Lo strazio – Un lamento – ruggito

Lo strazioLo Strazio –
Un lamento-ruggito
Recensione di Mario Lozzi

Dal punto di vista astronomico, se ci si pensa bene, tutto l’universo è un giramento di palle.
Perciò se qualcuno intende la poesia come un giramento totale di palle, maschili o metaforicamente femminili, che provoca un impeto distruttivo verso le cose, i ragionamenti, le azioni umane , le bestie, l’apparenza, la poesia stessa, si può dire che, astronomicamente, tutta la faccenda è corretta nel modo più assoluto.
Lo strazio nasce appunto da una situazione di “giramento” che sorprendentemente produce una creazione poetica nuova. Un esperimento di come il pensiero nella poesia possa stravolgere tutto quello che è considerato normale, giusto, moralmente corretto, artisticamente bello, delicato, soffice , pulito.
Dice l’autrice che la poesia : “ E’ vivere – senza- aver mai vissuto”.
La creazione poetica è dunque una pura illusione, è il tentativo di dare una mano di tinta rosa ad una parete scrostata e rosa dall’umidità e dalla muffa. E tutta la costruzione di queste liriche, perché sempre liriche sono, si stende su di un ritmo incalzante che assordisce il senso con una scelta di parole dure e taglienti. Soprattutto sconvolge la ricerca apparentemente disordinata di una rima che balza fuori a tratti e potrebbe sembrare priva di senso, qualora manchi una chiave di lettura sottilmente celata. C’è questa chiave di lettura che, senza il sentimento del disprezzo per l’andamento vitale del mondo, non può essere percepita. Per esempio nella lirica intitolata “Mondo”, nell’invettiva verso il tutto, appare la frase: “ Mondo carogna” e dopo alcuni versi ecco la rima “ guai chi t’agogna” oppure “ morte e sorte” o anche “ cadaveri vermosi” e “altare degli sposi” e ancora “, “con tutti i tuoi gioielli , gli ori, i marmi” e, dopo due versi: “ strazi ai tuoi figli le carni”.

Sono strofe totalmente libere, eppure c’è un nesso ferreo che crea come chiodi ribattuti in una riflessione amara, velenosa a volte, ma, purtroppo vera per una gran parte delle situazioni. In “Misoginia” sono collegate : “ Maddalena” con “sposa serena” “Moglie” con “ voglie” “pederasti” con “fasti”. Che poi sarebbero i fasti della religione per nascondere il vizio orrendo dietro la parola falsamente mansueta della fede propalata da chi odia la donna e, per il proprio ministero usa la gonna.

L’esperimento di Maria Antonietta lascia meravigliati per l’incredibile ricchezza di vocaboli, spesso pescati nelle antiche accezioni greche e latine, spesso esperimentati come forme vocali barbariche, dove si sente un impulso guerresco, come una forma di beffa ai modi di dire che vanno di moda.
Ogni oggetto, ogni relazione è vista in maniera negativa, spesso ironica, quasi sempre amara.

C’è la visione di una forma di narcisismo a rovescio. Il personaggio del mito si vide riflesso nell’acqua pura di un lago, si innamorò di se stesso e, per afferrarsi, cadde nell’acqua e annegò. Maria Antonietta vede in una pozzanghera d’acqua sporca un aspetto deformato che è lei stessa. E lo studio del pensiero è rovesciato: non ci può essere apparenza che è solo forzatura, nella pozzanghera c’è la verità con i sensi di colpa le negazioni di vita, la bruttura di sentirsi schiavi. Schiavi sì. Di una trappola incantevole che è l’universo e che finisce per rivelarsi per quello che è: un gabbia deforme e deformante, dove ci si illude di una libertà che è negata dietro le apparenze. Però, nella pozzanghera ci si specchia, ma non ci si può annegare. La salvezza dalla prigionia della vita è la verità dell’ironia.
Allora ogni cosa ha il suo rovescio. Il matrimonio si risolve nel tradimento, le buone maniere nascondono l’impulso assassino, l’uomo virile ha perduto la mascolinità sotto le carezze materne, gli amici vengono a compiangere la tua malattia, ma poi se ne vanno e se ne fregano di te.

Così tutto è falsità. Allora le guerriera impugna non più una spada, che ormai non è di moda e nemmeno efficace di fronte ad una pistola. Impugna la penna e colpisce, colpisce, colpisce. A volte in modo armonioso e con una costruzione felicemente scorrevole, a volte con lo smeriglio che strappa via la pelle dell’apparenza.
E la conclusione appare nella rivisitazione della vicenda di Cesare. Egli sa di dover morire, ma sa che ne vale la pena. Per questo disprezza il vaticinio dell’aruspice e sceglie una morte eroica, piuttosto che il lungo declino della vecchiaia. L’esasperazione della difesa di una figura eroica che si paga ricevendo le pugnalate quasi come un regalo.

E la risata della scrittrice sembra riecheggiare dalla fine su, su, fino all’inizio della serie di immagini che sono come una cascata violenta ma bella, bellissima nella sua furia che distrugge e, nello stesso tempo rivela.

Lo strazio, Marco Saya Editore

Lo strazio

Forse più nota come scrittrice- anche teatrale (Mr Yod e Fiori Ciechi), Maria Antonietta Pinna, di Roma capitale, sarda di origini, ha edito recentemente per l’ editore Marco Saya (news di Milano, felicemente specializzata per la parola come ricerca) una raccolta poetica, Lo Strazio ediz., 2013) di particolare frattura con certo trend contemporaneo: bellissima la prefazione di Mario Lozzi – da cui questo significativo accenno/estratto:

“….STRAZIO è una delle esplorazioni umane vista e portata a termine da un intento nuovo e stupefacente. Perché è concepito in maniera completamente aderente alle intenzioni della donna che lo ha generato…”

Vano negarlo, almeno in Italia, certa poetica o persino casta letteraria finanche editoriale, appare da tempo arroccata vuoi da tempo in implosioni veteroumanistiche e moralistiche, vuoi nell’inerzia di certa Parola sperimentale “viaggio al termine” quasi mai riformattato in nuovi dinamismi neovisionari, chè pure l’essenza, la fisica immaginria del fare poesia, dai graffiti all’era del computer.

La Pinna, invece, da input prossimi sia al surrealismo storico che alle stesse neoavanguardie che furono, combina la parola da e verso vette di ricerca linguistica ammaliante e conoscitiva: ma non verso cieli quasi solipsisti e privi d’aria e nuvole e arcobaleni, oltre in pillole certa ossessiva grammatopatia altrove penalizzante…

Ora la parola è mera macchina desiderante, pulsionale, nuovamente eretica, nuovamente uno schiaffo all’infame buon senso politicamente, culturalmente, umanamente corretto… un arcobaleno dove il Nero riformatta il Bianco zero origine dei… Colori (Poesie Noir infatti il sottotitolo, un Noir atipico, quasi esistenzialismo elettronico, distante dalla moda pur anche positiva).

Altrove, spesso, 2 righe di Lacan o Chomsky: qua, invece certamente le Parole diverse di un Wittgenstein, la sublime-azione fatta antiverbo della miglior Kristeva, le saette iconoclastiche di una Fallaci in inedita versionepoietica.

I dis-valori diventano colori (ma sempre dal Noir come sorgente laser), l’avanguardia persino reinventa la rima finalmente oltre le liturgie ambigue dei madrigali, il canto nuovo attraversa i testi, dall’archetipo originario, ma dinamico, innestato nel divenire contemporaneo.

Soprattutto, una Poesia aperta: connessa per sua natura digitale a rimodulazioni fatali nelle sinapsi dei destinatari: la prima volta non è il traguardo ma torre di controllo per nuove volte d’orizzonti ad ogni lettura o link: diversi gli strati della faglia attiva in uno “Strazio” dell’autrice che evoca magari l’urlo celebre di Munch, ma come ossimoro macchina di disillusione e critica hard allo status quo, psicosociale, più che banalmente esistenziale: uno “strazio” urlo più prossimo a un Vagito alieno, messaggero di nuova bellezza potenziale, reinvenzione di verità molteplice.

Nella parola stessa microcronotemporale, indossata da/con passi di nanodanza, di volta in volta infra-noir (e poi rosanoir, rednoir), tra witz intermittenti di versi atipici e neoversi, fughe pulsionali, saette psicosociali, magnitudo paradossi, l’Essere sostenibilissimo, leggerissimo..

http://www.eccolanotiziaquotidiana.it/m-a-pinna-lo-strazio-marco-saya-edizioni-recensione/

(R.G.)