Recensione Fiori ciechi di Cinzia Baldini

fleurs ciechi

Fiori ciechi visto da Cinzia Baldini

“I fiori… I fiori, sono le creature più dolci che Dio abbia mai fatto e alle quali si sia dimenticato di infondere un’anima” dice in un famoso aforisma H.W. Becheer ma in FIORI CIECHI, il libro d’esordio di Maria Antonietta Pinna le cose non stanno esattamente così.

I fiori, protagonisti del primo dei due racconti che compongono il volume, hanno un’anima, una personalità e soprattutto un carattere d’acciaio.

Durante la lettura ci si dimentica persino che essi siano davvero delle creature dolcissime che rallegrano gli occhi con i loro colori e il cuore con il loro profumo. Sarà perché la Pinna con una tecnica di scrittura efficacemente concisa, diretta e visiva ce li mostra sotto un’ottica che nessuno si aspetterebbe.

Siamo a Florandia, ovviamente, la nazione dei fiori. Una repubblica dove, in pace e serenità, governano i garofani. La specie preponderante è quella rossa ma ce ne sono altre varietà come i neri, i gialli, i rosa, gli screziati e tutti vivono in perfetto accordo e armonia. Ma in un triste giorno Pistillo, un politico arrivista e senza scrupoli, scatena una guerra civile per motivi economici, di espansione territoriale e per la supremazia della razza dei garofani rossi, che dilanierà il paese rendendo i fiori ciechi di odio e di disprezzo per la vita altrui, proprio come era accaduto secoli prima agli esseri umani, razza ormai estinta e menzionata solo nei racconti di nonno Petalo. “La fine del mondo. Silenzio denso, palpabile, muto come un mafioso. Non c’è vento. Rais, il Sole, è scomparso nelle limpidità profonde della salsa acqua marina. Gli uccelli non cantano più. Non esistono. Nessun rumore di anima viva. Completa assenza. Vuoto, padrone dello spazio. Vertigine. Gli uomini e quasi tutti gli animali sono morti, fagocitati dal ventre stesso della terra. Quelli che restano sono come di gesso, pietrificati dagli eventi. Non riescono ad esprimere alcun suono. L’aria violacea crea un’atmosfera da incubo. Ghiaccio dappertutto. Un freddo terribile, pungente, che rompe le ossa. Peccato che non ci siano quasi più ossa da rompere, soltanto carambole di nuvole viola che si addensano nel cielo. Minacciose, tragiche e irreali. Nessun occhio può vederle, semplicemente perché non ci sono occhi. Non ci sono neppure angeli o demoni come ci si sarebbe aspettati. Dio non si vede da nessuna parte e neppure fa sentire la sua voce. Gaia, la Terra, freme di soddisfazione per aver annientato la razza umana. Stanca dell’idiozia di quei ridicoli animali a due gambe, ha agito. Dapprima tremiti leggeri, insistenti sussulti. Poi si è aperta in due e ha inghiottito tutto, senza distinzione. Quindi si è richiusa, non senza provare dolore.”

L’effetto delle frasi brevi come la scelta dei vocaboli è potente. Esse colpiscono l’immaginazione del lettore più di qualunque prolissa descrizione.

“Gutta cavat lapidem” dicevano i latini e la Pinna scava, incide, sferza la mente, costringe all’attenzione, a guardare oltre le apparenze, fino a costruire in un crescendo di situazioni evocatorie, paradossali e al limite dell’assurdo un colpo di scena nel colpo di scena: la storia di Florandia e della guerra non è altro che una sceneggiatura teatrale in corso di allestimento e Tibbs, l’autore “inventore” di Florandia, in crisi con il regista si trova a dover riscrivere, in una manciata di giorni, un finale che colpisca il pubblico. All’uscita del teatro Tibbs, assorto nei suoi pensieri, inciampa e cade ma viene soccorso dalla sua ombra che, al corrente della novità, sostiene il suo protetto e insieme iniziano un percorso interiore di ricerca che li porterà proprio a… Florandia, ossia nella mente dello sceneggiatore!

Questo viaggio interiore alla ricerca del proprio io, dell’ispirazione, del sogno, permetterà a Tibbs di ritrovare la capacità di pensare con la propria testa tanto che la nascita di un’idea è descritta dalla Pinna come un vero e proprio parto con tanto di travaglio, ostetrica e assistenti anche se non mancano pozioni magiche, incantesimi e la figura simpaticissima della maga Gabrina.

“La neonata intanto è cresciuta, in pochi minuti. Si direbbe una fotocopia di Pistillo, soltanto un po’ più brutta, con un non so che di ferino. Cammina nella stanza, liberamente, si siede accanto a Pistillo, ormai attonito, fuori di sé. Egli alza la foglia. Ordina al tenente Radice di immergere l’elsa della sua spada nel cuore dell’idea appena partorita. Siamo impietriti, incapaci di ribellarci. Del resto i militari ci tengono d’occhio, con le armi puntate. Il soldato, riluttante, esegue l’ordine di Pistillo. Affonda l’arma. Ma l’idea ride e non muore. Non muore perché non si può ammazzare un’idea, sia essa buona o cattiva: lapalissiano! Pistillo invece si accascia. È finita la parabola dei suoi giorni a Florandia. L’idea ride sul suo cadavere simile ad un inerte pupazzo, ci saluta cortesemente ed esce dalla stanza. Si perde nel mondo. Anche noi usciamo. Abbiamo bisogno di respirare. Ogni parola ci sembra superflua. Silenzio per pochi significativi minuti. Cala il sipario. Applausi del pubblico.

Il finale è piaciuto.”

Tibbs ha ottenuto il successo, la riscoperta di sé, la rinascita delle proprie idee, ha preso consapevolezza dei propri limiti e delle proprie capacità, si è riappropriato della sua ispirazione, dei suoi ritmi temporali. In poche parole è tornato padrone della sua vita, ha ritrovato quell’identità che aveva smarrito nel corso di un’esistenza frettolosa e costruita su falsi principi, si è riscoperto uomo nella sua dimensione umana, insomma si è reinventato, ha trovato nuove motivazioni per andare avanti e cavalcare di nuovo la vita. Si è lasciato alle spalle l’abulia, la negatività, la morte psicologica e fisica procurata da un’esistenza anestetizzata, soverchiata dal male di vivere.

Tutto è bene ciò che finisce bene dunque…
Ma il lettore non ha il tempo di tirare il classico sospiro di sollievo che Maria Antonietta Pinna lo travolge piacevolmente con l’ultimo racconto che compone il volume di FIORI CIECHI: I Probobacter.
“L’evidenza scandalosa ed oscena dei nostri rifiuti sparsi dappertutto ci faceva male, non soltanto perché avevamo paura delle malattie o di qualche straordinaria e mortale epidemia, ma anche per una questione più metafisica e sottile. I rifiuti rappresentavano il nostro lato oscuro, quello che non deve essere visto né annusato dagli altri. Lo scarto era un inconscio sinonimo di cattiva coscienza. Finché riuscivamo a sotterrarlo, ad occultarlo da qualche parte, non ci pensavamo. Come cattivi domestici nascondevamo la polvere sotto il tappeto. Solo che ad un certo punto quella polvere vien fuori e ha l’effetto di una bomba. Bisognava trovare al più presto un rimedio…»”. Ecco servito, senza “infiocchettamenti” ma con crudo realismo, un tema scottante e quanto mai attuale come quello dell’inquinamento.

Oltremodo “gustosi” da leggere i paragrafi tragicamente ironici e volutamente beffardi con cui l’autrice inizia e porta avanti la storia familiare e professionale di colui che viene acclamato quale salvatore del mondo per aver geneticamente modificato un vile batterio comune e averlo trasformato in un Probobacter mangiatore di rifiuti, il quale, alla fine, si ritroverà insieme agli altri esseri viventi a rischio di estinzione incalzato dalla voracità della sua mostruosa creatura.

L’idiozia umana, la presunzione, la sete di gloria, di fama, di ricchezza, il delirio di onnipotenza, l’arroganza della scienza che vuole sostituirsi alla coscienza, la prevaricazione del limite dell’eticamente corretto e sostenibile sono ridicolizzati, esposti al pubblico ludibrio, messi alla berlina senza pietà né attenuanti.

La particolare vena creativa sarcastica, impertinente, pungente e canzonatoria è la classica “marcia in più” che consacra la Pinna quale autrice di qualità e la pone controcorrente, oltre i soliti, spesso noiosi, triti e ritriti, schemi letterari che oggi fanno tendenza.

Con la sua frusta avvolta nel velluto e la mano guantata Maria Antonietta Pinna “castigat ridendo mores” e con lucida razionalità, senza alzare la voce ma con energica determinazione, ammonisce severamente a ritrovare la strada maestra, l’armonia universale, i ritmi naturali e il rispetto di sé e del mondo che ci è stato temporaneamente affidato pena la disumanizzazione, la follia e il nulla.

FIORI CIECHI è dotato di una forte personalità, pari a quella della sua autrice e di un’indiscutibile originalità riscontrabile nella scelta dei protagonisti, degli argomenti, della morale esplicita ma non scontata. Un libro che oso definire per palati raffinati che non si accontentano solo di leggere ma che amano riflettere su ciò che un autore pone al vaglio della loro sensibilità letteraria

http://www.art-litteram.com/index.php?option=com_content&view=article&id=680%3Afiori-ciechi&catid=13%3Arecensionilibri&Itemid=22

Fiori ciechi, recensione di Giuliano Brenna (La Recherche)

fleurs ciechi

Due racconti, introdotti da inquietanti disegni di Carlo Farina, compongono questo volume scritto con leggiadra scorrevolezza dalla professoressa Pinna. I fiori menzionati nel titolo, aprono la narrazione, protagonisti ed abitanti esclusivi di un mondo dal quale ogni traccia animale è stata debellata. Soprattutto l’uomo è scomparso dalla Terra, mettendola così al sicuro dalle catastrofiche nefandezze umane. Ma, per dirla con Battiato, “il carattere umano si insinuò, e non sopportarono neppure la felicità”, così, preda di ambizioni e cattiveria tutte umane, i garofani cominciano a fare guerre. E sin qui assistiamo ad una metafora dell’umanità trasposta nel mondo floreale, sennonché il racconto vive un sussulto di genialità, e scopriamo che i fiori sono personaggi di uno spettacolo, solo uomini camuffati, ma ai quali l’autore non riesce a dare un finale, ed è così invitato, se non costretto, ad un viaggio dentro di sé per ritrovare la via della narrazione ed i fili che compongono la sua esistenza. In sé ritrova il mondo dei fiori coi quali entra in rapporto, sino al disvelamento di tutto il racconto in una frase: “Forse non hai afferrato il concetto. I miei fiori sono ciechi, capito? Ciechi di rabbia, di paura, cinici, arrivisti, mercanti, puttanieri, guerrafondai. Sono uomini travestiti da garofani! Voglio che la storia abbia un respiro moderno, irriverente e realistico, a dispetto dei protagonisti. Il pubblico deve avere l’illusione che stiamo mettendo in scena un messaggio, che non facciamo teatro per il gusto di fare teatro e basta, due risate e arrivederci alla prossima.” E l’autrice pare davvero non voler fare letteratura per il gusto di scrivere e basta, vuole dare un messaggio, mettere alla berlina il genere umano, ormai cieco, incapace di vedere quanto sta distruggendo intorno a sé, messaggio che ritornerà forte e vigoroso anche nel secondo racconto. La narrazione, dopo questo chiarimento, acquista un notevole spessore di sondaggio psicologico e filosofico, capace di abbracciare, nelle sue meditazioni, l’intera umanità, cercando di dare un senso a quanto accade e alla sempre più affannosa e spasmodica ricerca di un qualcosa che è sfuggente poiché già racchiuso dentro di noi.

Negli ultimi passaggi del racconto entra in scena, seppur celata, anche l’autrice stessa, e con lei – immagino – tutti gli scrittori, nel momento in cui si dibattono alla ricerca dell’Idea, tra difficoltà simili ad un parto, accuditi dalla Terra, dai miti, dalle leggende e da un proprio io che ci guarda dal di fuori: forse in qualche modo l’aiuto arriva da dentro, ma bisogna essere capaci di prendere una certa distanza da ciò che siamo per avere una visione più nitida.

Ritengo il racconto molto interessante, oltre che per i contenuti anche per il suo andamento ellittico, la storia inventata e la realtà si confondono, si compenetrano, si riallontanano per poi tornare a fondersi; una costruzione davvero encomiabile.

Il tema della Terra tradita, rientra prepotente nel secondo racconto dove si immagina un futuro, ahimè, neanche tanto lontano, in cui le città saranno sommerse dai rifiuti. L’unico modo per liberarsi di essi viene escogitato da uno scienziato, avviene attraverso la manipolazione di certi batteri capaci di distruggerli. Purtroppo, quando l’uomo si mette al posto del Creatore, dal dottor Frankestein in giù, da un iniziale successo riesce a fare un dramma. E così è, il creatore dei superbatteri è costretto a fuggire e affida i suoi ricordi alla cara vecchia bottiglia in mare. Il messaggio viene raccolto da quello che potrebbe essere l’autore del messaggio, a distanza di anni, in una sorta di loop duremattiano che dona una straordinaria ed implacabile vertigine al racconto.

Una raccolta snella e veloce da leggere che corre su una lingua trattata abilmente, i temi sono ampi ma trattati nella giusta misura, tra finzione e monito, una matrioska letteraria capace di celare sempre nuove sorprese. Se nel primo racconto l’approdo sicuro si trova celato dentro di noi, nel secondo, invece, il dramma che ci circonda è capace di giungere in una zona protetta seminandovi l’ombra della follia, e la soluzione forse, umilmente, è proprio quella di cercare e trovare una soluzione prima che sia troppo tardi.

Fiori Ciechi di Maria Antonietta Pinna, recensione di Sara Rania, alias Kitsuné

fleurs ciechi
Sotto un libro dalla copertina coloratissima, dominata da un bel blu e screziata di giallo e rosso vermiglio (frutto dell’estro del pittore Francesco Montagnoli) vivono i personaggi di “Fiori Ciechi”, romanzo d’esordio della giovane scrittrice sassarese Maria Antonietta Pinna, classe 1972, letterata specializzata in Criminologia e con la passione dei tomi storici.
Il testo è composto da due racconti autonomi, che non si assomigliano molto a dire il vero, ma procedono analizzando, ognuno per sé, tematiche quasi complementari, e stringendo in due proporzioni ineguali, a beneficio del primo “Fiori Ciechi” e “Probobacter”. Come intermezzi illustrativi otto tavole realizzate dal pittore Carlo Farina, che marcano e illustrano i passaggi chiave dei due racconti, guidando l’esplorazione dei lettori in un mondo che unisce elementi del reale a numerose suggestioni dell’immaginario.
E tra gli strambi abitanti di Florandia, utopia che sta cedendo alle seduzioni immorali dell’umanità, piegandosi alle piaghe irrimediabili della guerra e del razzismo, un autore teatrale ritrova le ragioni stesse della sua ispirazione, rincorrendo le maieutiche strade della difficile filiazione di un’idea.

Tra preoccupazioni ecologiche quanto mai attuali e riflessioni sulle disparità sociali che passano per una realtà fantastica, eppure quanto mai prossima, abbiamo ritrovato un personaggio affetto da una sindrome nella quale molti lettori ipertrofici non faranno fatica a riconoscersi:

Remo ha contratto una malattia rara, grave e asso­lutamente incurabile. Soffre di bibliofilia acuta cronica galoppante. Non esiste al mondo panacea che possa guarirlo. Anzi tende a peggiorare col tempo. Vive in un piccolissimo fungo ingombro di libri stipati dentro cas­sette di plastica, una sull’altra, lunghissime pile, fino al soffitto, in precario equilibrio. Cassette ricolme di volu­mi e fascicoli dappertutto, in bagno, in cucina, in ca­mera da letto, nel ripostiglio, nel corridoio, davanti al­ l’armadio, alla finestra. E Remo continua a comprare e leggere libri su libri, sempre di più, senza tregua. Non c’è cura, peggiora di giorno in giorno.

(Estratto p. 78)

Fiori Ciechi
Maria Antonietta Pinna
Annulli Editori
Collana “NarrAzioni”
Agosto 2012
ISBN: 978-88-95187-35-8
pp.144

Via | annullieditori.it/maria_antonietta_pinna

Maria Antonietta Pinna, “Fiori ciechi”, recensione di Patrizia Poli

fleurs ciechi
http://www.criticaletteraria.org/2013/01/maria-antonietta-pinna-fiori-ciechi.html
«Se le porte della percezione fossero purificate, tutto apparirebbe all’uomo come in effetti è, infinito», scrisse William Blake. E dovendo scegliere un aggettivo per definire Fiori ciechi di Maria Antonietta Pinna, “blakiano”, è quello che ci viene in mente.
Il libro comprende due blocchi di narrazione separati, di cui il primo è senz’altro il più immaginifico. I temi toccati sono il ripudio della guerra, del razzismo, del totalitarismo, e la necessità di non violare la natura affinché essa non ci si rivolti contro (vedi Gaia che distrugge l’umanità sostituendola con i fiori, oppure i probobatteri che mangiano anche ciò che dovrebbero difendere). È fin troppo facile riconoscere nella trama certi regimi dittatoriali da poco abbattuti e certe guerre che costituiscono ossimori nel loro definirsi umanitarie. Ma l’aspetto principale del testo, oltre lo stile impeccabile, cristallino e spiazzante, è il libero dispiegamento d’una fantasia allucinata. Quindi, più dell’orrore della guerra, ci colpisce l’immagine della cimice volante che sgancia le bombe mortifere nel blu elettrico del cielo.
Un racconto-matrioska: l’autrice parla di un autore, il quale parla del mondo da lui creato, fin troppo vicino al nostro mondo reale, con statue di dittatori che crollano, botole che si spalancano inghiottendo feroci occhi smarriti, piedi che penzolano in un balletto di morte. La trama è un congegno preciso, articolato pur nel divagare della fantasia, niente è lasciato al caso, tutto s’incastra, sempre che il lettore si prenda la briga di mettere insieme i pezzi e ricostruire il meccanismo.

Come l’autrice stessa spiega, strizzandoci l’occhio in un continuo gioco metanarrativo – un po’ voluto e un po’ generato dalle stesse circostanze della scrittura in corso – il significato del testo deve metterlo il lettore.
“Il pubblico deve avere l’illusione che stiamo mettendo in scena un messaggio, che non facciamo teatro per il gusto di fare teatro e basta, due risate e arrivederci alla prossima”.
“Che tipo di messaggio, scusa?”
“Verrà fuori dopo, con calma, alla fine. Sarà il pubblico o qualche critico più illuminato, a decidere cosa abbiamo detto. Magari viene fuori qualcosa che non avevamo neanche pensato, tanto lo so che va sempre a finire così.”
E se questa può essere letta come una critica della critica, è anche, a nostro avviso, una quasi inconscia ammissione da parte dell’autrice, un raccontarci il raccontare, lo sviluppo di un’idea in fieri. Quella stessa idea che l’autore nell’autore Tibbs, insieme al suo alter ego ombra, va a cercare dentro se stesso, nei meandri del suo cervello, in un viaggio, dice la Pinna, di “asimoviana memoria.”
“E capiamo che quelle porte sono i libri che non abbiamo mai letto, le persone mai conosciute, le idee dimenticate negli angoli più riposti della coscienza. Quelle porte sono le varianti che avremmo potuto vivere, e non siamo mai stati. Sono il destino, il suo acre sapore escatologico, il passato nel presente, sono tutto.”
L’entrare e uscire da sé è alla base del personaggio Tibbs, ma anche del protagonista del secondo racconto, Tommaso Probo. Tibbs è alla ricerca dell’idea, ricerca che diventa introspezione per ogni scrittore degno di questo nome. Trovare l’idea finale comporta una lacerazione, un’ulteriore alienazione, l’abbandono della propria creatura narrativa, il ritorno nel mondo. E quel chiedersi se non si stia facendo “solo teatro” è un’interrogarsi della Pinna sul senso stesso della scrittura e della propria esistenza.
“Anche se può sembrare banale, in fondo mi dispiace soprattutto per me stesso, per quel senso di sprecato che provo quando mi penso, per quell’avrei potuto fare così e invece ho fatto cosà, come un coglione qualsiasi alla ricerca di non si sa bene che cosa. Si, mi dispiace, per la ferita tra quel che vorrei essere e che invece sono, ferita in cui m’immergo ogni giorno, mi ci faccio il bagno con tutti i vestiti e le scarpe.”
C’è anche una specie di sorpresa finale, anticipata dal cucchiaino dietetico della maga Gabrina, che mette il racconto ancora sotto un’altra luce, apre un’altra scatolina all’interno delle già tante scatole di significati.
Ma non ci concentreremo tanto sul messaggio, quanto sulla potente inventiva della scrittrice. Il racconto inizia con una cosmogonia che crea Florandia, la terra dove abitano fiori parlanti simili a esseri umani, con tutti i vizi correlati. Onirico e surreale sono termini abusati nel riferirsi a questo testo della Pinna, preferiamo lasciarci cullare, oltre che dalla musicalità acuminata delle parole, anche dalle libere associazioni che il libro ci suscita.
La prima è con il giardino dove l’Alice di Lewis Carrol incontra la perfida Regina di Cuori. E se in quel caso si trattava di carte, mentre qui invece di fiori, le immagini mentali sono le stesse. Ancora, sottilmente, ci giungono echi da una poco nota fiaba di Andersen, I fiori della piccola Ida, popolata di tulipani, garofani e margherite che danzano fino a sfinirsi, fino a morire. I funghi, in cui abitano i personaggi di Florandia, ricordano quelli del mondo dove vaga Alice, ma anche quelli di Verne in “Viaggio al centro della terra.” C’è anche un vago sentore di settecento, fra automi, prismi, specchi, obiettivi, lanterne magiche, meccanismi meravigliosi e fuochi d’artificio già presenti nell’Enciclopedie. Tutto molto visionario, ripetiamo, ma pure visivo, tangibile, aguzzo.
Anche il secondo racconto va oltre il messaggio ecologista, oltre l’incubo dei batteri che ci divorano e la malattia che distrugge corpo e mente fino a non poter più distinguere ciò che è vero da ciò che è solo immaginato. Qui, veramente, la narrazione trascende in poesia pura.
“La notte con la sua zuppa di stelle chiare penetra le ossa.”
“L’odore della salsedine è forte, punge le narici, stordisce come il profumo di una donna irraggiungibile. Mare, mare, mare dappertutto. Una distesa infinita di glabre onde assassine.”

Patrizia Poli

“Il fiore, il cattivo e il cattivo”, recensione di Sonia Argiolas

firi ciechiTitolo: Fiori ciechi
Autore: Maria Antonietta Pinna
Editore: Annulli
Anno: 2012

Silenzio. Inizia la storia. Come ogni notte, l’adorabile Nonno Petalo racconta alla piccola Corolla la storia della nascita di Florandia. Florandia abitata da fiori e nata dalla fine del mondo: Gaia, la terra, è soddisfatta dopo aver annientato la malefica razza umana. E nascono i garofani a popolare questo nuovo mondo. E mentre, silenziosamente, ascoltiamo questo racconto che ha il dolce sapore di una favola ci rendiamo conto, un po’ stupiti, del fatto che siamo all’interno di una rappresentazione teatrale. Già perché questa è la storia scritta da Tibbs. E Tibbs, guarda caso, è accompagnato dalla sua Ombra. I quali, per meccanismi sospesi tra realtà e fantasia, tra veglia e sogno, faranno un viaggio all’interno di Florandia che, così, diviene tangibile. Forse…E se non bastasse, potrete sempre leggere, all’interno di una bottiglia smarrita nel mare, l’inquieta vicenda del ‘probobacter’ batterio mostro che distrugge tutto in un delirio di onnipotenza tutta e solo umana.

Fiori ciechi è primo romanzo della scrittrice Sassarese, già conosciuta per il volume Dalle galee al bagno al carcere, per i racconti pubblicati in varie riviste e per la continua collaborazione in varie testate. Fiori ciechi contiene due racconti, Fiori ciechi, appunto, e I probobacter, i quali, al di là della trama apparente collocata in mondi che paiono fuori dal mondo, ci mostrano una realtà finanche troppo attuale.
È un romanzo ricco, dalla costruzione architettonica complessa che offre una lettura su più livelli.
È un continuo intrecciarsi, di favola e realtà, di sogni confinanti con gli incubi, di metateatralità, di ambientazioni surreali che, in sottofondo, mostrano la cruda realtà. Predominano in esso i simboli e temi di natura filosofica. Il tema del doppio, dello spossessamento, il tema dell’Idea che tutti, bene o male, perseguiamo. Maledetta idea che lacera gli animi, che, talora annichilisce e, talora, arricchisce. Con uno stile molto incisivo e scevro di orpelli che, in alcuni passi, è addirittura feroce, la Pinna ci offre un quadro colorato dalle evanescenti tinte della malinconia olezzanti di presagi di morte, intervallato da un senso onnipresente di vertigine a cui si accompagna un metaforico urlo quando, leggendo le sue parole, si precipita in un baratro che pare senza speranza. Ci si può smarrire in queste pagine dal forte sapore surreale, ma pur sempre vere. Anche troppo.

“Un viaggio allucinato nell’impossibile”, recensione di Ida Verrei

COPERTINA PROBOBACTER E FIORI CIECHI

Fiori Ciechi

Maria Antonietta Pinna

Annulli Editori, 2012

pp.137

9,00

di Ida Verrei

Due racconti lunghi, un viaggio allucinato nell’impossibile, “Fiori Ciechi” di M. A. Pinna, è una singolare avventura letteraria.

Il primo racconto, che dà il titolo al libro, non è un romanzo, pur se ne possiede la struttura e ne conserva alcuni elementi; non è una fiaba, non si conclude con “…e vissero felici e contenti…” Ma della fiaba ha la suggestione e il mistero: immaginario e reale si fondono come nella dimensione onirica e possiedono lo stesso valore; niente appare arbitrario, ma necessario e fatale; tutto esiste, perché la trasfigurazione fantastica, legata al paradosso, rende verosimile l’illogico.

In un tempo non-tempo, in uno spazio non-spazio, parallelo e avvinto alla realtà, si consuma un dramma-rappresentazione, proiezione fantasmatica del mondo contemporaneo.

“Nonno Petalo, racconta”.(pag.11)

“… Sì. Dimmi dei garofani bianchi, come sono nati?”

“Tanto tempo fa, agli albori della nostra civiltà, esistevano soltanto garofani rossi (o almeno così sembra), e i fiori-Dei circolavano liberamente per le strade di Florandia…” (pag. 13)

Inizia così questo inconsueto viaggio nel surreale, tutto sembra lieve, delicato, un mondo fatto di petali colorati, delle lacrime di Skotos (la notte) che danno origine a garofani neri, e di quelle di Rais (il sole) che generano garofani gialli; un mondo senza padroni, “dove ci si accontenta di poco. Del vento, del sole, di poca terra, di un flebile raggio di luna…” Ma Florandia non è questo universo idilliaco, è una Repubblica di fiori ciechi, aridi, incapaci di vedere il lato poetico della vita… perché per loro la vita è la canzone stonata di un solista… (pag. 25)

Man mano che si procede nella vicenda, ci s’imbatte in inquietanti analogie con la società attuale: lotte per il potere, il prevalere d’interessi individuali, della forza e della sopraffazione. Ma a leggere con attenzione, non sono questi i temi principali del racconto. Guerra, prepotenza, odio razziale, elaborati dalla fantasia dell’autrice, calati in un fantastico paradossale, rimandano ad angosce esistenziali che da sempre tormentano l’uomo: la ricerca dell’identità; la conservazione della memoria, perché “chi è senza memoria non ha futuro. E un oggetto in sé non è niente…”(pag.72)

il terrore del tempo che passa:

“… qui si cattura l’ombra, così si elude in qualche modo la sorveglianza che il tempo esercita su di noi… L’immagine è nostra, non invecchierà mai… Si esorcizza la morte…” (pag.71)

la ricerca dell’Idea, che non è soltanto riconducibile allo struggimento dello scrittore che scava dentro e fuori di sé, ma è soprattutto ricerca del senso della vita, bisogno di indagare il destino, il suo acre sapore escatologico… E l’espediente narrativo a cui ricorre l’autrice, è l’irrompere di un improvviso io narrante, Tibbs e Tibbs, l’artista e la sua ombra, un “doppio” inconsueto, dove la dualità non riguarda la distinzione tra bene e male, ma tra possibile e impossibile, un mezzo per abbattere i limiti della corporeità.

Inizia così un viaggio allucinato del protagonista all’interno del proprio cervello, un percorso nell’assurdo per raggiungere il luogo della creatività, alla scoperta di quell’Idea che non muore perché non si può ammazzare un’idea, sia essa buona o cattiva… L’idea ride… sul cadavere di chi avrebbe voluto ammazzarla… va… e si perde nel mondo. (pag.99)

Anche nel secondo racconto, Probobacter, forse meno fantasioso del primo, ma altrettanto al di fuori di ogni logica convenzionale, ci addentriamo in un mondo delirante: immagine amplificata di ciò che l’ottusità dell’uomo può causare. Anche qui due piani di narrazione: il mondo soffocato dai rifiuti urbani, in un parossismo di allucinazioni iperboliche, e la ricerca scientifica per la soluzione del problema, sperimentazione esasperata che condurrà alla distruzione dell’uomo stesso, con la creazione di un batterio killer che finirà col divorare uomo e rifiuti.

Visioni d’incubo, il sogno, la malattia, e ancora un “doppio”, ma questa volta è il riflesso nello specchio e il suo significato allusivo:

“…mi guardo e vedo un tizio che non conosco, un corpo estraneo…” “Chi sei?” “Io sono tu, e tu?” “Anch’io…” (pag.133)

Anche qui, al messaggio palese del tema ecologico, si affianca quello più profondo dell’angoscia di morte; del silenzio; dell’incomunicabilità, la paura di perdere “occhi e bocca”, “…un silenzio affilato di lama che uccide senza rumore”. (132).

In entrambi i racconti, Maria Antonietta Pinna è molto abile nella tecnica dello straniamento:

“Pistillo, fiore cieco e arido si è comprato uno Stradivari senza neanche saperlo suonare; (pag.76) oppure: l’Idea, sì, l’ha vista, è passata di qua. Le è sembrata… come dire… Un po’ incinta; (pag.75) o ancora: Questa povera mosca moribonda… Probabilmente pensa che siamo repellenti. In una parola le facciamo schifo… “ (pag.134)

L’autrice gioca con la fantasia, con le parole, con le immagini; sovrappone i livelli semantici; contrappone primi piani e punti di vista; usa dialoghi a più voci. Il tutto dà origine a un insieme singolare, insolito, che confonde il lettore, lo costringe a leggere e a rileggere, a fermarsi e a riflettere, a decifrare messaggi e simbolismi e, attraverso uno stile veloce, immediato, ma armonioso e musicale, restituisce il gusto della lettura.

Recensione di “Fiori ciechi” su Neurotopia, il blog di Giovanni Sicuranza

FIORI CIECHI E PCPC

Ancora una volta la trovo.
E’ nelle atmosfere, nello stile, nella ombrosità frizzante, è nel levitare della metafora, quella priva degli orpelli della pedanteria.
E’ lì che ritrovo la bella Narrativa.
“Fiori ciechi”, copertina; Annulli Editori:
http://www.annullieditori.it/maria_antonietta_pinna_-_fiori_ciechi.html

Ho appena terminato di leggere “Fiori ciechi”, di Maria Antonietta Pinna, con il salto nel vuoto dell’acquisto on-line di un libro sconosciuto, da un’autrice sconosciuta.
Le sfumature di alcune tematiche, come il “memoricidio”, sono a me care, ma non è questo il motivo portante che mi spinge a segnalare un’esordiente/emergente.
“Fiori ciechi” è un libro che immaginerei trasposto cinematograficamente nei colori intensi, cupi, con pennellate ironiche, di Tim Burton, in un’animazione a stop-motion, magari.
“Fiori ciechi” ha le suggestioni che mi ha dato “Tim Burton’s The Nightmare Before Christmas”, potrei quasi sentirne le musiche mentre leggo di Florianda e del Probobacter.
“Florandia”, in particolare, il racconto che maggiormente compone “Fiori ciechi”, è stupore di prospettive, di innovazioni, di messaggi privi di retorica buonista.
Ho prestato il libro ad una collega, sapendo che sa leggere (arte di pochi) e, soprattutto, che finita la lettura mi restituirà questo piccolo gioiello di narrativa. Perché lo scrittore, quello sottostimato dal mercato editoriale, quando vale ha bisogno della voce del lettore.

“Fiori ciechi” recensione di Nicola Nicodemo per “Blog novel: Il Romanzo”

fiori tra fiori
“Fiori ciechi”, romanzo d’esordio dell’autrice Maria Antonietta Pinna, che sembra prendersi gioco dei canoni dei normali generi letterari cui siamo abituati. Potremmo dire che si tratta di una fiaba. Ma sarebbe un grave errore. Una favola? No, ancora sbagliato. Ma non è neppure semplice narrativa. Cos’è allora? Della letteratura non si possono dare definizioni scientifiche. Ma questo testo sfugge, in particolar modo, agli schemi. Si avvicina molto a un sogno. Potrei definirlo così, sapendo di cadere in errore. Ma è ciò cui più si avvicina, ad un’esperienza onirica.
Sappiamo bene come divincolarsi da schemi letterari precisi possa comportare gravi svantaggi, in termini di disorientamento del lettore o di confusione generale. Ma qui il senso di spaesamento sembra giocare a favore dell’autrice. Di forte impatto, l’incipit ci proietta in uno spazio completamente nuovo, nel quale i concetti stessi di tempo e causa-effetto perdono il significato normale. I primi passi in questo nuovo mondo servono ad adattarsi ai nuovi punti di riferimento.
Siamo a Florandia, nella repubblica dei garofani. La figura del fiore viene antropomorfizzata nel pensiero e nelle emozioni. La storia si sviluppa come pungente satira contro la società degli uomini, schematizzata, con intensa forza creativa e ironia, in un mondo vissuto da soli fiori che, ricalcando i comportamenti degli esseri umani, sono preda dei loro stessi conflitti e interessi.
In questa prospettiva, la lettura del testo richiede un notevole impegno e un’attenzione costante. Non bisogna fermarsi all’involucro esterno della storia. Potremmo ricavarne impressioni fuorvianti. Il linguaggio semplice, i personaggi caricaturali, lo stile narrativo: potremmo ingannevolmente pensare che si tratti di una storia infantile, fiabesca. Tutt’altro. Oltre il testo, la maturità sta proprio nella capacità di ricostruire, con ironia e sarcasmo, una metafora della società attuale, con i suoi problemi e le sue caratteristiche più interessanti.
Nell’universo delirante di fiori maghi e alchimisti, di fiori accecati dalla paura e della rabbia, fiori guerrafondai, mercanti, impostori, riscopriamo alcuni schemi di comportamento umani sui quali l’autrice intende richiamare l’attenzione.
Per rispondere alla domanda iniziale: come possiamo definire questo romanzo? Si può dire: è una rappresentazione della coscienza umana, in cui il senso del delirio e dell’onirico si mescola pericolosamente all’ordinario della vita quotidiana.

Autore: Maria Antonietta Pinna
Editore: Annulli Editori
Anno di pubblicazione: 2012
ISBN: 9788895187358
Prezzo di copertina: € 9,00

“Fiori ciechi”, recensione di Giovanni Agnoloni su La poesia e lo spirito

fiori ciechi Carlo Farina tavola

Fiori ciechi, di Maria Antonietta Pinna (Annulli Editore) è un’opera che spiazza, come sanno fare le migliori tra quelle che spostano il punto di osservazione dall’uomo alla natura. Qui i protagonisti, sia pur “antropomorfizzati” nel pensiero, sono dei fiori. Ho detto “nel pensiero”, ma avrei dovuto dire “nelle emozioni”, perché questi personaggi, che animano Florandia, un’immaginaria Repubblica dei Fiori, sono dei piccoli archetipi emotivi, coacervi di passioni e moti viscerali.

A volte mi sembra di trovarmi di fronte a una “variabile impazzita” del Connettivismo, ma non è così. Vi sono spunti descrittivi di lirismo cosmico, ma a mio avviso prevalgono elementi (sia pur originalmente interpretati) di forte simbolismo e surrealismo.

Maria Antonietta Pinna si aggira sui confini del territorio della riluttanza, di quelle passioni scomode e “antipatiche” che spesso cerchiamo di evitare rifugiandoci in un concetto di Natura azzimato ed estetizzato, a nostro uso e consumo. La Natura – e questo è un dato di fatto che purtroppo non possiamo fare a meno di riconoscere – è invasa e contaminata dall’inquinamento umano, di ogni tipo.

Questo libro ci fa prendere atto delle emozioni disarmoniche a cui ci siamo ridotti, perché, con un efficace paradosso/rovesciamento, le trasforma proprio in quelle voci della Natura – piante e fiori – da cui possiamo trarre spunto per riavvicinarci alla nostra Fonte.