, racconto tratto da “Il corpo indocile”, Maria Antonietta Pinna

prete

Il prete

Maria Antonietta Pinna

Ufficiale, ormai. Padre Fedele era in guerra. Già dai primi di giugno c’erano state avvisaglie, qualche significativo segnale di ostilità. Il povero prete si comportava come se niente fosse, anche se soffriva. Di certo non poteva immaginare quello che sarebbe successo dopo.
Il nemico che affrontava giorno per giorno si rivelava forte e crudele. Conosceva perfettamente l’arte della tortura e sapeva metterla in pratica. Fedele non aveva possibilità di scampo. Notte e giorno giaceva in un’orrenda prigione. Niente sbarre di ferro, né catene, né chiavistelli, né compagni di cella, solo un dolore dell’anima, lacerante come il grido d’un aquila. Il poveretto non si lamentava, sopportava tutto con cristiana rassegnazione. Cosa poteva fare? Legato mani e piedi. Avrebbe voluto uccidere, annientare il nemico, ma era contro i suoi stessi principi morali. Se l’avesse fatto tutta la sua vita non avrebbe avuto più alcun senso. Dio non lo avrebbe mai perdonato. I suoi parrocchiani confidavano in lui, lo amavano. “Padre Fedele è un santo”, dicevano. Infatti si mostrava sereno, col rosario in mano e l’aria devota. Aveva sempre una buona parola per tutti. Cercava di fare del suo meglio, anzi di più. Non si accontentava di confessare, dire messa, aiutare i poveri. Voleva raggiungere Dio attraverso la mortificazione della carne, i digiuni, la penitenza, la preghiera. Per giorni interi non toccava cibo, si sdraiava sul pavimento di marmo della chiesa e pregava il Signore di liberarlo dal male che l’opprimeva. Nessuno sapeva. Tutti pensavano che fosse felice. Ma la sua fede vacillava ogni giorno di più. La tentazione si frapponeva tra la sua anima e il digiuno, fra il suo cuore e le punizioni corporali. Odiava se stesso, ne ero sicuro. Chiedeva senza mai dare, un pozzo senza fondo. Il nemico, d’altra parte, lo ricattava, fiaccava le sue risorse. Per un po’ riusciva a sfuggirgli, ma poi il tormento lo riprendeva, più avido di prima, più ingordo. L’oscurità voleva la sua anima. Fedele non poteva continuare così. Doveva dirlo a qualcuno. Una persona fidata, di buona cultura e sensibilità. Purtroppo non conosceva nessuno con queste caratteristiche. Poi gli venne in mente che poteva parlarne al vescovo. Forse era l’unico che avrebbe capito.
Il viaggio fu lungo e noioso. Scese dal treno, percorse una breve salita. La casa del vescovo, cioè la mia casa, si ergeva su un rialzo molto spazioso. Fedele suonò con discrezione, una sola volta, quasi avesse paura di disturbarmi. Infatti il suo arrivo imprevisto mi seccò un poco. Pregai Luc, il mio cameriere belga, di farlo accomodare nel vestibolo. Se era venuto a trovarmi significava che aveva tempo a disposizione e poteva aspettare.
Mi vestii con calma tra uno sbadiglio e l’altro. Ero ancora assonnato. Dopo mezz’oretta scesi dal piano di sopra, considerando che l’odore del mio nuovo dopobarba al mentolo non mi piaceva affatto, troppo dolce.
Mio cugino non era cambiato, soltanto un po’ più magro, sciupato.
“Qual buon vento”, dissi.
“Mi hai fatto aspettare”, rispose, asciutto.
“Scusa, dovevo vestirmi”.
“Vestirti? Stavi ancora a letto?”.
“Sì, ieri ho fatto un po’ tardi. Una cena nella villa dell’onorevole… Non potevo rifiutare l’invito, sarebbe stato scortese da parte mia”.
“Ma sono le due del pomeriggio!”.
“Davvero? Ah, meno male che me l’hai detto. Luc! Luc!”.
Il cameriere comparve, solerte come sempre. “Sì, signore, mi ha chiamato? Vuole che le serva la colazione?”.
“No, giusto questo volevo dirti, data l’ora passiamo direttamente al pranzo. Porta due coperti, uno anche per mio cugino”.
Fedele rifiutò. “No, grazie, non mangio”.
“Sicuro?”.
“Sicurissimo”.
“Come vuoi. Allora Luc, un solo coperto, per favore e mi raccomando porta anche il vino, quello buono. Cugino ne gradisci un po’?”.
“Grazie, non bevo”.
“Come vuoi. Luc, vai pure. Ah, Luc, se c’è dell’agnello in umido, portami pure quello. Fedele, accomodati, da quanto tempo non ti vedo, siediti qui, vicino a me”.
“No, grazie, non mi siedo”.
“Devi crescere?”.
“Ho bisogno di parlarti. Si tratta di una questione della massima urgenza”.
“Certo, certo, parla pure, ah, grazie Luc”.
“Prego signore, gradisce altro?”.
“Sì, il pane e un’altra salvietta, una non basta mai”.
“Subito”.
“È belga. Non saprei come fare senza di lui. Vuoi un pezzo di rombo? È squisito. Ci sono pure le patate. Serviti pure, non fare complimenti”.
“Ti ringrazio ma non …”.
“Ah, forse preferisci la carne, l’agnello è tenero, questo vino poi, degno di Bacco”.
“No, non sono venuto per mangiare”.
“Allora è vero quello che dicono di te”.
“Cosa dicono?”.
“Che sei un santo, che non mangi e non bevi”.
“Mi nutro moderatamente, secondo gli insegnamenti di nostro Signore Gesù Cristo”.
“Servire Dio non significa morire di fame. Ma guardati, sei pallido come un cadavere. Dovresti farti vedere da un medico”.
“Ho un male incurabile, cugino”.
“Oh, mi dispiace, non ne sapevo niente”.
“Sei il primo a cui ne parlo”.
“Ah, grazie Luc, rimani qui, dovessi aver bisogno di qualcos’altro…”.
“Un male che mi tormenta notte e giorno”.
“Sono addolorato per te. Hai il cancro, per caso? Abbiamo già avuto due casi in famiglia. Nostro zio lo ha avuto alla prostata e la figlia della cugina di nonno ai polmoni, un tumore devastante. Poveretta, una vera tragedia. Ogni tanto, quando me lo ricordo, prego per loro e anche il fratello di uno zio di tua madre…”.
“Non ho nessuna malattia”.
“Come sarebbe? Adesso adesso hai detto di avere un male incurabile”.
“Lo confermo”.
“Non capisco”.
“Si tratta di una questione oltremodo delicata. Potremo parlarne in privato?”.
“Parla pure, non ho segreti per lui”, dissi, indicando il cameriere.
“Preferirei che se ne andasse”.
“Va bene. Luc, esci e chiudi la porta alle tue spalle. Cugino, siediti, è meglio, non mi piace che tu stia in piedi mentre io sto seduto, mi mette a disagio, siedi, siedi”.
“Come vuoi”.
“Avanti, parla”.
“Non è facile”.
“Provaci, sono tutt’orecchi”.
“Mi trovo in una situazione penosa e non so come uscirne. Ho pensato di rivolgermi a te. Spartaco, io non sto bene”.
“Eh, questo l’ho afferrato. Ma cos’hai esattamente?”.
“Non è uno di quei mali che richiedono l’intervento del dottore. Magari fosse così! Sono in guerra e ho desiderio di uccidere il mio nemico”.
“E chi sarebbe?”.
“Non è un uomo, o meglio lo è ma solo in parte, è un simulacro, la parte più caduca dell’uomo, quella dove albergano sensazioni e piaceri. Se uccido quest’involucro mortale perdo il diritto alla vita eterna”.
“Cos’è un indovinello?”.
“Neppure tutte le mie preghiere, i digiuni, le rinunce, potranno salvarmi. È scritto. Se lo lascio in vita non posso continuare a vivere. Lui me lo impedisce”.
“L’involucro?”.
“Sì, mi fa soffrire troppo e io non ce la faccio. Chiamami vigliacco, infelice, chiamami come vuoi ma non ce la faccio. Mi scoppia la testa, mi si torcono le budella, mi tremano le mani, dimagrisco. Come posso fare? Eh, come posso fare? Tu puoi dirmelo?”.
“Temo di non aver afferrato tutto”.
“Eh certo che non afferri! Peccatore!”. Era fuori di se. “Guardati, immondo, mangi carne di venerdì! Cos’è questo? Agnello? Non ti vergogni?”.
“No, è buono, dovresti prenderne un pezzo”.
“E il rombo e il vino!”.
“Il rombo è pesce, squisito devo dire, la cuoca sa il fatto suo”.
“Mangi sia carne che pesce, non ti vien la nausea?”.
“No, basta bere un bicchiere d’acqua tra una portata e l’altra, ti sciacqui la bocca e…”.
“Vergognati!”.
“Oh, ma cosa vuoi? Si può sapere? Sei impazzito? Perché sei venuto qui? A farmi la predica? Non è questo il modo…”.
“Hai ragione, scusami, è che sono un po’ nervoso”.
“Con chi ce l’hai esattamente, eh, con chi ce l’hai? Involucro, sta scritto, simulacro… Ma come parli? Sembri uscito da un film!”.
“Non ho la stoffa per fare il prete. Il pesce mi piace”.
Si buttò sul rombo con le patate e lo divorò. Non mangiava da tre giorni.
“Lo vedi cos’ho fatto?”, disse.
“Ti sei ingozzato”.
“Sì, ho rotto il digiuno, ho tradito Dio e saziato il mio nemico. Sono un cattivo prete”.
“Ma se tutti dicono che sei un santo!”.
“Non sanno niente! Niente! Sai perché m’impongo il digiuno?”.
“Non l’ho mai capito”.
“Perché ho sempre fame, una fame insaziabile e più mangio e più mi viene fame”.
“Eh, vuol dire che stai in buona salute. Tutti gli uomini della nostra famiglia hanno un robusto appetito, grazie a Dio. Nostra nonna prima di morire si mangiò una bistecca fiorentina con contorno di patatine novelle e…”.
“Dio condanna l’ingordigia e la gola”.
“Eh, peccati veniali. Lui è misericordioso, ci perdonerà”.
“Tu dici?”.
“Ma sì, fossero tutti questi i peccati! Anche Gesù prima di morire ha fatto un’ultima cena”.
“Non essere blasfemo!”.
“Non era mia intenzione…”.
“E le donne? Anche la fornicazione è peccato di poco conto?”.
“Non mi risulta che tu vada a donne”.
“Non ci vado infatti, ma ci vorrei andare. Ti sembra normale?”.
“Sì, considerando che hai trentaquattro anni e tutti gli ormoni a posto. Io, per esempio, ho un esubero di testosterone…”.
“Siamo preti! Il corpo, il corpo, lui è il responsabile di tutto. Mi chiedo perché il Signore ci ha dato un corpo così imperfetto, così impuro, così maledettamente corruttibile! Mi punisco, mi flagello la carne, ma il desiderio rimane. Nessuno lo sa ma più d’una volta ho rischiato di cadere in tentazione con Gigliola. Ah, se tu la conoscessi, un fiore…”.
“La conosco, la conosco”.
“In che senso, scusa”.
“In quel senso… Eh, chi è senza peccato scagli la prima pietra!”.
“Biblico?”.
“Biblico, cugino, biblico. Ma non ci penso mai, in fondo siamo tutti peccatori”.
“Come sarebbe?”.
“Eh sarebbe, io faccio quello che devo fare, poi dico qualche preghiera, chiedo scusa a Dio e tutto torna come prima”.
“E non ti senti in colpa?”.
“No”.
“Non hai paura dell’Inferno?”.
“Non farmi ridere, lo sai che ho abbracciato la carriera ecclesiastica per compiacere i miei”.
“Non lo sapevo”.
“Ora lo sai”.
“A posto. E io sono venuto fin qui. Sei la persona meno adatta per darmi un consiglio”.
“Ti darò un giudizio obiettivo, non preoccuparti”.
“Ma se tu stesso sei ottenebrato dal peccato!”.
“Non darti pena, Dio mi perdonerà. Questo vino è ottimo! Assaggia”.
“No, non bevo”.
“Hai fatto trenta, fai trentuno. Hai mangiato, bevi”.
“No, il vino mi fa venire l’acido allo stomaco. Spartaco!”.
“Eh”.
“Il corpo mi da impiccio, ostacola il mio cammino verso Dio. Vorrei annientarlo. Se lo uccido non sento più la fame ingorda, la sete di piaceri materiali. Non posso uccidermi e liberare la mia anima. Dio non approverebbe”.
“No, credo di no”.
“Se do sfogo ai capricci del corpo mi perdo nel peccato, esattamente come te. Diventerei un verme, debole, meschino, infido, un animale, esattamente come te. Avrei schifo di me stesso…”.
“È la giornata dei complimenti”.
“Non so cosa fare. Ho cercato la soluzione nella mortificazione della carne …”.
“Ecco, bravo mortificati”.
“Ma non siamo nel medioevo”.
“Ma guarda, te ne sei accorto, ora nevica”.
“Tutto inutile Spartaco mio. Flagellarsi è stato come cospargere di sale le ferite della mia anima”.
“Bravo, il sale. L’avevo detto che mi sarebbe servito qualcosa. Luc! Luuc! Il sale. Grazie Luc!”.
“Tu sazi il tuo ventre e non presti attenzione a ciò che dico”.
“No, no, ti sbagli, presto attenzione, presto attenzione. Il tuo discorso sulle piaghe mi è sembrato interessante, filosofico quasi”.
“Spartaco!”.
“Eh, non gridare, non sono mica sordo!”.
“Perdonami, è che sono agitato oltre ogni misura. Mi sono venuti i reumatismi a forza di pregare sdraiato per terra, senza contare le spese mediche per i graffi che mi sono procurato”.
“Che idiota che sei!”.
“Si stavano infettando”.
“Da non credere”.
“Avresti dovuto vedere il pus giallo che…”.
“Risparmiami questi particolari, sto mangiando”.
“Tu mangi, io invece faccio tre giorni di digiuno e poi ingoio questo mondo e quell’altro”.
“Eh, ci credo”.
“Soffro pure di stitichezza e per quanto mi sforzi…”.
“Sto mangiando!”.
“Sì, certo, buon appetito. Che devo fare?”.
“Prenditi una purga”.
“Aiutami, ti prego”.
“È tanto semplice, cugino, spretati. Magari potessi farlo io. Mio padre ha promesso di diseredarmi se dovessi rinunciare. Tu lo puoi fare però. Chi te lo impedisce? Spretati cugino, da retta a me. Va e vivi! Prenditi un po’ d’olio di ricino, levati lo sfizio con Gigliola oppure sposati, metti al mondo dei figli e non pensarci più”.
“Che Dio ti perdoni! Non posso. Ho scelto io di essere prete”.
“Fa un po’ come ti pare”.
“Aiutami, ti prego, sei un vescovo”.
“Purtroppo. Non posso fare niente per te”.
“Non me ne vado se non mi aiuti”.
“Con tutta la buona volontà non posso cambiare quella testa bacata che hai, tanto qualunque cosa ti dico rispondi no”.
“È tuo preciso dovere aiutarmi, primo per l’abito che porti, secondo per il grado di parentela che ci unisce”.
“Se proprio vogliamo fare i pignoli non è che siamo proprio cugini cugini”.
“Come sarebbe? Che vai dicendo?”.
“Lo sanno pure i cadaveri che zia ti ha adottato”.
“Agli occhi di Dio siamo tutti fratelli”.
“Appunto, fratelli, non cugini”.
“Sofismi”.
“Tuo padre, cioè quello che ti ha allevato, non poteva avere figli, pace all’anima sua”.
“Questo è tutto da dimostrare!”.
“Forse hai ragione perché tua madre ci ha provato pure col farmacista ma non ne è venuto fuori niente”.
“Menzogne! La mia madre adottiva è una santa donna!”.
“Sarà”.
“Ascolti le malelingue pettegole al servizio del diavolo”.
“Dicono pure che io assomiglio al farmacista”.
“Sei il suo ritratto sputato”.
“Che cosa avrà avuto poi questo farmacista, mah!”.
“Spartaco!”.
“E non gridare, tutte le volte mi fai saltare sulla sedia, che ti piglia?”.
“Sappi che se non mi aiuti ti darò il tormento, notte e giorno. Dirò a tutti che pecchi carnalmente con Gigliola, che sei indegno dell’abito che porti, che gozzovigli di venerdì, che rientri alle ore piccole e ti levi alle due del pomeriggio! Dirò che sei il figlio del farmacista! Vedrai che pubblicità!”.
“Queste cose le sanno tutti”.
“Tu dici?”.
“Come sei ingenuo”.
“Scrivi al cardinal Fiorini, lui saprà darti consiglio”.
“Al cardinale?”.
“Sì, tu lo conosci bene, siete in confidenza”.
“Ma secondo te, io vado a scomodare Fiorini per dirgli che ho un cugino scemo”.
“Esponigli il mio caso umano”.
“Lascia perdere, che quello è pure usuraio, gli devo dei soldi”.
“Il cardinal Fiorini! Usuraio?”.
“Ehi, svegliati cugino, che la guerra è finita”.
“No, non ci posso credere”.
“Non crederci”.
“Scrivigli lo stesso. Anche se è un peccatore è sempre cardinale. Un consiglio me lo saprà dare”.
“Vacci tu da Fiorini. Guarda, ti segno l’indirizzo su un pezzo di carta”.
“Io, ci devo andare da solo?”.
“Sì, ti riceverà. Come dice il proverbio bussate e vi sarà aperto”.
“Non è un proverbio!”.
“Non importa, tu vacci ma non gli dire che ti mando io”.
“Perché?”.
“Sai com’è, gli devo dei soldi, magari non la prende bene”.
“Hai ragione, hai ragione. Ma sei sicuro che Fiorini…”.
“Ti ho mai mentito?”.
“Non lo so”.
“Lo sai che ti voglio bene, vero?”.
“Sì, siamo quasi cugini, cresciuti insieme”.
“Bene. Ti fidi di me?”.
“Sì”.
“Bravo. Guarda tu non ci crederai ma mi è venuta un’idea geniale”.
“Davvero?”.
“Sì. Tu adesso vai dal cardinale, gli esponi il tuo problema col cuore in mano. Se ti dice che non può aiutarti lo minacci, come hai fatto con me, gli dici che lo denunci per usura, che farai uno scandalo…”.
“Cosa?”.
“Se gli parli così lui ti aiuterà”.
“Sei sicuro?”.
“Certo, lui non è come me, ha molto da perdere. Ha una reputazione da difendere. È amico di politici influenti. Gode di molta considerazione. Per evitare lo scandalo ti aiuterà. Risolverà tutti i tuoi problemi in un amen. Vai adesso, vai”.
“Grazie, pregherò per te”.
“Vai dal cardinale che risolvi, vai”.

Una settimana più tardi…

“Vescovo!”.
“Sì, Luc, che c’è?”.
“Padre Fedele”.
“Sì?”.
“C’è la sua foto sul giornale, legga. È stato ucciso, non si sa da chi né perché”.
“Sia ringraziato il Signore. Fedele ha realizzato il suo desiderio”.
“Uhm?”.
“Sapevo che il cardinale l’avrebbe aiutato”.
“Non capisco, signore”.
“Non importa, Luc, non importa”.
“Bene, vado a preparare il pranzo”.
“Ottimo Luc”. Gli chiesi di cucinarmi un’orata al sale, e di invitare alcuni amici, dovevamo festeggiare.

“Io vedo!” racconto tratto da “L’occhio clinico”.

occhio 2
Io vedo! – Maria Antonietta Pinna

“Coraggio, cominci”.
“Sono sicuro che lei non mi crederà”.
“Perché no?”.
“Semplicemente perché quello che sto per dirle è inverosimile. Quelli come lei non credono a queste cose”.
“Provi”.
“No, no, sarebbe inutile, è meglio che vada”.
“Si rimetta seduto e cominci! Nel mio mestiere ho imparato a non stupirmi di niente”.
“Io qui non ci volevo venire. Loro mi hanno obbligato”.
“Loro chi?”.
“I miei familiari, mia moglie specialmente”.
“Va bene, ormai è qui, tanto vale parlare, no?”.
“Sono sicuro che lei penserà che sono pazzo”.
“Tutti lo siamo, in fondo. Anch’io, per certi versi …”.
“Già, altrimenti non passerebbe il suo tempo a ficcare il naso nella vita degli altri”.
“Su, cominci. Devo confessarle che sono curioso. L’ascolterò con attenzione”.
“Tutto è cominciato durante una cena. Era la vigilia di Natale. Premetto che personalmente odio le feste. Trovo ridicolo vestirsi per l’occasione, sorridere anche quando non se ne ha nessuna voglia, e cose del genere. C’era tutta la famiglia di mia moglie al completo. So che non mi sopportano. Anna mi ha sposato senza la loro approvazione. Un professore fallito, ecco cosa sono. Non sono mai riuscito a passare di ruolo. Mia suocera dice anche che ho un pessimo carattere”.
“Ed è vero?”.
“Certo che è vero! Comunque, torniamo alla cena. C’erano i miei suoceri, Andrea e Stefania, le zie e la sorella di mia moglie, Noemi. C’era anche il marito di mia cognata. È ingegnere. Edoardo, si chiama, un grassone. Guadagna bene. Stefania bacia la terra dove cammina. Pfiui, uno che se lo vedi lo sputi, per quanto è brutto!
Mia suocera ha cucinato l’agnello. A me è toccata la testa. Non la vuole nessuno, specialmente le donne. Anna dice che non riuscirebbe a mangiarla. Le fa impressione. Non capisce una madonna, la parte migliore è.
Edoardo ha sempre mangiato poco davanti ai parenti. Usa per tutto la forchetta, pure per le olive. Deve fare scena, credo. Non l’ho mai sopportato. Mi dà quasi una sensazione di fastidio fisico. Quella sera avevo fame, nonostante l’ingegnere mi desse sui nervi. Decisi di mangiare con le mani. L’ho fatto apposta. Non so esattamente perché. Volevo sprofondare nel trash, nell’abisso dell’estrema disapprovazione di mia suocera. Ho affondato le dita nel cervello. Era buonissimo. Silenzio improvviso, tombale. Stefania mi ha guardato coi suoi grandi occhi celesti…
Non mi sono mai piaciuti gli occhi chiari. Li trovo cattivi, freddi. Quelli di mia suocera poi, sono assolutamente privi di calore umano, di profondità.
Anche le zie, tre scope secche che non le toccheresti neanche con la canna, mi hanno guardato con disgusto. Avevano la stessa espressione di chi, camminando per strada, ha appena calpestato la merda di un cane. Il trippone invece sprizzava gioia da tutti i pori. Mi rideva quasi in faccia.
Anna mi ha dato una gomitata che per poco non mi ha fatto andare il cervello dell’agnello di traverso. Soltanto Andrea mi ha degnato di uno sguardo di simpatia.
La conversazione riprende. Le solite cazzate! Le tre zie si lamentano del carovita. Figuriamoci! Quelle non mangiano per non cagare. E quel rotolo di coppa di Edoardo? Oh lui giura di seguire una dieta ferrea, e ride. Che cazzo c’avrà da ridere! Andrea si è fatto la dentiera nuova. Noemi va ogni mese dal parrucchiere. Anna invece, la tintura se la fa a casa. Ma chi se ne frega! Mi concentro sulla testa d’agnello. La divido in tre parti, attacco dalla mascella. Prendo la lingua con le mani e chiedo dell’acqua a Stefania. Lo faccio con la bocca piena. Voglio che si schifi. Anna diventa rossa come un peperone. Mi piace di più quando è imbarazzata. Ricordo che ero contento. Era la seconda volta che Stefania mi guardava. Avevo fatto il bis”.
“Il bis? Che vuol dire?”.
“Che avevo raggiunto il mio scopo”.
“E qual era il suo scopo?”.
“Mia suocera, l’arpia, mi aveva guardato dritto nelle palle degli occhi, per ben due volte! Mica una, due! Capisce? Due! Evviva! Non l’aveva mai fatto in trent’anni”.
“Ah!”.
“Bene. L’arpia mi da l’acqua con un grugno da far paura. Ancora più brutta del solito era! Ah, ah! Scusi, da ridere mi viene”.
“Non si preoccupi, rida, rida pure”.
“Finisco di mangiare la lingua e attacco la zona attorno all’occhio, sempre con le mani, ovvio. E l’osso me lo rosicchio per bene. Mi lecco pure le dita, come fanno i bambini piccoli. Quelli smettono di nuovo di parlare. Capisce?”.
“Sì”.
“Smettono di dire quelle megagalattiche troiate, per guardare me qui presente! Che bello! Non stavo più nella pelle! Il gioco mi piaceva. Perfino l’ingegner mastro Trippa ha smesso di ridere. Credo che Anna, poverina, abbia farfugliato qualcosa del tipo non si sente tanto bene, scusatelo. Così, dopo un po’, la conversazione è ripresa. Io però volevo farmi notare, volevo toccare il fondo. Con le mani sporche di grasso ho preso il bicchiere del vino. L’ho portato alla bocca e avido, ho bevuto, cercando di fare il massimo rumore possibile. Silenzio tombale. Stefania, ferma con la forchetta a mezz’aria mi ha guardato di nuovo, occhi negli occhi! E tre! Non mi sono mai divertito tanto in vita mia! Ho cominciato a belare. Non so perché l’ho fatto. M’è venuto spontaneo. Ho detto una buona parola a tutti. Alle zie che sono tre befane, brutte come la fame o qualcosa del genere, non mi ricordo bene. A Edoardo che è una chiavica d’uomo e che, se non avesse avuto tutti quei soldi, non l’avrebbe cagato nessuno, a Stefania che mi ha rotto i …”.
“Sì, immagino, immagino”.
“Neanche io capivo cosa mi stava succedendo. Comunque, Anna mi ha mandato qui perché dice che da quel giorno non sono più io, che sono strano. Secondo me è colpa dell’occhio”.
“Quale occhio, scusi?”.
“Quello dell’agnello, no? Le ho detto che a quella stramaledetta cena ho mangiato una testa d’agnello?”.
“Si, certo, me l’ha detto”.
“Allora, arrivo all’occhio. M’era rimasto solo quello. Lo lascio sempre per ultimo perché è la parte migliore, secondo me. Polposo, grasso al punto giusto, con un po’ di sale sopra poi …”.
“Sì, allora?”.
“Eh, allora. L’ho staccato dall’orbita e me lo sono messo in bocca. L’ho masticato lentamente. Inutile dire che ormai, dopo la scenetta del vino, mi guardavano tutti. Mai sentito tanto silenzio. Stavo bene, ero vivo sotto gli sguardi di quelle pupille, fisse su di me. Specialmente quelle di Stefania, eh, eh, fredde come il ghiaccio erano. Non poteva fare a meno di fissarmi, sembrava ipnotizzata. Ero il primo attore, quella sera. Dominavo la scena. Ad un certo punto, mentre con voluttà affondavo i denti nell’occhio …”.
“Sì?”.
“È successo qualcosa di inspiegabile. Qualcuno, non so chi, deve aver rovesciato un bicchiere pieno di vino. La tovaglia si è presto inzuppata. Per qualche minuto mi si è annebbiata la vista. Una mano mi afferra la testa, senza troppi complimenti, la tira all’indietro, con forza. Non riesco ad oppormi, mi sento debole, indifeso. Cerco disperatamente di muovermi, ma sono bloccato. Mani e piedi legati. Poi un flash, gli occhi di Stefania, chiari, freddi. Non potevo vedere che quelli. Il colore assurdo di quegli occhi, penetrante come una lama, affonda lento nel mio collo. Quello non è vino, sangue è! Sgorga dal collo ed io sono un agnello. Sono la bestia che ho mangiato, vedo col suo occhio, provo la sua agonia. Grido ma niente. Un gorgoglìo che è un belato, mi fuoriesce dalla strozza. L’hanno sentito tutti. La nebbia si è poi dissolta. E ho visto!”.
“Cosa ha visto?”.
“Quando mi sono ripreso non avevo niente sul collo. Stavano ancora tutti lì, compresa Stefania. Anna si è scusata con tutti e mi ha trascinato via. La macchina l’ha guidata lei fino a casa, io non avrei potuto …”.
“Forse ha bevuto troppo vino”.
“No, non ero ubriaco e quello che è successo dopo lo dimostra”.
“Che è successo?”.
“Ho consigliato a mia suocera di non guidare la macchina”.
“Perché?”.
“Perché sapevo che le sarebbe successo qualcosa di orribile”.
“Come faceva a saperlo?”.
“Io l’ho visto. Stefania non mi ha creduto. Ha avuto un brutto incidente. Hanno dovuto asportarle un occhio. Capisce?”.
“Cosa devo capire?”.
“Io lo sapevo prima! Ho un dono!”.
“Ma no, è un caso, non deve sentirsi in colpa”.
“Io in colpa? Guardi che lei non ha capito! Sono finalmente felice! Io, uno che lavora si è no quattro mesi in un anno, senza prospettive, senza soldi, senza raccomandazioni, senza amici, senza un cazzo, io, intellettuale fallito, ho un potere. Mia moglie non lo capisce! Dice che sto male! Che non sono più io, che vaneggio, che son tutte cazzate. Ma io ora so”.
“Cosa sa?”.
“Tutto. Io vedo. Ogni mattina mi sveglio, apro la finestra e grido ci sono anch’io! Si, dottore, sono vivo, sono in linea col mondo. Nessuno mi potrà più fermare. Lo sa che tengo lezioni all’università su quello che mi è successo? Sono stato invitato anche ad un convegno. Alcuni studiosi di parapsicologia mi hanno già contattato. Un famoso giornalista vuole perfino scrivere un libro su di me!”.
“Io non credo che …”.
“All’inizio anch’io pensavo ad una semplice coincidenza, poi ho capito”.
“Come?”.
“Con questo”.
“Cos’è?”.
“L’articolo di un giornale. È del 27 dicembre. Legga, dottore, legga”.
“L’ingegner Edoardo Di Fraia è stato trovato cadavere nella sua villa in campagna. Legata mani e piedi, la vittima è stata sgozzata come un agnello… Impressionante davvero”.
“Capisce adesso?”.
“No”.
“Allora è tonto! Anche questo ho visto quella sera a cena! Sono l’uomo più felice della terra. Da quando ho mangiato quell’occhio, io vedo”.
“Vuol dire che ha visto come è morto suo cognato?”.
“Sì”.
“Prima?”.
“Sì, prima”.
“E sa anche chi l’ha ucciso?”.
“Sì”.
“E chi?”.
“La sua idiozia l’ha ucciso! Io l’avevo avvertito! Ma lui mi ha riso in faccia!”.
“Ah”.
“Sì, l’ho detto che rideva troppo! Non mi ha creduto! Peggio per lui!”.
“Uhm, certo il suo è un caso complicato”.
“Lei non mi crede”.
“Le prescrivo delle gocce”.
“Cosa?”.
“La faranno stare più tranquillo”.
“Se la prenda lei, quella merda”.
“Non faccia così, cerchi di collaborare”.
“Lei vuole scherzare?”.
“No, voglio soltanto aiutarla. Ne prenda trenta gocce la mattina e trenta la sera”.
“Lo sapevo che non mi avrebbe creduto”.
“Ma io le credo”.
“Davvero?”.
“Sì. Sono convinto che lei è in buona fede, soltanto che la mente a volte …”.
“La mia mente non ha niente che non va! Perché si rifiuta di capire?”.
“Io la capisco”.
“No, lei è come mia moglie. Prima non contavo niente! Adesso che ho dimostrato di esserci anch’io in questo zozzo mondo, vi preoccupate, pensate che sono pazzo, che mi devo curare …”.
“Cerchi di calmarsi”.
“Sono calmo”.
“Ci vediamo domani, sempre alla stessa ora”.
“Non credo”.
“Perché, non verrà?”.
“Io? Lei piuttosto!”.
“Io cosa?”.
“Lei non viene. Questo è poco ma sicuro”.
“Ma cosa dice!”.
“Io vedo!”.
“Cosa vede?”.
“Non glielo dico, così impara! Certo, mi dispiace per lei, così giovane”.
“Le dispiace?”.
“Addio”.
“Perché addio?”.
“Eh, chissà!”.
“La smetta!”.
“Smettere cosa? Ho detto soltanto che domani lei non verrà”.
“Perché?”.
“Non glielo dico, tanto lei non mi crede”.
“Me lo dica!”.
“No, perché dovrei?”.
“Così, sono curioso”.
“Pazienza!”.
“Beh, me lo può dire, magari mi convinco che ha ragione”.
“No, no. Se mi crede bene, se no, au revoir”.
“Va bene, le credo. Dica”.
“Eh no! Troppo bello così. Prima mi prende per il culo poi …”.
“Senta, sto cominciando a perdere la pazienza. Sono il suo psicanalista o no?”.
“Mbe’?”.
“Deve avere fiducia in me”.
“Eh, fiducia, sembra facile. Lei non mi crede, glielo leggo negli occhi. I suoi studi le impediscono di credere. Però, c’è un angolo remoto della sua mente che si domanda, e se fosse vero? La verità è che lei ha paura!”.
“Paura? E di che cosa?”.
“Di morire, ovvio! Oppure che le succeda qualcosa”.
“Andiamo!”.
“Eh, sì, lei mi insegna, caro dottore che l’istinto di conservazione è molto forte nell’uomo. Chissà perché poi! In fondo la vita è come la scala di un pollaio, corta e piena di mer…”.
“Allora me lo dice?”.
“No, Però rifletta. Se glielo dico, magari si salva”.
“Salvarmi da cosa?”.
“Chissà! Potrei forse evitarle un incidente … Lei lo sa che non ho alcuna malattia organica?”.
“Certo, lo so”.
“Lo sa che se non dicessi di avere un dono, nessuno potrebbe dire che non sono normale”.
“Certo!”.
“Lo sa che non sono pericoloso, che non ho mai fatto male a nessuno in tutta la mia vita, tranne forse a me stesso?”.
“Sì, sua moglie me l’ha detto”.
“Lo sa che non ho mai sbagliato le mie previsioni?”.
“Sua moglie dice che è un caso”.
“Può darsi di sì e può darsi di no! Chi lo sa? Anna vuol farmi interdire, non è così?”.
“Io non lo so”.
“Non menta! Lo capisco dalla direzione del suo sguardo! Qualche trucchetto lo conosco pure io”.
“E va bene. Sì, vuole farla interdire”.
“Ha bisogno della dichiarazione di un medico per poterlo fare”.
“Sì”.
“Ha bisogno che uno strizzacervelli le dica che sono completamente sbroccato”.
“Sì, più o meno”.
“Vuole ancora sapere perché domani lei non verrà?”.
“Sì, mi piacerebbe”.
“Scriva allora che sono assolutamente sano di mente e perfettamente capace di intendere e di volere”.
“Ma”.
“Niente ma”.
“Non sono ancora arrivato ad una diagnosi precisa”.
“Hanno rilevato anomalie nel mio elettroencefalogramma?”.
“No. Il suo tracciato è perfetto”.
“E allora?”.
“Non ha una lesione organica ma …”.
“Ma cosa? Va beh, ho capito, arrivederci”.
“No, aspetti, me lo dica”.
“Scriva”.
“Va bene, scrivo, scrivo”.
“Ha scritto?”.
“Sì”.
“Ha firmato?”.
“Sì”.
“Bene. Ah, ah”.
“Perché ride?”.
“Così. Grazie del certificato”.
“Sì, prego. Allora?”.
“Le ho detto prima che mi dispiace per lei?”.
“Sì”.
“Così giovane”.
“Che vuol dire?”.
“Eh, che vuol dire. Così giovane, e già rincoglionito! Domani lei non verrà perché è domenica e la domenica lo studio rimane chiuso. Io vedo!”.