Intervista di Giuseppe Iannozzi a Maria Antonietta Pinna

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Mister Yod non puo’ morire – Maria Antonietta Pinna

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Mister Yod non può morire – Maria Antonietta Pinna – Edizioni La Carmelina – ISBN: 978 88 96437 384 – Prima edizione: nov 2012 – pagine: 84 – prezzo: 10 Euro

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1. Mister Yod non può morire (Edizioni La Carmelina) è una pièce teatrale, ma è soprattutto fare Letteratura impegnando le dramatis personae sul palco dell’umana esistenza, mettendo a nudo spigolosità e drammaticità delle medesime. Yod è il principale protagonista del dramma letterario che tu, Maria Antonietta Pinna, metti al centro dei tre atti che compongono la tua pièce. Chi è Yahveh o più semplicemente Yod? Forse un dio oscuro, il dio di quel popolo che si autodefinì eletto e che scatenò ordalie contro i popoli nemici? O, più modestamente, oggi come oggi, un dio impotente?

Ho iniziato a scrivere la storia di Mister Yod pensando ad una pièce sull’incomunicabilità, e subito mi è venuto in mente Dio, forse l’entità con cui la parola “comunicazione” assume in modo speciale un valore metafisico e monodirezionale. Volevo un Dio tutto umano, con esigenze terrene, afflitto da cronica stanchezza, aspirante ad un suicidio liberatorio, vittima e carnefice insieme, più che impotente, un vero e proprio non-sense, creato ad immagine e somiglianza dell’uomo, esattamente come il dio del popolo eletto, ma privo del terribile potere veterotestamentario. Yod è la divina personificazione dell’assurdo, un dio che si ribella al suo creatore, perciò decide arbitrariamente, da un giorno all’altro, di morire, sovvertendo le regole del gioco. Questo Dio è un tassello fuori posto che scompiglia la rigidità cristallizzata delle regole attraverso una riflessione su se stesso ed il mondo. La morte del dio, presente in tutte le cosmogonie che si rispettino, in questo caso è come un pretesto, il motivo occasionale dal quale prende l’avvio il viaggio di Yod nei vari atti della tragicommedia. Yod ha una fisicità che ricorda un po’ Zeus oppure il Dio cristiano dei calendari business, statura imponente, lunga barba bianca compresa nel prezzo e tunica lunga fino ai piedi. Tuttavia, nonostante le apparenze, è anche profondamente umano, troppo umano, come direbbe Nietzsche. Ha moglie, un figlio sposato, una madre sorda, un cugino, un’amante. Una famiglia litigiosa che da inizio alla vicenda con un dialogo tra il drammatico e l’ilare, basato su situazioni paradossali e su battute ad incastro che dovrebbero procurare nello spettatore un misto contraddittorio di divertente tristezza.

2. Credo non si possa parlare di Mister Yod non può morire come il tentativo di portare in scena un vero e proprio dio; Yod è una persona debole e annoiata, nonostante si professi immortale. Yod ha deciso di “farla finita”, anche con le idiozie della sua famiglia, che, ahinoi, non è neanche più in grado di riconoscere sé stessa.

Se avessimo due teste il nostro dio probabilmente avrebbe due teste, se avessimo dieci dita in ogni mano, rappresenteremmo la divinità con le nostre stesse dita, idem se avessimo tre occhi, etc. In fondo non esiste un vero e proprio Dio. Esso è soltanto il riflesso delle paure, delle debolezze e delle caratteristiche umane. Quando gli uomini scoprirono che il maschio partecipava alla generazione, scalzarono l’antica Madre Terra, sostituendola con un dio fallico, confacente alle loro esigenze di dominazione della femmina. Il maschio ha costruito delle favole per far credere al popolo che fosse in grado perfino di partorire, esattamente come le femmine. Dio maschio crea Adamo (maschio), da una costola di Adamo nasce Eva. La donna generata dall’uomo. La costola che sostituisce l’utero in modo che il primato sociale dell’uomo venga confermato dalla religione. Dio è soltanto un misero specchio. Comunicare con se stessi è difficile, per questo i familiari non si conoscono e inscenano un dialogo assurdo per poi arrivare ad una agnizione finale che è puramente simbolica.

3. Mister Yod non può morire è il tentativo, molto ben riuscito, di un teatro votato all’avanguardia, che propone non pochi temi filosofici attraverso una forma dialogica. Mi par di ravvisare che Yod sia affetto da una malattia incurabile, quella dell’eterno ritorno (nietzschiano): “In un sistema finito, con un tempo infinito, ogni combinazione può ripetersi infinite volte”. Yod è vittima del “serpente nero”, dell’Uroboro. Maria Antonietta Pinna, quali sono gli autori teatrali e non, che hanno maggiormente contribuito a formare la tua visione della natura di cose e persone, e, soprattutto, perché?

Ionesco è sicuramente uno dei miei autori preferiti perché amo l’assurdo e l’onirismo non fini a se stessi ma razionalizzati in vista dell’ottenimento di un fine preciso: comunicazione di sensi che superino il comune buon senso. Il primo atto di Mister Yod non può morire è quasi un omaggio al tentativo di dire la verità attraverso la messa in scena di un incubo estraniante. Perché in fondo la letteratura è questo, raccontare favole che mettano in luce problemi veri, filosofici e sociali. La noia di Yod è anche una noia ciclica ed universale, alla quale il Dio vuole sfuggire in nome di un ribaltamento: separare l’inizio dalla fine, inseguendo una morte di matrice nietzschiana che lo fa riflettere su temi come alienazione, incomunicabilità, indifferenza, politica, eccessi della moda, sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Inizia così un viaggio che lo porta in contatto con diversi personaggi fino ad arrivare all’esplorazione della psiche che avviene metaforicamente dentro il ventre di un leviatano, la cui fine per mano dei giapponesi (e qui si allude alla strage delle balene), segna in un certo senso la perdita di una parte di se stessi, di quel mondo interiore in cui si riescono a scorgere immagini forti. Neppure un dio può rimanere indifferente perché sono le voci della fame e della paura, le voci di un’umanità sfruttata e spesso dimenticata negli angoli bui della propria coscienza, come un pensiero inutile, da rimuovere, come la propria voce da dimenticare.

4. Mister Yod non può morire è un dramma: sociale, di un dio creatore o piuttosto di un singolo individuo però non diverso dalla moltitudine?

Ho preso il concetto di Dio che sta su in cielo e l’ho trascinato sulla terra rendendolo uomo, sicché il mio buon Yod è Dio ma come specchio è anche uomo. La sua doppia natura mi ha permesso di sviluppare temi intimistici di matrice familiare ma anche pensieri filosofici sulla ciclicità dell’essere a cui lo stesso Dio vuole ribellarsi. Il suo posto è quello di ascoltare tutti, prevedendo ogni cosa, senza mistero, senza sorprese. Ma il poveretto si annoia. Il fatto di sapere tutto lo sfianca, l’immortalità lo stressa, portandolo a maturare l’esigenza del suicidio, sintomo di un forte esaurimento nervoso che è proprio dell’individuo (Dio svuotato di senso) ma anche della collettività (società squilibrata, depauperata di valori). In un certo senso Yod è un anarchico, uno che non sa stare al posto che gli è stato assegnato dalla tradizione, dal suo creatore, l’uomo. In questo mio lavoro tutto è ribaltato. Non è la storia di un Dio che crea, ma al contrario, la storia di un Dio creato dall’uomo che cerca se stesso, non accontentandosi del ruolo che gli è stato dato. Mister Yod non può morire e invece muore, ha un corpo come ho detto prima, e poi non ce l’ha più. Ricorda a Paracelso che non ha sangue, né capelli, né unghie, né mani, né ciglia, né occhi, né labbra, né naso. Il re è nudo e a contatto con la scienza si rivela per quello che è, niente, un’invenzione.

5. Yod è stanco, vorrebbe morire in pace. Cerca di farsi amica la morte, chiede a chi la conosce di presentargliela. Tutti hanno però orrore della Nera Signora. Yod, nel terzo e ultimo atto, incontra due personaggi, Don Abbondio e un Uomo qualunque. Chi o cosa rappresentano questi due personaggi nel tuo Mister Yod non può morire?

Dopo l’incontro con Paracelso l’Yod-uomo, si carica di un nuovo significato, il niente. Avevo dunque bisogno di un personaggio che rendesse perfettamente l’idea del vuoto in stridente contrasto con la morte che è poi la fine del tutto e del niente, concetti rimestati nel laboratorio dell’alchimista. E ho pensato a un Don Abbondio. Yod gli chiede la via che potrebbe esaudire i suoi desideri di Dio ribelle. Ma il prete è un conformista e dichiara di non conoscere nessuna via tranne quella della scriminatura dei capelli, per cui consiglia al Dio di rassegnarsi. Sarà invece l’Uomo Qualunque a svelare a Yod la strada, attraverso una metafora della non esistenza. Siccome Yod in realtà non esiste, è proprio cercandosi che potrà morire, dato che prenderà coscienza di se stesso ossia della propria non esistenza. Don Abbondio è il conformismo, l’Uomo Qualunque è la lucida ragione.

6. Non è stato dio a creare gli uomini bensì gli uomini a creare dio per fargli carico delle loro proprie colpe. E’ forse questo uno dei possibili messaggi che la tua pièce porta al lettore?

Sì, come ho detto prima, i ruoli si ribaltano. L’uomo crea Dio, per questo sarà sempre un uomo a rivelargli il segreto della morte e della vita, spingendolo verso un viaggio perinatale in un leviatano-utero colmo di contraddizioni. Le viscere in cui il Dio si immerge sono un bagno di ricerca del sé che travolgerà la sua certezza di esistere e gli farà aprire gli occhi sul fatto che l’uomo creandolo gli ha dato un’esistenza fittizia. Un personaggio che crede di esistere e poi si accorge della falsità della sua stessa essenza.

7. Possiamo considerare Mister Yod non può morire anche come un atto di accusa contro la dilagante ipocrisia della religione?

Certamente sì, più che un j’accuse, una riflessione sul valore della ragione la cui lucidità si oppone decisamente ai falsi miti. La religione vende caramelle al sapore di cielo e d’oblio che ci fanno scordare l’esigenza di sapere, indottrinandoci verso il recinto della non riflessione e l’ovile della rassegnazione, giocando sulla paura dell’inferno. Per questo forse i credenti si chiamano pecorelle del Signore. Le pecore non sono note per la loro intelligenza.

8. Don Abbondio, emblematico prototipo di un clero peritoso e tutt’altro che umile, suggerisce a Yod che “Va bene l’amore, ma non si può amare la morte” perché “è contro la logica!”. La morte fisica, ieri come oggi, è ancora un tabù; parlarne e parlarne in pubblico fa paura, e poco importa (alla società) che si faccia appello alla ragione. La gente, di gran lunga, preferisce credere a quel clero che, con oscure metafore, assicura all’umanità che un aldilà esiste e che lo spirito è immortale. Alla fine, Yod trova sulla sua strada un Uomo qualunque che lo sprona con queste parole: “Vai che non cadi, dicci cosa vedi, parla, guarda se ci sei”. Yod obbedisce. Guarda dentro sé stesso e, alla fine, ha paura. Ha paura di quello che scopre. E’ dunque vero che conoscere la verità è poco conveniente?

La morte nella nostra società è un grande business, una macchina per fare soldi. La religione si basa su un meccanismo semplice ma efficace, un po’ come i pacchi napoletani con il controfiocco. Vendere un’illusione. Comprare un sogno. Morire è terribile. Chiunque ha paura. Perfino quello Yod che ha una natura profondamente umana. Egli è terrorizzato dal suo desiderio iniziale nel momento in cui si accorge che si sta realizzando, vorrebbe tornare indietro. La favola del Paradiso è gradevole, aiuta a vivere meglio. Niente è più dolce di una bugia piacevole per chi la sente, conveniente per chi la professa. Ai tempi di Bonifacio VIII, quando si vendevano le indulgenze, c’era un motto che suonava più o meno così: “quando il soldin cade nella cassetta l’anima sale in cielo benedetta”. Attualissimo direi.

9. In che condizioni versa oggi il teatro italiano? Ho netta l’impressione che oggi si scrivano opere teatrali per lo più destinate a un pubblico di soli lettori, e che sempre più di rado le opere scritte vengano rappresentate in teatro. A tuo avviso, c’è forse in atto una crisi? E se sì, di chi è la colpa?

C’è stato un periodo in cui scrivevo recensioni di spettacoli teatrali per un giornale di approfondimento culturale: Vespertilla. In media su dieci spettacoli visti 8 erano davvero deludenti e non perché gli attori non fossero bravi, tutt’altro. Erano i testi che facevano acqua da tutte le parti, con dialoghi scialbi e spesso anche errori macroscopici nell’elaborazione della trama. Il teatro è un circolo chiuso. Spesso a scrivere i testi abborracciati sono gli stessi attori con scarse qualità drammaturgiche. Pochissimi fanno sperimentalità. Ci sono teatri che ancora rappresentano a Roma rimpasti di gialli di Agatha Christie, con dialoghi inutili e trame ricalcate, senza verve. Se mi presentassi con il mio testo, senza conoscere nessuno, quante possibilità avrei di vederlo rappresentato? Risposta zero spaccato. Siamo in Italia. E come diceva Totò: “ho detto tutto”.

10. Maria Antonietta Pinna, quali sono i tuoi futuri progetti?

E’ appena uscito il mio libro di poesie “Lo strazio”, con Marco Saya Editore, un neo-editore coraggioso, oltre che un artista. Ho scritto due romanzi dopo “Fiori ciechi”, che si aggirano sempre nei versanti dell’oltrerealtà. Ho anche terminato la raccolta di poesie “Ultrafanica” e sto lavorando ad un’altra raccolta in questo momento. Lavoro sempre, comunque vada. Spero altresì di pubblicare il mio saggio di stregoneria, taglio storico, e gli altri lavori teatrali che ho scritto. Scrivere è per me un divertimento. Le poesie inoltre vengono da sole, così, come per magia. Impossibile far finta di niente. Devo mettere nero su bianco. Se son rose fioriranno…

Intervista a M.A. Pinna su destrutturalismo e altro…

PIETRA SOSPESAIntervista a M.A. Pinna, curatrice del sito-blog omonimo, portavoce del Gruppo Destrutturalista attivo a Roma Capitale

D- Un nuovo sito blog lanciato nell’oceano del web, culturale puro.. come è nato?

Il blog nasce dall’esigenza di comunicare secondo chiavi non referenziali, non autoreferenziali, segnalando eventi, storture e soprattutto nuovi ritmi letterari sicuramente lontani, sia nella poesia che nella narrativa, da certa produzione sentimentale ma sostanzialmente vuota di senso, che affolla gli scaffali delle librerie. Alcuni degli articoli presenti nel blog sono stati “rifiutati” da altre piattaforme, perché ritenuti “scomodi” oppure contrari alle idee incrostate e fuligginose di certi intellettuali di matrice cattolica.

Il dubbio è il perno su cui ruotano gli articoli e gli interventi del nostro blog. Ovviamente l’esercizio del dubbio, specie se applicato a concetti sedimentati nel tempo, e accettati senza riflessione, secondo la logica dell’è così e basta, può risultare indigesto. Non facciamo propaganda politica, tanto più che le collaborazioni sono piuttosto eterogenee da questo punto di vista. L’apoliticità dello spazio, la convinzione che ci si possa interrogare su tutto, anche su miti preconfezionati che la politica ha spesso sfruttato, la necessaria e indipendente capacità di pensare e di farlo senza seguire sentieri già tracciati, questo è in sintesi lo spirito del blog. C’è poi un’allergia di fondo al banale, ad un tipo di scrittura fatta per non ragionare, nell’ottica del popolo pecora.

D- Destrutturalisti? Di matrice psicanalitica e certo immaginario alto… uno schiaffo freddo… alla parola e al senso comuni?

L’uso della parola Destrutturalismo, è ispirata al bambino curioso, che fin dall’infanzia non si accontenta di guardare il giocattolo ma vuole aprirlo, smontarlo, vedere cosa c’è sotto, osservare gli ingranaggi sotto la lucida vernice. Un’operazione non semplice, perché non si tratta di demolire l’oggetto ma di capirne il funzionamento e le motivazioni che spingono certe ruote a girare in una certa, direzione piuttosto che in un’altra. Occorre non essere imprecisi, non banalizzare, non dare niente per scontato, smontare ogni pezzo con serietà scientifica, provandone la funzione, prima di sentenziare, perché l’intuizione non basta. Occorrono prove. Naturalmente la demolizione completa del giocattolo non deve risolversi in un naufragio dell’idea ma nella sua ricomposizione stessa, secondo criteri di libertà ed onestà intellettuale, in modo che il giocattolo ne risulti migliorato. Niente moralismi, niente piaggerie, niente recensioni di “amici” soltanto perché sono “amici”. Il comune buon senso che suggerisce di creare una rete di relazioni e di finte recensioni per arrivare alla pubblicazione con un editore X amico a sua volta del recensito, verrà costantemente ignorato. Il sottotitolo del blog contiene la parola “oltrerealtà”. Non è stata inserita a caso. Penso che lo scopo sia quello di raccontare la verità attraverso l’immaginazione dell’arte che trascendendo il reale, paradossalmente lo descrive, come se lo vedesse dall’alto.

D- Anche da certa poetica sperimentale certo vostro “dna”?

Oggi nessuno o quasi ha voglia di sperimentare. La sperimentazione letteraria è sempre un rischio, perché “il nuovo” è percepito da molti editor come “stranezza”. Luigi Bernardi, ad esempio, che tempo fa, ha letto un mio lavoro, “Fiori ciechi”, poi pubblicato con Annulli editori, mi ha risposto che sicuramente era scritto bene, ma che sinceramente “non aveva capito niente”. Poi ci sono le assurdità. Faust edizioni ha pubblicato una specie di polpettone stile Harmony a firma Annalisa Conti, racconti scritti coi piedi per gente che ragiona coi piedi. Sembra che i raccontini abbiano superato Lili Gruber nella classifica delle vendite nella “sezione saggistica”. Eppure si tratta di racconti dallo stile stentato e farraginoso, che niente hanno a che fare con la “saggistica”. La confusione è tanta. L’avidità di vendere non permette di distinguere il vero dal falso. Lo stesso Faust edizioni mi ha offerto la pubblicazione di un e-book, che ho rifiutato, perché “di fare cartaceo non se la sente, in quanto la gente deve capire subito quello che scrivi, cose semplici, immediate, non deve pensare troppo, rompersi la testa a riflettere”. Ecco la parola d’ordine della cattiva letteratura o del raccontino rosa spacciato per “saggio”: “non pensare”, un imperativo categorico che soltanto in pochi ignorano. Questo accade perché cinema e letteratura in Italia, sono legati a schemi mentali primitivi stile compartimento stagno. Film impegnato, dunque iper-realistico, quasi documentaristico, oppure commedia, stile leggero, sentimentale, al limite del demenziale stile “Amiche da morire”. Femminismo spiccio che contraddice se stesso, intriso di luoghi comuni tipicamente maschili. Se si immerge la commedia rosa confetto che più rosa non si può in un teatro di guerra, la si definisce pomposamente “film storico” o commedia “impegnata”. L’unico impegno in realtà è quello dello spettatore per cercare di non dormire durante la lettura del libro o la proiezione del film. Si tratta per lo più di operazioni commerciali che acchiappano una fetta di pubblico a cui non piace la profondità. Ci sono ovviamente le eccezioni. Ad esempio l’ultimo film di Tornatore, “La migliore offerta”, è una pellicola splendida, molto coinvolgente. E ci sono poeti contemporanei che pubblicano con piccoli editori free da non sottovalutare. Segnalo la collana “Poesia oggi”, di Marco Saya Editore con cui ho pubblicato anche una mia raccolta, “Lo strazio”, un genere di poesia non convenzionale, lontana dagli schemi idilliaci in cui i ritmi poetici sono spesso imbrigliati.

D- Dal postmoderno al Netmoderno? Schematizzando: oltre la società liquida per una marea almeno argentata come la Luna?…

La luna come matrice di mistero e Madre cosmica che segna il passaggio dalla vita alla morte, potrebbe essere un simbolo indicato per un blog che si colloca in opposizione al “comune buon senso” cristallizzato della tradizione. Più che di postmoderno e netmoderno parlerei più semplicemente dell’esercizio razionale del dubbio in avanscoperta, nell’assoluta ed incondizionata indipendenza di giudizio, senza essere accecati dalla prepotenza del sole o dalla cecità delle tenebre. Molti articoli poi viaggiano nell’inconscio, nell’interiorità, come “La strada scabra” di Mario Lozzi, che stiamo pubblicando a puntate, alla ricerca di cosmogonie ed archetipi che spiegano e giustificano in parte certe tradizioni attuali puramente riciclate e spesso spacciate per originali da una religione ultramisogina, dalla storia ufficiale e da tanti finti miti consolidati e difficili da superare.

http://www.eccolanotiziaquotidiana.it/roma-2-0-destrutturalismo-e-altro-intervista/

Intervista di Roby Guerra a Maria Antonietta Pinna

Lo strazio

D- Poesie, narrativa, saggistica storica, teatro… un percorso/discorso eclettico, un filo d’Arianna… costante o Wireless in libertà ” calcolato”?

R- La struttura di ciò che scrivo è basata su una libertà calcolata. Nel caso dei saggi giustifico ciò che affermo utilizzando fonti e bibliografia accreditata. Apro un varco alla sperimentalità cercando di dare ai testi un taglio nuovo, di vedere le cose da un punto di vista non ancora indagato

Mi piacciono i documenti inediti, specie se antichi o poco conosciuti, mi diverto a trascriverli secondo precise regole paleografiche per poi costruire dei paragrafi basati su un’accurata schedatura del documento stesso, attraverso la rilettura e la costruzione di un disegno coerente che abbia una sua validità storica, senza ipotesi fantascientifiche non suffragate da prove. Di recente ho finito di scrivere un saggio demonologico, “Picacismo simbolico”, basato sulla trascrizione di un inedito inquisitoriale, che, analizzato alla luce dei fatti, ha messo in luce aspetti curiosi e particolari su un argomento così spesso indagato. Ho voluto costruire un libro che avesse un taglio sperimentale ma nel contempo fosso dotato di un ricco apparato di note e una bibliografia di tutto rispetto. Molti editori però non amano questo tipo di approccio che definiscono ”troppo accademico”, dando la preferenza al saggio divulgativo slim completamente privo di note e di riscontri scientifici.

I racconti che ho scritto sono stati invece una fucina di sperimentazione, una sorta di preparazione, prima dell’elaborazione di lavori più corposi. Lo stesso Fiori ciechi è in realtà un lungo racconto, preludio ai due romanzi successivi, ancora inediti. Inutile negare che l’oltrerealtà fa parte della loro specifica natura. Non mancano sfumature noir che si percepiscono anche nelle poesie. Si tratta però di un noir sui generis, che aborre il deprecabile trucco horror del truculento per il truculento e utilizza invece immagini “forti” per veicolare significati e denunciare le storture della quotidianità, attraverso l’uso del simbolo, ormai relegato in Italia alla letteratura per l’infanzia.

Per i testi teatrali uso lo stesso metodo dei racconti e dei romanzi, una visionarietà concreta, tangibile, ragionata. Nei dialoghi utilizzo spesso una rima costruita ad hoc per creare bisticci semantici dalle sfumature ironiche che alcuni editor percepiscono come “difetto”. Per me la scrittura non è mettere su carta tutto ciò che ci viene in mente, oppure sporcare il vuoto della pagina bianca di impressioni personali che fungano da autoanalisi. La scrittura è un rapporto costante dell’uomo di interazione con se stesso in continuo superamento dell’io lirico. Un sorta di trascendimento del sé, affondando le mani nell’assurdo per descrivere il vero.

D- Postmoderno destrutturalista? Lyotard e Baudrillard? Lacan e Julia Kristeva?

R – Non ho modelli specifici, tranne Ionesco forse, che considero il più grande destrutturalista di lingua, senso e teatro. Semplicemente non mi piace il preimpostato, l’idea della cristallizzazione delle regole da seguire rigorosamente. Detesto le etichette e le sentenze definitive. Il blog collettivo che ho creato si basa proprio su questo principio (*vedi info 1, ndr.)

Dove sta scritto che il favolistico, per esempio, deve essere usato soltanto nei racconti per bambini? Dove sta scritto che se vuoi definire dei problemi sociali, devi usare per forza un linguaggio crudo, neo-realista, dimenticando il simbolo che invece veicola significati ulteriori? Sfuggire a certi stereotipi, senza piaggerie o compromessi, questo è lo scopo della parola “destrutturalismo”, tutta giocata sul dubbio e sull’autoironia, non sulle certezze. L’importante è non prendersi troppo sul serio.

D- Il libro “teatrale” edito dalla ferrarese La Carmelina?

R – Mister Yod non può morire, edito da La Carmelina in modo totalmente free, e ci tengo a sottolinearlo, fa parte del percorso “destrutturalista” di cui parlavo prima. Attraverso l’apparente assurdità dei dialoghi, si mette in scena una grande ed eterna metafora, quella di un dio precotto e visibilmente fallocentrico, che vuole morire e chiede consigli a parenti ed amici su come fare. Il dialogo con i parenti apre la scena su uno squarcio dolorosamente ilare di incomunicabilità familiare che poi si traduce nelle scene successive, in una sorta di cosmica alienazione dell’essere. E c’è l’incontro con personaggi bizzarri che si insinuano nella coscienza di Yod, distruggendo certezze acquisite, alimentando viaggi che sono poi passeggiate nel sé. La percezione del proprio mondo interiore ha sfumature di leggerezza, con dialoghi ironici e parole chiave che aprono delle scatole che contengono altre scatole, e così via, in successione solo apparentemente casuale, perché in realtà, la costruzione dei non-sense, è mirata al raggiungimento di uno scopo: comunicare sensazioni e scoprire angoli che di solito vengono tenuti nascosti. Confesso di aver avuto la tentazione di dedicare quest’opera e anche le altre cose che ho pubblicato prima e dopo a Salvatore Niffoi. Un giorno mi disse che con la mentalità e le idee che avevo e che ho, non avrei mai pubblicato neppure con un piccolo editore, perché “la letteratura non può prescindere da certe regole e figure retoriche completamente assenti nei miei scritti”. Per fortuna non è parente di Cassandra.

D- Le poesie NOIR del 2013… Un noir atipico?

R – Lo strazio, una raccolta di poesie edite da Marco Saya, con copertina di Maurizio di Bona e prefazione di Mario Lozzi, è formata da componimenti brevi, giocati su una sorta di macabra ironia, per questo “noir”. I personaggi sono taglienti, le loro battute spesso sarcastiche e crude. Si tratta più che di poesie di “fotografie” che ritraggono pillole di vita in movimento e lasciano negli occhi una sorta di flash da memorizzare, un’emozione giocata tra divertimento e crudeltà, sadismo e gioco del destino. Il nero è il colore del mistero e la definizione di noir non va considerata alla lettera, come un’etichetta vincolante. Va presa per quella che è, una semplice indicazione sul fatto che rimane sempre qualcosa di inespresso e alla fine, un dubbio sottile, insinuante che permea di se ogni pagina e la colora di senso. Ovviamente non c’è alcun intento didascalico. Mi piace pormi nell’atteggiamento di chi impara piuttosto che assumere le pose di chi insegna senza sapere bene cosa. Lo strazio, che ho scritto tempo fa, anche se vien pubblicato soltanto adesso, dopo anni dalla sua nascita, rappresenta il primo gradino di un percorso che ha fatto germogliare altre poesie, altre raccolte, altri segni.

Roby Guerra

INFO: 1 http://controcomunebuonsenso.blogspot.it/

http://www.larecherche.it/biografia.asp?Tabella=Biografie&Utente=marylibri

http://www.lavocedellisola.it/2012/10/07/fiori-ciechi-di-maria-antonietta-pinna/

Intervista di Salvo Zappulla ad Angela Capobianchi

Esecuzione Esecuzione

Angela Capobianchi
Piemme
pp. 448 € 18,50

di Salvo Zappulla

Premetto che sono un lettore pigro, per cui seguire la trama di un thriller mi costa fatica, rischio di perdere la fitta tela di indizi,o falsi indizi, spesso intessuta dagli autori; rischio di dimenticare i nomi dei personaggi e l’intreccio del romanzo. Ma questo libro mi ha tenuto con il fiato sospeso dalla prima all’ultima pagina e ho seguito l’evolversi della vicenda senza perdermi i più piccoli particolari. Potenza della scrittura. Definire un thriller “Esecuzione” di Angela Capobianchi mi sembra estremamente riduttivo. Ci sono i morti, è vero (una strage), c’è un commissario dalla mascella dura che indaga come nelle migliori tradizioni poliziesche. Ma c’è anche dell’altro. Molto altro. Le meravigliose descrizioni della pineta, un mondo incantato, con i suoi silenzi, i fruscii del vento, il profumo del muschio, gli infiniti odori che si respirano. E le macchie di sangue che ne spezzano l’idillio. Una capacità dell’autrice questa che fa sussultare il lettore, lo scuote, lo trasporta dal paradiso all’inferno e viceversa con grande maestria. Poi ci sono i profondi risvolti psicologici, un rapporto tra padre e figlio da recuperare, un amore perduto e ritrovato. Il commissario Conti è un uomo con le proprie debolezze, i momenti di abbandono che ispirano simpatia e inducono a parteggiare per lui. Altra figura di grande spessore è l’insegnante di piano, Luisa Baratti, una donna apparentemente rigida e fredda, una donna tutta d’un pezzo, che ha consacrato la sua vita alla musica e all’insegnamento, i cui allievi vengono trovati uccisi uno dopo l’altro, ma che alla fine rivelerà una insospettata profonda sensibilità d’animo. Questo lo ritengo uno dei colpi a effetto più interessanti del romanzo. Ancora un plauso all’autrice che padroneggia e gestisce con efficacia la personalità dei suoi personaggi. E infine su tutto si eleva la musica, l’incanto delle note che pervadono di aurea magica l’intero romanzo, le note di Chopin che sembrano librarsi incantate per aria e ricadere macchiate di sangue. Ancora una volta arte sublime e miserie umane a far da contrasto. Di questa autrice ho letto anche I giochi di Carolina, un altro romanzo che ha lasciato in me il segno, stessa scrittura al fulmicotone che ti tiene incollato alla pagina e ti causa la tachicardia, meno lirico e più classico come thriller, ma la mano è sempre quella, cioè di un’autrice che ha un rapporto privilegiato con la scrittura. Angela è nata per scrivere, per trasmettere emozioni violente ai suoi lettori. Non a caso Esecuzione di recente si è aggiudicato il premio NebbiaGialla di Suzzara (MN) riservato alla letteratura noir e poliziesca, organizzato da Paolo Roversi. E allora andiamo a conoscerla da vicino questa scrittrice in continua ascesa e che meriterebbe sicuramente maggiore attenzione da stampa e addetti ai lavori.
Angela come nasce la passione per la letteratura poliziesca? Il sangue che scorre, i delitti efferati fanno parte del tuo DNA o sono arrivati dopo?
Sono arrivati dopo, molto dopo… Fino a un certo punto della mia vita ho ignorato – forse anche snobbato – il poliziesco. Erano i tempi in cui leggevo quasi solo classici, condizionata com’ero dal vecchio pregiudizio per il quale i gialli sono solo letture disimpegnate, leggere, di mera evasione. Ed è stato appunto per evadere da un momento buio e doloroso della mia vita, che ho preso in mano il mio primo Simenon. E’ stata una folgorazione. Da quel momento sono diventata una compulsiva “consumatrice” di gialli, che ancora oggi costituiscono un buon cinquanta per cento delle mie letture. In seguito, mentre ancora facevo l’avvocato, ho voluto provare a scriverne uno io; e ho scoperto che quella che sembrava una distrazione nei momenti liberi dal lavoro, era invece una passione autentica e totalizzante che chiedeva di occupare nella mia vita molto più dei ritagli di tempo che fino ad allora le avevo dedicato. L’istinto mi diceva di assecondarla, la razionalità di ignorarla. Io, per una volta, ho seguito l’istinto.

Le tue letture preferite. Gli autori che hanno contribuito alla tua formazione di scrittrice.

Come ho detto, i gialli ne costituiscono una buona parte. Ma, all’interno del genere, prediligo le narrazioni d’atmosfera e introspezione, che indagano nella psicologia dei personaggi oltre che sul delitto di turno. Autrici come P.D. James ed Elizabeth George, con il loro tocco sensibile e avvolgente, sono particolarmente nelle mie corde e non escludo che in qualche modo abbiano influenzato il mio modo di scrivere. Mi piace molto anche il legal thriller: avendo svolto la professione legale, seguire le vicende processuali dei personaggi di autori come Grisham e Turow mi intriga e mi diverte particolarmente. Per il resto leggo di tutto, salvo i libri che vanno molto di moda.
Quanto influisce la tua professione di avvocato nei romanzi che scrivi.
La mia vecchia professione mi ha insegnato moltissimo quanto a logica, disciplina, rigore e attenzione per i dettagli: tutti elementi che ricorrono nel concepimento di una buona difesa “tecnica” e che – a mio avviso – sono altrettanto importanti nella costruzione di una trama gialla. E poi, dato che le norme cambiano e si evolvono nel tempo, i miei amici avvocati restano sempre il mio punto di riferimento quando si tratta di aggiornare le mie nozioni di diritto penale e processuale.

Il tuo rapporto con la Sicilia. So di una grande nonna palermitana che ricordi ancora con grande affetto.

Sì, mia nonna era di Palermo e ne andava orgogliosa. Pur essendo arrivata in Abruzzo negli anni Venti – ed essendoci poi rimasta per tutta la vita – neanche per un momento ha abdicato alla sua forte sicilianità: mai le ho sentito dire una parola nel nostro dialetto, piuttosto mi ha insegnato una quantità di espressioni del suo. Aveva un carattere fiero e di poche parole, ma con un gran senso dell’umorismo. E poi, per la sua generazione, era estremamente moderna: mi lasciava una grande libertà, riuscendo a sorvegliarmi senza mai sembrare invadente. L’ho amata come una seconda madre e stimata moltissimo come donna; per cui – visto che peraltro sono vissuta con lei e in certe cose ho finito per assomigliarle molto – è inevitabile che mi senta un po’ siciliana anch’io.

Il miglior pregio che ti riconosci.

L’onestà.

Il peggior difetto.

L’orgoglio smodato.

Nell’antologia “Giallo Panettone”, appena uscita per Mondadori, con introduzione di Luca Crovi, so che ci sono alcuni tra i più famosi scrittori italiani, oltre te. Ce ne vuoi parlare? E cosa c’è in cantiere?

E’ un onore trovarmi in un tale contesto, fra maestri del giallo italiano e un editore prestigioso come Mondadori. Del mio racconto – “A pranzo con la zia” – posso dire che è ambientato in Abruzzo e, a dispetto del titolo innocuo e quasi rassicurante, ha un intreccio decisamente diabolico.
Intanto sto lavorando a un nuovo romanzo, che stavolta sarà ambientato in un liceo classico. Atmosfere gotiche, storia antica, lingue morte, vecchie e giovani generazioni a confronto. E, ovviamente, un altro sanguinoso enigma per Riccardo Conti, il commissario di “Esecuzione”. Di più non posso dire, perché in un giallo è severamente sconsigliato fare anticipazioni sulla trama. E poi, per essere sincera fino in fondo, al momento non ne so molto altro nemmeno io: i miei personaggi non mi dicono mai tutto fino alla fine.

Intervista di Maria Antonietta Pinna a Giuseppe Catozzella, editor Feltrinelli

catozzella

Giuseppe Catozzella, scrittore, giornalista, editor che attualmente lavora per Giangiacomo Feltrinelli Editore, ha accettato di rispondere alle mie domande.

In cosa consiste esattamente il lavoro di editor?

Il lavoro dell’editor consiste nella selezione di opere letterarie che vanno a costituire la programmazione editoriale (nel mio caso per la narrativa) di una casa editrice. E poi consiste nel cercare di far arrivare ai lettori queste stesse opere, che l’editor per primo ha amato, nel miglior modo possibile, nel curare tutto l’aspetto di quello che viene chiamato publishing nel migliore dei modi.

Qual è l’elemento che rende “pubblicabile” un testo? Quanto conta il business e quanto il merito?

Non ci sono elementi oggettivi in questo settore, non è scienza, ma letteratura (o abbassando i toni: narrativa). Diciamo che di base ci deve essere un consapevole utilizzo della lingua in cui si scrive. Un utilizzo creativo. Ovvero non soltanto impeccabile (e anche le “sgrammaticature volontarie” beninteso rientrano in questa categoria) ma consapevole. Non ho ben capito la seconda parte della domanda. Il “business” conta al cento percento perché le case editrici sono imprese che devono sopravvivere, quindi non devono perdere denaro per troppi anni di fila altrimenti sono costrette a chiudere. La scommessa naturalmente è quella di cercare di guadagnare pubblicando buoni libri. Il merito, poi, è tutto. Per la mia esperienza non ho mai scelto un libro che non fosse per me non soltanto buono, ma ottimo.

Si dice che per essere anche soltanto “letti” dai grandi gruppi editoriali occorra come minimo la presentazione di uno scrittore affermato, garanzia di una sorta di preselezione. È vero?

Per niente. Per essere letti basta inviare un dattiloscritto. Meglio se accompagnato da una buona lettera in cui si presenta l’opera. Quello che un editore cerca massimamente è un ottimo romanzo di un autore esordiente, sconosciuto. Per varie ragioni. Perché magari lì dentro c’è una lingua nuova, o un nuovo modo di raccontare. E anche perché costa meno. È molto più economico acquistare i diritti dell’opera di un autore ancora inedito che quelli di un cosiddetto big della narrativa. Quindi c’è tutto l’interesse a leggere quello che arriva. La realtà è che il novanta percento delle proposte non sono all’altezza di una pubblicazione, si fermano prima di un adeguato livello di consapevolezza dell’utilizzo della lingua e delle storie da raccontare. Si potrebbe anche dire, semplificando, che la stragrande maggioranza delle opere che arrivano sono “ingenue”, ovvero ancora al primo stadio del percorso che porta alla creazione letteraria: quello dell’appagamento per il segno scritto. Questo però è soltanto il primo gradino.

Credi che la sperimentalità sia accolta positivamente oggi dai grandi gruppi editoriali?

Credo che in questo momento storico sia molto difficile poter scommettere e lanciare un’opera “sperimentale”. Ma Feltrinelli credo sia uno dei pochissimi grandi editori che si permette sempre di fare cose in controtendenza, e quindi ancora di poter scommettere su opere anche “difficili”.

Cosa pensi dell’editoria a pagamento?

Penso che sia tutt’altro dall’editoria propriamente detta. Uno paga per avere il suo libro. Come quando fai rilegare la tesi. L’editoria è un’altra cosa, è un’impresa economica che cerca di promuovere opere culturali e cerca di trovare il modo di trarre da questo anche un profitto, per mantenersi in vita, sostanzialmente. L’industria culturale non è certamente il migliore business in cui poter investire, i profitti sono molto bassi, il pareggio è già un ottimo risultato in molti casi. Quello che si cerca di fare, sostanzialmente, è promuovere buone opere, mettere in circolo buoni stimoli, buon “cibo per la mente”.

Ultimamente va molto di moda il book-on demand. La casa editrice dove lavori ha adottato un sistema chiamato “Il mio libro”, un self-publishing in cui è possibile avere un preventivo per stampare il proprio libro. Che differenza c’è tra editoria a pagamento e book-on demand? Non credi che il confine tra le due forme di pubblicazione sia labile?

Feltrinelli non ha adottato un sistema chiamato ilmiolibro.it. Esiste questa attività, promossa principalmente dal gruppo Espresso-Repubblica, e Feltrinelli pubblica ogni anno quello che, da una vastissima giuria di lettori e infine da una giuria interna alla casa editrice, viene ritenuta l’opera migliore. È di nuovo un altro modo per fare scouting, per cercare nuovi stimoli, opere buone. Sì, credo che tra editoria a pagamento e book-on-demand come lo chiami ci siano moltissime affinità. La sostanza è la stessa: pago per vedere il mio romanzo rilegato. Questa non è editoria, ripeto. È l’appagamento di un superficialissimo desiderio. Superficialissimo perché poi credo che di solito, per lo meno, quei volumi rilegati finiscono per rimanere negli scatoloni, in quanto manca completamente tutta la parte di promozione e distribuzione dell’opera, parte fondamentale del lavoro di un editore.

Nel book-on demand non c’è selezione alcuna da parte dell’editor, è un fai da te riservato ad aspiranti abbienti scrittori. Non trovi che sia un sistema in fondo discriminatorio, calcolando che forse non tutti hanno soldi da investire?

Non ci vedo niente di discriminatorio (a parte i soldi che servono per ottenere le copie stampate). È il sistema per cui se paghi per un servizio lo ottieni. Chi vuole e può paga per farsi stampare e rilegare il proprio romanzo. Se uno è contento così, e se lo può permettere, può andare avanti fino a che campa con questo metodo, e regalare ogni volta il suo libro a parenti e amici, o costringerli ad acquistarlo. Ma ripeto: l’editoria però è un’altra cosa. E credo che un aspirante autore o uno convinto di poterlo essere debba provare ad arrivare all’editoria. E ti assicuro che se vuole davvero e ha talento l’editoria ha tutto il vantaggio a pubblicarlo e a farlo crescere.

Passiamo all’e-book. Credi che sia l’editoria del futuro o preferisci il cartaceo?

Non credo che sia l’editoria del futuro. Credo che crescerà molto o moltissimo la lettura di libri su dispositivi digitali, ma credo che il libro di carta sia insostituibile per fortuna. È un’altra esperienza, e credo che nella lettura di un romanzo – che ci accompagna per ore e ore, per giorni e giorni – l’esperienza diciamo sensoriale (la carta, la copertina, le pagine, l’odore di carta e inchiostro, il fruscio delle pagine) entri a far parte del piacere stesso per la storia. Insomma, la lettura non muore perché è un’esperienza di vita, un po’ come le pratiche di meditazione orientale. Dalla lettura di un bel romanzo si esce trasformati. Un romanzo può entrarti dentro per giorni e giorni e poi ti trasforma. È diverso dal file di un film o di un cd che puoi crakkare mantenendo l’esperienza molto simile.

Il tuo ultimo romanzo, è una sorta di inchiesta che scoperchia realtà omertose e criminali proprie del nostro Paese. Pensi che il compito di uno scrittore sia anche quello di denunciare le storture della società contemporanea?

Io credo che il compito di uno scrittore sia innanzitutto essere onesto con se stesso e con le proprie urgenze. Penso che il compito della letteratura sia raccontare il mondo, ovvero ricrearlo in una forma bella, compiuta, addomesticata e quindi fruibile. Masticare il mondo, ingoiarlo con dolore e gioia insieme per poi cercare di restituirlo sotto forma di energia sublimata, pronta a essere utilizzata da altri, a entrare in circolo. Con Alveare sentivo l’urgenza di raccontare un mondo in cui mi sono trovato a nascere e crescere, un mondo colmo di mafia in un posto in cui nessuno voleva che ci fosse e nessuno per questo voleva parlarne. Però era lì. È lì. Quello che ho fatto è stato raccontarlo. È la stessa cosa, lo stesso processo creativo, che sottostà al mio nuovo romanzo, che uscirà in autunno. Una storia diversa, ma dotata della stessa potenza, della stessa forza dirompente. Una storia più poetica e dolorosa allo stesso tempo. Questa sarà una storia di grandissima speranza e libertà.

Intervista di Maria Antonietta Pinna a Leonardo Annulli

annulli editori

Intervista a Leonardo Annulli

1 Parlaci di te, dei tuoi interessi, dei libri che leggi, della musica che ascolti

Classe 1981: sono un animale di razza umana uscito fuori dalle viscere stanche e alcoliche della provincia viterbese. Nutro una passione viscerale per il rock’n’roll, i libri, le rivolte, l’America Latina, l’umanità dimenticata e le metafore forti e spiazzanti. Laureato in Scienze Internazionali e Microfinanza, ho vissuto in giro per il mondo (Rosario, Bruxelles, La Paz, Atene) per qualche anno, e ho iniziato a lavorare stabilmente per la casa editrice Annulli Editori da circa due anni.
Leggo di tutto, tantissimo, fin da bambino: merito dei miei genitori, che mi hanno instillato il virus della lettura. Questi, in ordine sparso, alcuni degli autori che più mi hanno influenzato: Eduardo Galeano, Paco Ignacio Taibo II, Leonardo Sciascia, Manuel Vazquez Montalban, Pier Paolo Pasolini, Guy Debord, Antonio Gramsci, William Burroughs, Enrico Brizzi, George Orwell, Wu Ming, Ernesto Che Guevara, Irvine Welsh, Friedrich Nietzsche, Ernesto Sabato, Charles Bukowski, Karl Marx, Bertol Brecht, Henry Miller, Rodolfo Walsh, Jack Kerouac, Noam Chomsky, Lester Bangs, Carlo Levi, Herman Hesse, Giuseppe Genna, il Subcomandante Marcos, Beppe Fenoglio, Heinrich Böll. Adoro i romanzi storici, il surrealismo, la beat generation (e autori affini), i noir, il neorealismo, i saggi storico-economico-politici, il giornalismo investigativo, il New Italian Epic… E, più in generale, la letteratura che racconta la perdizione, i travagli, i viaggi e le lotte individuali e collettive. Mi innamoro facilmente quando un buon testo letterario incontra l’impegno sociale. Mi piacciono gli esperimenti letterari, anche quelli digitali: una cosa molto bella, che merita sicuramente una lettura approfondita, è il “Diario di Zona” del blog http://www.satyrikon.org/, una delle cose più interessanti che mi sia capitato di leggere ultimamente nell’oceano del web.
In parallelo alla mia formazione politico-letteraria quella, non meno importante, musicale. Il grunge, poi il punk e tanto altro a seguire. Ascolto un sacco di band, sia passate che contemporanee: Nirvana, Clash, Ramones, Stooges, Velvet Underground, Fugazi, Sonic Youth, Fabrizio De André, Bob Dylan, Jimi Hendrix, The Who, Neil Young, Blue Cheer, 13th Floor Elevators, Radiohead, Wipers, Radio Moscow, Ty Segall, The Intellectuals, Mudhoney, Teatro degli Orrori, Metz, The Black Angels, The Men, Movie Star Junkies, ed è meglio che mi fermo sennò saturo l’intervista di nomi. Scrivo per tre webzine musicali: In Your Eyes ezine, Distorsioni, Freakout, e curo il mio blog personale, Loud Notes. Per me la musica è importantissima e credo fermamente che abbia una propria, forte, dignità culturale, poetica e letteraria (oltreché, non meno importante, una certa dignità antagonista). Checché ne dica Guccini, credo che “a canzoni si possa far poesia”: trovo molto più eccitante la poetica di De André, Bob Dylan, Lou Reed, Jim Carrol o Richard Hell che quella di molti blasonati poeti novecenteschi.

2 Come è nata l’idea di diventare editore?

L’idea di intraprendere la strada editoriale è stata di mio padre Giuseppe. È stato lui, nell’ormai lontano 2005, a proporre a me e mio fratello Tiziano e a mettere poi le basi di quella che oggi è la casa editrice Annulli Editori. Che è stata ed è, innanzitutto, il frutto del suo amore smodato per il territorio dove siamo nati e viviamo, la Tuscia. Noi due figli, da arcigni appassionati della letteratura quali eravamo (e siamo), non abbiamo saputo dire di no. Anzi, direi piuttosto che vi abbiamo aderito con convinzione! E ora, finiti gli studi universitari, siamo qui per dare anche la nostra impronta a questo progetto editoriale. Fiori Ciechi fa parte di questa impronta: si tratta del primo libro della Annulli Editori che ho seguito personalmente dalla A alla Z.

3 Cos’è per te la letteratura?

Conoscenza conoscenza conoscenza. Uno dei più forti e inossidabili ascensori sociali mai inventato dagli esseri umani. Chiavistello che apre le porte alle possibilità di cambiamento sociale, che ne determina le modalità. Strumento di pensiero e svago, di introspezione e analisi sociale, di catarsi, redenzione o discesa agli inferi. Una roba strana e mutevole, che apre la mente e spinge a pensare. Insieme alla musica, una delle cose che può arricchire una vita. Il grande Frank Zappa diceva: “senza la musica per decorarlo, il tempo sarebbe solo una noiosa sequela di scadenze produttive
e di date in cui pagare le bollette”. Ecco, mi immagino che si possa dire qualcosa di molto simile per la letteratura.

4 Cosa deve comunicare un autore per essere considerato “pubblicabile”?

Passione per la scrittura, innanzitutto, e questo vale per ogni genere di pubblicazione. Poi la questione varia a seconda del genere di libro pubblicato. Per una guida o un saggio antropologico deve comunicare conoscenza. Profonda e radicata nel territorio o nelle comunità che il libro intende rappresentare. La particolarità delle nostre guide turistiche, così come dei mini-saggi antropologici della collana Logìa, è proprio questa: nascono nel territorio, da persone (storici, studiosi) che lo vivono tutti i giorni.
Per un romanzo o una qualsiasi altra opera di narrativa direi una fervida fantasia, dei contenuti da veicolare (dello svago duro e puro non sappiamo che farcene) e deve comunicare il tutto con uno stile inconfondibile, o quanto meno riconoscibile. A me piace anche molto quando avverto la “necessità” di quello che leggo, quando sento che quell’opera è una naturale propagazione della personalità e della vita del suo autore. Una sua viva espressione artistica. Lo considero un “plus”.

5 Quali sono le principali difficoltà a cui va incontro un neo-editore?

La distribuzione, senza dubbio. Un fattore che può influenzare in modo determinante le politiche editoriali, i prezzi apposti sui libri e quindi il rapporto con i lettori, così come le possibilità di successo di un’opera. E l’ostracismo dei grandi media, ma anche dei librai (parlo soprattutto delle librerie di catena), verso gli autori esordienti. Che poi, volendo chiamare il problema con il nome che gli è proprio, si tratta di conformismo. Per quanto riguarda la narrativa, se non hai nel rooster un autore già conosciuto, in pochi ti calcolano e rischi di passare totalmente inosservato al grande pubblico: le possibilità sono ristrette e il lavoro da fare per spezzare queste “catene” è enorme. Ma vale la pena farlo, sicuramente.

6 Come vedi il panorama editoriale italiano oggi e la politica dei grossi gruppi?

Il panorama editoriale italiano è da sempre drogato dalla presenza di grandi gruppi editoriali e dei grandi distributori (che spesso fanno capo alla stessa entità proprietaria) che ne fanno il bello e il cattivo tempo, sia in termini di politiche commerciali sia decretando il potenziale di vendita di questo o quel filone letterario. Un’altra critica che mi sento di muovere ai grandi gruppi, pur sapendo che si tratta di una critica a vuoto (perché sto parlando a commercianti, non a operatori culturali), è la scarsa attenzione alla qualità delle pubblicazioni. Il lavoro dell’editore non sta nell’assecondare le pulsioni più intime dei consumatori ma nel dare vita a degli strumenti – i libri – atti a creare dei cittadini consapevoli sviluppando la loro coscienza critica. Il nuovo libro del VIP di turno – che sia lo showmen, il calciatore, o qualsiasi altra vedette per citare Debord – non aiuta per nulla questo scopo. É roba che vale poco più (o forse poco meno) della carta igienica.
Detto questo, non credo però che sia totalmente impossibile inserirsi nel mercato editoriale creando e attraendo un proprio pubblico di riferimento, una nicchia, tentando di lavorare assiduamente sulla qualità delle pubblicazioni. Ma per farlo ci vuole tempo, passione, costanza e un grande lavoro di promozione editoriale su tutti i fronti possibili.

7 Che ne pensi dell’e-book?

Ho acquistato un e-reader (non dico il nome per non fare pubblicità) giusto due settimane fa, e ho appena iniziato a leggere il mio primo libro digitale (qui voglio fare pubblicità: si tratta di “Q” di Luther Blisset, che trovate in download gratuito su Giap, il blog del collettivo Wu Ming). La trovo un’esperienza interessante, forse un poco spersonalizzante rispetto al caro vecchio libro ma, a parte questo, credo possa rappresentare un’innovazione positiva; in potenza, potrebbe costituire una via per avvicinare i “nativi digitali” alla lettura, per creare nuovi futuri lettori (e, quindi, futuri cittadini consapevoli).
Detto questo, inviterei però a diffidare degli apologeti del libro virtuale, che già profetizzano la fine del cartaceo e un futuro di e-books. Nella fiducia smodata nel progresso a volte si annidano i peggiori impulsi reazionari e le vedute più ristrette. Il libro esiste da secoli e la sua storia è così forte, importante e legata a doppio filo con quella umana che mi sembra quantomeno azzardato pensare a una sua eclissi in tempi così rapidi. Il libro è come un vecchio lottatore: che magari è un po’ stanco e decrepito, ma all’occorrenza e senza che nemmeno te lo aspetti può ancora dare qualche bella spallata. Guardate cos’è successo con il cd e il vinile.
Per quanto riguarda la nostra politica editoriale, stiamo pensando da qualche tempo di mettere in cantiere la trasformazione in e-book di alcune guide turistiche già pubblicate. Vediamo.

8 Come vedi il book on demand?

Ammetto che non ho approfondito molto l’argomento, ma così a primo acchito devo dire che l’idea non mi convince molto. Mi pare piuttosto una maschera carina e con un nome d’impatto per nascondere l’editoria a pagamento.
La discussione su questo punto, inoltre, deve fare i conti con un mercato dell’editoria prossimo alla saturazione, che sforna ogni anno un oceano di pubblicazioni dal potenziale di pubblico veramente minimo. E, spesso – il che è molto peggio – dal potenziale letterario ancora più scarso. Non credo che, in un tal contesto, l’editoria on demand possa essere considerata come un’innovazione positiva. In qualità di editori dobbiamo pensare a come educare i cittadini alla lettura, a come lavorare sulla qualità delle pubblicazioni, non a come soddisfare gli ego enormi di coloro che vogliono vedere il proprio nome stampato su un libro, garantendoci la tutela da ogni rischio imprenditoriale. E scusa la franchezza.

9 Credi che ci sia speranza per gli autori che fanno sperimentalità?

Credo che tutto dipenda da quello che dicevo poc’anzi a proposito delle difficoltà. Di pubblico potenziale ricettivo all’innovazione e agli esperimenti letterari credo ce ne sia abbastanza, ma è la filiera che porta il pubblico all’opera che è malata fino al midollo e di difficile percorribilità. Non vorrei però apparire eccessivamente negativo: di sperimentazioni che abbiano la potenza della grande letteratura ce n’è bisogno come il pane, siamo noi che stiamo da quest’altra parte della “barricata” (editori, librai, distributori) che dobbiamo attrezzarci al meglio per promuoverle e farle conoscere al grande pubblico.

Intervista a Giuseppe Catozzella, editor Feltrinelli

catozzellamercoledì 20 febbraio 2013

Intervista a Giuseppe Catozzella, editor Feltrinelli
Giuseppe Catozzella, scrittore, giornalista, editor che attualmente lavora per Giangiacomo Feltrinelli Editore, ha accettato di rispondere alle mie domande.

In cosa consiste esattamente il lavoro di editor?
Il lavoro dell’editor consiste nella selezione di opere letterarie che vanno a costituire la programmazione editoriale (nel mio caso per la narrativa) di una casa editrice. E poi consiste nel cercare di far arrivare ai lettori queste stesse opere, che l’editor per primo ha amato, nel miglior modo possibile, nel curare tutto l’aspetto di quello che viene chiamato publishing nel migliore dei modi.

Qual è l’elemento che rende “pubblicabile” un testo? Quanto conta il business e quanto il merito?

Non ci sono elementi oggettivi in questo settore, non è scienza, ma letteratura (o abbassando i toni: narrativa). Diciamo che di base ci deve essere un consapevole utilizzo della lingua in cui si scrive. Un utilizzo creativo. Ovvero non soltanto impeccabile (e anche le “sgrammaticature volontarie” beninteso rientrano in questa categoria) ma consapevole. Non ho ben capito la seconda parte della domanda. Il “business” conta al cento percento perché le case editrici sono imprese che devono sopravvivere, quindi non devono perdere denaro per troppi anni di fila altrimenti sono costrette a chiudere. La scommessa naturalmente è quella di cercare di guadagnare pubblicando buoni libri. Il merito, poi, è tutto. Per la mia esperienza non ho mai scelto un libro che non fosse per me non soltanto buono, ma ottimo.

Si dice che per essere anche soltanto “letti” dai grandi gruppi editoriali occorra come minimo la presentazione di uno scrittore affermato, garanzia di una sorta di preselezione. È vero?

Per niente. Per essere letti basta inviare un dattiloscritto. Meglio se accompagnato da una buona lettera in cui si presenta l’opera. Quello che un editore cerca massimamente è un ottimo romanzo di un autore esordiente, sconosciuto. Per varie ragioni. Perché magari lì dentro c’è una lingua nuova, o un nuovo modo di raccontare. E anche perché costa meno. È molto più economico acquistare i diritti dell’opera di un autore ancora inedito che quelli di un cosiddetto big della narrativa. Quindi c’è tutto l’interesse a leggere quello che arriva. La realtà è che il novanta percento delle proposte non sono all’altezza di una pubblicazione, si fermano prima di un adeguato livello di consapevolezza dell’utilizzo della lingua e delle storie da raccontare. Si potrebbe anche dire, semplificando, che la stragrande maggioranza delle opere che arrivano sono “ingenue”, ovvero ancora al primo stadio del percorso che porta alla creazione letteraria: quello dell’appagamento per il segno scritto. Questo però è soltanto il primo gradino.

Credi che la sperimentalità sia accolta positivamente oggi dai grandi gruppi editoriali?

Credo che in questo momento storico sia molto difficile poter scommettere e lanciare un’opera “sperimentale”. Ma Feltrinelli credo sia uno dei pochissimi grandi editori che si permette sempre di fare cose in controtendenza, e quindi ancora di poter scommettere su opere anche “difficili”.

Cosa pensi dell’editoria a pagamento?

Penso che sia tutt’altro dall’editoria propriamente detta. Uno paga per avere il suo libro. Come quando fai rilegare la tesi. L’editoria è un’altra cosa, è un’impresa economica che cerca di promuovere opere culturali e cerca di trovare il modo di trarre da questo anche un profitto, per mantenersi in vita, sostanzialmente. L’industria culturale non è certamente il migliore business in cui poter investire, i profitti sono molto bassi, il pareggio è già un ottimo risultato in molti casi. Quello che si cerca di fare, sostanzialmente, è promuovere buone opere, mettere in circolo buoni stimoli, buon “cibo per la mente”.

Ultimamente va molto di moda il book-on demand. La casa editrice dove lavori ha adottato un sistema chiamato “Il mio libro”, un self-publishing in cui è possibile avere un preventivo per stampare il proprio libro. Che differenza c’è tra editoria a pagamento e book-on demand? Non credi che il confine tra le due forme di pubblicazione sia labile?

Feltrinelli non ha adottato un sistema chiamato ilmiolibro.it. Esiste questa attività, promossa principalmente dal gruppo Espresso-Repubblica, e Feltrinelli pubblica ogni anno quello che, da una vastissima giuria di lettori e infine da una giuria interna alla casa editrice, viene ritenuta l’opera migliore. È di nuovo un altro modo per fare scouting, per cercare nuovi stimoli, opere buone. Sì, credo che tra editoria a pagamento e book-on-demand come lo chiami ci siano moltissime affinità. La sostanza è la stessa: pago per vedere il mio romanzo rilegato. Questa non è editoria, ripeto. È l’appagamento di un superficialissimo desiderio. Superficialissimo perché poi credo che di solito, per lo meno, quei volumi rilegati finiscono per rimanere negli scatoloni, in quanto manca completamente tutta la parte di promozione e distribuzione dell’opera, parte fondamentale del lavoro di un editore.

Nel book-on demand non c’è selezione alcuna da parte dell’editor, è un fai da te riservato ad aspiranti abbienti scrittori. Non trovi che sia un sistema in fondo discriminatorio, calcolando che forse non tutti hanno soldi da investire?

Non ci vedo niente di discriminatorio (a parte i soldi che servono per ottenere le copie stampate). È il sistema per cui se paghi per un servizio lo ottieni. Chi vuole e può paga per farsi stampare e rilegare il proprio romanzo. Se uno è contento così, e se lo può permettere, può andare avanti fino a che campa con questo metodo, e regalare ogni volta il suo libro a parenti e amici, o costringerli ad acquistarlo. Ma ripeto: l’editoria però è un’altra cosa. E credo che un aspirante autore o uno convinto di poterlo essere debba provare ad arrivare all’editoria. E ti assicuro che se vuole davvero e ha talento l’editoria ha tutto il vantaggio a pubblicarlo e a farlo crescere.

Passiamo all’e-book. Credi che sia l’editoria del futuro o preferisci il cartaceo?

Non credo che sia l’editoria del futuro. Credo che crescerà molto o moltissimo la lettura di libri su dispositivi digitali, ma credo che il libro di carta sia insostituibile per fortuna. È un’altra esperienza, e credo che nella lettura di un romanzo che ci accompagna per ore e ore, per giorni e giorni l’esperienza diciamo sensoriale (la carta, la copertina, le pagine, l’odore di carta e inchiostro, il fruscio delle pagine) entri a far parte del piacere stesso per la storia. Insomma, la lettura non muore perché è un’esperienza di vita, un po’ come le pratiche di meditazione orientale. Dalla lettura di un bel romanzo si esce trasformati. Un romanzo può entrarti dentro per giorni e giorni e poi ti trasforma. È diverso dal file di un film o di un cd che puoi crakkare mantenendo l’esperienza molto simile.

Il tuo ultimo romanzo, è una sorta di inchiesta che scoperchia realtà omertose e criminali proprie del nostro Paese. Pensi che il compito di uno scrittore sia anche quello di denunciare le storture della società contemporanea?

Io credo che il compito di uno scrittore sia innanzitutto essere onesto con se stesso e con le proprie urgenze. Penso che il compito della letteratura sia raccontare il mondo, ovvero ricrearlo in una forma bella, compiuta, addomesticata e quindi fruibile. Masticare il mondo, ingoiarlo con dolore e gioia insieme per poi cercare di restituirlo sotto forma di energia sublimata, pronta a essere utilizzata da altri, a entrare in circolo. Con Alveare sentivo l’urgenza di raccontare un mondo in cui mi sono trovato a nascere e crescere, un mondo colmo di mafia in un posto in cui nessuno voleva che ci fosse e nessuno per questo voleva parlarne. Però era lì. È lì. Quello che ho fatto è stato raccontarlo. È la stessa cosa, lo stesso processo creativo, che sottostà al mio nuovo romanzo, che uscirà in autunno. Una storia diversa, ma dotata della stessa potenza, della stessa forza dirompente. Una storia più poetica e dolorosa allo stesso tempo. Questa sarà una storia di grandissima speranza e libertà.

Intervista a Maria Antonietta Pinna di Patrizia Poli, surrealismo, editoria e plagio

firi ciechi

http://arlara.blog.kataweb.it/2013/01/30/intervista-a-maria-antonietta-pinna/

Intervista a Maria Antonietta Pinna

da CriticaLetteraria

di Patrizia Poli

La scrittrice sassarese, trapiantata a Roma, Maria Antonietta Pinna, di cui abbiamo recentemente recensito il bel “Fiori ciechi”, ha gentilmente accettato di rispondere ad alcune nostre domande.

Maria Antonietta, puoi parlare brevemente di te ai lettori di CriticaLetteraria?

Sono cresciuta in un piccolo paese della Sardegna, un microcosmo in cui puoi osservare i caratteri e capire che sono piccoli campioni universali. L’umanità è più o meno identica dappertutto. Le stesse invidie, le stesse meschinità, i medesimi egoismi come diceva Miss Marple nei famosi romanzi di Agatha Christie. Il villaggio è lo specchio del mondo. Fin da piccola ho avuto la passione per la lettura. Ricordo che non vedevo l’ora di imparare a leggere per poter esplorare nuovi mondi e avere informazioni su cose che non sapevo. Ma più leggevo più mi rendevo conto di non sapere niente. Alla fine questa sensazione infantile è diventata una certezza con l’età adulta. La curiosità che ci spinge alla lettura è la stessa che poi ci apre gli occhi riguardo al fatto che non sappiamo granché. Possiamo soltanto assaggiare con la fantasia porzioni di infinito. Ognuno lo fa a modo suo. La scrittura è un metodo di indagine che spazia dall’interiorità all’esteriorità, in una dinamica di superamento dell’io lirico, necessaria per poter comunicare.

Da qualche anno ho iniziato la collaborazione con la web-magazine “Sul Romanzo” di Morgan Palmas che apprezzo per la coerenza e, se vogliamo dirla tutta, anche per il coraggio nel postare articoli un “po’ scomodi”. Ho fatto recensioni negative su libri di autori famosi, che pubblicano con grandi editori. Un esempio fra tutti Coelho o peggio Flavia Vento, pubblicata addirittura da Bietti, il che la dice lunga sulle attuali condizioni dell’editoria italiana. Niente è stato censurato dal blog.

Poi ho cominciato a pubblicare dei libri tra cui Fiori ciechi, Annulli editori, il mio primo romanzo e Mister Yod non può morire, La Carmelina Edizioni. Un altro libro di poesie: Lo strazio, è in preparazione con Marco Saya editore.

Il saggio Dalle galee al bagno al carcere che ho pubblicato nel 2010, invece, merita un discorso a parte. Ho scritto un articolo sull’editore: https://marylibri1.wordpress.com/2013/01/23/il-ghost-editore-armando-siciliano/

C’incuriosisce il fatto che tu sia laureata in criminologia, come si concilia questo con la tua attività letteraria?

La criminologia è uno dei miei interessi. Mi interessa il suo lato oscuro, psicanalitico, motivazionale che certamente si concilia con la mia attività letteraria. Infatti cerco di creare nei romanzi e nei testi teatrali un senso di alienazione attraverso il quale si attiva una sorta di viaggio introspettivo, come se i personaggi si staccassero dal proprio io per guardarsi “da fuori” , osservando con occhio lucido ed indagatore anche il mondo esterno. Mentre la criminologia però ha lo scopo di risolvere il mistero, la letteratura lo crea. Lo scopo di ogni buon romanzo è creare dei dubbi nel lettore. Le soluzioni preconfezionate sono poco interessanti. Il fine deve essere sempre e solo la riflessione, la capacità di far camminare i neuroni. Un procedimento che è oggi poco apprezzato dall’editoria che preferisce lavori omogenei, senza genio, destinati ad un pubblico anestetizzato. La perdita del rapporto con il simbolo, con la mitopoiesi, con l’interiorità da parte di tanta pseudo-letteratura, è un sintomo di decadenza culturale.

Fra i tuoi interessi c’è anche molto esoterismo. Ti avvicini ad esso da scettica o da adepta?

Assolutamente scettica. Non credo in oroscopi, tarocchi, magie e filtri d’amore. Mi piace la filosofia esoterica di Guénon, il concetto di movimento del pensiero di Massimo Scaligero. Non ho mai pensato infatti alle idee come a qualcosa di statico, immobile o cristallizzato, ma come ad entità dinamiche, che si muovono in continuazione nello sforzo di capire, di sondare, di andare oltre l’apparenza. Detesto l’esoterismo manualistico, della serie prevedo il tuo futuro, dimmi il tuo nome e ti dirò come sei e fanfaluche del genere. E in effetti si pensa subito ad una festa da imbonitori di piazza quando si pronuncia la parola esoterismo. Ma non è così. Bisogna saper distinguere in mezzo ad una marea di manuali fai da te del perfetto stregone, testi che invece sondano la coscienza e ti fanno riflettere. Non nego che mi incuriosiscono i fenomeni di bilocazione, gli stati alterati di coscienza, e i fenomeno premonitori a livello proprio di sensazione. Inoltre mi piace leggere testi alchemici che hanno comunque un significato “morale” e filosofico, al di là della spasmodica ricerca dell’oro.

In che modo i tuoi testi mescolano la visionarietà che ti caratterizza con l’attualità?

L’allucinazione è il modo migliore per raccontare la verità. Questo è un concetto antico che gli editor attuali fanno fatica a digerire. Cosa c’è di più assurdo dei dialoghi della Cantatrice Calva di Ionesco? Eppure in quei dialoghi c’è tutto, c’è l’incomunicabilità, l’angoscia esistenziale dell’uomo moderno, c’è lacerazione e alienazione, dolore e sconcerto. Il lettore superficiale questo ovviamente non lo capisce. Alcuni editori che di letteratura capiscono poco, pensano che il visionario sia proprio soltanto delle favole per bambini. Questo è un grave errore di valutazione, perché la deformazione dell’oggetto può essere utilissima anche all’adulto. La distorsione consente paradossalmente di “sentire meglio”, di amplificare le sensazioni, rendendole quasi tattili, consentendo al fruitore di percepire con maggiore intensità. La visionarietà ovviamente non deve e non può essere fine a se stessa, deve essere significante, ossia veicolare sensi, quindi io la collego alla cronaca, alla realtà attraverso un procedimento simbolico. Una scatola dentro un’altra scatola dentro un’altra scatola… Questo metodo richiede uno sforzo di lettura in più perché il simbolo, proprio in virtù della sua stessa costituzione ed essenza, non è mai immediatamente percepibile. A questo proposito di recente un editore mi ha detto: «Voglio cose che si capiscano subito, perché il lettore non deve farsi schioppare i neuroni per capire». Credo che questa frase riassuma purtroppo una tendenza generale dell’editoria odierna. Non è necessario che il lettore capisca, l’importante è che compri.

Non pensi che il surreale faccia parte di un’avanguardia che ormai non è più tale, che è superata dai tempi di Beckett e Ionesco?

No, non credo proprio. Penso che la forza del surreale sia quella di proporre fantasie in continuo rinnovamento perché non c’è limite alle connessioni simboliche originali. Il simbolo è inesauribile, è come una macchina che ti può trasportare in mondi sempre diversi, in modo che tu possa parlare di temi differenti e far riflettere continuamente il lettore. Con il simbolo puoi andare dove vuoi tranne che nel regno del banale. E credo che sia questo il vero problema. L’editoria ama la banalità di Coelho o della Mazzantini. Il vero vecchiume è rappresentato dall’ostinata tendenza a proporre sul mercato storielle buoniste, di matrice vetero-cattolica, tragedie amorose, insulse trame sentimentali spacciate per letteratura. Trionfo della banalità.

In una precedente intervista, circa la poesia hai detto che “deve colpire l’occhio ritmicamente e la testa intellettualmente”. Come la metti con la musicalità, di cui il tuo testo, a nostro parere, è ricco in modo assolutamente positivo?

La musicalità deve essere al servizio del cervello, sua buona ancella fedele. A che serve una bella donna senza cervello? La bellezza e il ritmo devono accompagnarsi alla forza perforante dell’intelligenza, altrimenti si precipita in un vuoto di rime ad effetto, belle ma senza energia.

Il libro è un prodotto che si deve vendere. Pensi davvero che i tuoi possano avere un grande pubblico? E se la risposta è no, perché la tua è una narrativa sperimentale e ostica, per un pubblico di nicchia come tu stessa ammetti, questo ti appaga?

Per prima cosa vorrei precisare che fare narrativa sperimentale non significa affatto rivolgersi ad un pubblico di nicchia. Infatti uso un linguaggio scorrevole, evito gli eccessivi tecnicismi anche nelle descrizioni di macchine e apparecchi che eventualmente possono comparire nei miei romanzi. Certo non scrivo storielle sentimentali. I miei dialoghi sono fitti, ironici e pungenti. Non mi rivolgo alla nicchia, soltanto ad un lettore che non ama la banalità e apprezza il surreale. L’avere un grande pubblico spesso non dipende dallo scrittore, ma dalla distribuzione. Se 100 lettori passano davanti alla vetrina di una libreria e trovano il mio libro forse qualcuno di essi lo compra, se non lo vede nemmeno, come può comprarlo? Il fatto che un libro “si venda” non è comunque sinonimo di qualità. Ci son scrittori pessimi che vendono tantissimo perché magari il grosso gruppo editoriale che li ha pubblicati, fa molta pubblicità. Se poi un mediocre regista ci fa un film che spesse volte è peggio del libro, la gente corre a comprarlo.

Sappiamo che hai in corso un processo per un caso di plagio letterario di cui affermi di essere stata vittima. Non entriamo nel merito della questione, ma ti chiediamo se, in un mondo virtuale e social, dove imperversa il copia incolla, esista ancora la proprietà intellettuale.

Del plagio letterario nessuno e dico nessuno vuole mai parlare. Quando ho denunciato pubblicamente il plagio della mia tesi di laurea: Il collegio dei Nobili di Parma agli inizi del Settecento, postando perfino le indicazioni precise delle pagine completamente copiate, in pratica tutto il lavoro, sia l’elaborazione creativa che la trascrizione del Diario di Padre Antonio Magaza, alcuni hanno detto che avrei dovuto tacere. Perché? In Italia si usa così. Il più forte schiaccia il debole, da sempre. Un post in cui si parlava del plagio e in cui il professore plagiario non sapeva confutare se non dicendo che scrivo “raccontini”, è stato oscurato dalla polizia postale.

L’indomani ecco vari articoli sulla libertà di informazione in rete. Molti di questi articoli sottolineano che il problema non è il plagio quanto il fatto che un post è stato oscurato. La libertà è stata lesa? Sì, no, pareri discordanti. Del plagio letterario tutti si guardano bene dal parlare. È come se fosse una tradizione consolidata, come se fosse normale che un docente universitario possa copiarsi tutta la tesi sperimentale dello studente e darla alle stampe con il proprio nome.

Forse perché i docenti universitari spesso sono editor delle case editrici e non bisogna inimicarseli? Forse perché sono legati a personaggi che contano?

Il professore contro cui ho fatto causa, per esempio, ha presentato in tribunale, a titolo di merito, un elenco di illustri docenti a cui avrebbe donato il libro tra cui anche persone piuttosto note.

Hai fiducia nella giustizia?

Se posso essere del tutto sincera, no. La giustizia in Italia è come la nota marca di uno spumante, “per molti, ma non per tutti”. E se hai pochi mezzi economici e nessun appoggio politico, forse sei destinato a perdere. La verità processuale spesso non è quella reale, ma non si può mai sapere…


Intervista a cura di Patrizia Poli

Tags: CriticaLetteraria, Maria Antonietta Pinna, Patrizia Poli, surrealismo

“Svelamento continuo del copia e incolla”, Brizzi, Turrini.

• PARTE PRIMA

Questa intervista è stata realizzata dal blog “Sul Romanzo” a Maria Antonietta Pinna. “L’espresso” la riporta per dovere di cronaca.
Questa è l’intervista che ha procurato la denuncia per diffamazione.

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/la-prof-mi-ha-copiato%3Cbr-%3E-le-ho-fatto-causa/2121891)

Ciao Maria Antonietta, abbiamo deciso di raccontare brevemente che cosa ti è accaduto per fornire ulteriori elementi di discussione ai nostri lettori riguardo un caso di “furto” accademico. Ma iniziamo dall’inizio: quando e dove ti sei laureata? Titolo e argomento della tua tesi?

Mi sono laureata all’Università degli Studi di Sassari, Facoltà di Magistero, il 28 giugno 1999, giorno del mio compleanno. La Tesi: “Il Collegio dei Nobili di Parma agli inizi del Settecento”: già giudicata favorevolmente dalla Casa Editrice Battei, è dotata di un notevole apparato di note e di una ricca bibliografia. Si tratta de l’analisi, il commento e la trascrizione fedele della Regola di un documento d’archivio o manoscritto inedito risalente agli anni 1710-13: Gallarate, Collegium Aloysianum, Archivio storico, Diario del Collegio dei Nobili. Regole, Avvisi, Istruzioni pel Convitto de’ Nobili in Parma. Il documento che si divide in due parti, Regola e Diario, descrive la vita di nobili convittori all’interno di un collegio diretto dai gesuiti. Il volume, frutto di un lavoro certosino ed attento durato quasi un anno, si sofferma sugli aspetti più curiosi ed interessanti della vita quotidiana dei collegiali, mettendone in evidenza le abitudini alimentari, l’abbigliamento, le norme di comportamento, le malattie e tutte le attività svolte: teatro, esercizi cavallereschi, giochi, etc.

Nome del tuo relatore? Altri nomi da segnalare?

Il relatore prof. Antonio Manconi, correlatori Miriam Turrini, e Raimondo Turtas.

Poi che cosa è accaduto?

Dato che vendo libri sul web, navigando, per caso ho notato il titolo di una pubblicazione: “Il giovin Signore in Collegio”, di Miriam Turrini a cura di Gian Paolo Brizzi, titolo recensito anche dalla Gazzetta di Parma con frasi elogiative. Si trattava della trascrizione di un documento manoscritto inedito riguardante la vita e le attività degli studenti del Collegio dei Nobili di Parma, per gli anni 1710-1713. Mi insospettisco. L’indomani mattina vado alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma e trovo facilmente il libro. Perfetto. Il dubbio si tramuta in dolorosa certezza. In pratica Miriam Turrini si è pubblicata tutta la mia tesi di laurea. Il documento in appendice è la fotocopia della mia trascrizione. Ma il fatto che colpisce di più è che la docente si è esercitata col copia e incolla pure sul saggio introduttivo. In pratica tutto il documento trascritto da me nella tesi di laurea (da pag. 417 a pag. 613) è contenuto interamente nel libro della Turrini. Inoltre: Tesi Pinna: pag. 417-418 corrisponde a pag. 312-313 libro Turrini Tesi Pinna pag. 419 a 447 corrisponde a: da pag. 435 a 454 libro Turrini. Tesi Pinna da pag. 448 a 456 corrisponde a: da pag. 267 a pag. 271 libro Turrini Tesi Pinna pag. 457 corrisponde pag. 456 libro Turrini Tesi Pinna da pag. 458 a 613 corrisponde a: da pag. 457 a pag. 555 libro Turrini, etc.etc. Questo per citare soltanto alcuni esempi.

Quali sono stati i tuoi primi pensieri dopo l’amara scoperta? Il primo pensiero è stato quello di fare una denuncia. E le prime tue azioni?

Ho scritto un articolo: “I sorbonagri, storia di un plagio” che è stato pubblicato su Internet da vari siti in particolare dal sito “Emigrati Sardi”. L’articolo è stato pubblicato anche da un giornale siciliano: “La voce dell’Isola”. Ho scritto a “Mi manda Rai Tre”. Letizia Maurelli mi ha risposto. Tutto bene. Dovevo andare in onda per raccontare la storia del plagio. Dopo che hanno saputo i nomi dei professori coinvolti nella storia, hanno fatto dietro-front. La Maurelli mi ha detto che “son cose che succedono”. “Il pubblico non è interessato a questo genere di storie”. Ho scritto anche alla Gazzetta di Parma che ha pubblicato una recensione sul libro. Mi hanno risposto con sufficienza, sostenendo che quello che dicevo non poteva in alcun modo interessarli.

Parlaci dello stato attuale delle cose.

Ho presentato una denuncia per plagio letterario. Il libro di Miriam Turrini è stato presentato a dotti convegni di altrettanto dotti professori che ne hanno lodato il contenuto. Viene venduto in libreria e su web. Questo è lo stato attuale delle cose.
PARTE SECONDA. Riporto qui di seguito alcune parti oscurate:

Svelamento continuo del copia e incolla:

La dottoressa Turrini dice che non è vero che da pag. 265 a pag. 555 de “Il giovin signore” “abbia riprodotto esattamente la trascrizione della Regola, fatta da me nella mia tesi di laurea da pag. 417 sino a pag. 613”. Falso!! Perché corrisponde esattamente alla verità, nello specifico andiamo a confrontare le pag. 267-268 de “Il giovin signore” con le pagine 448-449 della tesi di laurea in questione. Sono trascritti, seguendo le stesse regole paleografiche: “ALTRE COSE STRAORDINARIE /55/, PER LI BALLARINI DI CORDA E SIMILI /57/, PER IL LOTTO – PER LI NUOVI MINISTRI D’ESERCIZI CAVALLERESCHI. PER QUANDO SI LICENZIA SERVENTE O PREFETTO. Corrisponde anche la numerazione delle carte, trattandosi della medesima trascrizione del medesimo documento. Confrontiamo anche le pag. 450-451 in Pinna con le pag. 451-452-453 della Turrini. Vi si leggeranno i seguenti paragrafi: PER LA SERVITU’ CHE SI AMMETTE AL SERVIZIO; PER QUANDO OCCORRE LA MORTE D’UN SIGNORE COLLEGIALE; PER LA MORTE DE’ NOSTRI PADRI /65/. Anche in questo caso il numero delle carte corrisponde, trattandosi della medesima trascrizione del medesimo documento. Confrontiamo ancora le pag. 453-454-455-456 della Pinna con le pag. 270-271 della Turrini. Vi si leggeranno: PER LA MORTE DE’MINISTRI DEGLI ESERCIZI CAVALLERESCHI; PRAGMATICA PER LI VESTITI DA CAMPAGNA /66/. PER LA VISITA DI COLORNO; BECCARIA IN CASA. Mettiamo a confronto pag. 272-273-274-275 della Turrini con pag. 608-609-610-611-612-613 della Pinna. Vi si troverà il LAUS DEO CON I TOMI I-II-III-IV-V. Si confrontino altresì le pag. 312-313 della Turrini con le pag. 416-417 NOTIZIE ED AVVERTENZE PER L’USO DI QUESTO DIARIO. A pagina 313 della Turrini si legge: RISTRETTO DI QUANTO SI CONTIENE NE 4 TOMI DI QUESTO DIARIO. Notare bene quanto scritto a pag. 456 della tesi. C’è un INDICE che in pratica corrisponde al ristretto Tomo I contenuto nel libro della Turrini, cambia soltanto la numerazione delle pagine, perché la Turrini ha usato la copia conservata nell’Archivio Generale delle Scuole Pie a Modena, mentre la sottosscritta ha utilizzato la copia conservata nell’archivio di Gallarate, ma il documento è lo stesso. Trattandosi di un manoscritto le pagine possono anche non corrispondere in copie diverse per il fatto che i caratteri scritti a mano possono occupare più o meno spazio). Vediamo la sequenza di pagine della tesi, pag. 457-458-469-472-481-485-487-458-469-472-481-485-487-493-500-511-514-520-526-527-540-541-548-550-551-573-576-586-593-597 dove ci sono i vari indici e confrontiamoli con i titoli dei paragrafi indicati dalla Turrini nel ristretto. I titoli indicati dalla Turrini corrispondono ai titoli di quanto trascritto da me nelle suindicate pagine. Ciò dimostra non soltanto che si parla dello stesso argomento, il che è ininfluente, ma che si tratta dello stesso documento. Il documento conservato a Modena è una copia di quello conservato a Gallarate. Inoltre la Turrini ha trascritto abbondantemente anche parti del documento di Gallarate, infatti il numero delle carte corrisponde (come ho spiegato prima, per esempio pag. 267-268 Turrini con pag. 448-449 Pinna). Confrontiamo tomo V indicato da Turrini p. 315 con la pag. 613 della Pinna (copie dello stesso indice anche se tratte da copie dello stesso documento). Lo stesso dicasi per Tomo I pag. 609 Pinna con 313 Turrini; Tomo III P. 610 Pinna con 314 Turrini (che indica Tomo III). Alcune voci ( tipo VILLETTA DI SAN PELLEGRINO; PER QUEI SIGNORI CHE VANNO E VENGONO…) che in Pinna sono contenute nel Tomo III in Turrini in Tomo II, cfr. p. 314 Turrini, p. 610 Pinna, questo perché cambia la numerazione delle carte, trattandosi di copie dello stesso documento manoscritto. Un altro esempio : ACCADEMIA DI LETTERE e CONCORRENZA, in Turrini p. 315, tomo IV, in Pinna p. 613, tomo V. Altri esempi: SERIE DELLE OPERAZIONI QUOTIDIANE; LEVARE PER LI GIORNI DI LAVORO; PER LI GIORNI DI FESTA E VACANZA; TEMPO DELLA PRIMA CAMPANA SINO ALLA SCUOLA ; TEMPO DELLO STUDIO LA MATTINA; DELL’ANDAR A SCUOLA; PRIMA ORA DI SCUOLA; RESTO DELLA SCUOLA SINO ALLA MESSA; MESSA; TEMPO DEL PRIMO AVANTI LA TAVOLA; PRIMA TAVOLA; SECONDA TAVOLA DELLA MATTINA; TEMPO DI RICREAZIONE DOPPO TAVOLA; FINE DELLA RICREAZIONELA MATTINA; PRIMA ORA DI SCUOLA; DOPPO IL FINE DELLA SCUOLA LA SERA; DALL’AVE MARIA SINO AL PRINCIPIO DELLA CENA; DALL’AVE MARIA SINO AL PRIMO DELLA CENA; DELLA CENA E RICREAZIONE DOPPO ESSA; DELL’ORAZIONE E ANDAR A LETTO, DA PAG. 435 A PAG. 454 DELLA TURRINI CORRISPONDONO A PINNA DA PAG. 416 A PAG. 447. Pag. 455 Turrini, INDICE CORRISPONDE INDICE Pag. 456 PINNA. Pag, 456 Turrini AVVISI A TUTTA LA SERVITU’ DI CASA, IN ORDINE corrispondente a pag.. 457 PINNA. Vediamo adesso i seguenti paragrafi: PER LE MUTAZIONI DELLE CAMERATE; RICORDI A SIGNORI IN OCCASIONE DELLE MUTAZIONI DELLE CAMERATE; IN ORDINE AL COLLEGIO; IN ORDINE A VOI, ‘A CAVAGLIERI COMPAGNI CO’ QUALI E’ CIASCHEDUNO; MASSIME PER ILCONVIVERE ORA VOI ALTRI DA VERI CAVALIERI; A PREFETTI DOPO LE MUTAZIONI; A’ CAMERIERI PER LE MUTAZIONI; PER IL FUOCO; CIRCA LO STARE AL FUOCO DE’ SIGNORI; DISTRIBUZIONE DE’VESTITI LASCIATI DA’ SIGNORI IN GUARDAROBBA NELLA LORO PARTENZA DAL COLLEGIO, PER LI CAMERANTI, ED ALTRA SERVITU’ DI COLLEGIO; ORDINE PER LO SCOPARE; DISTRIBUZIONE DEGLI UFFIZI; ORDINE DEL SERVIRE IN TAVOLA, TAVOLA ANTIPRIMA; INDICE ; SCUOLE; PER LE SCUOLE ALTE; RIPETIZIONI; CONFERENZE; INFORMAZIONE PER GLI ESAMI DE’ SIGNORI FILOSOFI E LEGGISTI ; PER LE SALETTE DI FILOSOFIA; CIRCA LE LEGGI; CIRCA LA LEZIONE D’ORDINARIA CIVILE ; PER LA LEZIONE DI FEUDALE; RICORDI A SIGNORI CHE STUDIANO LEGGI; RICORDI ‘A SIGNORI DELLE SCUOLE SUPERIORI ED INFERIORI; PER LE SCUOLE ALTE; Sono contenuti da pag. 463 a pag. 497 DELLA PINNA UGUALE a TURRINI DA pag.. 457 a pag. 483. Poi pag. 485-486-487 TURRINI: PER LE SCUOLE BASSE, corrisponde a pag. 497-498-499-500 Pinna (AVVISI PER APPROFITTARSI NE’ STUDI TANTO PER LE BASSE QUANTO PER LE ALTE). Da pag. 487 fino a 555 cfr. Turrini , corrispondono esattamente a Pinna da pag. 500 a pag. 606, parola per parola: PER LE SCUOLE BASSE, STUDIO DI CASA; ANDAR A SCUOLA E IN ISCUOLA; PER LA DIGNITA’ DELLE SCUOLE; MANCIA ALLO SCOPATORE; A PREFETTI DELLE SCUOLE INFERIORI; PER I MAESTRI DELLE SCUOLE INFERIORI; AL MAESTRO DELLA SCOLETTA; PER LE RIPETIZIONI; PER IL PASSAGGIO; NOTA DELLE ORE NELLE QUALI SI SUONA LA CAMPANA DELLA SCUOLA; OTTOBRE; NOVEMBRE; MARZO; APRILE; AGOSTO; VACANZE PER LE SCUOLE ALTE; DECEMBRE; GENNARO; FEBBRAJO; MARZO; APRILE; MAGGIO; GIUGNO; LUGLIO; AGOSTO; NOTA DELLE VACANZE PER LE SCUOLE BASSE; OTTOBRE; NOVEMBRE; DICEMBRE… e seguenti senza interruzione alcuna, PER LE DISPUTE DI FILOSOFIA SU BANCONI A SAN ROCCO, PER LA MANCIA AL BIDELLO NELLE SCUOLE DI SAN ROCCO, ED ALLI SCOPATORI; PER IL PRINCIPIO DELL’ESTATE; PER LE DISPUTE PUBBLICHE CIRCA LE STAMPE; INVITI PER LE DIFFESE; DIFESE; PER ILGIORNO DELLE DIFESE SOLENNI; PER IL GIORNO DELLE DIFFESE CIRCA IL DISPENSARE LE CONCLUSIONI; PER IL GIORNO DELLE DIFESE; PER QUANDO DIFENDE E ARGOMENTA IL SIGNORE, PRINCIPE DELL’ACCADEMIA; PER LA MUSICA; PER QUANDO SI DEDICANO LE CONCLUSIONI AL SERENISSIMO SIGNOR DUCA, E AD ALTRI; PER LE DISPUTE DI LOGICA; E DI PARTE DELLA LEGGE; PER DOPPO LE DIFESE; TRATTAMENTO PER LE DIFESE; SPESE PER LE DISPUTE SOLENNI; QUANDO SONO DI LOGICA O INSTITUTA; CARNEVALE CIRCA LE COMEDIE; INDICE; CIRCA LE COMEDIE; RICORDI AGLI ACCADEMICI DELLE COMEDIE; ALTRE NOTIZIE; REGALO AGL’ACCADEMICI; AVVISI ‘A PREFETTI PER LE COMEDIE; SPESE PER LE COMEDIE 1712; PER LE OPERE DEL CARNEVALE AVVERTENZE PREVIE; PROVA PRIVATA DELL’OPERA; INVITO PER L’OPERE; CIRCA L’INTRODURRE E DISPORRE A LUOGHI; PER LE GUARDIE ED ALTRO NEL GIORNO DELL’OPERA; DISPOSIZIONE DEILUOGHI PER LE RECITE PUBBLICHE NEL TEATRO GRANDE; ASSISTONO E DANNO POSTO; ALTRE COSE DA OSSERVARSI NEL GIORNO DELLA RECITA; DISPOSIZIONE DEI LUOGHI PER LE RECITE PUBBLICHE NEL TEATRO GRANDE; AVVISI A SIGNORI PER LE AZIONI DEL CARNEVALE; AVVISI SOLITI A DARSI AL PADRE RETTORE O DAL PADRE MINISTRO A NOME DI ESSO…; AVVISI PER QUANDO SI PRUOVANO LE AZIONI IN PALCO; AVVISI A SIGNORI CIRCA IL VESTIRSI E LO STARE IN PALCO; IN PALCO; AVVISI ‘A PREFETTI; AVVISI PER LI CAMERIERI; SI FA UNA LISTA PER LA DISTRIBUZIONENDI VARI UFFIZI IN PALCO NELLA MANIERA CHE SEGUE…; ALTRA LISTA PER DIVERSI UFFIZI; QUARESIMA; INDICE; QUARESIMA, PER LA QUARESIMA; PER QUELLI CHE NON OSSERVANO LA QUARESIMA; PER IL DIGIUNO; TRATTAMENTO IN QUARESIMA; ALTRE NOTIZIE ED AVVERTENZE PER LA QUARESIMA; PER LE PREDICHE; AVVISI ‘A SIGNORI PER LE PREDICHE; A CAMERIERI; A PREFETTI; VENERDì DI QUARESIMA; PER LI VENERDì DIMARZO; PER GLI ESERCIZI SPIRITUALI; COSE DA RACCOMANDARSI DAL PADRE CONFESSORE; PER LA MESSA VOTIVA SOLENNE IN MUSICA SAN FRANCESCO BORGIA…; SPESE FATTE NELLA DETTA MESSA LI 22 APRILE 1710; SPESE FATTE NELLA DETTA MESSA LI 6 MARZO 1711; AVVISI ‘A CAMERIERI PRIMA DI PASQUA; PER LA SETTIMANA SANTA, DOMENICA DELLE PALME; MARTEDI’ SANTO; MERCOLEDì SANTO; GIOVEDì SANTO; VENERDì SANTO; PER L’ACCADEMIA DELLA PASSIONE; SABBATO SANTO; IMPIEGHI DI DON PAOLO SACCO IN COLLEGIO. In pratica tutto il documento trascritto da me nella mia tesi di laurea (da pag. 417 a pag. 613) è contenuto interamente nel libro della Turrini, come dimostrato dagli esempi suindicati con indicazione del numero di pagina corrispondente e titoli dei paragrafi. Esemplificando al massimo: Pinna: pag. 417-418 corrisponde pag. 312-313 Turrini Pinna pag. 419 a 447 corrisponde a: da pag. 435 a 454 Turrini. Pinna da pag. 448 a 456 corrisponde a: da pag. 267 a pag. 271 Turrini Pinna da pag. 457 corrisponde pag. 456 Turrini Pinna da pag. 458 a 613 corrisponde a: da pag. 457 a pag. 555. In buona sostanza, gli esempi, tratti da attenta analisi dimostrano in modo incontrovertibile che tutto il documento trascritto dalla dottoressa Pinna, ossia la regola di Padre Antonio Magaza, è presente nel libro della Turrini. Ed è proprio il documento di Padre Antonio Magaza a fare la differenza, ossia a dare al testo della Turrini quegli elementi di novità tanto decantati dalle recensioni al libro fatte dalla stessa Gazzetta di Parma e pubblicizzate anche sul web. SU CONSIDERAZIONI DI DIRITTO PUNTO 5 : I MANOSCRITTI CONSERVATI NELLA BIBLIOTECA ESTENSE DI MODENA E NELL’ARCHIVIO GENERALE DELLE SCUOLE PIE SONO TRE VERSIONI MANOSCRITTE DELLO STESSO DOCUMENTO, QUINDI AFFERMARE CHE LA DOTTORESSA AVREBBE ESCLUSO LA PUBBLICAZIONE DEI MANOSCRITTI CONSERVATI A GALLARATE, DEI QUALI LA DOTTORESSA AVEVA GIA’ CURATO L’EDIZIONE NELLA PROPRIA TESI DI LAUREA, E’ ININFLUENTE PERCHE’ LE VERSIONI UTILIZZATE DALLA TURRINI SONO SEMPRE VERSIONI DEL MEDESIMO DOCUMENTO. Punto 3.2. La dottoressa Pinna contesta quanto affermato dalla Turrini nel punto 3.2, affermando che la Turrini non soltanto si è copiata tutta la trascrizione della Regola di Padre Antonio Magaza fatta dalla dottoressa Pinna, ma da p. 11 a 263 perfino il saggio introduttivo, ricalcando puntualmente il metodo di ricerca e di analisi seguito dalla dott.ssa Pinna nell’elaborazione dei paragrafi il cui titolo ma soprattutto il contenuto sono identici a quanto prodotto nella tesi di laurea il Collegio dei Nobili di Parma. A sostegno di questa asserzione si analizzino a mo’ d’esempio dei capitoli: UN ABBIGLIAMENTO SIGNIFICATIVO: cfr. libro TURRINI Ne “Il giovin signore”, da p. 99 a 111 in Turrini, si parla dell’abbigliamento dei giovani signori convittori del Collegio dei Nobili di Parma. ABBIGLIAMENTO: DA p. 384 a pag. 390 in Pinna, si parla dell’abbigliamento dei giovani signori convittori del Collegio dei Nobili di Parma. Si vuole qui dimostrare che l’intero contenuto e significato del paragrafo Abbigliamento della tesi della dott.ssa Pinna è contenuto nel paragrafo Un abbigliamento significativo e nobile del libro di Turrini. P. 384 CFR. PINNA in paragrafo L’abbigliamento: SI DICE CHE L’ABBIGLIAMENTO VARIAVA A SECONDA DELLE CIRCOSTANZE, E IN CERTE OCCASIONI MONDANE I SIGNORI AVEVANO L’OBBLIGO DI INDOSSARE LA PARRUCCA. P. 98 CFR. TURRINI: SI PARLA DI ADATTAMENTO DELL’ABBIGLIAMENTO ALLE DIVERSE OCCASIONI SOCIALI, E A PAG. 107, TESTUALE da Turrini: Vi erano occasioni della vita collegiale in cui l’abbigliamento diventava un segno specifico di appartenenza cetuale e i convittori dovevano vestire nobilmente: in occasione dell’arrivo della corte o del principe Antonio (Farnese) alla Rocca di sala, quando si giocavano le partite di pallone… In tali momenti era permesso indossare le parrucche… Cfr. Pinna, p. 384: “Nelle occasioni mondane, quando si facevano le partite solenni o quando i Farnese si recavano in visita al Collegio ducale, la loro presenza imponeva un certo tipo di vestiario,ossia i “signori avevano l’obbligo di indossare la parrucca e di vestirsi nobilmente”. p. 303 il duca era solito trascorrere le vacanze nella residenza estiva di sala … in occasione della venuta della corte i collegiali venivano vestiti a festa con parrucca, cappello e guanti… p. 385 cfr. PINNA: LE ZIMARRE E L’USO DI VESTIR DI NERO SENZA SETA. P. 100-101-102 CFR.TURRINI, SULL’USO DEL COLORE NERO E LE ZIMARRE PINNA, p. 385. “Infatti fin dagli inizi Ranuccio I impose ai collegiali di vestir di nero, senza seta e per andar a scuola di coprirsi con le zimarre, che erano specie di soprabiti per l’inverno fatti di panno e per l’estate di tele leggere…” TURRINI: p. 100 Nell’uso prevalente del colore nero anche agli inizi del settecento il collegio…, rimaneva fedele alle prime disposizioni ducali…il vestire dev’esser di color nero e non di seta… le zimarre, che servano quando escano per andare alle scuole… p.98-99-100 cfr. Turrini si parla del “CAMBIO STAGIONALE DEGLI ABITI”, DE “LI VESTITI DA ESTATE, IN PARTICOLARE TABARRI DI PANNO, CAMISOLA, GIUSTACUORE, CALZONI, CALZETTE, CALZONI DA CAVALLERIZZA, SPRONI, CALZETTE NUOVE DI SETA, GIUPPONI, CAMICIE DA NOTTE, BINDELLI, GIUPPONI BIANCHI, VESTITI DI TELA ETC. P. 385-386-387, cfr. Pinna, CAMBIO STAGIONALE DEGLI ABITI”, DE “LI VESTITI DA ESTATE, IN PARTICOLARE TABARRI DI PANNO, CAMISOLA, GIUSTACUORE, CALZONI, CALZETTE, CALZONI DA CAVALLERIZZA, SPRONI, CALZETTE NUOVE DI SETA, GIUPPONI, CAMICIE DA NOTTE, BINDELLI, GIUPPONI BIANCHI, VESTITI DI TELA ETC., ANCHE IN NOTA. PERFINO NEI PARTICOLARI I DUE PARAGRAFI SONO IDENTICI: AD ESEMPIO TURRINI DICE CHE LA BIANCHERIA VENIVA RIPOSTA IN UN CASSETTONE: “la biancheria veniva riposta in un’apposita cassa…”, p.104, e cfr. nota 408: nella cassa della biancheria erano riposti berrettoni e manizze”. Pinna: p. 387, nota 1101 “la biancheria veniva riposta in una cassa assieme alle manizze o guanti di lana e ai berrettoni…” P. 388 cfr. Pinna: in particolari occasioni si abbandonava la sobrietà del nero, si veda a tal propositop. 101. Turrini. Per quanto riguarda la pulizia corrispondenze p. 389 Pinna, p. 111 Turrini, “le calzette nere” “né vanno buttate vie le vecchie, che anzi devono essere aggiustate… p. 388 pinna “… si pretendeva che gli studenti non buttassero via neanche le calze lise che venivano “aggiustate”… pulizia: i camerieri p.111 Turrini: “devono usare tutte le diligenze perché li signori siano puliti e non con calzette e abiti strazzati, … si acconcino, mettano bottoni”. Pinna 389: “non era ammessa la trascuraggine, la trasandatezza e la sporcizia, pertanto raccomandavano alla servitu’ di usare tutte le diligenze, perché li Signori fossero puliti, e non con calzette ed abiti strazzati, … si acconcino, mettano bottoni… In pratica tutto il capitolo in Pinna intitolato abbigliamento è contenuto in abbigliamento significativo della Turrini. Lo stesso dicasi per tutti gli altri paragrafi. Un’attenta analisi non solo dimostra che la dottoressa Turrini ha seguito passo per passo le informazioni studiate, estrapolate ed elaborate da me, spesso usando le stesse terminologie, parola per parola e citazioni identiche. Vediamo un altro paragrafo: Alimentazione, Pinna cfr. da 320 a 382. Si parla dell’ALIMENTAZIONE DEI CONVITTORI DEL COLLEGIO DEI NOBILI DI PARMA Un vitto honorato et nobile Turrini da 112 a 135. Si parla dell’ALIMENTAZIONE DEI CONVITTORI DEL COLLEGIO DEI NOBILI DI PARMA p. 116-117 turrini: “il vino risulta ben presente nella dieta dei signori: a colazione, a pranzo e a cena… il vino bianco era il vino delle feste e dei giorni di vacanza, ma anche nelle sere di digiuno e veniva servito con parsimonia: a ciascuno un bicchiere servito dai camerieri nelle camerate a colazione o posto sulla tavola già nel bicchiere a pranzo e a cena. Del vino nero si tace… ( dal documento di P. Magaza). A collazione vino bianco, e bianco pure a merenda. A pranzo tre antipasti. Uno è il pasticino. Porzione di cappone. Vino nuovo nel bicchiero, nero, nelle caraffe bianco a tutta tavola.chi nol vuole nuovo, avvisa e se li da il solito. Invece dell’offella , si danno castagne sul postpasto. Si da la mostarda. A cena l’offella, vin bianco nelle caraffe. Si beveva vino… secondo un costume diffuso… A pranzo e a cena i convittori erano serviti secondo le loro richieste dai camerieri, che non dovevano far mancare dalla tavola il vino… Pinna p. 320-326 “Fin dalla prima colazione i collegiali non disdegnavano il vino… Il collegio distribuiva ai signori caraffe e bicchieri non solo per l’acqua, ma anche per il vino: (vedi citazioni da Diario…) in particolare p. 326: martedì San Martino 11 novembre 1710 A collazione vino bianco, e bianco pure a merenda. A pranzo tre antipasti. Uno è il pasticino. Porzione di cappone. Vino nuovo nel bicchiero, nero, nelle caraffe bianco a tutta tavola.chi nol vuole nuovo, avvisa e se li da il solito … Invece dell’offella , si danno castagne sul postpasto. Si da la mostarda. A cena l’offella, vin bianco nelle caraffe. p. 324 la dottoressa Pinna specifica che nelle consuetudini dell’epoca il vino era un alimento molto diffuso. E si dice anche “I convittori del collegio dei nobili di Parma bevevano vino nei giorni di vacanza, il martedì,il giovedì e la domenica e anche nei giorni di festa come il Carnevale e le feste di precetto. Sulle consuetudini dell’epoca (cui fa riferimento la Turrini) si continua nelel pagine seguenti.. La dottoressa Turrini ricalca anche i particolari: il vino poteva riscaldarsi, allora parla degli accorgimenti dei camerieri acchè il vino non si riscaldasse e della raccolta della neve che serviva per tenere il vino in fresco, servito con la salvietta (cfr. p. 116 Turrini). Particolare presente anche in Pinna che cita neve e salvietta a p. 320-321. Il vino veniva servito anche durante le rappresentazioni teatrali ai soldati, agli ufficiali, etc. cfr. Pinna p. 326- 328. Lo stesso dicesi in Turrini p. 117.

PARTE SECONDA, ARTICOLI OSCURATI. (CONTINUA)

Passamo agli alimenti e altre bevande: Turrini: p. 118-119-120-121-122-123-124-125-fino a 134 ci sono citati, intervallati da notazioni prese in prestito sempre dalla tesi di laurea della Pinna, tutti gli alimenti che i convittori mangiavano: limone, arancio, porzione di cappone o di pollaria, mostarda, postpasto, frutta, formaggio, la spongata, il marzapane, e il giorno di san martino le castagne, l’offella, confetti o lattemiele, con canoncini, pastizzino, latte cagliato, per la pastizeria, torta, castagnole,pane, pasta nel forno, frittelle,minestra, insalata, mezzo limone, li gambari, pesciolini e funghi, polleria, piccione, butiro passato, polenta, lo zucchero, ricotte, formaggiettepane formaggio, frutti e vino,le castagne a merenda,mostarda,vitello arrosto con la salsa, la ciambella, la spongata, i mostaccioli,il lattemiele, castagne, ciliegie, salame, meloni, fichi, etc.etc. Si veda la tabella p. 369-370-371-372 Pinna, ci sono indicati gli stessi alimenti! Non solo. Analisi pagina per pagina. Pag. 118 la Turrini scrive che l’alimentazione era legata ai ritmi delle attività scolastiche e festività, elenca le festività, segnate puntualmente dalla dottoressa Pinna nelle citazioni tratte dal Diario 1710, ove si cita il Natale, la Quaresima, i giorni di carnevale etc. con l’indicazione precisa di quello che si mangiava e beveva e di come veniva servito. Praticamente le pagine da 118 a 135 della Turrini non sono altro che la ripetizione di ciò che Pinna scrive nel capitolo alimentazione. Per esempio trattamento in quaresima p. 119 Turrini, quaresima p. 379 Pinna, etc.etc. Analizziamo i paragrafi: Salute, malattia e morte, cfr. Turrini, da p. 135 a p. 141. Malattie,incidenti, morti, cfr. Pinna, da p. 310 a p. 319. Si vuole qui dimostrare che il contenuto del paragrafo Malattie, incidenti , morti, è contenuto nel paragrafo Salute, malattia e morte, attraverso semplici esempi pratici che, ad attenta e minuziosa analisi, possono estendersi a tutto il libro della Turrini. Es. p. 137 Turrini: “Don Paolo, forse il factotum del collegio, postosi a letto il 19 maggio 1711, colpito da febbre terzana”. P. 313 Pinna: “Il signor Prainer e don Paolo ebbero la terzana; e un prefetto ebbe la febbre e un collegiale fu colpito dal vaiolo”. P. 76 L’informazione di don Paolo Sacco factotum del collegio non è presente nel Diario, ma è stata desunta da Pinna, vedi Pinna p. 76. p. 140 Turrini: “Secondo le consuetudini raccolte nei diari Settecenteschi, appena “spirato” il collegiale, i compagni erano impegnati in altre orazioni ancora e il collegio scendeva nel silenzio fino alla sepoltura, proibiti la musica e qualsiasi altro strepito. Messe di suffragio venivano fatte celebrare a San Marcellino, parrocchia del collegio e in altre chiese della città. Il signore veniva sepolto a San marcellino, dopo un funerale nel quale erano coinvolti tutti i convittori, che nel pomeriggio seguente la morte accompagnavano la bara in chiesa con torce accese e rosario inmano attraversando alcune vie della città. ”. p. 314 Pinna: “Una volta spirato il giovane, i gesuiti proibiscono ai signori di suonare strumenti musicali e di far chiasso fino alla sepoltura del defunto, imponendo il silenzio in segno di rispetto e di lutto… p. 316 Si addobba pure di nero tutta la Chiesa di San Marcellino… Si fanno dir messe nella stessa chiesa … e se ne fanno celebrare nelle altre chiese, come in San vitale, San Pietro, e nella Steccata… La sera, dopo l’Ave Maria si porta alla sepoltura… tutti recitano la corona o il rosario… li signori seguitano a due a due con le torce accese… p. 317 Viene annotato anche ilpercorso seguito dal corte funebre durante il quale la bara, circondata in ciascuno dei due lati da tre signori, viene portata da tre facchini vestiti di nero, da San Rocco fino alla chiesa del collegio, a San Marcellino…”. P. 140 Turrini, circa la morte di padre Ercole Mattioli: “Nel collegio parmense morì nel 1710 un padre gesuita ultraottantenne padre Ercole Mattioli ricevette l’olio santo sabato 12 luglio 1710 e morì il giorno successivo all’età di 88 anni, accompagnato durante la notte dalle preghiere di raccomandazione dell’anima dei suoi confratelli. Il suo cadavere fu portato in forma privata dopo l’Ave Maria in una cassa nella chiesa di San Rocco cento candele di mezza libbra e quattro torce. Il giorno successivo si cantò l’uffizio da morto per il padre che venne seppellito dopo pranzo… Così nel caso della morte di un maestro degli esercizi cavallereschi gli altri maestri erano tenuti ad accompagnare con torce il morto alla sepoltura…”. P. 318-319 Pinna: “E quanto successe domenica 13 luglio 1710, alla morte di un padre in veneranda età: alle 12… morì il padre Ercole Mattioli in età di 88 anni…Il cadavere del padre Mattioli fu portato in una cassa privata e segretamente, dopo l’Ave Maria, in Chiesa a San Rocco… Dal nostro padre Rettore si mandarono alla Sagrestia di San Rocco 100. candele di mezza libbra e 4. torcie… In occasione della morte diun ministro degli esercizi cavallereschi era il ministro più vecchio di Colelgio ad invitare tutti gli altri ad andare ad accompagnare il morto alla sepoltura con la torcia…”. P. 139-140 Turrini: “Del resto, nelle disposizioni relative a “quando occorre la morte di un signore collegiale” era ben presente l’accompagnamento alla morte del convittore da parte delle camerate, in forma di assistenza al momento del viatico e dell’estrema unzione, ma soprattutto di preghiere, sia in caso del protrarsi e dell’aggravamento del male, sia nel “tempo della raccomandazione dell’anima e vicino a morte”. P. 318-313-314 Pinna: “Nelle annotazioni relative alla morte di un signore collegiale, il diarista dice che il funerale che coinvolgeva tutti i convittori (stessa espressione usata da Turrini a p. 140)… che (p. 313-314) avevano l’obbligo di pregare per il moribondo mattina e sera… Per quando occorre la morte di un signore collegiale. Quando se gli da il viatico e l’estrema unzione… Nel tempo della raccomandazione dell’anima e vicino a morte si manda per le camerate a far pregare per lui, con far dire delle litanie, la Corona, etc… Durante il male, si fa pregare per lui, mattina e sera nell’orazione, cioè delle Camerate e molto più aggravandosi quello…”. P. 138 Turrini, nota 675: “Il 30 luglio 1711 “nel cortiletto cadde un coppo sul capo al signor conte Livio Benvenuti. Fece due ferite non pericolose per particolare grazia di dio”. P. 313 Pinna: “Nel luglio del 1711 un convittore fu ferito nel cortile piccolo del collegio da una tegola che lo colpì sulla testa: “Nel cortiletto cadde un coppo sul capo al Signor Conte Livio Benvenuti. Fece due ferite non pericolose, per particolare grazia di Dio”. P. 138 Turrini: “la vita del collegio di Santa Caterina,convittori egesuiti, non fu in realtà funestata tra il 1710 e il 1711 da particolari o numerosi casi di infermità. Qualche febbre, tre episodi di terzana, i residui di un vaiolo, mal di denti, svenimenti, malori, indisposizioni, alcuni incidenti… Nota 671: il 25 agosto 1710 “si chiamò da Parma e venne il signor Landon per cavare un dente al signor conte d’Attembs secondo”; Nota 675: “Il ferimento di un collegiale da parte di un cervo… Un pallone colpì uno dei giocatori al capo il 30 ottobre 1712”; nota 676: . il 31 agosto 1710 venne Zampolino a cavar sangue al padre Pedrusi. Lo stesso Zampolino andò a Sala Baganza a cavar sangue ad un convittore gettato a terra da un cervo”; nota 678, p. 139: Domenica 9 marzo 1710 “arrivò la signora Contessa Guaschi a vedere il secondo figlio stato male di un occhio e guarito da M. Benedetto in pocchi giorni dopo la inutile cura di altri sei mesi”. P. 313 Pinna: “Per quanto riguarda le malattie il diarista annota che un signore ebbe male ad un occhio; due convittori ebbero uno svenimento, … ebbero la terzana, alcuni studenti e un prefetto ebbero la febbre e un collegiale fu colpito da vaiolo, il conte Attembs dovette farsi estrarre un dente; p. 312 Pinna: “Ma già nel settembre del 1710 si era dovuto chiamare uno Zampolino a cavar sangue al Signor Conte Panizza, gettato in terra da un cervo…”. In pratica perfino le note della Turrini sono copiate dal testo della tesi, e non c’è analisi, commento personale, annotazione o considerazione di sorta che non corrisponda a quanto già scritto da Pinna. Gli esempi potrebbero moltiplicarsi, centuplicarsi: p. 313 in Pinna: “Alcuni convittori, come precisato nel capitolo dedicato all’alimentazione, si sentirono male a causa di un’intossicazione alimentare causata dal lattemiele”. La Turrini fa eco a p. 131, nota 612: “giovedì 29 maggio 1710 in tavola 3 antipasti, uno de’ quali doveva essere latte, che non riuscì… inoltre non sempre era propizio alla salute dei convittori. Nel diario 1713, infatti, si registra nel giorno di Santa Catterina il venir meno della consuetudine di servire il lattemiele a cena, perché fece male a qualcuno”. p. 106 Turrini, p. 394 Pinna circa la pratica del lavarsi. p. 139 Turrini scrive della presenza in collegio di una spezieria, particolare riferito da Pinna a p. 300. Si potrebbero riempire pagine e pagine con dimostrazioni specifiche che Tutto il lavoro della tesi è stato letteralmente copiato dalla dottoressa Turrini perché è tutto contenuto nel testo della Turrini. Facciamo un altro esempio: Turrini: le oneste ricreazioni (titolo tra l’altro non originale si veda Pinna a p. 193 in cui si dice che i Tre libri dell’educazione cristiana de i figliuoli annoverano anche la musica tre le honeste ricreationi, del resto non c’è niente di originale nel testo della Turrini), cfr. da p. 92 a p. 98 Pinna, giochi, da p. 268 a p. 298 p. 92 Turrini, che non si preoccupa neppure di cambiare le parole: “ Nel chiuso delle camerate i convittori erano incitati a giocare e a prendersi qualche trattenimento, nonché a praticare gli esercizi cavallereschi. Picca, bandiera, erano invece banditi dalle camerate, perché potevano rovinare il pavimento,i quadri, i vetri. I giuochi nuovi dovevano essere autorizzati dai superiori, ma nessun accenno è rimasto nei diari ai soliti giuochi di collegio, ai quali i convittori potevano dedicarsi nei momenti di ricreazione, al di fuori del regolamentato gioco a carte del cucù e del gioco delle noci… ”. p. 269 Pinna: “Si stimolino a giocare, a prendersi qualche trattenimento, a fare li suoi esercizii cavallereschi, … Non possono però introdurre giuochi nuovi senza il consenso de’ Superiori: siccome non si devono proibire li soliti, se non fosse a qualche Camerata in parte per parte motivo… Ma quali sono i soliti giuochi? … segue elenco… I giochi troppo violenti erano proibiti… p. 93 Turrini: la Turrini parla del gioco delle noci e dei giochi di carte, del gioco del cucu: si potevano giocare soltanto tre soldi per volta e parte del ricavato veniva devoluto per consuetudine alle anime del Purgatorio”. p. 293 Pinna: “Si permette il gioco in Collegio per puro trattenimento, o solamente quello del cuccù o fuggifiera, né giorni che si andranno notando. Si giuoca di soli 3 soldi e non più…E’ consuetudine introdotta che, mentre si giuoca, quelli che vincono, fanno qualche limosina alle anime del Purgatorio…”. Sul gioco del cuccù si veda Pinna a p. 292-293 e Turrini p. 92-93-94. Quando si poteva giocare, solo con esplicito permesso, etc. Si dicono le stesse cose, anche parola per parola! Poi si parla del gioco del pallone, del lotto, del gioco delle cuccole, delle noci etc, come si praticano, in che giorni, informazioni identiche, spesso parola per parola!! Un esempio: Turrini pag. 94-95 sul lotto: “permettendo la partecipazione dei signori alle lotterie presenti in città… in tali occasioni si faceva portare in collegio il libro delle grazie, per vedere se vi fossero cose di considerazione. In caso positivo i lottisti andavano in collegio con la cassetta de’ polizzini e venivano accompagnati per le camerate da un prefetto a far estrarre ai convittori, controllati affinchè non spendessero più del dovuto…”. Pinna p. 290: “Essendovi lotto in città, si fa portare il libro delle grazie, per vedere se vi sono cose di considerazione. Giudicandosi di permettere, che li Signori vi mettano, si fanno venire li lotristi con la cassetta de’ polizzini, e si conducono per le camerate con l’assistenza di un prefetto superiore, acciò tutto passi con quiete e li signori non mettano denari più del dovere…”. Le pagine della Pinna, sparse qua e la nel teso della Turrini, sono tutte vergognosamente presenti nel medesimo testo, dalla prima all’ultima riga, nessun particolare escluso! Non c’è nessuna considerazione originale della Turrini che non sia presente nella tesi. Parola per parola, pagina per pagina, si tratta di una mera riproduzione. Tutto il libro della Turrini è ricalcato sulla tesi, non soltanto per la trascrizione del documento di padre Antonio Magaza, ma soprattutto il metodo di analisi è lo stesso, come dimostrano gli esempi suindicati che possono essere estesi a tutto il testo, a tutti i paragrafi (uno dei quali ha pure lo stesso titolo: esercizi cavallereschi). Le citazioni e gli esempi potrebbero moltiplicarsi, pagina per pagina. Le informazioni sono le stesse. Le tabelle e le citazioni sono state ridotte in prosa e utilizzate a piene mani per le informazioni, che sono le stesse, informazioni presentate dalla Turrini come autentiche novità frutto di personale elaborazione e già estrapolate dal documento di Padre Magaza da me. Perfino un profano si accorgerebbe di ciò. Per esempio la tesi trascrive delle parti di Diario (tomo II del documento di Padre Magaza) nelle quali si scrive come veniva serviti a tavola i signori, cosa mangiavano, notazioni relative al postpasto etc. La Turrini utilizza le stesse informazioni senza citare nemmeno una volta la sottoscritta, neppure in nota. Anzi, la malafede si evince dal fatto che la Turrini ha solo “letto il documento”, Soltanto l’introduzione è più ampia avendola essa integrata con i lavori degli studenti di Cremona che a p. 19 ringrazia caldamente. Nel lavoro di copiatura, la Turrini non ha tralasciato il benché minimo particolare, anche per quanto riguarda le curiosità, per esempio sulla conservazione dei cibi oltre che sulla qualità di quello che si mangiava. Tutto è identico, i molti casi anche parola per parola e questo vale per tutti i paragrafi. In pratica tutta la tesi della dottoressa Pinna, è contenuta nel testo della Turrini. Se è vero che non ci sono grafici nel testo della Turrini, è anche vero che i risultati dei grafici della Pinna e delle tabelle, sono stati scritti in prosa, senza un’ideazione grafica, come si è dimostrato per la tabella alimentare della Pinna, p. 369. Mi sembra sufficiente, credo.

“La prof. mi ha copiato, le ho fatto causa”, intervista di Sul Romanzo ripresa da “L’espresso”

25877_101409846567748_909976_n[1]Questa intervista è stata realizzata dal blog “Sul Romanzo” a Maria Antonietta Pinna. “L’espresso” la riporta qui di seguito per dovere di cronaca (si tratta di una denuncia grave).

(26 febbraio 2010)

Ciao Maria Antonietta, abbiamo deciso di raccontare brevemente che cosa ti è accaduto per fornire ulteriori elementi di discussione ai nostri lettori riguardo un caso di “furto” accademico. Ma iniziamo dall’inizio: quando e dove ti sei laureata? Titolo e argomento della tua tesi?

Mi sono laureata all’Università degli Studi di Sassari, Facoltà di Magistero, il 28 giugno 1999, giorno del mio compleanno. La Tesi: “Il Collegio dei Nobili di Parma agli inizi del Settecento”: già giudicata favorevolmente dalla Casa Editrice Battei, è dotata di un notevole apparato di note e di una ricca bibliografia. Si tratta de l’analisi, il commento e la trascrizione fedele della Regola di un documento d’archivio o manoscritto inedito risalente agli anni 1710-13: Gallarate, Collegium Aloysianum, Archivio storico, Diario del Collegio dei Nobili. Regole, Avvisi, Istruzioni pel Convitto de’ Nobili in Parma. Il documento che si divide in due parti, Regola e Diario, descrive la vita di nobili convittori all’interno di un collegio diretto dai gesuiti. Il volume, frutto di un lavoro certosino ed attento durato quasi un anno, si sofferma sugli aspetti più curiosi ed interessanti della vita quotidiana dei collegiali, mettendone in evidenza le abitudini alimentari, l’abbigliamento, le norme di comportamento, le malattie e tutte le attività svolte: teatro, esercizi cavallereschi, giochi, etc.

Nome del tuo relatore? Altri nomi da segnalare?

Il relatore prof. Antonio Manconi, correlatori Miriam Turrini, e Raimondo Turtas.

Poi che cosa è accaduto?

Dato che vendo libri sul web, navigando, per caso ho notato il titolo di una pubblicazione: “Il giovin Signore in Collegio”, di Miriam Turrini a cura di Gian Paolo Brizzi, titolo recensito anche dalla Gazzetta di Parma con frasi elogiative. Si trattava della trascrizione di un documento manoscritto inedito riguardante la vita e le attività degli studenti del Collegio dei Nobili di Parma, per gli anni 1710-1713.
Mi insospettisco.
L’indomani mattina vado alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma e trovo facilmente il libro.
Perfetto.
Il dubbio si tramuta in dolorosa certezza. In pratica Miriam Turrini si è pubblicata tutta la mia tesi di laurea. Il documento in appendice è la fotocopia della mia trascrizione. Ma il fatto che colpisce di più è che la docente si è esercitata col copia e incolla pure sul saggio introduttivo.
In pratica tutto il documento trascritto da me nella tesi di laurea (da pag. 417 a pag. 613) è contenuto interamente nel libro della Turrini. Inoltre:
Tesi Pinna: pag. 417-418 corrisponde a pag. 312-313 libro Turrini
Tesi Pinna pag. 419 a 447 corrisponde a: da pag. 435 a 454 libro Turrini.
Tesi Pinna da pag. 448 a 456 corrisponde a: da pag. 267 a pag. 271 libro Turrini
Tesi Pinna pag. 457 corrisponde pag. 456 libro Turrini
Tesi Pinna da pag. 458 a 613 corrisponde a: da pag. 457 a pag. 555 libro Turrini, etc.etc.
Questo per citare soltanto alcuni esempi.

Quali sono stati i tuoi primi pensieri dopo l’amara scoperta?

Il primo pensiero è stato quello di fare una denuncia.

E le prime tue azioni?

Ho scritto un articolo: “I sorbonagri, storia di un plagio” che è stato pubblicato su Internet da vari siti in particolare dal sito “Emigrati Sardi”. L’articolo è stato pubblicato anche da un giornale siciliano: “La voce dell’Isola”.
Ho scritto a “Mi manda Rai Tre”. Letizia Maurelli mi ha risposto. Tutto bene. Dovevo andare in onda per raccontare la storia del plagio. Dopo che hanno saputo i nomi dei professori coinvolti nella storia, hanno fatto dietro-front. La Maurelli mi ha detto che “son cose che succedono”. “Il pubblico non è interessato a questo genere di storie”.
Ho scritto anche alla Gazzetta di Parma che ha pubblicato una recensione sul libro. Mi hanno risposto con sufficienza, sostenendo che quello che dicevo non poteva in alcun modo interessarli.

Parlaci dello stato attuale delle cose.

Ho presentato una denuncia per plagio letterario. La causa dovrebbe finire a maggio. Il libro di Miriam Turrini è stato presentato a dotti convegni di altrettanto dotti professori che ne hanno lodato il contenuto. Viene venduto in libreria e su web. Questo è lo stato attuale delle cose.