Lettera aperta al prof. Gian Paolo Brizzi

21_G_P_Brizzi_conclvenerdì 3 maggio 2013

Lettera aperta al professor Gian Paolo Brizzi

di Maria Antonietta Pinna

Gentile professor Brizzi,

rispondo con questa mia modesta letterina, a quanto da lei postato nel sito dell’autorevole rivista L’Espresso in data 27 febbraio 2010. Ho aspettato lungo la riva del fiume che il suo cadavere di menzogne e bugie passasse e dopo lungo attendere eccolo. Il 2 maggio 2013 passa. Tre anni dopo. Saper attendere è una qualità che mi vanto di possedere.
Ma passiamo ai fatti. Tre anni fa scoprivo che lei e la pregevole dottoressa Miriam Turrini, allieva del professor Prodi, avete dato alle stampe per la casa editrice Clueb il saggio “Il Giovin Signore in collegio”, autentica e scandalosa fotocopia della mia tesi di laurea “Il Collegio dei Nobili di Parma agli inizi del Settecento”. Ho denunciato per plagio letterario le vostre maestà. Non l’avete digerita bene e dopo l’intervista di Morgan Palmas per il blog Sul Romanzo, in cui davo indicazione di tutte le pagine copiate a menadito, mi avete denunciato per diffamazione. Eh sì, non potevo dire in questo Paese di silenzi e pecore, che vi siete esercitati parecchio con il copia e incolla. Invece di rispondere alle mie accuse, o Maestà potentissime, vi siete limitati a minimizzare il mio lavoro di scrittrice e recensionista, dall’alto del vostro pulpito di scopiazzoni del lavoro altrui.
E proprio lei, Sire, emerito professor Brizzi Gian Paolo, ordinario di storia moderna all’università di Bologna, così si esprimeva, dopo aver letto le mie accuse. Sono meno brava di lei, ma copio e incollo di seguito:

“E questa una storia che insegna molte cose. Primo insegnamento. sparla sparla, qualcosa resterà. Fin qua ha vinto Pinna. Ma a quanti hanno postato il proprio commento chiedo: è lecito dispensare giudizi senza capire con quale partito ci si stia schierando? potreste cercare di conoscere meglio Turrini, collegandovi al catalogo ICCU. Pinna insinua anche che con il plagio presunto Turrini ne avrebbe ricavato vantaggi. Di carriera? Si informino, è loro dovere morale: potrei fornire dati incontrovertibili. Economici? Se non si trattasse di un caso penoso ci sarebbe da ridere. Mi chiedo piuttosto: come mai in tutti questi anni una studiosa di qualità, quale Pinna lascia intendere di essere, non abbia pubblicato alcunché se non risibili recensioni e raccontini modestissimi? Credo che Pinna troverà la sua strada solo quando si renderà conto che non basta raccontare e raccontarsi delle storie per fare i conti con la propria vita e con le proprie presunte qualità”.

Rispondo oggi a queste sue parole con una sentenza del Tribunale di Ferrara, emessa il 2 maggio 2013, da un giudice coscienzioso:

IL GIUDICE ASSOLVE MARIA ANTONIETTA PINNA DALL’ACCUSA DI DIFFAMAZIONE NEI CONFRONTI DI MIRIAM TURRINI E GIAN PAOLO BRIZZI.

Di conseguenza, Maestà, scriverò probabilmente “raccontini” e “risibili recensioni”, ma resta il fatto che secondo un giudice io posso dire che lei, Sire, si è INTERAMENTE COPIATO LA MIA TESI DI LAUREA, PERCHE’ QUEST’AFFERMAZIONE NON COSTITUISCE AFFATTO DIFFAMAZIONE.

PUNTO.

P.S. Professore, la è si scrive con l’accento. Lo sanno tutti, anche quelli che scrivono raccontini… E dopo il punto ci vuole la maiuscola.

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Esempio di plagio letterario

pagina 417 tesi Pinnapagina 312 Il giovin Signore

L’immagine a sinistra è la pagina 417 della tesi di laurea Il collegIo dei nobili di Parma agli inizi del Settecento, Maria Antonietta Pinna; a destra c’è la scannerizzazione della pagina 312 de Il giovin signore in collegio, Clueb 2012.

In un post oscurato il professor Gian Paolo Brizzi, curatore del volume a firma Miriam Turrini affermava che il documento trascritto non era lo stesso.

Censura e blog: il primo caso di censura preventiva per Sul Romanzo?

1984-Big-Brotherhttp://www.storiedilibri.it/censura-e-blog-il-primo-caso-di-censura-preventiva-e-il-blog-sul-romanzo

Censura e blog: il primo caso di censura preventiva per Sul Romanzo?

di Francesco Forestiero

“Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”.

Cos’è questo?

È un estratto dell’art. 21 della nostra Costituzione, l’articolo che legifera la libertà di stampa nel nostro Paese.

Perché vi parlo di tutto ciò? Semplice: perché in questi giorni si sta verificando un ennesimo caso di censura. Una censura anomala, però. Una censura preventiva, che ricorda molto il Grande Fratello di George Orwell.

Questa volta la storia che vi racconto non risiede dietro un libro, ma si cela in qualcosa che rappresenta in tutto e per tutto la cultura e la lettura al pari di una grande opera letteraria: un blog. Ma non un blog qualsiasi. Sto parlando di Sul Romanzo, il noto sito curato da Morgan Palmas, che racchiude notizie, curiosità, recensioni e pareri autorevoli. Uno dei progetti più seguiti in Rete che risiede su Blogspot, il circuito di blog di Google.

La vicenda parte da un post, anzi due: uno pubblicato il 26 febbraio e l’altro il 3 marzo 2010.

I due post in questione riguardano la vicenda di Maria Antonietta Pinna. Una collaboratrice di Palmas che, venendo a contatto quotidianamente con i libri per lavoro, si rende conto di un possibile caso di plagio operato nei suoi confronti.
Nel particolare, la contraffazione riguarderebbe la sua tesi di laurea che, secondo Pinna, sarebbe stata copiata dalla docente Miriam Turrini al fine di utilizzarla per la pubblicazione di un libro. Quest’ultimo coinvolge, poi, un altro nome, il dott. Gian Paolo Brizzi, curatore del volume.
I due docenti si sarebbero disinteressati di coinvolgere l’ex studentessa, sfruttando il suo lavoro e perpetuando un brutale copia-incolla.

È allora che Palmas dedica all’accaduto i due post in oggetto. Titolando il primo Malauniversità: baroni e furbizie accademiche? e il secondo Maria Antonietta Pinna, Turrini, Brizzi: svelamento continuo del copia e incolla.

La vicenda passa subito in primo piano e viene ripresa dal blog Piovono Rane e dall’Espresso online che gli dedica un bell’articolo corredato anche da un’intervista.

Turrini e Brizzi replicano alle accuse, e lo fanno dalle stesse pagine dell’Espresso.
Poi, non succede nulla fino all’11 ottobre, quando Palmas si ritrova nella posta questa mail:

“Hello,
We’d like to inform you that we’ve received a court order regarding your
blog http://sulromanzo@gmail.com. In accordance with the terms of the
court order, we’ve been forced to remove the following posts:

http://sulromanzo.blogspot.com/2010/02/malauniversità-baroni-e-furbizie.html

http://sulromanzo.blogspot.com/2010/03/maria-antonietta-pinna-turrini-brizzi.html

A copy of the court order we received is attached.

Thank you for your understanding.

Sincerely,
The Blogger Team”

con in allegato un documento, nel quale si precisa che, per indagini in corso, la Polizia di Stato (Compartimento dell’Emilia Romagna, sezione di Ferrara) chiede a Google di cancellare i due post, visto che vi è un reato “di cui all’art. 595 del Codice Penale per diffamazione con pubblicazione di articoli postati sul sito internet http://www.sulromanzo.blogspot.com”.

Il giorno dopo (12 ottobre) Palmas pubblica un altro post: Esistono azioni fasciste online?

“Ora – come dice lo stesso Palmas – qui non è in discussione la verità o la falsità di Pinna, Turrini, Brizzi. Sarà la magistratura a fare il suo corso”.

E continua: “Ciò che invece è a dir poco incredibile è che per una richiesta di accertamenti si finisca con l’oscurare un post, quello del 3 marzo (ieri per alcune ore è rimasto oscurato anche quello del 26 febbraio, fatto strano almeno). Quindi Google, stando ai fatti presenti, ha portato in atto la richiesta del Sostituto Procuratore di Ferrara cancellando un post di Sul Romanzo: è o non è diffamazione? Chi lo ha stabilito? Senza neppure il vaglio di un giudice. Di che cosa sarebbe colpevole il sottoscritto, di avere messo a disposizione di una persona un canale informativo per spiegare le sue ragioni?”.

Beh, questa è la storia.

Lascio ogni commento e ogni giudizio a voi e agli esperti…

Spero solo che – come afferma il blog The Brain Machine – non si dimentichino e, soprattutto, non si verifichino più casi come quello di Carlo Ruta.

Se sui blog arriva la censura di polizia, Alessandro Gilioli

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http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2010/10/12/se-sui-blog-ce-la-censura-di-polizia/

Qualche tempo fa il blog di letteratura Sul Romanzo pubblicò un’intervista a un’ex studentessa dell’università di Sassari, Antonietta Pinna, la quale sosteneva che la sua tesi di laurea era stata saccheggiata da una sua docente, che l’avrebbe utilizzata per un suo libro senza citare neppure la fonte.

Anche L’espresso on line riprese la vicenda, ripubblicando l’intervista e quindi ospitando la successiva replica della docente chiamata in causa.

La cosa sembrava finita lì, invece l’altro giorno Morgan Palmas, il titolare di Sul Romanzo, ha ricevuto una notifica da parte di Google (il suo sito si appoggia a Blogger), nella quale si spiega che la Polizia di Stato ha chiesto a Google di cancellare due articoli in merito («per accertamenti») in quanto vi sarebbe un reato di diffamazione ai sensi dell’articolo 595 del codice penale.

Google si è immediatamente adeguata e gli articoli del 26 febbraio e del 3 marzo sono stati quindi eliminati d’imperio dal sito senza che il titolare del blog potesse farci nulla ma soprattutto senza che il reato di diffamazione fosse discusso ed eventualmente provato in un’aula di tribunale. Uno è poi riapparso mentre l’altro è rimasto oscurato.

Oggi Morgan ne scrive, appunto, sul suo sito.

Ho chiesto un parere in merito all’amico giurista Guido Scorza. Ecco quello che mi ha risposto:

«Il provvedimento – credo raro, se non unico nel suo genere – è a mio avviso illegittimo. Un PM, evidentemente, non può da un lato ordinare l’acquisizione di elementi di prova utili a verificare se via stata una diffamazione e, contemporaneamente, ordinare la “cancellazione” degli articoli asseritamente diffamatori dei quali ha domandato l’acquisizione proprio allo scopo di verificare se SONO O MENO diffamatori».

Chiaro no? Prima si censura, poi si decide se andava censurato.

E’ una schifezza, che ovviamente non si può tecnicamente applicare ai giornali cartacei ma viene usata tranquillamente sul Web, con la complicità dei fornitori di servizi.

E questo post è rivolto anche ai molti amici e conoscenti che ho a Google: davvero, ragazzi, non avevate alcuna alternativa a sdraiarvi come zerbini alla prima lettera, anziché aspettare una sentenza di merito, almeno di primo grado?

Update 1: Questo è quanto mi risponde via mail Marco Pancini di Google, che ringrazio.

«Abbiamo ricevuto dalla Poltel un ordine di acquisizione emesso dal P.M. nell’ambito di indagini e l’ordine di cancellazione degli stessi a settembre. A tale tipo di ordine di un organo giudiziario (sebbene inquirente) siamo tenuti a dare esecuzione. Google non ha la facoltà – ma soprattutto non ha alcun obbligo – di verificare la legittimità e/o fondatezza di un ordine proveniente da un organo giudiziario, mentre ha invece l’obbligo – ai sensi della Direttiva e-commerce – di rimuovere un contenuto ove richiesto dalle autorità competenti. Questo è un altro esempio di come il nostro Transparency report sia un’iniziativa giusta per fare trasparenza sulle richieste di rimozione di contenuti online da parte delle Autorità».

Update 2 <La vicenda è spiegata e commentata assai meglio di quanto abbia fatto io da Guido.
.

Italia Post volant, di Guido Scorza

ASTERIAItalia, post volant

di Guido Scorza – Una storia di accuse di plagio e diffamazione, un PM che dispone la cancellazione di certi articoli che riguardano la vicenda, Google esegue. Prima che la giustizia abbia fatto il suo corso.
http://oknotizie.virgilio.it/go.php?us=70b04084d040f466
Roma – Un’altra storia di libertà – quella di espressione – violata, un’altra storia di censura che corre sul web e, ancora una vicenda nella quale l’immaterialità dell’informazione online sembra psicologicamente legittimare l’Autorità ad immolarla sull’altare del sospetto. Ma cominciamo dai fatti, peraltro già ben riassunti dal protagonista della vicenda sul suo blog e da Alessandro Gilioli sul suo Piovono Rane.

Morgan Palmas gestisce un blog di informazione e cultura letteraria, ospitato sulla piattaforma di blogging di Google. Tra il febbraio ed il marzo del 2010, Morgan scrive due post attraverso i quali racconta la storia di un plagio letterario che si sarebbe consumato in ambito universitario a danno di una studentessa da parte di due professori universitari. La sua correlatrice – stando alla storia raccontata a Morgan – avrebbe fatto propria la tesi di laurea di Maria Antonietta Pinna, laureata presso l’Università degli Studi di Sassari.
Nei giorni successivi alla pubblicazione dei due post, L’Espresso riprende la notizia e questo provoca la reazione della professoressa accusata di plagio che avverte l’esigenza di replicare, negando, naturalmente, quanto accaduto.

Come spesso accade in questi casi, quella che segue è una vicenda giudiziaria su più fronti, ancora lontana dalla conclusione: la studentessa cita in giudizio la sua professoressa per plagio letterario dinanzi al Tribunale civile e quest’ultima risponde querelandola per diffamazione.
Una storia di mala-università, un’occasione in più per riflettere sulla sottile linea che, soprattutto in ambito accademico, divide il plagio dalla rielaborazione critica di altrui idee ed opinioni o, semplicemente, una studentessa che – a torto o a ragione – ha ritenuto di riconoscere il risultato delle sue notti sui libri, in un testo, di successo, pubblicato a nome della sua professoressa?
Tutte le ipotesi sono allo stato aperte. Due procedimenti giudiziari sono pendenti ed occorre, evidentemente, attendere per conoscere la verità o, almeno, la sua miglior rappresentazione terrena: quella che la giustizia sa e può offrirne.
Il punto, tuttavia, è un altro.

Nelle scorse settimane, infatti, un Pubblico Ministero presso la procura della Repubblica di Ferrara prende carta e penna – si fa per dire – e ordina alla Polizia Postale e delle Comunicazioni di acquisire presso Google Inc. “…gestore del sito http://www.sulromanzo.blogspot.com dei Files di log relativi all’IP ed ora di connessione per la pubblicazione degli articoli…” individuati con il loro titolo e la relativa URL di pubblicazione.
Nello stesso provvedimento il P.M. tuttavia va oltre e “dispone la cancellazione degli articoli di cui sopra”.
Detto, fatto. La polizia delle telecomunicazioni procede e richiede a Google Inc. di fornirle i dati richiesti e di provvedere alla cancellazione dei due post.
Google – ricevuto per il tramite della Polizia il provvedimento del pubblico ministero su tanto di carta intestata della Procura della Repubblica di Ferrara – esegue.
Probabilmente, qualcosa è andato storto nel processo tecnico di soppressione dei post perché uno dei due risulta ancora raggiungibile, tanto che Morgan lo richiama nel post di oggi. Il risultato però non cambia.

Un pubblico ministero, mentre procede all’accertamento di un reato ed all’individuazione del presunto responsabile, ha ordinato la definitiva cancellazione del contenuto asseritamente diffamatorio. Il sospetto è stato sufficiente a condannare al silenzio il blogger ed all’eterno oblio i suoi post. E se domani, all’esito del procedimento, un Giudice accertasse che quei post non contenevano alcun riferimento diffamatorio?
Certo magari è successo – come in certi romanzi strappalacrime – che il boia non se l’è sentita di condannare a morte un innocente ed ha preferito nasconderlo da qualche parte, per offrirgli una seconda possibilità…

Google forse ha fatto di più di quanto le competesse ed ha reinterpretato il provvedimento del PM – benché inequivoco nel suo tenore letterale – e si è limitata a “sequestrare” o “mettere da parte” i due post rendendoli inaccessibili così da poterli restituire al loro autore ed al pubblico, nell’eventualità in cui i Giudici, nei prossimi mesi, dovessero stabilire che nessuna diffamazione è stata commessa.
Ma questa, è un’altra storia.

Quando in gioco c’è una libertà fondamentale come quella di espressione, il sistema non dovrebbe far affidamento sulla prassi virtuosa dei soggetti privati coinvolti, né sul fatto che, qualcuno, dall’altra parte dell’oceano, si ponga “scrupoli di coscienza” nella soppressione dell’altrui pensiero o opinione. Vale davvero così poco la nostra libertà di espressione online? Si può accettare che la scarsa conoscenza delle dinamiche dell’informazione online e una buona dose di approssimazione nell’uso delle parole – “cancellare” non significa “sequestrare” né “rendere inaccessibile” – possano determinare così gravi violazioni della libertà di manifestazione del pensiero di ciascuno di noi?

Non credo sia importante scendere nelle tecnicaglie giuridico-processuali e interrogarsi sui poteri e le forme di esercizio di tali poteri da parte di un PM. Il problema è di diritto sostanziale e, forse, anzi, semplicemente di civiltà giuridica: una studentessa, con nome e cognome, racconta di aver subito un plagio, la professoressa accusata di plagio replica, le due posizioni vengono pubblicate con eguale evidenza e ne seguono ben due procedimenti giudiziari nell’ambito dei quali – sotto profili diversi – si accerterà chi ha ragione e chi torto. In un conteso di questo genere, probabilmente, i due post in questione avrebbero ben potuto rimanere dove erano, tanto più che gli stessi fatti sono, ormai, raccontati in centinaia di altri luoghi virtuali: sulle pagine dell’Espresso online, ad esempio o piuttosto su Facebook.

Occorre – o almeno questo è il mio pensiero – ripensare le regole dell’informazione online, attribuendo maggior valore alla libertà di tutti di dire la propria, salvo rispondere di eventuali abusi. Solo un ordine dell’Autorità giudiziaria – all’esito, almeno, di una valutazione in sede cautelare sull’effettivo carattere illecito di un contenuto – deve poter legittimare la rimozione di un contenuto dalla Rete. Travalicare questa sottile linea rende troppo alto il rischio di scivolare nell’arbitrio e di non attribuire il corretto valore alla libertà di informazione, proprio oggi che, ciascuno di noi può finalmente davvero esercitarla.
Quanto vale la libertà di manifestazione di un cittadino sul web? È questa la domanda che il nostro legislatore – e quelli di molti altri Paesi – dovrebbero porsi.

Guido Scorza
Presidente Istituto per le politiche dell’innovazione

“ll giovin signore in collegio” è un plagio, leggere per credere

onagriasino sedutoil giovin signore

Pagina 312 de Il giovin signore in collegio, Clueb, 2007 a firma Miriam Turrini curatore Gian Paolo Brizzi:

“Diario del Collegio de’ Nobili di Parma

Notizie et avvertenze per l’uso di questo diario

Regolasi il collegio de’ nobili di Parma in ogni anche minima cosa con un metodo stabile, introdotto anticamente fin da’ primi anni del governo del Padre Sirani, da cui si può con verità dire che riconosca tutto il vigore della sua disciplina. Non è, però, che col progresso del tempo secondo la varietà delle circostanze, non sia stato opportuno e necessario, il lasciare alcune, benché poche, delle antiche usanze, e l’introdurne altre nuove, accomodandosi alla condizione de’ tempi. Or come che di queste consuetudini nessuno si è mai preso il pensiero di lasciar memoria in iscritto, havendosene solamente notizia, e praticandosi, per così dire, per traditionem; ed essendo le antiche scritte qua e la in varie pagine, si è stimato giovevole il raccogliere e notare quanto di presente si pratica, acciò serva di regola stabile al collegio e di piena informazione a chi venisse al governo di esso non prattico delle sue consuetudini…”.

Pagina 417 de Il Collegio dei Nobili di Parma agli inizi del Settecento, tesi di laurea depositata in facoltà di lettere più di dieci anni fa, autore Maria Antonietta Pinna:

“Diario del Collegio de’ Nobili di Parma

Notizie et avvertenze per l’uso di questo diario

Regolasi il collegio de’ nobili di Parma in ogni anche minima cosa con un metodo stabile, introdotto anticamente fin da’ primi anni del governo del Padre Sirani, da cui si può con verità dire che riconosca tutto il vigore della sua disciplina. Non è, però, che col progresso del tempo secondo la varietà delle circostanze, non sia stato opportuno e necessario, il lasciare alcune, benché poche, delle antiche usanze, e l’introdurne altre nuove, accomodandosi alla condizione de’ tempi. Or come che di queste consuetudini nessuno si è mai preso il pensiero di lasciar memoria in iscritto, havendosene solamente notizia, e praticandosi, per così dire, per traditionem; ed essendo le antiche scritte qua e la in varie pagine, si è stimato giovevole il raccogliere e notare quanto di presente si pratica, acciò serva di regola stabile al collegio e di piena informazione a chi venisse al governo di esso non prattico delle sue consuetudini…”.

Pagina 435-436 De Il giovin signore in collegio:

“Serie delle operazioni quotidiane

Levare per li giorni di lavoro

Li giorni di scuola il levare per l’ordinario si suona un’ora e mezza prima della prima campana delle scuole basse nè mai si anticipa o tarda senza ordine del padre ministro, che ne avvisa la sera il portinaro, acciò li camerieri lo sappianoper trovarsi la mattina a suo tempo al collegio. Si suona un segno lungo.
Niuno de’ signori prima di questo tempo, né pure ne’ giorni festivi, può levarsi senza espressa licenza particolare o generale del padre ministro, se dorme in camerata de’ padiglioni in compagnia degli altri. E, havendone licenza, deve, primo, la sera avvisarne il prefetto; secondo, non si può levare prima che sia levato il prefetto; terzo, volendo studiare, se non ha lo scanzello in luogo in cui possa esser veduto dal prefetto, deve, finché gl’altri sono in letto, intendersi seco, per andare in luogo patente…”.

Pagina 419 de Il Collegio dei Nobili di Parma, Maria Antonietta Pinna:

“Serie delle operazioni quotidiane

Levare per li giorni di lavoro

Li giorni di scuola il levare per l’ordinario si suona un’ora e mezza prima della prima campana delle scuole basse nè mai si anticipa o tarda senza ordine del padre ministro, che ne avvisa la sera il portinaro, acciò li camerieri lo sappianoper trovarsi la mattina a suo tempo al collegio. Si suona un segno lungo.
Niuno de’ signori prima di questo tempo, né pure ne’ giorni festivi, può levarsi senza espressa licenza particolare o generale del padre ministro, se dorme in camerata de’ padiglioni in compagnia degli altri. E, havendone licenza, deve, primo, la sera avvisarne il prefetto; secondo, non si può levare prima che sia levato il prefetto; terzo, volendo studiare, se non ha lo scanzello in luogo in cui possa esser veduto dal prefetto, deve, finché gl’altri sono in letto, intendersi seco, per andare in luogo patente…”.

In pratica tutto il documento di Padre Antonio Magaza, trascritto più di dieci anni fa nella tesi di Maria Antonietta Pinna (da pag. 417 a pag. 613) è contenuto interamente nel libro della Turrini. Inoltre:
Tesi Pinna: pag. 417-418 corrisponde a pag. 312-313 libro Turrini
Tesi Pinna pag. 419 a 447 corrisponde a: da pag. 435 a 454 libro Turrini.
Tesi Pinna da pag. 448 a 456 corrisponde a: da pag. 267 a pag. 271 libro Turrini
Tesi Pinna pag. 457 corrisponde pag. 456 libro Turrini
Tesi Pinna da pag. 458 a 613 corrisponde a: da pag. 457 a pag. 555 libro Turrini, etc.etc.
Questo per citare soltanto alcuni esempi.

E il professor Gian Paolo Brizzi ha perfino osato dire che si tratta di “documenti diversi”.

Il plagio letterario oggi è un argomento di cui si parla pochissimo.
Perché?
Interrogarsi non è mai negativo.
Per esempio mi interrogo sul fatto che la causa che ho intentato per plagio alla professoressa Miriam Turrini e al professor Paolo Brizzi si terrà a Bologna che è un feudo di Prodi. E guarda caso il professor Tedde dell’Università degli Studi di Sassari ci tenne in una sua mail a precisarmi che la Turrini era la pupilla del professor Prodi, perciò avrei dovuto tacere.
Avvocati e persone competenti mi hanno spiegato che la causa si tiene sempre nel posto dove abita l’accusato.
Il professor Brizzi mi ha denunciato per diffamazione. L’avrei diffamato perché ho detto a tutti che si è copiato per intero la mia tesi di laurea. Bisognava tacere.
Mi denuncia per diffamazione. Io abito a Roma. Ebbene il processo si tiene a Ferrara, luogo di residenza del denunciante, non dell’accusato. Confesso di capirci poco.
La giustizia è un guazzabuglio a quanto pare. Come la nota marca di un famoso spumante, per molti, ma non per tutti.