Mister Yod non può morire

copertina facciata yodMister Yod non può morire di Maria Antonietta Pinna
“Non è facile per me dirvi quello che sto per dirvi, sempre che riesca a dirvelo…”

di Fabrizio Ago

La prima sensazione che si prova nel leggere questa squisita pièce teatrale di Maria Antonietta Pinna è di ammirazione per la rara padronanza che l’Autrice ha del linguaggio teatrale e delle sue dinamiche. Solo in un secondo momento si viene risucchiati in contrade più recondite, dove troneggiano esoterismo e mito, sapientemente fusi al teatro dell’assurdo ed a Bertold Brecht, come suggerito da alcuni commentatori.

La pièce appare tuttavia impostata per consentire anche un altro tipo di lettura, “più leggera”. Si possono così momentaneamente accantonare le “origini filosofico-culturali” del testo, a partire dai misteri del significato dello stesso nome del protagonista, Yod, nome impronunciabile nella tradizione ebraica, espressione di una potenza soprannaturale e dall’essenza sconosciuta e tremenda. Il suo ruolo infatti viene qui poveramente ad infrangersi e sgretolarsi, trasformandone la figura in quella di un attonito spettatore di se stesso, “spesso impotente del risultato della sue azioni, assolutamente e drammaticamente eterne”.

Tale accantonamento permette quindi di disvelare una nuova dimensione per il personaggio stesso. Quella della metafora dell’uomo che non è mai soddisfatto del suo stato, anche eccezionale come quello di un essere immortale, e che sogna una diversità dal sé. Ma che poi quando la raggiunge quella diversità, ha come un moto di ripulsa e vorrebbe tornare alla sua condizione primigenia. Una metafora di chi è in perenne attesa di qualcosa che deve accadere, che gli deve capitare, per renderlo finalmente felice, per far sì che non rimanga a consumarsi inutilmente la vita, come lo si è potuto riscontrare in tanti esempi letterari, dal Giardino dei Ciliegi allo stesso Deserto dei Tartari, tanto per proporre qui due esempi. Con la differenza però, come detto, che lui quando finalmente lo incontra (il nemico del tenente Drogo), ne prova ripulsa. E vorrebbe rifugiarsi nel ventre della balena, come il Don Geppetto di Pinocchio, che vi si trovava bene, ed in fondo era ben lieto di rimanersene al calduccio.

Ovviamente per la Pinna quella balena non potrebbe che rivelarsi come un essere dalle proprietà e virtù simili a quelle dello stesso Yod, ovvero un essere mitico ed immortale, legato alla leggenda di Sedna, nota tra gli Inuit qui del Canada come Nuliajuk, la donna-pesce, anch’essa come Yod sottratta alla legge ineludibile del divenire.

Sempre secondo tale tipo d’interpretazione, il lettore viene quindi accompagnato in una dimensione, certo ancora surreale, ma più delicata, più intimista. E’ come se gli venisse offerta la possibilità del lasciarsi giusto cullare, come in una nenia, dalle splendide sonorità dei dialoghi privi di senso dei familiari di Yod, che sembrano prender vita dall’ultima parola pronunciata dal precedente interlocutore, e proposti in un contesto totalmente nuovo e privo di senso: “Davvero sei così pigro?”; “In compenso ho l’intestino pigro”; “Io in compenso ho la gamba pigra, reumatica”; “Io ho una moglie pigra e un figlio pigro”; “Io ho soltanto un fegato, ma pigro pure lui”. Od ancora: “Ma tu chi sei?”; “Non lo so e tu?”; “Io cosa?”; dialoghi tutti recitati in sequenza dai vari attori, come in un canto a cappella. Oppure quella di assaporare la deliziosa recitazione delle qualità dello stesso Yod, tutte espresse al negativo, da “ineffabile, insuperabile”; a “incancellabile, insostituibile, incoercibile, imperscrutabile”; e dove troneggia, sola eccezione, la lista: “improponibile, inammissibile, inopinabile, propinabile, insensibile!”, con quell’aggettivo “propinabile”, sul quale non ci si può che soffermare, incuriositi. Un semplice refuso sembra non ragionevole, data la raffinatezza dell’Autrice. E allora?
A prescindere da questo ultimo inciso, si tratta di sonorità che giungono a catturare e trasportare il lettore (o lo spettatore immaginando la pièce andata in scena) in altri mondi, immateriali, anche se non metafisici.

Solo a tratti, in una situazione di “noia universale e ciclica” si è riportati sulla terra, tra gli uomini della nostra epoca sciocca ed insulsa, quella dell’Italia nostrana, con “la televisione che non cambia, ed i politici peggio”; con i riferimenti a deputati, a raccomandati, ad escort, a soprusi e raggiri, tutti sempre eternamente uguali. “Cambiano facce, colori, forme, nomi, ma non cambia niente in realtà”.

E parimenti il lettore viene come invitato a percorrere le pagine in cui appaiono le due figure allegoriche del testo: Paracelso e Don Abbondio (cui Yod si rivolge in cerca di soluzione al problema che lo affligge), avendo alla mente più che Jonesco, gli abitanti dei pianetini de: Il Piccolo Principe. Si guardi al tal proposito al suo dialogo con l’ubriacone: “«Perché bevi?» chiese il Piccolo Principe. «Per dimenticare», rispose l’ubriacone. «Per dimenticare che cosa?» s’informò il Piccolo Principe che cominciava già a compiangerlo. «Per dimenticare che ho vergogna», confessò l’ubriacone abbassando la testa. «Vergogna di che?» «Vergogna di bere»”.

Ed a coronamento del tutto, viene invogliato a non sottrarsi al puro godimento estetico dei geroglifici, scritte cabalistiche, simboli esoterici, proposti all’apertura del secondo Atto. Non ha che da percorrerli con lo sguardo e gustarseli come semplici eleganti elementi di effetto scenico.

In conclusione, mentre non si possono che condividere i commenti di Alfonso Postiglione o di Cinzia Baldini, cui si rimandano gli interessati alla “visionarietà in letteratura”, questo testo sorprende per la sapiente capacità di offrirsi anche ad un pubblico più vasto. E mentre si raccomanda a tutti la lettura di questo bel lavoro teatrale, non si può che augurarne di cuore all’Autrice una prossima andata in scena.

Annunci

Maria Antonietta Pinna: Mr. Yod e l’era lunare degli dei minori, recensione

copertina facciata yodMaria Antonietta Pinna “Mister Yod non può morire” (La Carmelina, 2012).

Per gli atei è quasi un Serial Killer… per mistici e gente comune (da sempre) un Vice Padre, l’illusione dell’eterno avvenire (Freud) o bisogno di devozione legittimo o persino indiscutibile. Per i fanatici il pretesto universale di ogni genocidio. Per i cibernetici il nostro insospettato Super Ingegnere cosmico e noi come dei giocattoli elettronici in un transfinito Video Game universale (il futurologo Nick Bostrom, tra serio e cinico faceto). Per Zarathustra, semplicemente morto…

Per qualche cineasta un più umano, troppo umano dio minore (Randa Haines e “ovviamente” non a caso… Mark Medoff.)

In quest’ultimo file relativamente recente, danza forse questo canovaccio letterario di M. A. Pinna, scrittrice dalla parola complessa e eretica, polifonica e multicolore, in un filo d’Arianna di fare scrittura che attinge intenzionalmente a certa grande antitradizione alla Ionesco o allo stesso Carmelo Bene.

E l’esito è un testo ammaliante, ironico, aperto per meme a una spirale di toccate e fughe di segni, sogni, simboli, ottovolante di evocazioni e espansioni, deliziosamente oltre (altrove) il narcisismo solipsista di molto teatro letterario contemporaneo, una parola qua s-oggettiva: nulla di neorealista obsoleto, nessuna velleitaria psicoletteratura, una interfaccia invece, scrittore (scrittrice) divenire della storia umana, analisi paradossale immaginale pulsionale sui dis-valori o la cosiddetta banalità della normalità, semmai anche, di profonda superficie wildiana, piacevolissima, scorrevole.

Un Dio minore protagonista depresso, frustrato dall’Immortalità, stanco di mondi e stelle, di atomi e creature umane o aliene.

Un Dio minore che domanda disperato aiuto a un campione casuale di umani, un metodo per…. suicidarsi…..

Alla fine, più o meno ci riesce e non ci riesce. Alla fine, gli umani per vie del caso e della necessità, nonostante proposte di metodi da cult movie di Serie B ( se non quasi talk show), suggeriscono e non suggeriscono la soluzione… letteralmente universale.

Gli umani come un minuetto libero di sonnambuli si scoprono, una specie unica, tutti parenti stretti.

Il Dio minore alla fine, quasi rimpiange, la sua reale/apparente dissoluzione, pur tanto desiderata: ribadisce il suo autentico sconcertante messaggio contemporaneo (che pure toglie il sonno dalla modernità a ogni scuola di filosofi perditempo e viziati – o banali paranoici intellettuali):

“Cari umani, mi avete rotto i … coglioni, arrangiatevi!”. Ma nessuna soluzione finale, teatrale, con scenografie alla Noè o Sodoma e Gomorra, figurarsi l’apocalisse nucleare.

Oppure, un segreto criptato più progressista e innovativo: “basta con la solitudine di astri infiniti, sono un bambino, giochiamo a big bang?”.

M.A. Pinna narra un affresco simultaneo e con cifra (a parte Bene) più europea (non solo Ionesco o Wilde) che italica-mediterranea: la fine degli Dei e del teatro e delle maschere pesanti: per una parola invece non banalmente liquida e minimale, ma immateriale e pulsionale, acqua leggera “atomica” per liberare i… 4 elementi, far parlare le nuove aurore dove un giorno gli umani magari giocheranno con gli dei sulla Terra in volo negli spazi sconosciuti.

Magari con una strana astronave a forma di scopa siderale, la nuova computer age di Lilith e l’umanità postlunare….

RobyGuerra

Mister Yod non può morire, recensito da Nefti

copertina facciata yodMister Yod non può morire (Maria Antonietta Pinna)

http://www.liberaillibro.com/mister-yod-non-puo-morire-maria-antonietta-pinna/

E se un giorno il Padreterno si stancasse di vivere e provasse il desiderio di morire? Di condividere, quindi, il medesimo destino di quell’umanità che lui avrebbe creato “a sua immagine e somiglianza?” Con un ragionamento, che un matematico definirebbe per assurdo ma che in realtà è assolutamente razionale, dal tono ironico e per alcuni versi anche comico, tale situazione l’ha ricreata la promettente autrice Maria Antonietta Pinna nelle pagine del testo teatrale che porta la sua firma: MISTER YOD NON PUO’ MORIRE. “Vi ho convocato qui per dirvi che ho preso una decisione… Non è facile per me dirvi quello che sto per dirvi, sempre che riesca a dirvelo… Non mi ricordo più quanti anni ho, sono stufo. Yod di qua, Yod di la, Yod fai questo, fai quest’altro, chi mi cerca a destra, chi a sinistra, appelli, richieste, suppliche! Basta faxarmi, telefonarmi, scrivermi, citofonarmi, basta pubblicità! Sono stufo! Fuori servizio, chiaro? E non mi riferisco solo a voi ma a tutti gli altri, a tutti! Quello che nessuno ha capito è che voglio essere lasciato in pace. In una parola aggiustatevi! Ne ho le tasche piene!” Nei tre atti in cui è suddivisa la sceneggiatura assistiamo proprio al maturare del proposito da parte di Dio di farla finita, di essere “falciato” dalla Nera Signora, dalla ricerca quasi disperata dei mezzi con cui attuare l’insano progetto ed infine, quasi a tempo scaduto, il drammatico ripensamento. MISTER YOD NON PUO’ MORIRE è un testo scritto in modo interessante e attuale la cui logica ineccepibile mette in discussione certezze sedimentate ormai da secoli. E un’autrice così dotata, Maria Antonietta Pinna, da essere riuscita a far calzare perfettamente e senza strappi la razionalità umana a quella divina del supremo ispiratore delle tre più grandi religioni monoteiste attuali. La narrazione ha una costruzione strategica con richiami ad argomentazioni teologico/filosofiche e i personaggi selezionati per accompagnare, nei tre atti, lo sviluppo dell’autodistruzione portata avanti da Dio, sono, per il simbolismo che racchiudono, come le guide scelte da Dante per la sua commedia. Ed anche il lavoro di Maria Antonietta Pinna potrebbe essere proprio una “Divina Tragedia” avendo le caratteristiche di un dramma teatrale vero e proprio. Il “deus ex machina” della questione sarà proprio l’uomo comune che riuscendo là dove Paracelso e Don Abbondio hanno fallito, si proporrà quale alter ego a Yod/Dio e con la sua logica razionale, semplice e disarmante, sintesi di quella eterna -molto più complicata perché costituita dall’essenza originaria dei concetti stessi- lo porterà a rivedere i funerei propositi. Quando nel primo atto, Mister Yod tenta di mettere al corrente la sua assurda famiglia sulla decisione presa, e assistiamo a dialoghi insensati, monologhi senza capo né coda, rinfacci e accuse meschine, la prima sensazione, “a pelle”, che ci assale è di ansia, impotenza, con un forte senso di soffocamento e irrimediabilità per una situazione talmente deteriorata da essere, ormai, fuori controllo. È il problema dell’incapacità di comunicare che, presentandosi sulla scena quasi in sordina, assume via via contorni netti e definiti fino a risaltare chiaro in tutta la sua drammaticità. La difficoltà di rapportarsi l’un l’altro, di costruire serie e proficue relazioni sociali non è solo una questione di “salto generazionale” in quanto, se è vero che esiste tra generazioni diverse, è innegabile, che sussiste anche tra i vari sessi più o meno coetanei o tra familiari che condividono lo stesso tetto. La depressione, l’apatia, l’ipocondria, il rinchiudersi in un mondo proprio, il non riconoscersi anche se si sono condivisi sentimenti profondi quale l’amore materno o quello coniugale, altro non sono che manifestazioni del “male di vivere”, tematica nota e conosciuta benissimo dalla società contemporanea. Ben presto, un ormai amareggiato Mister Yod si accorge che a nulla serve abbandonare lo snaturato “nido” familiare e cercare di ritrovare il proprio io, la propria individualità, le caratteristiche della propria personalità, tra le formule segrete, gli alambicchi o i simbolismi esoterici del laboratorio medico di Paracelso, come accade nel secondo atto. Stanco e disilluso il Nostro Protagonista cerca, nella terza parte, il conforto della religione impersonata suo malgrado, dal misero e codardo Don Abbondio. Errore madornale di valutazione da parte dell’Eterno, perché persino nella dottrina che dovrebbe essere sua diretta emanazione, non riconosce nessuna qualità, tantomeno si capacita di dover accettare bovinamente, solo “per fede”, come vorrebbe il rappresentante della Chiesa, concetti che suonano ipocriti, falsi e banali persino alle Sue divine orecchie. L’unico merito da ascrivere al pavido Don Abbondio è quello di aver messo l’immenso Mister Yod davanti al suo umile ritratto: l’uomo. L’Uomo Qualunque, quello che si incontra tutti i giorni per strada e di cui non resta memoria, “polvere alla polvere”. Dio vi si rispecchia ma ciò che l’uomo -creato dall’Onnipotente e, mini creatore a sua volta, del mito di un Dio artefice della sua creazione- gli mostra, lo sconvolge ancora di più. L’uomo qualunque, senza tanti complimenti, lo mette davanti al fatto compiuto: latente, all’interno della Sua eterna coscienza c’è il male. Quindi se da Lui tutto è stato creato e tutto torna, anche a Lui che è Il Bene è da imputare la creazione della sofferenza, del dolore, delle iniquità, della negazione della vita per eccellenza: la guerra. L’amara presa di coscienza, come un tarlo, inizia a divorare Yod dall’interno, ad acuire la sua crisi esistenziale, ad intaccare la sua immortalità e quindi ad avvicinarlo a quella dipartita, così a lungo agognata, indifeso, come tutte le altre Sue creature. Più Dio riflette sul senso della morte, più essa si rafforza e si prepara a ghermirlo, più il sibilo della falce si avvicina, più Yod ci ripensa e non vuole morire. Ora che la sua mente super razionale è in comunione con quella degli uomini, si confonde, si perde nell’incapacità di comprendere perché la vita debba finire. Anzi perché l’esistenza debba essere un lungo cammino di espiazione verso il nulla della morte dove persino lui stesso, essenza creatrice per eccellenza, viene dimenticato, annullato dalla potenza del non essere… “…ma adesso che sono debole, vecchio, stanco, ammalato, solo, ridotto ad un’idea dimenticata nel fondo d’ottuse coscienze, non voglio più morire, non so perché, ma non voglio, io che sapevo, che potevo tutto, non voglio, non voglio, non voglio morire… (Si accascia al suolo mentre la sua voce diventa il gorgoglio d’un agonizzante).” SIPARIO!
Recensito da nefti

Autore: Maria Antonietta Pinna

Genere: Sceneggiatura teatrale

Perchè leggerlo?
Perchè è una sceneggiatura ironica ed intelligente che tratta del “male di vivere”

Perchè non leggerlo?
Se non si vuole riflettere sui problemi della società attuale e sulla mancanza di comunicazione

Ti piace se…
vederlo rappresentato a teatro

Il pregio principale
la frizzantezza della scrittura dell’autrice

Il difetto principale
nessuno

Una frase significativa
“Vi ho convocato qui per dirvi che ho preso una decisione… Non è facile per me dirvi quello che sto per dirvi, sempre che riesca a dirvelo… Non mi ricordo più quanti anni ho, sono stufo. Yod di qua, Yod di la, Yod fai questo, fai quest’altro, chi mi cerca a destra, chi a sinistra, appelli, richieste, suppliche! Basta faxarmi, telefonarmi, scrivermi, citofonarmi, basta pubblicità! Sono stufo! Fuori servizio, chiaro? E non mi riferisco solo a voi ma a tutti gli altri, a tutti! Quello che nessuno ha capito è che voglio essere lasciato in pace. In una parola aggiustatevi! Ne ho le tasche piene!”

Mister Yod non può morire, recensione di Cinzia Baldini


MISTER YOD NON PUO’ MORIRE di MARIA ANTONIETTA PINNA

E se un giorno il Padreterno si stancasse di vivere e provasse il desiderio di morire? Di condividere, quindi, il medesimo destino di quell’umanità che lui avrebbe creato “a sua immagine e somiglianza?”

Con un ragionamento, che un matematico definirebbe per assurdo ma che in realtà è assolutamente razionale, dal tono ironico e per alcuni versi anche comico, tale situazione l’ha ricreata la promettente autrice Maria Antonietta Pinna nelle pagine del testo teatrale che porta la sua firma: MISTER YOD NON PUO’ MORIRE.

“Vi ho convocato qui per dirvi che ho preso una decisione…

non è facile per me dirvi quello che sto per dirvi,

sempre che riesca a dirvelo…

Non mi ricordo più quanti anni ho, sono stufo.

Yod di qua, Yod di la, Yod fai questo, fai quest’altro,

chi mi cerca a destra, chi a sinistra,

appelli, richieste, suppliche! Basta faxarmi,

telefonarmi, scrivermi, citofonarmi, basta pubblicità!

Sono stufo! Fuori servizio, chiaro?

E non mi riferisco solo a voi ma a tutti gli altri, a tutti!

Quello che nessuno ha capito è che voglio essere lasciato in

pace. In una parola aggiustatevi! Ne ho le tasche piene!”

Nei tre atti in cui è suddivisa la sceneggiatura assistiamo proprio al maturare del proposito da parte di Dio di farla finita, di essere “falciato” dalla Nera Signora, dalla ricerca quasi disperata dei mezzi con cui attuare l’insano progetto ed infine, quasi a tempo scaduto, il drammatico ripensamento.

MISTER YOD NON PUO’ MORIRE è un testo scritto in modo interessante e attuale la cui logica ineccepibile mette in discussione certezze sedimentate ormai da secoli. E un’autrice così dotata, Maria Antonietta Pinna, da essere riuscita a far calzare perfettamente e senza strappi la razionalità umana a quella divina del supremo ispiratore delle tre più grandi religioni monoteiste attuali.

La narrazione ha una costruzione strategica con richiami ad argomentazioni teologico/filosofiche e i personaggi selezionati per accompagnare, nei tre atti, lo sviluppo dell’autodistruzione portata avanti da Dio, sono, per il simbolismo che racchiudono, come le guide scelte da Dante per la sua commedia. Ed anche il lavoro di Maria Antonietta Pinna potrebbe essere proprio una “Divina Tragedia” avendo le caratteristiche di un dramma teatrale vero e proprio.

Il “deus ex machina” della questione sarà proprio l’uomo comune che riuscendo là dove Paracelso e Don Abbondio hanno fallito, si proporrà quale alter ego a Yod/Dio e con la sua logica razionale, semplice e disarmante, sintesi di quella eterna -molto più complicata perché costituita dall’essenza originaria dei concetti stessi- lo porterà a rivedere i funerei propositi.

Quando nel primo atto, Mister Yod tenta di mettere al corrente la sua assurda famiglia sulla decisione presa, e assistiamo a dialoghi insensati, monologhi senza capo né coda, rinfacci e accuse meschine, la prima sensazione, “a pelle”, che ci assale è di ansia, impotenza, con un forte senso di soffocamento e irrimediabilità per una situazione talmente deteriorata da essere, ormai, fuori controllo.

È il problema dell’incapacità di comunicare che, presentandosi sulla scena quasi in sordina, assume via via contorni netti e definiti fino a risaltare chiaro in tutta la sua drammaticità.

La difficoltà di rapportarsi l’un l’altro, di costruire serie e proficue relazioni sociali non è solo una questione di “salto generazionale” in quanto, se è vero che esiste tra generazioni diverse, è innegabile, che sussiste anche tra i vari sessi più o meno coetanei o tra familiari che condividono lo stesso tetto.

La depressione, l’apatia, l’ipocondria, il rinchiudersi in un mondo proprio, il non riconoscersi anche se si sono condivisi sentimenti profondi quale l’amore materno o quello coniugale, altro non sono che manifestazioni del “male di vivere”, tematica nota e conosciuta benissimo dalla società contemporanea.

Ben presto, un ormai amareggiato Mister Yod si accorge che a nulla serve abbandonare lo snaturato “nido” familiare e cercare di ritrovare il proprio io, la propria individualità, le caratteristiche della propria personalità, tra le formule segrete, gli alambicchi o i simbolismi esoterici del laboratorio medico di Paracelso, come accade nel secondo atto.

Stanco e disilluso il Nostro Protagonista cerca, nella terza parte, il conforto della religione impersonata suo malgrado, dal misero e codardo Don Abbondio. Errore madornale di valutazione da parte dell’Eterno, perché persino nella dottrina che dovrebbe essere sua diretta emanazione, non riconosce nessuna qualità, tantomeno si capacita di dover accettare bovinamente, solo “per fede”, come vorrebbe il rappresentante della Chiesa, concetti che suonano ipocriti, falsi e banali persino alle Sue divine orecchie.

L’unico merito da ascrivere al pavido Don Abbondio è quello di aver messo l’immenso Mister Yod davanti al suo umile ritratto: l’uomo. L’Uomo Qualunque, quello che si incontra tutti i giorni per strada e di cui non resta memoria, “polvere alla polvere”. Dio vi si rispecchia ma ciò che l’uomo –creato dall’Onnipotente e, mini creatore a sua volta, del mito di un Dio artefice della sua creazione- gli mostra, lo sconvolge ancora di più. L’uomo qualunque, senza tanti complimenti, lo mette davanti al fatto compiuto: latente, all’interno della Sua eterna coscienza c’è il male. Quindi se da Lui tutto è stato creato e tutto torna, anche a Lui che è Il Bene è da imputare la creazione della sofferenza, del dolore, delle iniquità, della negazione della vita per eccellenza: la guerra.

L’amara presa di coscienza, come un tarlo, inizia a divorare Yod dall’interno, ad acuire la sua crisi esistenziale, ad intaccare la sua immortalità e quindi ad avvicinarlo a quella dipartita, così a lungo agognata, indifeso, come tutte le altre Sue creature.

Più Dio riflette sul senso della morte, più essa si rafforza e si prepara a ghermirlo, più il sibilo della falce si avvicina, più Yod ci ripensa e non vuole morire. Ora che la sua mente super razionale è in comunione con quella degli uomini, si confonde, si perde nell’incapacità di comprendere perché la vita debba finire. Anzi perché l’esistenza debba essere un lungo cammino di espiazione verso il nulla della morte dove persino lui stesso, essenza creatrice per eccellenza, viene dimenticato, annullato dalla potenza del non essere…

“…ma adesso

che sono debole, vecchio, stanco, ammalato, solo, ridotto ad

un’idea dimenticata nel fondo d’ottuse coscienze, non voglio

più morire, non so perché, ma non voglio, io che sapevo, che

potevo tutto, non voglio, non voglio, non voglio morire…

(Si accascia al suolo mentre la sua voce

diventa il gorgoglio d’un agonizzante).”

SIPARIO!

Cinzia Baldini

Oliviero Angelo Fuina, Mister Yod non può morire di Maria Antonietta Pinna

copertina facciata yod

“Mister Yod non può morire”
di Maria Antonietta Pinna
Copyright Edizioni La Carmelina 2012
ISBN: 978 88 96437 384
Edizioni La Carmelina
Direttore Responsabile Federico Felloni
http://www.edizionilacarmelina.it

Stasera mi sono imbattuto in questo testo interessantissimo che fin dalle prime righe mi ha conquistato e catturato. Grande la sorpresa, all’impatto visivo, di trovarmi davanti a una partitura teatrale nei canonici tre atti. Lo confesso, con leggerezza d’acquisizione mi aspettavo un romanzo breve (o un racconto lungo). Bene: ho trovato infinitamente di più. Ho trovato un raccontare che avvalendosi di semplici dettami didascalici teatrali ha creato immagini in me stesso e, soprattutto, una grande opportunità di addentrarmi in riflessioni filosofiche suggerite dagli stessi personaggi con profonda leggerezza, mostrandomi molto di più di pseudo, e relative, verità che mille letture mirate avevano solo vagamente sfiorato dentro di me. Per mia colpa, probabilmente.
Mi sono divertito in dialoghi paradossali – ma fino ad un certo punto – tipici di un intrigantissimo “teatro dell’assurdo” che a ben addentrarcisi assurdo non lo è. Non più comunque di dietrologie suggerite dall’Esistenza stessa.
In una breve sinossi ad opera della stessa bravissima Maria Pinna, possiamo leggere:
“Yod percorre un viaggio in tre atti tra passato, presente e futuro, nell’eterno ciclo della vita. Si annoia mortalmente, cerca la morte per poi scoprire di voler vivere ancora. Cerca se stesso: nel cuore arido e stretto dei parenti; nell’antro circolare di Paracelso, tra pozioni e metafore di colorati filtri; nel ventre caldo di un leviatano, favoloso simbolo prenatale, oggi crudelmente maltrattato …”. E ancora:
“Dentro il suo mitico, caotico ventre, in una sorta di regressus ad uterum che assume valore universale, tra il male originario degli uomini ed i loro eterni, ciclici errori, Yod, disperatamente aggrappato con le dita all’umiak della coscienza umana cerca la luce dell’altro suo sè per esserci ancora nel mondo.”
Mister Yod è immortale. Un dio vicino all’umana concezione e tessitura che l’umanità stessa ha su di lui imbastito. Se non il nostro stesso Dio. Altri personaggi – nel primo atto – sono membri della sua famiglia che si era dimenticata di esserlo. Illuminante l’incontro col famoso medico e alchimista Paracelso nel secondo atto e significante l’incontro con Don Abbondio (o lo stereotipo ecclesiastico aggrappato alla materialità della sua missione e del suo ruolo) nel terzo e ultimo atto. Terzo atto che vede l’ingresso in scena dell’Uomo Qualunque. Di nome Uomo e di cognome Qualunque. Spesso invocato ma mai realmente personalizzato, qui arriva nella sua orgogliosa sicurezza del suo esistere . Sarà quest’uomo meno qualunque della sopravvalutata folla di uomini “specializzati” che indicherà la via che Mister Yod va cercando per tre atti (o nell’infinita ciclicità del morire e rinascere uguali a sé stessi). Via che risulterà indigesta allo stesso Yod, nell’essenza di ciò che realmente è.
Una lettura che consiglio sinceramente a chiunque abbia voglia di rimettersi in gioco addentrandosi in tematiche forse scomode, di certo spiazzanti e assolutamente mai banali.
Una lettura, inoltre, che consiglio a tutti coloro che apprezzano una scrittura semplicemente fluida e straordinariamente ironica che nelle paradossali costruzioni dei dialoghi degli stessi personaggi saprà strappare un sorriso divertito di riconoscimento e un soprassalto di verità basale.

Mister Yod non può morire, recensione di Patrizia Poli

copertina facciata yodSebbene l’indiscusso talento visionario di Maria Antonietta Pinna si esplichi al meglio nella narrativa, anche in questa prova teatrale l’autrice mette in atto strategie espressive non comuni.
Mr. Yod è un’opera teatrale in tre atti, ben distinti l’uno dall’altro, quasi una trilogia con lo stesso protagonista, Yod.
Yod è Dio, lo ricorda nel nome (la prima lettera dell’alfabeto ebraico a comporre l’appellativo della divinità), nell’aspetto fisico, alto e barbuto, nell’immortalità vissuta, però, come una condanna. Ma è anche, soprattutto, uomo, non l’uomo comune dell’ultimo atto, ma l’uomo nella sua angoscia, nel suo dolore esistenziale, nella noia e nausea sartriane, nell’alienazione, tema caro alla Pinna e ereditato dal teatro dell’assurdo.
La scena del primo atto è un omaggio esplicito a Pirandello, Beckett e Ionesco. Cinque personaggi che qui non cercano l’autore perché sono già in contatto metanarrativo con la regia stessa del dramma rappresentato sul palco, in quell’entrare e uscire dal narrato e dal narratore cui ci ha abituato la Pinna; cinque personaggi dello stesso nucleo familiare, che si scambiano dialoghi assurdi, banali, superficiali, capaci solo di comunicare angoscia, senso di straniamento, di vuoto.
“Sai certe volte ci si dimentica, così, senza un motivo preciso, l’abitudine, lo stress quotidiano” (pag 18).
Sono proprio cose come queste -abitudine, monotonia, stress – ad alienarci, a renderci estranei a noi stessi, ai nostri bisogni, alla nostra natura più vera, oscura e profonda.

Nel primo atto, la vicinanza con “Waiting for Godot” è esplicita. Anche il personaggio beckettiano contiene Dio nel suo nome (seppure la cosa pare per Beckett sia stata involontaria), anche Vladimir ed Estragon si scambiano battute trite, vuote di senso, simbolo di distanza, d’incomunicabilità. Qui, però, i personaggi sono una famiglia, come in Pirandello, fatta di persone che non si riconoscono, che litigano fra loro, che si detestano. Parenti serpenti, e il serpente uroborico ricorre in tutto il dramma. Già nel racconto “Io vedo” la Pinna aveva toccato l’argomento famiglia, intesa come covo di meschinità, nido di serpi malevole. Forse sta proprio in questo la differenza fra l’autrice e il teatro che l’ha preceduta, nel suo contatto con la realtà, con la vita di tutti i giorni, quella piccola, meschina, delle famiglie, e quella grande, volgare, crudele, della società, della guerra, come si vedrà nell’ultimo atto.
L’autrice, in qualche modo, è sempre presente, nascosta dietro le maschere delle sue creazioni. Anche qui la Donna, moglie di Mr. Yod, la sua compagna, l’altro lato della medaglia, somiglia un poco all’autrice stessa. E le citazioni sono omaggi e rimandi a ciò che ella ama, agli autori prediletti:

“Certo, non uno, né nessuno ma centomila!” (pag. 30)
Il secondo atto è quello più autenticamente pinniano. Deluso dalla famiglia – nella quale il Dio che si ribella a se stesso non trova appoggio, consolazione, neppure identità – dalla quale si allontana “scuotendo la testa”, Yod cerca rifugio nell’esoterismo, nell’alchimia intesa come filosofia portata alle estreme conseguenze, come elucubrazione intellettuale sovrascientifica, ultrafanica, alla ricerca di un significato inattingibile.
Nell’antro di Paracelso ritroviamo molti simboli già visti nella casa della maga Gabrina di “Fiori Ciechi”, il precedente romanzo dell’autrice, l’uroboro dell’eterna rinascita, lo yin e lo yang, il bene nel male e il male nel bene. Cicli e rinascite, dentro e fuori, morte e vita alla quale, alla fine, neanche la scienza riesce a dare una spiegazioneche non sia materiale, che soddisfi il Dio uomo sempre più disperato.
“Una noia universale e ciclica! Tutto rimane identico a se stesso, non c’è una fine, né un principio, la testa inghiotte la coda”. (pag. 49)
Una noia ancora una volta sartriana, nauseante, assoluta.

Nel terzo atto Yod fa ricorso alla religione, la madre chiesa, interpretata dal peggiore dei suoi servi, l’umile, l’abietto Don Abbondio. È l’atto forse più riuscito come dialoghi, più fulmineo come battute, con un’ironia sempre presente che rende godibile il testo. Abbondio rappresenta la religione dei dogmi (“la legge è legge”), quella che non dà risposte ma impone divieti. Abbondio evoca un altro personaggio, l’Uomo Qualunque, che si comporta con Yod come una specie di ipnotizzatore, di psichiatra, e opera su di lui un atto di maieutica, lo accompagna nella sua discesa nell’inconscio, nel ventre della balena, come fu per Giona (e per Pinocchio). Qui il Dio è messo di fronte al male da lui stesso creato. La consapevolezza inorridisce, spaventa, indebolisce, la conoscenza di sé, del lato oscuro, non accettato, uccide. Yod, sfinito, muore, diventa davvero, completamente, uguale alle sue caduche creature, Dio e uomo coincidono, ma la morte non dà pace, non dà oblio, fa solo paura, perché resta inspiegabile, oltre la famiglia, la società, la filosofia, la religione, la psicoanalisi. Yod muore, Dio muore, ridotto a “un’idea dimenticata nel fondo di ottuse coscienze” e qui scatta la ribellione della vita, il desiderio prepotente di non cedere. L’essenza della vita, scopriamo, sta forse proprio solamente nel vivere in sé, senza scopi, senza sovrastrutture, senza significati cabalistici, senza dei.
Insomma, se, come dice Nietzsche- e gli fa eco Guccini – Dio è morto, è pur sempre vero che la vita è ancora viva.

Ida Verrei – La drammaturgia dell’assurdo: una proposta teatrale che oltrepassa i confini del reale

copertina facciata yodhttp://signoradeifiltri.overblog.com/ida-verrei—la-drammaturgia-dell%27assurdo:-una-proposta-teatrale-che-oltrepassa-i-confini-del-reale

Mister Yod non può morire,
La Carmelina Edizioni, 2012

Recensione

di Ida verrei

“Mister Yod non può morire” di M. A. Pinna è una proposta teatrale che coniuga elementi realistici con quelli simbolici e surrealisti.

Nella nota introduttiva l’autrice stessa fornisce una prima chiave di lettura del suo dramma e ne sottolinea il significato allegorico: è un Dio creato dall’irrazionalità dell’uomo che, nella perdita della concezione del tempo e dello spazio, non riuscendo più a reggere il peso della propria identità, diviene “altro” e cerca nella morte la risoluzione della sua crisi esistenziale, “per poi scoprire di voler vivere ancora”. (pag.11 nota dell’autore)
Yod, il cui nome è la prima delle quattro lettere che in alfabeto ebraico compongono il nome di Dio, oscilla tra due nature: quella divina e quella umana; sembra non trovare una propria collocazione; tenta di proiettarsi nelle realtà che incontra, ma trova solo cliché e luoghi comuni, il vuoto. Tutto il suo percorso mostra una dualità inscindibile di ripulsa e amore verso la vita: è un dialogo interno di due parti scisse, il divino e l’umano, l’oggetto buono e quello cattivo, in un’angoscia derivante dalle pulsioni di vita e di morte.

La rappresentazione si dispone su tre piani temporali: un tempo lontano, in cui si smarrisce la ricerca di memorie; un presente incomprensibile; un futuro illusorio.

È un tempo ciclico nel quale niente si risolve e tutto ricomincia.

L’azione del primo atto si svolge in un luogo privo di definizione: cinque sedie vuote, cinque personaggi. In questo spazio scenico, carico di valenze simboliche, dove si condensa la mancanza di comunicazione, si muove Yod, tra maschere pirandelliane, che incarnano i membri di una stessa famiglia, estranei tra loro, isolati, indifferenti, incapaci di riconoscersi. Lo scambio verbale sottolinea un distacco disincantato, l’inconoscibilità, la fuga nell’irrazionale:
“Ma tu chi sei?”

“non lo so e tu? (pag.20)

“io cosa?”

“tu sai chi è quell’uomo?”

“a occhio e croce direi che è mio marito” (pag.21)

I dialoghi sono basati sui suoni e sul ritmo di frasi brevi che frantumano la percezione del reale. L’autrice usa luoghi comuni quotidiani;

“Davvero? Non ci si crede. Certe volte, i casi della vita…”

“Chi l’avrebbe mai detto?”

“Ma guarda che combinazione!” (pag.16)
battute brevi, frammentarie, con proposizioni indipendenti, per lo più interrogative; una comunicazione che sembra derivare dalla difficoltà dei personaggi di agganciarsi a una logica convenzionale; parole reiterate, slegate, che assumono la forma dell’enumerazione con effetti sonori:

“Inamovibile, incrollabile, imprescindibile,

innominabile, immangiabile,ineliminabile…

e sentite questa: inesautorabile!”

“Inesautorabile? Questa non vale perché non esiste!

“Se l’ho detta vuol dire che esiste!” (pp.34-35)

In questo groviglio di non-senso, Yod, cerca la soluzione del suo problema. Il suo ruolo, però, appare all’inizio sfocato, abbozzato, più spettatore che attore. Ma è proprio attraverso la demenzialità dei dialoghi, l’incoerenza delle parole, che si giunge ad individuare il protagonista-soggetto dell’opera.

Yod urla la sua ribellione, la sua richiesta di aiuto, ma si scontra con l’indifferenza, l’egoismo di parenti stretti , che fanno male come scarpe:

“Mister Yod non può morire, lo sappiamo tutti”

“Ma io devo morire!”

“Non puoi”.(pag.33)Non gli resta che cercare altrove.

Si rifugia nell’antro di Paracelso, medico alchimista che funge da contrappunto ironico alla voce di Yod; è proiezione del “magico”, colui che, alla ricerca degli elementi basilari della vita, tenta di “separare il vero dal falso… Spirito e materia”.(pag.47)

Qui (secondo atto), cambia completamente la scenografia: una tenda sullo sfondo, colma di simboli: quelli cinesi, YANG e YIN, emblemi degli opposti, della dualità presente nel cosmo; i quattro elementi della vita (fuoco, acqua, aria, terra); simboli alchemici ed egizi; e l’Ouroborus, il serpente che si morde la coda, simbolo dell’eterno ritorno, della natura ciclica delle cose. Yod spera finalmente di uscire dalla noia universale e perenne dell’immutabilità: “L’inizio coincide con la fine che è un principio che è una fine che è un principio che è la fine… Separare l’inizio dalla fine, questo è l’arcano!”(pag.49)

“Ma lo scienziato-mago-stregone compie una ricerca inversa a quella di Yod: cerca la formula dell’immortalità, che tenta di strappare dal corpo stesso del Dio. La scienza, quindi, è inadeguata alla comprensione delle oscure profondità dell’animo, a risolvere problemi esistenziali e pulsioni dell’inconscio.

Ancora una volta Yod, deluso, sparisce.

In una fusione perfetta tra comico e farsesco, avviene l’incontro con don Abbondio (terzo atto), rappresentante della Fede, ma eroe della paura, esponente di quel clero che appare più interessato ai beni materiali che ai problemi dell’anima. Yod spera in un consiglio dell’uomo di Chiesa, vuole “uscire dall’eterno ciclo della vita” (pag.61) ma i due viaggiano su piani diversi: “Io scanso tutti i contrasti e cedo a quelli che non posso scansare”(pag.62), dice il religioso, e si aggrappa alle regole: “ La legge è legge… Avanti, un uomo qualunque lo capirebbe”(pag.67). E l’Uomo qualunque, non più sinonimo di una negatività indeterminata, ma quasi alter ego di Yod stesso, evocato dall’urlo di don Abbondio, fa la sua comparsa. Socraticamente, con domande incalzanti, attraverso associazioni e quesiti continui, scava nell’io segreto dell’uomo-dio.

In un tragico assurdo, immerso nel flusso dei ricordi, Yod è costretto a naufragare nel passato; si tuffa nel ventre caldo e scuro della balena, che allude a simboli prenatali e ad antiche leggende Inuit.
Qui inizia la parte più visionaria del dramma, il suo autentico significato allegorico: alla ricerca delle proprie origini, il Dio creato dalle pulsioni inconsce dell’uomo, intraprende un viaggio a ritroso. E si perde, non riesce a ritrovarsi in ciò che gli appare, nelle colpe, nel male perenne che l’uomo infligge all’uomo. L’orrore lo travolge; scivola in una dissoluzione che rende incerto il confine tra vita e morte.

Ed allora, in un delirio finale, emerge il disperato bisogno di sopravvivere: perire per ritornare sempre identico a se stesso non ha senso. Vivere, per ritrovare l’illusione di un mutamento che sia catarsi, liberazione dalla condanna dell’Ouroburos, il serpente che si morde la coda.

Maria Antonietta Pinna costruisce un testo teatrale sperimentale; sente il fascino delle Avanguardie simboliste, nei contenuti e nello stile. Ma, con felice intuizione creativa, trova una propria originalità. Rielabora in modo personalissimo tematiche e linguaggi, riuscendo a darci testimonianza di un autentico talento.

Mister Yod non può morire, segnalato da Giuseppe Iannozzi

misteryodnonpuomorire_zpsc4c41cda

https://iannozzigiuseppe.wordpress.com/2013/01/28/mister-yod-non-puo-morire-maria-antonietta-pinna-edizioni-la-carmelina/

Maria Antonietta Pinna, nata a Sassari nel 1972 ma residente in Roma è specializzata in criminologia.
Ha già pubblicato nel 2010 Dalle galee al bagno al carcere, Armando Siciliano Editore ed ultimamente Fiori ciechi, Annulli editore.
Io vedo! (racconto tratto dal libro L’occhio clinico) è stato pubblicato dalla rivista siciliana Notabilis.
Collabora con il blog e web-magazine Sul romanzo in qualità di pubblicista ed è Curatrice della collana di filosofia esoterica per Albero Niro editore.

Yod percorre un viaggio in tre atti tra passato, presente e futuro, nell’eterno ciclo della vita. Si annoia mortalmente, cerca la morte per poi scoprire di voler vivere ancora. Cerca se stesso: nel cuore arido e stretto dei parenti; nell’antro circolare di Paracelso, tra pozioni e metafore di colorati filtri; nel ventre caldo di un leviatano, favoloso simbolo prenatale, oggi crudelmente maltrattato. La massa ovoidale della balena è stata paragonata a due archi di cerchio che si congiungono come il cielo e la terra. Un’antica leggenda degli inuit racconta della dea del mare Sedna, bella fanciulla che respinse tutti i pretendenti proposti dal padre e sposò un uccello. Il padre indignato, uccise lo sposo e buttò la figlia nell’oceano.
Sedna si aggrappò con tutte le sue forze all’umiak. Per costringerla a lasciare la presa le vennero mozzate le falangi. Dalle dita tagliate nacquero le varie creature marine, tra cui la balena. Dentro il suo mitico, caotico ventre, in una sorta di regressus ad uterum che assume valore universale, tra il male originario degli uomini ed i loro eterni, ciclici errori, Yod, disperatamente aggrappato con le dita all’umiak della coscienza umana cerca la luce dell’altro suo se per esserci ancora nel mondo.

Mister Yod non può morire – Maria Antonietta Pinna – Edizioni La Carmelina – ISBN: 978 88 96437 384 – Prima edizione: nov 2012 – pagine: 84 – prezzo: Euro 10

Recensione di Mister Yod non può morire su “Liberi di scrivere”

copertina facciata yod

http://liberidiscrivereblog.wordpress.com/2013/01/26/recensione-di-mister-yod-non-puo-morire-di-maria-antonietta-pinna-la-carmelina-2012/

Ho un ricordo nitido e piuttosto surreale della prima volta che andai a teatro. Ci portò la scuola, un pomeriggio, in un cinema trasformato in teatro a vedere L’uomo dal fiore in bocca di Piarandello. Non so quello che capii allora, ero piuttosto piccola, ma ricordo chiaramente che il protagonista della storia era un uomo che stava morendo, e il poetico termine “fiore” nascondeva la malattia da cui era afflitto. Allora si usava, non so se si usi ancora oggi portare ragazzi così piccoli a teatro, ma almeno per me fu l’inizio di un amore piuttosto profondo per questa arte alla quale ho sempre associato le parole “mistero” e “scoperta”. Non fu l’unica opera teatrale che vidi naturalmente da allora, c’è stato Euripide, Moliere, Goldoni, Shakespeare, Ibsen, Eugene O’Neill, Arthur Miller, il primo per cui decisi di provare a fare critica di un testo teatrale, recensendo o più che altro analizzando Morte di un commesso viaggiatore, e L’orologio americano . Poi sempre a scuola, potei analizzare i testi più classici del teatro dell’assurdo, testi di Samuel Beckett, Aspettando Godot senza dubbio, Harold Pinter, Ionesco, scoprendo che un testo teatrale può anche essere letto e fruito come un’ opera letteraria, separatamente dalla sua rappresentazione scenica per cui è stato creato. La recensione di un testo teatrale, badate bene del testo non della rappresentazione, comunque pone il recensore ad accettare dei limiti e delle vere e proprie restrizioni, superabili solo con la fantasia e l’immaginazione, e data la difficoltà, non spesso ho trovato recensiti classici, figuriamoci testi d’avanguardia di autori contemporanei, fuori dai canali consueti dedicati al teatro. Mister Yod non può morire di Maria Antonietta Pinna rientra a pieno titolo in quest’ultima categoria: è un testo teatrale, in tre atti, con nove personaggi, pubblicato nel 2012 da La Carmelina edizioni con prefazione di Alfonso Postiglione. Ad una prima lettura, non ho potuto fare a meno di avvertire i rimandi ai dialoghi tipici del teatro dell’assurdo, lunghi nonsense filtrati da una visione surreale e quasi parodistica o meglio paradossale della costruzione narrativa pervasa comunque da una concreta razionalità che si poggia su una struttura (un inizio, uno svolgimento e una fine) chiaramente percepibile e consequenziale. La morte di Dio di nietzschiana memoria, concetto non solo teologico ma anche puramente filosofico, è chiaramente percepibile in questo dramma. Dio, riflesso e specchio delle umane necessità (e come non pensare a Voltaire e al suo “Se Dio non esistesse, bisognerebbe inventarlo”), si ribella al suo destino pensato immortale, e qui il paradosso si fa assoluto, vuole morire. Prima Yod cerca una via attraverso la sua assillante famiglia, (primo atto) e i consigli sono assurdi, come la sua richiesta, e vanno da uno zabaione con tanto marsala ad un piatto di ostriche. Poi si rivolge alla magia, a Paracelso (atto secondo) in cui si svela la sua immaterialità e infine nel terzo atto abbiamo la risoluzione del dramma quando Don Abbondio ovvero la religione e l’evocato Uomo qualunque con il suo socratico cerca te stesso portano alla catarsi finale.

“Mister Yod non può morire”, recensione di Mario Lozzi

copertina facciata yod

http://www.libreriauniversitaria.it/mister-yod-non-puo-morire/libro/9788896437384

Lo Yod è la prima lettera del nome di Yahveh, il tetragramma sacro della Bibbia ebraica, assolutamente inesprimibile a voce dagli esseri umani. Solo il gran Sacerdote poteva, una volta all’anno pronunciarlo nel segreto del Santo dei Santi, dietro le pesanti, fitte cortine che separavano il Mistero dal resto dell’umanità. Il popolo degli ebrei, ogni volta che, leggendo la Bibbia, si imbatteva nel nome di Yahveh, pronunciava Adonai che significa il Signore.
Un dio oscuro, quindi, dotato di una potenza illimitata e tremenda. Il dio infinito e sconosciuto nella sua essenza. Noto solo per alcune azioni tutt’altro che dolci, come la folgorazione dell’uomo che osò toccare in situazione di impurità una stanga dell’arca che conteneva le tavole della legge. Un dio che ordina l’herem, cioè la strage indiscriminata e totale dei popoli sconfitti; che benedice Phineas mentre trafigge l’ebreo perché aveva osato unirsi in amore con una donna di un popolo straniero. Un dio ideato dal popolo autodefinitosi eletto, scatenato alla conquista della terra promessa , senza compromessi, che avrebbe per secoli gettato il terrore con la sua ombra, come quando, all’origine della formazione del popolo, si era insinuato nelle case degli egiziani per ucciderne i figli primogeniti.
L’assurdo creato da Maria Antonietta sembrerebbe a prima vista incredibile. Yod, il creatore, lo spietato legislatore, il Padrone assoluto, viene a rendersi conto di che cosa abbia fatto lungo la storia delle generazioni volute da lui. Così, all’improvviso, l’autrice ne infrange il formidabile potere e lo rende spettatore, spesso impotente del risultato della sua azione, assolutamente definita eterna.
Si trova invischiato nelle situazioni di una famiglia normale, anzi non troppo normale. Beghe infinite e sciocchezze che gli corrodono la sicurezza di aver fatto bene quando aveva ideato la prima famiglia del mondo. A questo punto risulta chiaro l’intento dell’autrice, che mette in bocca a Yod :”Quello che nessuno ha capito è che voglio essere lasciato in pace. In una parola aggiustatevi! Ne ho le tasche piene! Poi quando le cose vanno male è sempre colpa mia, sempre, anche quando non c’entro niente perché, detto papale papale, ho la forte tendenza a farmi i fatti miei. Com’è che si dice? Fatti i fatti tuoi che campi cent’anni! Che idiozia| Altro che cent’anni! Qui si parla di secoli e millenni e bilioni e bilioni di bilioni di anni! Ho perso il conto! A tutto c’è un limite! Ho deciso di farla finita!”.
Maria Antonietta ha chiaramente svelato la sua intenzione: distruggere l’apparenza storica di un dio non creatore, ma creato dalle insopprimibili angosce umane. Ma questa divinità potrebbe morire se tutta, proprio tutta l’umanità se lo cancellasse di dosso. Impossibile: Yod non può morire. Perché con la sua immagine morirebbero tutti i poteri degli inventori di morale, nel suo nome, tutti i deboli che pretendono da lui una soluzione che non vogliono trovare col loro impegno, tutti gli egoisti, padroni della ricchezza che pretendono sia difesa dalle leggi di Lui, Yod, Altissimo, Irraggiungibile, Imperscrutabile, Giudice e Guida.
Yod non può morire, è l’Ouroboros, secondo il mito greco, il serpente che si morde la coda, colui che appunto, mordendosi la coda, tiene unito, fra le sue spire, il mondo terreste, acquatico, aereo che, altrimenti precipiterebbe nel vuoto infinito che circonda l’esistenza fisica. Yod è la magia che fa rapprendere l’illusione dell’eternità.
Dunque è costretto a sondare i segreti dell’alchimia, delle formule creatrici, degli scongiuri apotropaici che possono allontanare le paure dalla mente dell’umanità che le crea senza sosta. E chi meglio di Paracelso, il mago per eccellenza potrà rivelare a Yod l’intrinseco suo essere magico, in modo che, dopo averlo compreso, possa tranquillamente morire? Paracelso, tuttavia è troppo invischiato nei suoi esperimenti: “Solve et coagula”! L’esistere è sempre e solamente un ciclo, non c’è perché e non c’è modo di uscirne. Chiede parti di Yod per creare esperimenti. Ma Yod gli scompare davanti. Illusione, dice Maria Antonietta, illusione delle fedi gnostiche e degli abracadabra. Yod e la magia ci vivono dentro e scompaiono quando si cerca di estrarne la vera essenza. Tuttavia è quasi impossibile farlo, perciò Yod che vuole morire è assolutamente costretto ad esistere.
Ma, oltre alla magia c’è un’altra forza, formidabile, che regge l’esistenza di Yod. È la fede che si realizza nella religione, la quale è rappresentata dai suoi ministri. Le alte cariche ecclesiastiche non si degnerebbero di ascoltare Yod, ad essi basta reclamizzare la venerazione verso di lui per poi servirsene opportunamente. Per questo Maria Antonietta fa incontrare Yod con un infimo rappresentante del culto: don Abbondio, forse il più umano fra le figure ieratiche del mondo della preghiera. Don Abbondio però non può dare una soluzione esistenziale, ha troppe paure, soprattutto quella della morte: “secondo te io vado a scomodare madama morte perché ti è venuto il capriccio di fare la sua conoscenza?…. Io sono un povero prete e tu quella te la devi scordare, capito? Va bene l’amore, ma non si può amare la morte, è contro la logica!”.
Non c’è dunque verso di far morire la figura di Yod, poiché è proprio la paura della morte che la fa vivere fra la gente. Poiché, come dice l’apparizione di un uomo qualunque, c’è gente che si ostina a vedere un elefante in un topolino e viceversa. Yod allora ripete l’esperimento di Giona che è gettato in mare perché non vuole obbedire ad un comando di Yahveh. Una balena lo ingoia e poi lo espelle dopo tre giorni sulla spiaggia dove il profeta non voleva andare. L’esistenza è inesorabile. Una volta che uno c’è, non può fare a meno di essere. Così Yod. Ha percorso diverse tracce di vita cercando di scomparire. Non può farlo perché come entità non è mai esistito, ma è plasmato dalla credenza degli uomini e non potrà svanire finché uno solo di essi lo crederà vivo.
Questo ritengo sia il pensiero guida di Maria Antonietta, lungo lo svolgersi del dramma. Scritto più che con parole, con rasoi affilati che penetrano nella pelle dello spettatore ed hanno la capacità di sconvolgerlo. L’opera può avere qualche sentore di stili moderni, ma è assolutamente originale. Una scultura scabra che ti invita ad abbracciarla e ti segna in modo indelebile con le stigmate di una razionalità implacabile. Dramma duro e bello, da seguire con attenzione per non essere spiazzati dagli improvvisi cambiamenti di scene, temi, forme lessicali sperimentali, variazioni di intensità semantica. Un piccolo capolavoro espressivo.