Le poste? Un teatro alla Ionesco!

Sul Romanzo_Poste
http://www.sulromanzo.it/2010/04/le-poste-un-teatro-alla-ionesco.html

Mr Smith siede con la moglie in un salotto dal perfetto stile inglese. I due coniugi conducono una vita borghese, costruita su quotidiane occupazioni, pettegolezzi, commenti sulla politica, sul tempo.

I due conversano, un dialogo tra perfetti sconosciuti, le battute segnalano il parossismo in un involucro di comicità delirante e surreale.

Ma non sempre c’è bisogno di andare a teatro per assistere a situazioni assurde.

Diciamo che Mister X va alla posta carico di dieci pacchetti di libri ben imballati che vorrebbe spedire con la modalità tuttora vigente: pieghi di libri raccomandati e ordinari.

X prende l’autobus per arrivare all’ufficio postale, quindici minuti in piedi, col gomito di un tizio pelato nelle costole e lo chignon di una signora sotto il naso. L’autobus è pieno come un uovo. Ad ogni fermata sale nuova gente, uno strazio.

Finalmente è il momento di scendere. Mister X si dirige all’ufficio postale. C’è una fila interminabile. Dopo un’ora tocca a lui. Deposita i pacchi nell’apposito spazio, ma l’impiegato si rifiuta di prenderli e spedirli: «Impossibile, i pacchi sono chiusi, ci deve essere il lato apribile per ispezione postale». Ma Mister X spedisce i pacchi da più di un anno, infatti è uno che vende libri su Internet, in pratica, essendo disoccupato si è inventato un mestiere. Il buon diavolo sa che volendo, i pacchi si possono aprire. E il giorno prima ha spedito altri pacchi, confezionati con lo stesso sistema, da un altro ufficio postale. L’impiegato insiste: «No, non vanno bene». Allora il poveretto dice che sarebbe disposto a levare il nastro adesivo da una parte, così i pacchi risulterebbero aperti e ispezionabili.

«No, non vanno bene».

«Perché?»

«Perché no, vada all’altro ufficio postale».

Come si fa sempre in questi casi Mister X chiede di parlare con il direttore.

Il direttore esce, grosso, tarchiato, baffuto. Quando parla si capisce che è una direttrice, ma fa lo stesso.

La direttrice dice no, che non si può perché il piego di libri deve essere una busta, in modo che si possa aprire, quelli di Mister X non sono buste ma pacchi, confezionati con carta da pacchi, quindi non si possono spedire.

Mister X chiama le forze dell’ordine, l’idea di risalire sull’autobus con tutti i suoi pacchetti lo fa sentire male. Chiama il 113. Dopo mezz’ora arrivano i tutori dell’ordine.

Chiedono alla direttrice il motivo del diniego.

Lei spiega che trattasi di pacchi, non di buste.

Mister X precisa che non esiste nessun regolamento che stabilisce di inserire i libri dentro buste e che vieta di spedirli sotto forma di pacchi o scatole, l’importante è che non superino le dimensioni consentite.

La direttrice è ferma nelle sue posizioni, forte della sua grande esperienza e virile professionalità. Non a caso lei è direttrice!

Mister X chiede di vedere il regolamento stampato in cui si recita che si devono spedire i pieghi di libri dentro le buste.

La direttrice scompare. Torna dopo venti minuti buoni con un foglio in mano.

Il foglio recita così sotto pieghi di libri:

Gli invii devono essere confezionati in modo da essere facilmente verificati (con la dicitura “Lato apribile per verifica postale”). Deve essere specificata la categoria dell’invio, apponendo all’esterno la dicitura “Pieghi di Libri”.

Mister X non vede da nessuna parte il termine “busta” e protesta.

Dopo lunghe discussioni davanti alle forze dell’ordine si raggiunge un armistizio. Mister X deve aprire tutti i pieghi di libri e anche l’imballaggio interno da una parte in modo che l’eventuale ispettore possa vedere ad un primo sguardo che si tratta di libri e non di bombe ad orologeria, esplosivi, droga, ecc.

Mister X fa così, con un tagliacarte leva il nastro adesivo e lascia una parte aperta. I libri possono essere spediti finalmente. Tutte le volte che Mister X dovrà spedire un libro, avrà l’obbligo sacrosanto di lasciare aperto parzialmente il pacco per ispezione.

Bene. I pacchi verranno accettati.

Il computer s’impalla. Altra mezz’ora di attesa. L’impiegato poi deve preparare altre cosette, entra nell’ufficio, dice che tornerà. Altri 25 minuti di attesa. Mister X è stanco. Protesta. Gli dicono che ha ragione ma che ci vuol pazienza.

L’impiegato mette ciascun pacco sulla bilancia, pesa, stampa le etichette e poi prima di mettere i pieghi nel cesto delle spedizioni chiude ben bene il lato aperto prima da Mister X con uno strato abbondante di nastro adesivo marrone con su scritto poste italiane.

Se Ionesco fosse vivo…

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Lilith, la sposa di Satana di Fulvio Rendhell

527582_333583396701271_100001488408401_932602_2080950452_n[1]http://www.sulromanzo.it/2010/05/lilith-la-sposa-di-satana-di-fulvio.html

Nel Faust di Goethe in occasione della notte di Valpurga in cui il protagonista incontra demoni, streghe, lamie, c’è un riferimento anche ad una certa Lilith definita da Mefistofele prima moglie di Adamo. Sta’ in guardia dai suoi bei capelli, da quello splendore che solo la veste. Fai che abbia avvinto un giovane con quelli, e ce ne vuole prima che lo lasci.

Si tratta di un demone femminile, seduttivo e distruttivo, il cui legame con il primo uomo non era sconosciuto.

Nella Genesi quando si inizia a parlare della creazione dell’uomo e della donna, maschio e femmina vengono creati contemporaneamente: Iddio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò; tali creò l’uomo e la donna… Prolificate, moltiplicatevi e riempite il mondo, assoggettatelo e dominate sopra i pesci del mare e su tutti gli animali del cielo e sopra tutti gli animali che si muovono sopra la terra…

Il racconto biblico prosegue: Non è bene che l’uomo sia solo, io gli farò un aiuto simile a lui. Or il Signore Iddio aveva già formato dalla terra tutti gli animali della campagna e tutti gli uccelli del cielo. Li condusse quindi da Adamo per vedere con quale nome li avrebbe chiamati… Adamo dette dunque il nome a ciascun animale domestico, a tutti gli uccelli del cielo e ad ogni animale della campagna. Ma per Adamo non si trovò un aiuto degno di lui. Or il Signore fece cadere un sonno profondo su Adamo, che si addormentò. E mentre dormiva Dio prese una costola da lui e al posto di essa formò di nuovo la carne… E il Signore Iddio dalla costola tolta ad Adamo formò la donna…

In tutto questo c’è qualcosa che non va. Prima è detto che uomo e donna furono creati insieme, una sorta di umanità ante-litteram, poi si dice che Adamo è solo e ha bisogno di una compagna che viene assimilata all’inferiore mondo animale e diventa una semplice derivazione dell’uomo.

Probabilmente c’è stato un taglio operato sul testo sacro, rimaneggiamento che ha compromesso la chiarezza originaria. Comincia quindi ad affacciarsi sulla scena quella Lilith di cui parla anche Goethe nel suo Faust.

Ci sono versioni ebraiche dei testi sacri in cui Lilith compare come prima moglie di Adamo, la moglie ribelle che non accettava di mettersi distesa sotto l’uomo e abbandonò Adamo volando per l’aria. Tre angeli Senoy, Sansenoy e Semangelof cercarono la donna per convincerla con minacce a tornare da Adamo. Lei rifiutò preferendo partorire un’orda di demoni che popolarono il mondo.

Fulvio Rendhell nel suo libro Lilith, la sposa di Satana nell’alta magia, rintraccia segni lilithiani nelle varie culture, sumero-babilonese, in Egitto, nelle religioni postvediche, nella mitologia cinese, nelle culture prebuddhiste del Tibet e del Giappone, nella demonologia tzigana, celtica, greca, cristiana.

Un percorso affascinante purtroppo non sostenuto da accurata bibliografia che manca completamente nel testo anche se vengono citate fonti come Genesi, i Veda, Shu Ching o libro delle storie.

Il ragionamento teso a cogliere il tema lilithiano si esplica per triadi in un crescendo di accostamenti ed ipotesi suggestive in cui il tema della prima moglie di Adamo a volte si percepisce in modo evidente, come nel caso della dea Istar, talaltra in modo velato, solo per alcuni tratti comuni che forse sarebbe un po’ azzardato associare senza accurato sostegno bibliografico.

Il testo è comunque di facile lettura, fruibile, l’esposizione gradevole e chiara. Un libro che non può mancare in una biblioteca esoterica più che altro come stimolo a nuove riflessioni su un argomento che non è semplice affrontare, data la difficile reperibilità di testi sul tema lilithiano e sui profondi e significativi taglia e cuci cui sono stati esposti i testi biblici, argomento che certa non-cultura vetero-cattolica mal digerisce essendo abituata come lo struzzo a mettere la testa sotto la sabbia in nome di una religione esclusivista, acrimoniosa, misogina e fallocentrica che strumentalizza i testi in nome di un potere particolare, sacrificando grammatica, senso logico, coerenza d’insieme e soprattutto realtà storica.

Il ruolo della donna è standardizzato e la ribellione che in realtà è impulso alla scienza, viene tarpata come illecita e peccaminosa. Dunque la prima moglie ribelle che non vuole sottostare agli ordini di Adamo diventa un demone che partorisce demoni uno dopo l’altro e popola il mondo di creature mostruose.

Lilith ha un fascino malefico, sirenico. Nella concezione magica ortodossa ha labbra nero-violacee e denti perfetti, lunghe unghie argentee che spezzano la fuliggine trasparente da cui è circondata. Per gambe ha code di serpenti, volto biancastro, pupille di color cupo e senza fondo.

Nei trattati dell’occulto è descritta come antispirito femmineo del maligno, sarebbe esatto ritenerla la parte femminile di Satana, regina delle streghe e dei vampiri. Balla con Faust durante la tregenda della notte di Valpurga, ma rimane un personaggio misterioso, ambivalente, sempre vergine nonostante i vari amplessi, disarmonica, distruttiva, spesso trascurata dagli studiosi che forse avrebbero dovuto occuparsi di più di lei.

“Il simbolismo dell’occhio” di Waldemar Deonna

occhio
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Gli occhi e Waldemar Deonna

L’occhio veicola emozioni e sentimenti, organo prezioso che sa, riflette, esprime.

Esso è simbolo di vita, aprire gli occhi significa nascere e cogliere l’intima verità delle cose, l’essenza più pura, le astrazioni in genere, l’anima che si riflette in esso come specchio.

«Ovunque occhi, e poi fisionomie… e sguardi; l’uomo non se ne può sottrarre in vita, e ne viene perseguitato fin nella tomba, viso androfago, fauce d’ombra…».

L’occhio sinistro femminile è riconducibile al male e alla morte, secondo lo stereotipo che vede il lato sinistro di ogni cosa collegato ad un mondo ctonio e infernale.

L’occhio della strega esercita potere fascinatorio e nello stesso tempo subisce visioni che non raggiungono i sensi di altri uomini e donne alieni dal sortilegio.

Waldemar Deonna nel 1965 pubblica per les Editions De Boccard, Parigi, un libro suggestivo, riproposto dalla Boringhieri in prima edizione italiana soltanto nel 2008.

Il testo, completato da un ricchissimo apparato di specifiche note, presenta l’occhio nei vari aspetti simbolici, cogliendo relazioni con altri organi corporei, con l’arte, la magia, le religioni, le credenze popolari e il concetto sovrumano di morte.

Si scoprono così man mano che si procede nella lettura, relazioni dalle profonde radici e accostamenti dell’occhio con concetti universali.

L’organo visivo diventa così, di volta in volta, specchio, stella, luce e ombra, venefico o profilattico, attivo e passivo insieme, culla il tempo onirico e quello della veglia in un’ancestrale ossessione.

In Mesopotamia, presso i Fenici, gli Egizi e in Grecia e in tempi moderni l’immagine dell’occhio viene depositata o dipinta nelle tombe, sul sarcofago, nelle stele, sugli edifici religiosi, sulle mura di cinta delle città, nei porti, sulla prua delle navi contro i rischi della navigazione. La nave, infatti, può essere assimilata ad un organismo vivente e come tale può avere un occhio protettivo che le consente di governarsi, vedere, a motivo di qualche potenza mistica.

L’occhio attraversa culture e civiltà, sia fisico che ideale, come seconda vista dell’anima, spesso attribuita a situazioni di cecità, spesso imposte dagli dei adirati.

La tematica del cieco che vede e prevede si nutre di forze misteriose ed occulte.

Chiudendo l’occhio carnale, il sonno può talvolta dare libero sfogo all’occhio interiore, quello spirituale.

Deonna sottolinea il legame tra occhio ed altri organi, si parla di occhio buccale, che morde, ha un suo linguaggio, ascolta e intende. Anche l’interdipendenza con gli organi sessuali, con mano, ginocchio, ventre e petto viene rimarcata con appropriati esempi tratti da storia e mitologia intrecciate.

Ricorda i Baubo della Grecia antica, esseri gastrocefali, grotteschi, dotati di una faccia sul ventre. Il loro corrispondente medioevale viene assimilato sempre ad una creatura diabolica o personaggi che si vogliono mettere in ridicolo.

Plinio asserisce che è impossibile cavare un occhio a qualcuno senza farlo vomitare. La correlazione tra occhio e stomaco sopravvive anche nel detto popolare: avere l’occhio più grande della pancia. L’ombelico, del resto, non è una sorta di occhio?

Le mani dei ciechi vedono, lo sguardo è un dito o una mano che tocca. L’occhio ha metaforicamente braccia e mani. La mano con al centro un occhio associa i poteri dei due organi.

Un idolo sacro tibetano raffigura una donna seduta con un occhio nel palmo della mano e vari occhi supplementari. Clareta, la vecchia cortigiana dell’Asinaria di Plauto, sottolinea che semper oculatae sunt manus nostrae, credunt quod vident, in pratica credo a quello che vedo e tocco.

E non è detto che anche il piede non possa a suo modo vedere.

Un idolo tibetano ha occhi disseminati sulla pianta di entrambi i piedi.

Nella notte della distruzione di Troia, Zeus invita Ermes a salvare Enea e i suoi: il messaggero prende la luna, se l’attacca ai piedi come una lanterna e va a eseguire l’ordine.

Le natiche sono un volto con le guance. Cavare gli occhi a qualcuno nel linguaggio goliardico significa dargli un calcio nel sedere.

Il diavolo ha un volto in questa parte del corpo e le streghe lo baciano durante la riunione del Sabba, secondo la logica del mondo rovesciato che permea di sé lo spirito stregonesco.

Deonna indaga anche il vitreo sguardo della morte e l’usanza di chiudere gli occhi ai defunti come gesto isolante, difensivo di separazione dal mondo dei viventi.

339 pagine da leggere fino in fondo, note comprese.

“I ladri di sogni” di Salvo Zappulla

Sul Romanzo_I_ladri_di_sogni_ZappulaI ladri di sogni di Salvo Zappulla

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Di cosa sono fatti i sogni?

Impalpabili, fluttuanti sulle palpebre stanche, viaggiano nel liminare, nel subcosncio, ad un livello profondo, lunare, notturno, in parte inattingibile, fatto di nebbie e contrasti, misteri, assurdità e trame fitte di desideri inespressi, di pulsioni vive e ribelli all’attività censoria esercitata dal concreto mondo ragione.

Sogno, simbolo, radice di vita e spesso, per fortuna ribellione alla stessa, al suo grigiore monotono.

L’uomo è una creatura indifesa, per quanti beni possa accumulare, è sempre fragile, nudo e tremante in balia della sorte.

Non c’è oro che colmi l’angoscia, non c’è argento che plachi l’ansia del non-esserci.

Burattini. Non siamo nulla nell’economia generale dell’Universo, puntini, entità facilmente sostituibili, possiamo morire da un momento all’altro per un banale qualsiasi motivo.

Nessuno è indispensabile.

Anche oggi, nell’era tecnologica, immagini su immagini riversate su di noi, di tutti i colori, affreschi e illusioni, oggi che si acquista qualsiasi cosa con un pezzo di carta, la carne conosce la putrescenza, la morte non può essere amica della sua transeunte bellezza.

Bellezza?

A che serve?

A farci sognare.

Ma il sogno che c’entra? A sua volta qual è la sua utilità, il suo scopo?

Il sogno è come un’ancora di salvezza, un bene prezioso, una forza primigenia e ancestrale da tutelare, uno scrigno elementare di gioielli dal valore inestimabile. In esso pieno e vuoto si identificano, fondendosi in un’unica sfera.

Un uomo senza sogni è finito, annientato, come una pagina bianca, come un albero senza radici.

Rubare un sogno, equilibri sconvolti.

Tutto inizia così a Ficodindia, piccolo paese della Sicilia, un luogo dell’anima in cui tutti si conoscono. I personaggi sembra di toccarli, di vederseli davanti, partoriti dalla semplicità e scorrevolezza della narrazione. Dalle pagine si avverte il loro odore di miseria stantia, di duro lavoro, di stenti, le loro paure, lo stile di vita.

«Giuseppe Calabrò… nato a Ficodindia… Il soggetto in questione appariva al cospetto del sottoscritto, carabiniere ausiliario Bucciarelli Carmine, in condizioni fisiche e mentali a dir poco pietose. Gli abiti, se abiti si potevano definire gli stracci che portava addosso, emanavano un senso di squallore, di povertà e desolazione, e il volto aveva qualcosa di animalesco: i capelli irti come aculei di istrice, le sopracciglia aggrottate in una turpe espressione rendevano lo sguardo ora ebete ora allucinato… il viso stesso risultava gravemente penalizzato da lineamenti verso i quali madre natura è stata particolarmente avara…».

I dialoghi intrisi di ironia danno forma ai caratteri.

Su tutto aleggia la notte in cui la vicenda si svolge.

Notte, buio, oscurità, regno del meraviglioso e della fantasia, dominio di spiriti erranti.

È un metatempo in cui tutto assume un altro colore, una dimensione ovattata, oniroide, alla rovescia.

Nei sentieri notturni l’immaginifico, per riafferrare i fili della vita e tenerli stretti nella ricerca della strada e della desiderabile verità.

Il furto dei sogni è metafora dell’incertezza, della fragilità, danno e privazione, riflessione sul destino umano e sulle priorità individuali.

Chi osa rubare un sogno è un depauperatore di coscienze, un distruttore, genera angoscia e pianto, perché senza sogni diventiamo il dominio del nulla.

Conservare i sogni è un atto di autoaffermazione, di stima e valutazione della propria esistenza nel tempo cosmico del pianeta.

Ficodindia è un paese qualsiasi. La luna e le stelle vivrebbero lo stesso anche senza quest’angolo gocciato dalla penna di uno scrittore, queste pietre letterarie. Proprio per questo la sua storia è quella di altri luoghi realmente esistenti il cui destino potrebbe essere quello di un furto metafisico di sogni. La loro assenza è intollerabile su qualunque piano ci si trovi, realtà o fantasia.

“I ladri di sogni” è un romanzo godibile e simbolico, ricco di spunti che inducono ad ampie e meditate riflessioni su temi universali da cui è stato tratto anche un Atto unico per il teatro, secondo classificato a Napoli, al premio 2006, Massimo Troisi.

Sicuramente una lettura da fare.

“Svelamento continuo del copia e incolla”, Brizzi, Turrini.

• PARTE PRIMA

Questa intervista è stata realizzata dal blog “Sul Romanzo” a Maria Antonietta Pinna. “L’espresso” la riporta per dovere di cronaca.
Questa è l’intervista che ha procurato la denuncia per diffamazione.

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/la-prof-mi-ha-copiato%3Cbr-%3E-le-ho-fatto-causa/2121891)

Ciao Maria Antonietta, abbiamo deciso di raccontare brevemente che cosa ti è accaduto per fornire ulteriori elementi di discussione ai nostri lettori riguardo un caso di “furto” accademico. Ma iniziamo dall’inizio: quando e dove ti sei laureata? Titolo e argomento della tua tesi?

Mi sono laureata all’Università degli Studi di Sassari, Facoltà di Magistero, il 28 giugno 1999, giorno del mio compleanno. La Tesi: “Il Collegio dei Nobili di Parma agli inizi del Settecento”: già giudicata favorevolmente dalla Casa Editrice Battei, è dotata di un notevole apparato di note e di una ricca bibliografia. Si tratta de l’analisi, il commento e la trascrizione fedele della Regola di un documento d’archivio o manoscritto inedito risalente agli anni 1710-13: Gallarate, Collegium Aloysianum, Archivio storico, Diario del Collegio dei Nobili. Regole, Avvisi, Istruzioni pel Convitto de’ Nobili in Parma. Il documento che si divide in due parti, Regola e Diario, descrive la vita di nobili convittori all’interno di un collegio diretto dai gesuiti. Il volume, frutto di un lavoro certosino ed attento durato quasi un anno, si sofferma sugli aspetti più curiosi ed interessanti della vita quotidiana dei collegiali, mettendone in evidenza le abitudini alimentari, l’abbigliamento, le norme di comportamento, le malattie e tutte le attività svolte: teatro, esercizi cavallereschi, giochi, etc.

Nome del tuo relatore? Altri nomi da segnalare?

Il relatore prof. Antonio Manconi, correlatori Miriam Turrini, e Raimondo Turtas.

Poi che cosa è accaduto?

Dato che vendo libri sul web, navigando, per caso ho notato il titolo di una pubblicazione: “Il giovin Signore in Collegio”, di Miriam Turrini a cura di Gian Paolo Brizzi, titolo recensito anche dalla Gazzetta di Parma con frasi elogiative. Si trattava della trascrizione di un documento manoscritto inedito riguardante la vita e le attività degli studenti del Collegio dei Nobili di Parma, per gli anni 1710-1713. Mi insospettisco. L’indomani mattina vado alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma e trovo facilmente il libro. Perfetto. Il dubbio si tramuta in dolorosa certezza. In pratica Miriam Turrini si è pubblicata tutta la mia tesi di laurea. Il documento in appendice è la fotocopia della mia trascrizione. Ma il fatto che colpisce di più è che la docente si è esercitata col copia e incolla pure sul saggio introduttivo. In pratica tutto il documento trascritto da me nella tesi di laurea (da pag. 417 a pag. 613) è contenuto interamente nel libro della Turrini. Inoltre: Tesi Pinna: pag. 417-418 corrisponde a pag. 312-313 libro Turrini Tesi Pinna pag. 419 a 447 corrisponde a: da pag. 435 a 454 libro Turrini. Tesi Pinna da pag. 448 a 456 corrisponde a: da pag. 267 a pag. 271 libro Turrini Tesi Pinna pag. 457 corrisponde pag. 456 libro Turrini Tesi Pinna da pag. 458 a 613 corrisponde a: da pag. 457 a pag. 555 libro Turrini, etc.etc. Questo per citare soltanto alcuni esempi.

Quali sono stati i tuoi primi pensieri dopo l’amara scoperta? Il primo pensiero è stato quello di fare una denuncia. E le prime tue azioni?

Ho scritto un articolo: “I sorbonagri, storia di un plagio” che è stato pubblicato su Internet da vari siti in particolare dal sito “Emigrati Sardi”. L’articolo è stato pubblicato anche da un giornale siciliano: “La voce dell’Isola”. Ho scritto a “Mi manda Rai Tre”. Letizia Maurelli mi ha risposto. Tutto bene. Dovevo andare in onda per raccontare la storia del plagio. Dopo che hanno saputo i nomi dei professori coinvolti nella storia, hanno fatto dietro-front. La Maurelli mi ha detto che “son cose che succedono”. “Il pubblico non è interessato a questo genere di storie”. Ho scritto anche alla Gazzetta di Parma che ha pubblicato una recensione sul libro. Mi hanno risposto con sufficienza, sostenendo che quello che dicevo non poteva in alcun modo interessarli.

Parlaci dello stato attuale delle cose.

Ho presentato una denuncia per plagio letterario. Il libro di Miriam Turrini è stato presentato a dotti convegni di altrettanto dotti professori che ne hanno lodato il contenuto. Viene venduto in libreria e su web. Questo è lo stato attuale delle cose.
PARTE SECONDA. Riporto qui di seguito alcune parti oscurate:

Svelamento continuo del copia e incolla:

La dottoressa Turrini dice che non è vero che da pag. 265 a pag. 555 de “Il giovin signore” “abbia riprodotto esattamente la trascrizione della Regola, fatta da me nella mia tesi di laurea da pag. 417 sino a pag. 613”. Falso!! Perché corrisponde esattamente alla verità, nello specifico andiamo a confrontare le pag. 267-268 de “Il giovin signore” con le pagine 448-449 della tesi di laurea in questione. Sono trascritti, seguendo le stesse regole paleografiche: “ALTRE COSE STRAORDINARIE /55/, PER LI BALLARINI DI CORDA E SIMILI /57/, PER IL LOTTO – PER LI NUOVI MINISTRI D’ESERCIZI CAVALLERESCHI. PER QUANDO SI LICENZIA SERVENTE O PREFETTO. Corrisponde anche la numerazione delle carte, trattandosi della medesima trascrizione del medesimo documento. Confrontiamo anche le pag. 450-451 in Pinna con le pag. 451-452-453 della Turrini. Vi si leggeranno i seguenti paragrafi: PER LA SERVITU’ CHE SI AMMETTE AL SERVIZIO; PER QUANDO OCCORRE LA MORTE D’UN SIGNORE COLLEGIALE; PER LA MORTE DE’ NOSTRI PADRI /65/. Anche in questo caso il numero delle carte corrisponde, trattandosi della medesima trascrizione del medesimo documento. Confrontiamo ancora le pag. 453-454-455-456 della Pinna con le pag. 270-271 della Turrini. Vi si leggeranno: PER LA MORTE DE’MINISTRI DEGLI ESERCIZI CAVALLERESCHI; PRAGMATICA PER LI VESTITI DA CAMPAGNA /66/. PER LA VISITA DI COLORNO; BECCARIA IN CASA. Mettiamo a confronto pag. 272-273-274-275 della Turrini con pag. 608-609-610-611-612-613 della Pinna. Vi si troverà il LAUS DEO CON I TOMI I-II-III-IV-V. Si confrontino altresì le pag. 312-313 della Turrini con le pag. 416-417 NOTIZIE ED AVVERTENZE PER L’USO DI QUESTO DIARIO. A pagina 313 della Turrini si legge: RISTRETTO DI QUANTO SI CONTIENE NE 4 TOMI DI QUESTO DIARIO. Notare bene quanto scritto a pag. 456 della tesi. C’è un INDICE che in pratica corrisponde al ristretto Tomo I contenuto nel libro della Turrini, cambia soltanto la numerazione delle pagine, perché la Turrini ha usato la copia conservata nell’Archivio Generale delle Scuole Pie a Modena, mentre la sottosscritta ha utilizzato la copia conservata nell’archivio di Gallarate, ma il documento è lo stesso. Trattandosi di un manoscritto le pagine possono anche non corrispondere in copie diverse per il fatto che i caratteri scritti a mano possono occupare più o meno spazio). Vediamo la sequenza di pagine della tesi, pag. 457-458-469-472-481-485-487-458-469-472-481-485-487-493-500-511-514-520-526-527-540-541-548-550-551-573-576-586-593-597 dove ci sono i vari indici e confrontiamoli con i titoli dei paragrafi indicati dalla Turrini nel ristretto. I titoli indicati dalla Turrini corrispondono ai titoli di quanto trascritto da me nelle suindicate pagine. Ciò dimostra non soltanto che si parla dello stesso argomento, il che è ininfluente, ma che si tratta dello stesso documento. Il documento conservato a Modena è una copia di quello conservato a Gallarate. Inoltre la Turrini ha trascritto abbondantemente anche parti del documento di Gallarate, infatti il numero delle carte corrisponde (come ho spiegato prima, per esempio pag. 267-268 Turrini con pag. 448-449 Pinna). Confrontiamo tomo V indicato da Turrini p. 315 con la pag. 613 della Pinna (copie dello stesso indice anche se tratte da copie dello stesso documento). Lo stesso dicasi per Tomo I pag. 609 Pinna con 313 Turrini; Tomo III P. 610 Pinna con 314 Turrini (che indica Tomo III). Alcune voci ( tipo VILLETTA DI SAN PELLEGRINO; PER QUEI SIGNORI CHE VANNO E VENGONO…) che in Pinna sono contenute nel Tomo III in Turrini in Tomo II, cfr. p. 314 Turrini, p. 610 Pinna, questo perché cambia la numerazione delle carte, trattandosi di copie dello stesso documento manoscritto. Un altro esempio : ACCADEMIA DI LETTERE e CONCORRENZA, in Turrini p. 315, tomo IV, in Pinna p. 613, tomo V. Altri esempi: SERIE DELLE OPERAZIONI QUOTIDIANE; LEVARE PER LI GIORNI DI LAVORO; PER LI GIORNI DI FESTA E VACANZA; TEMPO DELLA PRIMA CAMPANA SINO ALLA SCUOLA ; TEMPO DELLO STUDIO LA MATTINA; DELL’ANDAR A SCUOLA; PRIMA ORA DI SCUOLA; RESTO DELLA SCUOLA SINO ALLA MESSA; MESSA; TEMPO DEL PRIMO AVANTI LA TAVOLA; PRIMA TAVOLA; SECONDA TAVOLA DELLA MATTINA; TEMPO DI RICREAZIONE DOPPO TAVOLA; FINE DELLA RICREAZIONELA MATTINA; PRIMA ORA DI SCUOLA; DOPPO IL FINE DELLA SCUOLA LA SERA; DALL’AVE MARIA SINO AL PRINCIPIO DELLA CENA; DALL’AVE MARIA SINO AL PRIMO DELLA CENA; DELLA CENA E RICREAZIONE DOPPO ESSA; DELL’ORAZIONE E ANDAR A LETTO, DA PAG. 435 A PAG. 454 DELLA TURRINI CORRISPONDONO A PINNA DA PAG. 416 A PAG. 447. Pag. 455 Turrini, INDICE CORRISPONDE INDICE Pag. 456 PINNA. Pag, 456 Turrini AVVISI A TUTTA LA SERVITU’ DI CASA, IN ORDINE corrispondente a pag.. 457 PINNA. Vediamo adesso i seguenti paragrafi: PER LE MUTAZIONI DELLE CAMERATE; RICORDI A SIGNORI IN OCCASIONE DELLE MUTAZIONI DELLE CAMERATE; IN ORDINE AL COLLEGIO; IN ORDINE A VOI, ‘A CAVAGLIERI COMPAGNI CO’ QUALI E’ CIASCHEDUNO; MASSIME PER ILCONVIVERE ORA VOI ALTRI DA VERI CAVALIERI; A PREFETTI DOPO LE MUTAZIONI; A’ CAMERIERI PER LE MUTAZIONI; PER IL FUOCO; CIRCA LO STARE AL FUOCO DE’ SIGNORI; DISTRIBUZIONE DE’VESTITI LASCIATI DA’ SIGNORI IN GUARDAROBBA NELLA LORO PARTENZA DAL COLLEGIO, PER LI CAMERANTI, ED ALTRA SERVITU’ DI COLLEGIO; ORDINE PER LO SCOPARE; DISTRIBUZIONE DEGLI UFFIZI; ORDINE DEL SERVIRE IN TAVOLA, TAVOLA ANTIPRIMA; INDICE ; SCUOLE; PER LE SCUOLE ALTE; RIPETIZIONI; CONFERENZE; INFORMAZIONE PER GLI ESAMI DE’ SIGNORI FILOSOFI E LEGGISTI ; PER LE SALETTE DI FILOSOFIA; CIRCA LE LEGGI; CIRCA LA LEZIONE D’ORDINARIA CIVILE ; PER LA LEZIONE DI FEUDALE; RICORDI A SIGNORI CHE STUDIANO LEGGI; RICORDI ‘A SIGNORI DELLE SCUOLE SUPERIORI ED INFERIORI; PER LE SCUOLE ALTE; Sono contenuti da pag. 463 a pag. 497 DELLA PINNA UGUALE a TURRINI DA pag.. 457 a pag. 483. Poi pag. 485-486-487 TURRINI: PER LE SCUOLE BASSE, corrisponde a pag. 497-498-499-500 Pinna (AVVISI PER APPROFITTARSI NE’ STUDI TANTO PER LE BASSE QUANTO PER LE ALTE). Da pag. 487 fino a 555 cfr. Turrini , corrispondono esattamente a Pinna da pag. 500 a pag. 606, parola per parola: PER LE SCUOLE BASSE, STUDIO DI CASA; ANDAR A SCUOLA E IN ISCUOLA; PER LA DIGNITA’ DELLE SCUOLE; MANCIA ALLO SCOPATORE; A PREFETTI DELLE SCUOLE INFERIORI; PER I MAESTRI DELLE SCUOLE INFERIORI; AL MAESTRO DELLA SCOLETTA; PER LE RIPETIZIONI; PER IL PASSAGGIO; NOTA DELLE ORE NELLE QUALI SI SUONA LA CAMPANA DELLA SCUOLA; OTTOBRE; NOVEMBRE; MARZO; APRILE; AGOSTO; VACANZE PER LE SCUOLE ALTE; DECEMBRE; GENNARO; FEBBRAJO; MARZO; APRILE; MAGGIO; GIUGNO; LUGLIO; AGOSTO; NOTA DELLE VACANZE PER LE SCUOLE BASSE; OTTOBRE; NOVEMBRE; DICEMBRE… e seguenti senza interruzione alcuna, PER LE DISPUTE DI FILOSOFIA SU BANCONI A SAN ROCCO, PER LA MANCIA AL BIDELLO NELLE SCUOLE DI SAN ROCCO, ED ALLI SCOPATORI; PER IL PRINCIPIO DELL’ESTATE; PER LE DISPUTE PUBBLICHE CIRCA LE STAMPE; INVITI PER LE DIFFESE; DIFESE; PER ILGIORNO DELLE DIFESE SOLENNI; PER IL GIORNO DELLE DIFFESE CIRCA IL DISPENSARE LE CONCLUSIONI; PER IL GIORNO DELLE DIFESE; PER QUANDO DIFENDE E ARGOMENTA IL SIGNORE, PRINCIPE DELL’ACCADEMIA; PER LA MUSICA; PER QUANDO SI DEDICANO LE CONCLUSIONI AL SERENISSIMO SIGNOR DUCA, E AD ALTRI; PER LE DISPUTE DI LOGICA; E DI PARTE DELLA LEGGE; PER DOPPO LE DIFESE; TRATTAMENTO PER LE DIFESE; SPESE PER LE DISPUTE SOLENNI; QUANDO SONO DI LOGICA O INSTITUTA; CARNEVALE CIRCA LE COMEDIE; INDICE; CIRCA LE COMEDIE; RICORDI AGLI ACCADEMICI DELLE COMEDIE; ALTRE NOTIZIE; REGALO AGL’ACCADEMICI; AVVISI ‘A PREFETTI PER LE COMEDIE; SPESE PER LE COMEDIE 1712; PER LE OPERE DEL CARNEVALE AVVERTENZE PREVIE; PROVA PRIVATA DELL’OPERA; INVITO PER L’OPERE; CIRCA L’INTRODURRE E DISPORRE A LUOGHI; PER LE GUARDIE ED ALTRO NEL GIORNO DELL’OPERA; DISPOSIZIONE DEILUOGHI PER LE RECITE PUBBLICHE NEL TEATRO GRANDE; ASSISTONO E DANNO POSTO; ALTRE COSE DA OSSERVARSI NEL GIORNO DELLA RECITA; DISPOSIZIONE DEI LUOGHI PER LE RECITE PUBBLICHE NEL TEATRO GRANDE; AVVISI A SIGNORI PER LE AZIONI DEL CARNEVALE; AVVISI SOLITI A DARSI AL PADRE RETTORE O DAL PADRE MINISTRO A NOME DI ESSO…; AVVISI PER QUANDO SI PRUOVANO LE AZIONI IN PALCO; AVVISI A SIGNORI CIRCA IL VESTIRSI E LO STARE IN PALCO; IN PALCO; AVVISI ‘A PREFETTI; AVVISI PER LI CAMERIERI; SI FA UNA LISTA PER LA DISTRIBUZIONENDI VARI UFFIZI IN PALCO NELLA MANIERA CHE SEGUE…; ALTRA LISTA PER DIVERSI UFFIZI; QUARESIMA; INDICE; QUARESIMA, PER LA QUARESIMA; PER QUELLI CHE NON OSSERVANO LA QUARESIMA; PER IL DIGIUNO; TRATTAMENTO IN QUARESIMA; ALTRE NOTIZIE ED AVVERTENZE PER LA QUARESIMA; PER LE PREDICHE; AVVISI ‘A SIGNORI PER LE PREDICHE; A CAMERIERI; A PREFETTI; VENERDì DI QUARESIMA; PER LI VENERDì DIMARZO; PER GLI ESERCIZI SPIRITUALI; COSE DA RACCOMANDARSI DAL PADRE CONFESSORE; PER LA MESSA VOTIVA SOLENNE IN MUSICA SAN FRANCESCO BORGIA…; SPESE FATTE NELLA DETTA MESSA LI 22 APRILE 1710; SPESE FATTE NELLA DETTA MESSA LI 6 MARZO 1711; AVVISI ‘A CAMERIERI PRIMA DI PASQUA; PER LA SETTIMANA SANTA, DOMENICA DELLE PALME; MARTEDI’ SANTO; MERCOLEDì SANTO; GIOVEDì SANTO; VENERDì SANTO; PER L’ACCADEMIA DELLA PASSIONE; SABBATO SANTO; IMPIEGHI DI DON PAOLO SACCO IN COLLEGIO. In pratica tutto il documento trascritto da me nella mia tesi di laurea (da pag. 417 a pag. 613) è contenuto interamente nel libro della Turrini, come dimostrato dagli esempi suindicati con indicazione del numero di pagina corrispondente e titoli dei paragrafi. Esemplificando al massimo: Pinna: pag. 417-418 corrisponde pag. 312-313 Turrini Pinna pag. 419 a 447 corrisponde a: da pag. 435 a 454 Turrini. Pinna da pag. 448 a 456 corrisponde a: da pag. 267 a pag. 271 Turrini Pinna da pag. 457 corrisponde pag. 456 Turrini Pinna da pag. 458 a 613 corrisponde a: da pag. 457 a pag. 555. In buona sostanza, gli esempi, tratti da attenta analisi dimostrano in modo incontrovertibile che tutto il documento trascritto dalla dottoressa Pinna, ossia la regola di Padre Antonio Magaza, è presente nel libro della Turrini. Ed è proprio il documento di Padre Antonio Magaza a fare la differenza, ossia a dare al testo della Turrini quegli elementi di novità tanto decantati dalle recensioni al libro fatte dalla stessa Gazzetta di Parma e pubblicizzate anche sul web. SU CONSIDERAZIONI DI DIRITTO PUNTO 5 : I MANOSCRITTI CONSERVATI NELLA BIBLIOTECA ESTENSE DI MODENA E NELL’ARCHIVIO GENERALE DELLE SCUOLE PIE SONO TRE VERSIONI MANOSCRITTE DELLO STESSO DOCUMENTO, QUINDI AFFERMARE CHE LA DOTTORESSA AVREBBE ESCLUSO LA PUBBLICAZIONE DEI MANOSCRITTI CONSERVATI A GALLARATE, DEI QUALI LA DOTTORESSA AVEVA GIA’ CURATO L’EDIZIONE NELLA PROPRIA TESI DI LAUREA, E’ ININFLUENTE PERCHE’ LE VERSIONI UTILIZZATE DALLA TURRINI SONO SEMPRE VERSIONI DEL MEDESIMO DOCUMENTO. Punto 3.2. La dottoressa Pinna contesta quanto affermato dalla Turrini nel punto 3.2, affermando che la Turrini non soltanto si è copiata tutta la trascrizione della Regola di Padre Antonio Magaza fatta dalla dottoressa Pinna, ma da p. 11 a 263 perfino il saggio introduttivo, ricalcando puntualmente il metodo di ricerca e di analisi seguito dalla dott.ssa Pinna nell’elaborazione dei paragrafi il cui titolo ma soprattutto il contenuto sono identici a quanto prodotto nella tesi di laurea il Collegio dei Nobili di Parma. A sostegno di questa asserzione si analizzino a mo’ d’esempio dei capitoli: UN ABBIGLIAMENTO SIGNIFICATIVO: cfr. libro TURRINI Ne “Il giovin signore”, da p. 99 a 111 in Turrini, si parla dell’abbigliamento dei giovani signori convittori del Collegio dei Nobili di Parma. ABBIGLIAMENTO: DA p. 384 a pag. 390 in Pinna, si parla dell’abbigliamento dei giovani signori convittori del Collegio dei Nobili di Parma. Si vuole qui dimostrare che l’intero contenuto e significato del paragrafo Abbigliamento della tesi della dott.ssa Pinna è contenuto nel paragrafo Un abbigliamento significativo e nobile del libro di Turrini. P. 384 CFR. PINNA in paragrafo L’abbigliamento: SI DICE CHE L’ABBIGLIAMENTO VARIAVA A SECONDA DELLE CIRCOSTANZE, E IN CERTE OCCASIONI MONDANE I SIGNORI AVEVANO L’OBBLIGO DI INDOSSARE LA PARRUCCA. P. 98 CFR. TURRINI: SI PARLA DI ADATTAMENTO DELL’ABBIGLIAMENTO ALLE DIVERSE OCCASIONI SOCIALI, E A PAG. 107, TESTUALE da Turrini: Vi erano occasioni della vita collegiale in cui l’abbigliamento diventava un segno specifico di appartenenza cetuale e i convittori dovevano vestire nobilmente: in occasione dell’arrivo della corte o del principe Antonio (Farnese) alla Rocca di sala, quando si giocavano le partite di pallone… In tali momenti era permesso indossare le parrucche… Cfr. Pinna, p. 384: “Nelle occasioni mondane, quando si facevano le partite solenni o quando i Farnese si recavano in visita al Collegio ducale, la loro presenza imponeva un certo tipo di vestiario,ossia i “signori avevano l’obbligo di indossare la parrucca e di vestirsi nobilmente”. p. 303 il duca era solito trascorrere le vacanze nella residenza estiva di sala … in occasione della venuta della corte i collegiali venivano vestiti a festa con parrucca, cappello e guanti… p. 385 cfr. PINNA: LE ZIMARRE E L’USO DI VESTIR DI NERO SENZA SETA. P. 100-101-102 CFR.TURRINI, SULL’USO DEL COLORE NERO E LE ZIMARRE PINNA, p. 385. “Infatti fin dagli inizi Ranuccio I impose ai collegiali di vestir di nero, senza seta e per andar a scuola di coprirsi con le zimarre, che erano specie di soprabiti per l’inverno fatti di panno e per l’estate di tele leggere…” TURRINI: p. 100 Nell’uso prevalente del colore nero anche agli inizi del settecento il collegio…, rimaneva fedele alle prime disposizioni ducali…il vestire dev’esser di color nero e non di seta… le zimarre, che servano quando escano per andare alle scuole… p.98-99-100 cfr. Turrini si parla del “CAMBIO STAGIONALE DEGLI ABITI”, DE “LI VESTITI DA ESTATE, IN PARTICOLARE TABARRI DI PANNO, CAMISOLA, GIUSTACUORE, CALZONI, CALZETTE, CALZONI DA CAVALLERIZZA, SPRONI, CALZETTE NUOVE DI SETA, GIUPPONI, CAMICIE DA NOTTE, BINDELLI, GIUPPONI BIANCHI, VESTITI DI TELA ETC. P. 385-386-387, cfr. Pinna, CAMBIO STAGIONALE DEGLI ABITI”, DE “LI VESTITI DA ESTATE, IN PARTICOLARE TABARRI DI PANNO, CAMISOLA, GIUSTACUORE, CALZONI, CALZETTE, CALZONI DA CAVALLERIZZA, SPRONI, CALZETTE NUOVE DI SETA, GIUPPONI, CAMICIE DA NOTTE, BINDELLI, GIUPPONI BIANCHI, VESTITI DI TELA ETC., ANCHE IN NOTA. PERFINO NEI PARTICOLARI I DUE PARAGRAFI SONO IDENTICI: AD ESEMPIO TURRINI DICE CHE LA BIANCHERIA VENIVA RIPOSTA IN UN CASSETTONE: “la biancheria veniva riposta in un’apposita cassa…”, p.104, e cfr. nota 408: nella cassa della biancheria erano riposti berrettoni e manizze”. Pinna: p. 387, nota 1101 “la biancheria veniva riposta in una cassa assieme alle manizze o guanti di lana e ai berrettoni…” P. 388 cfr. Pinna: in particolari occasioni si abbandonava la sobrietà del nero, si veda a tal propositop. 101. Turrini. Per quanto riguarda la pulizia corrispondenze p. 389 Pinna, p. 111 Turrini, “le calzette nere” “né vanno buttate vie le vecchie, che anzi devono essere aggiustate… p. 388 pinna “… si pretendeva che gli studenti non buttassero via neanche le calze lise che venivano “aggiustate”… pulizia: i camerieri p.111 Turrini: “devono usare tutte le diligenze perché li signori siano puliti e non con calzette e abiti strazzati, … si acconcino, mettano bottoni”. Pinna 389: “non era ammessa la trascuraggine, la trasandatezza e la sporcizia, pertanto raccomandavano alla servitu’ di usare tutte le diligenze, perché li Signori fossero puliti, e non con calzette ed abiti strazzati, … si acconcino, mettano bottoni… In pratica tutto il capitolo in Pinna intitolato abbigliamento è contenuto in abbigliamento significativo della Turrini. Lo stesso dicasi per tutti gli altri paragrafi. Un’attenta analisi non solo dimostra che la dottoressa Turrini ha seguito passo per passo le informazioni studiate, estrapolate ed elaborate da me, spesso usando le stesse terminologie, parola per parola e citazioni identiche. Vediamo un altro paragrafo: Alimentazione, Pinna cfr. da 320 a 382. Si parla dell’ALIMENTAZIONE DEI CONVITTORI DEL COLLEGIO DEI NOBILI DI PARMA Un vitto honorato et nobile Turrini da 112 a 135. Si parla dell’ALIMENTAZIONE DEI CONVITTORI DEL COLLEGIO DEI NOBILI DI PARMA p. 116-117 turrini: “il vino risulta ben presente nella dieta dei signori: a colazione, a pranzo e a cena… il vino bianco era il vino delle feste e dei giorni di vacanza, ma anche nelle sere di digiuno e veniva servito con parsimonia: a ciascuno un bicchiere servito dai camerieri nelle camerate a colazione o posto sulla tavola già nel bicchiere a pranzo e a cena. Del vino nero si tace… ( dal documento di P. Magaza). A collazione vino bianco, e bianco pure a merenda. A pranzo tre antipasti. Uno è il pasticino. Porzione di cappone. Vino nuovo nel bicchiero, nero, nelle caraffe bianco a tutta tavola.chi nol vuole nuovo, avvisa e se li da il solito. Invece dell’offella , si danno castagne sul postpasto. Si da la mostarda. A cena l’offella, vin bianco nelle caraffe. Si beveva vino… secondo un costume diffuso… A pranzo e a cena i convittori erano serviti secondo le loro richieste dai camerieri, che non dovevano far mancare dalla tavola il vino… Pinna p. 320-326 “Fin dalla prima colazione i collegiali non disdegnavano il vino… Il collegio distribuiva ai signori caraffe e bicchieri non solo per l’acqua, ma anche per il vino: (vedi citazioni da Diario…) in particolare p. 326: martedì San Martino 11 novembre 1710 A collazione vino bianco, e bianco pure a merenda. A pranzo tre antipasti. Uno è il pasticino. Porzione di cappone. Vino nuovo nel bicchiero, nero, nelle caraffe bianco a tutta tavola.chi nol vuole nuovo, avvisa e se li da il solito … Invece dell’offella , si danno castagne sul postpasto. Si da la mostarda. A cena l’offella, vin bianco nelle caraffe. p. 324 la dottoressa Pinna specifica che nelle consuetudini dell’epoca il vino era un alimento molto diffuso. E si dice anche “I convittori del collegio dei nobili di Parma bevevano vino nei giorni di vacanza, il martedì,il giovedì e la domenica e anche nei giorni di festa come il Carnevale e le feste di precetto. Sulle consuetudini dell’epoca (cui fa riferimento la Turrini) si continua nelel pagine seguenti.. La dottoressa Turrini ricalca anche i particolari: il vino poteva riscaldarsi, allora parla degli accorgimenti dei camerieri acchè il vino non si riscaldasse e della raccolta della neve che serviva per tenere il vino in fresco, servito con la salvietta (cfr. p. 116 Turrini). Particolare presente anche in Pinna che cita neve e salvietta a p. 320-321. Il vino veniva servito anche durante le rappresentazioni teatrali ai soldati, agli ufficiali, etc. cfr. Pinna p. 326- 328. Lo stesso dicesi in Turrini p. 117.

PARTE SECONDA, ARTICOLI OSCURATI. (CONTINUA)

Passamo agli alimenti e altre bevande: Turrini: p. 118-119-120-121-122-123-124-125-fino a 134 ci sono citati, intervallati da notazioni prese in prestito sempre dalla tesi di laurea della Pinna, tutti gli alimenti che i convittori mangiavano: limone, arancio, porzione di cappone o di pollaria, mostarda, postpasto, frutta, formaggio, la spongata, il marzapane, e il giorno di san martino le castagne, l’offella, confetti o lattemiele, con canoncini, pastizzino, latte cagliato, per la pastizeria, torta, castagnole,pane, pasta nel forno, frittelle,minestra, insalata, mezzo limone, li gambari, pesciolini e funghi, polleria, piccione, butiro passato, polenta, lo zucchero, ricotte, formaggiettepane formaggio, frutti e vino,le castagne a merenda,mostarda,vitello arrosto con la salsa, la ciambella, la spongata, i mostaccioli,il lattemiele, castagne, ciliegie, salame, meloni, fichi, etc.etc. Si veda la tabella p. 369-370-371-372 Pinna, ci sono indicati gli stessi alimenti! Non solo. Analisi pagina per pagina. Pag. 118 la Turrini scrive che l’alimentazione era legata ai ritmi delle attività scolastiche e festività, elenca le festività, segnate puntualmente dalla dottoressa Pinna nelle citazioni tratte dal Diario 1710, ove si cita il Natale, la Quaresima, i giorni di carnevale etc. con l’indicazione precisa di quello che si mangiava e beveva e di come veniva servito. Praticamente le pagine da 118 a 135 della Turrini non sono altro che la ripetizione di ciò che Pinna scrive nel capitolo alimentazione. Per esempio trattamento in quaresima p. 119 Turrini, quaresima p. 379 Pinna, etc.etc. Analizziamo i paragrafi: Salute, malattia e morte, cfr. Turrini, da p. 135 a p. 141. Malattie,incidenti, morti, cfr. Pinna, da p. 310 a p. 319. Si vuole qui dimostrare che il contenuto del paragrafo Malattie, incidenti , morti, è contenuto nel paragrafo Salute, malattia e morte, attraverso semplici esempi pratici che, ad attenta e minuziosa analisi, possono estendersi a tutto il libro della Turrini. Es. p. 137 Turrini: “Don Paolo, forse il factotum del collegio, postosi a letto il 19 maggio 1711, colpito da febbre terzana”. P. 313 Pinna: “Il signor Prainer e don Paolo ebbero la terzana; e un prefetto ebbe la febbre e un collegiale fu colpito dal vaiolo”. P. 76 L’informazione di don Paolo Sacco factotum del collegio non è presente nel Diario, ma è stata desunta da Pinna, vedi Pinna p. 76. p. 140 Turrini: “Secondo le consuetudini raccolte nei diari Settecenteschi, appena “spirato” il collegiale, i compagni erano impegnati in altre orazioni ancora e il collegio scendeva nel silenzio fino alla sepoltura, proibiti la musica e qualsiasi altro strepito. Messe di suffragio venivano fatte celebrare a San Marcellino, parrocchia del collegio e in altre chiese della città. Il signore veniva sepolto a San marcellino, dopo un funerale nel quale erano coinvolti tutti i convittori, che nel pomeriggio seguente la morte accompagnavano la bara in chiesa con torce accese e rosario inmano attraversando alcune vie della città. ”. p. 314 Pinna: “Una volta spirato il giovane, i gesuiti proibiscono ai signori di suonare strumenti musicali e di far chiasso fino alla sepoltura del defunto, imponendo il silenzio in segno di rispetto e di lutto… p. 316 Si addobba pure di nero tutta la Chiesa di San Marcellino… Si fanno dir messe nella stessa chiesa … e se ne fanno celebrare nelle altre chiese, come in San vitale, San Pietro, e nella Steccata… La sera, dopo l’Ave Maria si porta alla sepoltura… tutti recitano la corona o il rosario… li signori seguitano a due a due con le torce accese… p. 317 Viene annotato anche ilpercorso seguito dal corte funebre durante il quale la bara, circondata in ciascuno dei due lati da tre signori, viene portata da tre facchini vestiti di nero, da San Rocco fino alla chiesa del collegio, a San Marcellino…”. P. 140 Turrini, circa la morte di padre Ercole Mattioli: “Nel collegio parmense morì nel 1710 un padre gesuita ultraottantenne padre Ercole Mattioli ricevette l’olio santo sabato 12 luglio 1710 e morì il giorno successivo all’età di 88 anni, accompagnato durante la notte dalle preghiere di raccomandazione dell’anima dei suoi confratelli. Il suo cadavere fu portato in forma privata dopo l’Ave Maria in una cassa nella chiesa di San Rocco cento candele di mezza libbra e quattro torce. Il giorno successivo si cantò l’uffizio da morto per il padre che venne seppellito dopo pranzo… Così nel caso della morte di un maestro degli esercizi cavallereschi gli altri maestri erano tenuti ad accompagnare con torce il morto alla sepoltura…”. P. 318-319 Pinna: “E quanto successe domenica 13 luglio 1710, alla morte di un padre in veneranda età: alle 12… morì il padre Ercole Mattioli in età di 88 anni…Il cadavere del padre Mattioli fu portato in una cassa privata e segretamente, dopo l’Ave Maria, in Chiesa a San Rocco… Dal nostro padre Rettore si mandarono alla Sagrestia di San Rocco 100. candele di mezza libbra e 4. torcie… In occasione della morte diun ministro degli esercizi cavallereschi era il ministro più vecchio di Colelgio ad invitare tutti gli altri ad andare ad accompagnare il morto alla sepoltura con la torcia…”. P. 139-140 Turrini: “Del resto, nelle disposizioni relative a “quando occorre la morte di un signore collegiale” era ben presente l’accompagnamento alla morte del convittore da parte delle camerate, in forma di assistenza al momento del viatico e dell’estrema unzione, ma soprattutto di preghiere, sia in caso del protrarsi e dell’aggravamento del male, sia nel “tempo della raccomandazione dell’anima e vicino a morte”. P. 318-313-314 Pinna: “Nelle annotazioni relative alla morte di un signore collegiale, il diarista dice che il funerale che coinvolgeva tutti i convittori (stessa espressione usata da Turrini a p. 140)… che (p. 313-314) avevano l’obbligo di pregare per il moribondo mattina e sera… Per quando occorre la morte di un signore collegiale. Quando se gli da il viatico e l’estrema unzione… Nel tempo della raccomandazione dell’anima e vicino a morte si manda per le camerate a far pregare per lui, con far dire delle litanie, la Corona, etc… Durante il male, si fa pregare per lui, mattina e sera nell’orazione, cioè delle Camerate e molto più aggravandosi quello…”. P. 138 Turrini, nota 675: “Il 30 luglio 1711 “nel cortiletto cadde un coppo sul capo al signor conte Livio Benvenuti. Fece due ferite non pericolose per particolare grazia di dio”. P. 313 Pinna: “Nel luglio del 1711 un convittore fu ferito nel cortile piccolo del collegio da una tegola che lo colpì sulla testa: “Nel cortiletto cadde un coppo sul capo al Signor Conte Livio Benvenuti. Fece due ferite non pericolose, per particolare grazia di Dio”. P. 138 Turrini: “la vita del collegio di Santa Caterina,convittori egesuiti, non fu in realtà funestata tra il 1710 e il 1711 da particolari o numerosi casi di infermità. Qualche febbre, tre episodi di terzana, i residui di un vaiolo, mal di denti, svenimenti, malori, indisposizioni, alcuni incidenti… Nota 671: il 25 agosto 1710 “si chiamò da Parma e venne il signor Landon per cavare un dente al signor conte d’Attembs secondo”; Nota 675: “Il ferimento di un collegiale da parte di un cervo… Un pallone colpì uno dei giocatori al capo il 30 ottobre 1712”; nota 676: . il 31 agosto 1710 venne Zampolino a cavar sangue al padre Pedrusi. Lo stesso Zampolino andò a Sala Baganza a cavar sangue ad un convittore gettato a terra da un cervo”; nota 678, p. 139: Domenica 9 marzo 1710 “arrivò la signora Contessa Guaschi a vedere il secondo figlio stato male di un occhio e guarito da M. Benedetto in pocchi giorni dopo la inutile cura di altri sei mesi”. P. 313 Pinna: “Per quanto riguarda le malattie il diarista annota che un signore ebbe male ad un occhio; due convittori ebbero uno svenimento, … ebbero la terzana, alcuni studenti e un prefetto ebbero la febbre e un collegiale fu colpito da vaiolo, il conte Attembs dovette farsi estrarre un dente; p. 312 Pinna: “Ma già nel settembre del 1710 si era dovuto chiamare uno Zampolino a cavar sangue al Signor Conte Panizza, gettato in terra da un cervo…”. In pratica perfino le note della Turrini sono copiate dal testo della tesi, e non c’è analisi, commento personale, annotazione o considerazione di sorta che non corrisponda a quanto già scritto da Pinna. Gli esempi potrebbero moltiplicarsi, centuplicarsi: p. 313 in Pinna: “Alcuni convittori, come precisato nel capitolo dedicato all’alimentazione, si sentirono male a causa di un’intossicazione alimentare causata dal lattemiele”. La Turrini fa eco a p. 131, nota 612: “giovedì 29 maggio 1710 in tavola 3 antipasti, uno de’ quali doveva essere latte, che non riuscì… inoltre non sempre era propizio alla salute dei convittori. Nel diario 1713, infatti, si registra nel giorno di Santa Catterina il venir meno della consuetudine di servire il lattemiele a cena, perché fece male a qualcuno”. p. 106 Turrini, p. 394 Pinna circa la pratica del lavarsi. p. 139 Turrini scrive della presenza in collegio di una spezieria, particolare riferito da Pinna a p. 300. Si potrebbero riempire pagine e pagine con dimostrazioni specifiche che Tutto il lavoro della tesi è stato letteralmente copiato dalla dottoressa Turrini perché è tutto contenuto nel testo della Turrini. Facciamo un altro esempio: Turrini: le oneste ricreazioni (titolo tra l’altro non originale si veda Pinna a p. 193 in cui si dice che i Tre libri dell’educazione cristiana de i figliuoli annoverano anche la musica tre le honeste ricreationi, del resto non c’è niente di originale nel testo della Turrini), cfr. da p. 92 a p. 98 Pinna, giochi, da p. 268 a p. 298 p. 92 Turrini, che non si preoccupa neppure di cambiare le parole: “ Nel chiuso delle camerate i convittori erano incitati a giocare e a prendersi qualche trattenimento, nonché a praticare gli esercizi cavallereschi. Picca, bandiera, erano invece banditi dalle camerate, perché potevano rovinare il pavimento,i quadri, i vetri. I giuochi nuovi dovevano essere autorizzati dai superiori, ma nessun accenno è rimasto nei diari ai soliti giuochi di collegio, ai quali i convittori potevano dedicarsi nei momenti di ricreazione, al di fuori del regolamentato gioco a carte del cucù e del gioco delle noci… ”. p. 269 Pinna: “Si stimolino a giocare, a prendersi qualche trattenimento, a fare li suoi esercizii cavallereschi, … Non possono però introdurre giuochi nuovi senza il consenso de’ Superiori: siccome non si devono proibire li soliti, se non fosse a qualche Camerata in parte per parte motivo… Ma quali sono i soliti giuochi? … segue elenco… I giochi troppo violenti erano proibiti… p. 93 Turrini: la Turrini parla del gioco delle noci e dei giochi di carte, del gioco del cucu: si potevano giocare soltanto tre soldi per volta e parte del ricavato veniva devoluto per consuetudine alle anime del Purgatorio”. p. 293 Pinna: “Si permette il gioco in Collegio per puro trattenimento, o solamente quello del cuccù o fuggifiera, né giorni che si andranno notando. Si giuoca di soli 3 soldi e non più…E’ consuetudine introdotta che, mentre si giuoca, quelli che vincono, fanno qualche limosina alle anime del Purgatorio…”. Sul gioco del cuccù si veda Pinna a p. 292-293 e Turrini p. 92-93-94. Quando si poteva giocare, solo con esplicito permesso, etc. Si dicono le stesse cose, anche parola per parola! Poi si parla del gioco del pallone, del lotto, del gioco delle cuccole, delle noci etc, come si praticano, in che giorni, informazioni identiche, spesso parola per parola!! Un esempio: Turrini pag. 94-95 sul lotto: “permettendo la partecipazione dei signori alle lotterie presenti in città… in tali occasioni si faceva portare in collegio il libro delle grazie, per vedere se vi fossero cose di considerazione. In caso positivo i lottisti andavano in collegio con la cassetta de’ polizzini e venivano accompagnati per le camerate da un prefetto a far estrarre ai convittori, controllati affinchè non spendessero più del dovuto…”. Pinna p. 290: “Essendovi lotto in città, si fa portare il libro delle grazie, per vedere se vi sono cose di considerazione. Giudicandosi di permettere, che li Signori vi mettano, si fanno venire li lotristi con la cassetta de’ polizzini, e si conducono per le camerate con l’assistenza di un prefetto superiore, acciò tutto passi con quiete e li signori non mettano denari più del dovere…”. Le pagine della Pinna, sparse qua e la nel teso della Turrini, sono tutte vergognosamente presenti nel medesimo testo, dalla prima all’ultima riga, nessun particolare escluso! Non c’è nessuna considerazione originale della Turrini che non sia presente nella tesi. Parola per parola, pagina per pagina, si tratta di una mera riproduzione. Tutto il libro della Turrini è ricalcato sulla tesi, non soltanto per la trascrizione del documento di padre Antonio Magaza, ma soprattutto il metodo di analisi è lo stesso, come dimostrano gli esempi suindicati che possono essere estesi a tutto il testo, a tutti i paragrafi (uno dei quali ha pure lo stesso titolo: esercizi cavallereschi). Le citazioni e gli esempi potrebbero moltiplicarsi, pagina per pagina. Le informazioni sono le stesse. Le tabelle e le citazioni sono state ridotte in prosa e utilizzate a piene mani per le informazioni, che sono le stesse, informazioni presentate dalla Turrini come autentiche novità frutto di personale elaborazione e già estrapolate dal documento di Padre Magaza da me. Perfino un profano si accorgerebbe di ciò. Per esempio la tesi trascrive delle parti di Diario (tomo II del documento di Padre Magaza) nelle quali si scrive come veniva serviti a tavola i signori, cosa mangiavano, notazioni relative al postpasto etc. La Turrini utilizza le stesse informazioni senza citare nemmeno una volta la sottoscritta, neppure in nota. Anzi, la malafede si evince dal fatto che la Turrini ha solo “letto il documento”, Soltanto l’introduzione è più ampia avendola essa integrata con i lavori degli studenti di Cremona che a p. 19 ringrazia caldamente. Nel lavoro di copiatura, la Turrini non ha tralasciato il benché minimo particolare, anche per quanto riguarda le curiosità, per esempio sulla conservazione dei cibi oltre che sulla qualità di quello che si mangiava. Tutto è identico, i molti casi anche parola per parola e questo vale per tutti i paragrafi. In pratica tutta la tesi della dottoressa Pinna, è contenuta nel testo della Turrini. Se è vero che non ci sono grafici nel testo della Turrini, è anche vero che i risultati dei grafici della Pinna e delle tabelle, sono stati scritti in prosa, senza un’ideazione grafica, come si è dimostrato per la tabella alimentare della Pinna, p. 369. Mi sembra sufficiente, credo.

Superstizione e soprassapere: la sensazione dell’occulto

Sul Romanzo_occulto

http://www.sulromanzo.it/2010/09/superstizione-e-soprassapere-la.html
Occulto e sensazioni

La superstizione fa parte dell’arcaica ed oscura fibra animale dell’uomo. Definire che cosa sia è in realtà più complicato di quanto sembri in apparenza.
L’irrazionale che scaturisce da un fondo oscuro mai sondato, dall’attrazione umana verso le forze occulte? È ignoranza? Ribellione all’esclusivismo della religione? Arroganza di matrice pagana?
Può darsi. Resta comunque il fatto che la superstizione aleggia ovunque, ha resistito alle varie epoche storiche nonostante il progresso della scienza.
Philipp Schmidt in un suo saggio edito da Sugar editore nell’anno 1961 afferma da buon padre gesuita che superstizione è la sostituzione di Dio con un idolo. Esso opera attraverso predizione e magia seduzioni inducenti a malvagità. La vitalità della superstizione viene attribuita ad oscure influenze demoniache.
La volontà di dominare la natura insita in atti magici è per la religione cristiana peccaminosa.
Non solo, la scienza stessa viene messa in discussione.
Scrive Tommaso Da Kempis ne “L’imitazione di Cristo”: «…non la scienza e le arti… ci rendono giusti ed amici di Dio. Il semplice fedele e idiota, che abbia il cuore contrito ed umiliato, piace più a Dio che il maggior filosofo e teologo assai gonfio del suo sapere e poco penetrato dalla cognizione del suo nulla… Non voler soprassapere…»[1].
Non bisogna sapere troppo, «dacché nel sapere si trova gran distrazione ed inganno. Coloro che professano le scienze, hanno caro d’esser tenuti e celebrati per dotti. V’ha molte cose che all’anima poco o niente giova il saperle; e ben pazzo è colui, il quale attende ad altro, che a quanto serve alla propria salute… Quanto più e meglio degli altri tu sai, tanto più rigorosamente ne verrai giudicato. Non ti voler dunque insuperbire di qualunque arte o scienza che tu abbia; ma temi piuttosto delle cognizioni che il Signore ti ha date. Se ti pare di sapere molte cose e d’intenderle assai bene; sappi ancora, esservene molte di più che tu ignori… Vi piaccia Salvator mio, guarirmi da questa avidità di voler tutto sapere …»[2].
Il sapere è concepito come malattia nell’etica distorta di una religione dell’occultamento, dell’annichilimento delle capacità individuali e intelligenza umana.
La paura è quella che Dio possa venire esautorato da un’altra potenza, una forza che si annida in una regione oscura.
L’uomo che sa, che approfondisce lo studio della natura, che indaga con curiosità sui fenomeni fisici cercando un’origine non divina, è peccatore per antonomasia, nemico di Dio e della sua Chiesa che è potere allo stato puro.
Un’operazione di controllo delle coscienze.
D’altra parte c’è chi con la superstizione gioca, inganna e lucra, almanaccando su eventi futuri, vendendo rametti di piante miracolose, magici amuleti, pietre dalle straordinarie virtù terapeutiche, ecc.
Ci si chiede dove sta il giusto mezzo.
La superstizione probabilmente è così longeva non per via di forze demoniache, come sosteneva Schmidt, ma perché l’uomo ha anche una natura animale e possiede un fondo irrazionale che lo spinge verso l’ignoto. Si teme ciò che non si conosce, quindi per affrontare l’inconoscibile, l’oscurità nella regione bestiale dell’uomo, occorre difendersi con ricette e scongiuri, cogliere i segni del destino e saperli interpretare.
Così il ferro di cavallo viene appeso alla porta di case e granai perchè porta fortuna, l’onice diventa una pietra malefica dai poteri neri, ascritta a Saturno, il povero gatto nero, tanto ingiustamente perseguitato nei secoli, è dipinto come foriero di disgrazia, la sinistra è nefasta, i numeri assumono significati simbolici, i sogni rivelano, gli animali avvertono in anticipo se ci sarà tempesta o tempo buono.
Gli alchimisti curvi sui loro alambicchi cercavano la pietra filosofale, si buttavano anima, salvadanaio e corpo nelle loro ricerche. L’arte della trasmutazione dei metalli ha un vago sapore di chimica, di filosofia e di magia.
La superstizione resiste. Il fascino del nero profondo, mai sfumato.
Le cartomanti oggi hanno lunghe unghie artificiali che sbandierano sopra variopinti tarocchi in emittenti televisive locali, i maghi mostrano la partita iva e partecipano in adatto luccicante costume ai talk-show in cui esprimono personalità megalomani e istrioniche. Spesso hanno anche un sito internet dove è possibile acquistare il kit del perfetto mago, pergamene, pentacoli, felicità sotto forma di ninnoli portafortuna, pietre magiche e pendolini per ogni gusto ed esigenza.
La superstizione è diventata spettacolo, commercio.
Non possiamo neanche provare nostalgia per i bei tempi andati, che, alchimisti a parte, sanno di strega bruciata e processi inquisitoriali.
La sensazione dell’occulto, che esiste, dovrebbe essere sentimento privato, da studiare con calma, riflettere, accettare o negare, senza esclusivismi, senza spettacoli di bassa lega che impoveriscono la natura animale dell’uomo, senza lucro, fine che devasta e uccide.
Il termine soprassapere è un fastidioso non-sense, infatti non si finisce mai di imparare, e la curiosità, lungi dall’essere di matrice diabolica, è mater scientiae.
Chi detiene potere sotto qualsiasi forma, ama soltanto la propria cultura, quella degli altri lo infastidisce, perchè rappresenta un pericolo.
La Chiesa nei sincretismi ingloba la superstizione quando non può estirpare una credenza. È una sorta di cautelativa vittoria di Pirro.
Per la cultura la musica cambia, essa non è popolare. La cultura è pericolosa, perché razionale, meditata, forte, ribelle. È sorella dell’intelligenza. E il popolo non può e non dev’essere intelligente. Non deve pensare. In una società di servi e di padroni, chi pensa non può essere assoggettato, è una mina vagante, oggi come ieri.
Avete mai provato a chiedere ad un sacerdote come mai Cristo non si è rivelato prima all’umanità? Come mai ha lasciato tutta la pagana antichità nell’ignoranza del vero Dio?
Il brav’uomo, seriamente indottrinato e nutrito di Bibbia e Vangelo, vi darà una risposta canonica: “Si è rivelato nella pienezza dei tempi”.
Bello, sì, ma in realtà cosa vuol dire?

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[1] L’imitazione di Cristo di Tommaso de Kempis,tipografia Sonzogno e Compagni, Milano, 1817, p.5.

[2] Ibidem, pp. 6,7,8.

Dioniso, dal “Dio fungo” ai socratici “Ombripedi”

dioniso_caravaggiohttp://www.sulromanzo.it/blog/dioniso-dal-dio-fungo-ai-socratici-ombripedi

Dioniso è il dio tradizionalmente associato all’ebbrezza alcolica, alla vite, ai riti orgiastici.

La menade realizza “l’uscire da sé”, in una vita “altra”, ferina e cannibalica.

Samorini in “Funghi allucinogeni. Studi Etnomicologici”, si chiede come potesse l’alcool che è un deprimente del sistema nervoso centrale, provocare “l’estasi dionisiaca”, caratterizzata da follia, eccessiva esasperazione, allucinazioni, grande vigore fisico e soprattutto comunione mistica con la divinità.

Appare evidente che Dioniso originariamente non era affatto un dio del vino. Il nume è nato dalle tradizioni religiose degli Indoeuropei. Queste rimandano ai concetti di Soma e Haoma legati all’uso dell’Ammanita Muscaria in contesti magico-religiosi.

Il vino attribuito a Dioniso nei racconti mitici ha straordinari effetti allucinogeni.

Igino e Apollodoro raccontano che Icario ospitò Dioniso nella propria casa. In cambio dell’ospitalità il dio donò a Icario un serto di vite, istruendolo su come coltivarlo, curarlo e ottenerne vino.

Una volta ottenuto il vino Icario invitò i vicini a berne. Più di un commensale in seguito all’ingestione della bevanda, stramazzò per terra, anche i più robusti si sentirono storditi e cominciarono a gridare di essere stati avvelenati. In preda ad un raptus si gettarono sull’ospite e lo fecero a pezzi.

Questo evento non sembrerebbe giustificabile in seguito alla consumazione del solo vino puro che non può naturalmente avere gli stessi effetti di una droga.

I Greci mischiavano altre sostanze al vino, utilizzato come liquido madre per far macerare erbe e sostanze psicoattive come ad esempio l’Amanita muscaria.

L’agarico muscario suscita manifestazioni che si adattano perfettamente ai sintomi del delirio mistico bacchico. Con una dose adatta e opportunamente essiccata del fungo il soggetto prova, dopo una mezz’oretta dall’assunzione euforia, leggerezza, sensazioni di potenza fisica, distorsioni visive. Il fungo diventa un uomo che ordina cosa fare.

Il collegamento del fungo coi Monosceli o Ombripedi appare a questo punto evidente. Uomini con un solo enorme piede che utilizzano a guisa di ombrello.

L’immagine della metamorfosi dei funghi in piccole creature dalla gamba sola è presente nelle tradizioni di molti popoli anche lontani tra loro. Compaiono nelle tradizioni sciamaniche della Meso-America.

Lewis in The Voyage of the Dawn Treader li descrive come funghi dalla cappella rossa in un favoloso percorso fino alla fine del mondo.

Una filastrocca tedesca cantata da Gretel nel bosco della fiaba musicale Hansen e Gretel di Humperdinck, così recita:

Nel bosco c’è un ometto grazioso e bel

Di porpora ha il farsetto ed il mantel.

Dite o bimbi chi sarà

Quell’ometto solo là

Col farsetto rosso nel bosco là.

Sta ritto quell’ometto su di un sol piè

In capo ha un caschetto color caffé.

Dite o bimbi chi sarà

Quell’ometto solo là

Col farsetto rosso nel bosco là

E i bambini:

Il fungo della felicità! L’amanita muscaria![1]

Verso la fine degli Uccelli di Aristofane, si descrive Socrate in una palude che si dedica a pratiche di necromanzia assieme a delle creature chiamate “Piedi-Ombra” o “Ombripedi”, dal solo piede palmato e membranoso su un’unica gamba che usavano come parasole mentre stavano sdraiati:

Presso gli ombripedi è un lago

dove Socrate, che non si lava,

evoca le anime.

E ci andò anche Pisandro,

per vedere la sua anima

che lo aveva abbandonato da vivo.

Portava come vittima una specie di agnocammello;

a dopo avergli tagliato la gola

si fece indietro, come una volta Odisseo:

e di sotterra gli spuntò fuori

verso la spoglia del cammello…

Cherofonte la nottola[2]

Nel corso dei secoli il fungo dionisiaco perdette certi suoi propri caratteri distintivi trasformandosi anche nell’iconografia in grappolo d’uva. Il dio fungo divenne così nume del vino.

Certo un vino farmaco particolare causa di trasformazioni dell’uomo in bestia e di deliri allucinatori collettivi.

Alle Antesterie ci sono riferimenti di una droga aggiunta al vino responsabile di aprire le tombe e permettere agli spiriti dei defunti il ritorno ad Atene.

Anche l’ironica necromanzia socratica avviene in compagnia di uomini-fungo.

Dioniso fu legato al vino proprio per associazione tra la fermentazione dell’alcolico nettare e quello dei funghi, allora considerati una specie di fermentazione della terra.

Oinos (vino) deriva da un antico termine indoeuropeo collegato al greco itys che significa bordo circolare. Quindi oinos si riferiva in origine ad una pianta diversa dalla vite, un vegetale dal bordo circolare appunto, un fungo, l’Amanita muscaria o pianta ombrello o Ombripede, mostro di una dimensione allucinatoria e necromantica.

L’arte di rievocare i morti fu severamente condannata dal cattolicesimo.

Da Dioniso, nume androgino e sfrenato, a Satana, il passo è breve.

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[1]E. Bertol, Le piante magiche, viaggio nel fantastico mondo delle droghe vegetali, Casa Editrice Le Lettere, Firenze, 1996, p. 77.

[2] E. Marozzi, F. Mari, E. Bertol, Le piante magiche, viaggio nel fantastico mondo delle droghe vegetali, Casa Editrice Le Lettere, Firenze, 1996, p. 65.

L’albero-fungo di Plaincourault e di Saint-Savin Sur-Gartempe di Gianluca Toro

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Nella cappella di Sant’Eligio, lato destro dell’abside, stile dell’Alto Poitou della fine del secolo XII, Plaincourault, Francia Centrale, c’è un affresco che rappresenta la Tentazione di Adamo ed Eva nel Paradiso Terrestre. Quando l’immagine venne scoperta fu giudicata “il più antico documento iconografico” rappresentante un fungo.

L’esistenza della Cappella di Plaincourault, eretta dai Cavalieri dell’Ordine di Malta, è attestata dal 1184. Attualmente è in condizioni di degrado e in attesa di un provvidenziale restauro. Molti affreschi appaiono sbiaditi e corrosi dalle deiezioni dei volatili.

L’affresco sull’episodio biblico della Tentazione originaria è tra quelli più interessanti che il tempo ha intaccato di meno. Al centro c’è un albero fungo con quattro ben distinte ramificazioni sempre dalla forma fungina. A destra e a sinistra dello stesso, Adamo ed Eva. Coprono il sesso con degli oggetti circolari di non chiara identificazione.

Samorini, nella sua precisa analisi dell’affresco, ha notato nello spazio tra l’albero, il serpente ed Eva e in quello alla destra di quest’ultima, dodici tratti curvilinei verticali, significativamente assenti nello spazio tra l’albero ed Adamo. Si è ipotizzato che tali tratti siano la rappresentazione grafica delle parole del serpente alla donna.

Invece le quattro linee che dalla base dell’albero giungono fino ai piedi di Adamo ed Eva rappresenterebbero i quattro fiumi del Paradiso Terrestre.

Gianluca Toro nel suo studio: Alberi-fungo e funghi nell’arte cristiana, riprende le originali ipotesi di Samorini circa l’identificazione dell’Albero della Conoscenza del Bene e del Male con l’Amanita muscaria e dunque i significati esoterici ad esso correlati: «Il tronco principale porta una fronda emisferica che ricorda il cappello dell’A. muscaria, o la congenere A. pantherina, per il colore ocra e la presenza di macchie biancastre. Attorno alla parte inferiore del tronco, sono presenti quattro ramificazioni, due per lato, di forma fungina, con i cappelli puntinati di bianco. Simmetricamente, troviamo due fasce laterali che uniscono la parte inferiore della fronda centrale al tronco principale. Potrebbe essere un espediente artistico per evidenziare la tridimensionalità dell’albero oppure, come detto, la rappresentazione del velo dell’A. muscaria. La parte ingrossata al piede del tronco potrebbe essere identificata con la base bulbosa tipica dell’A. muscaria. È rappresentato anche il frutto dell’albero di forma rotonda, in bocca al serpente. In base a queste caratteristiche è stato definito un albero-fungo tipo Plaincourault, in sostanza riconoscibile nelle caratteristiche dell’A. muscaria».

Sostegno a questa ipotesi di Samorini, lo da l’analisi di altri documenti, ad esempio della pittura di un manoscritto alchemico del secolo XV conservato alla Bodleian Library o del bassorilievo delle porte di bronzo della cattedrale di Hildesheim.

L’affresco di Plaincourault fu scoperto da M.J. Rougé. E poi Guéguen presentò la fotografia dell’immagine il 6 ottobre 1910 a una riunione della Société Mycologique de France.

Marchand, professore alla Scuola Superiore di Francia, in una sua lettera indirizzata a Boudier afferma che il frutto dell’albero “ha un aspetto fallico”, «un fungo dal portamento più che bizzarro, arborescente, a ramificazioni multiple, che ripara sotto i suoi ‘parapioggia’ una giovane donna in conversazione con un grande serpente».

Boudier rincalza: «Questo affresco, datato a 600 anni fa, … rappresenta la caduta di Eva… Dunque, è lì quello che può interessare i micologi. L’artista che l’ha fatto, non potendo senza dubbio trovare un albero che avesse allo stesso tempo frutti buoni e cattivi, ha immaginato di farlo come un fungo, e, con l’aiuto della sua immaginazione, ha fatto un albero frondoso attorno a cui si avvolge il serpente. Questo fungo, malgrado i suoi rami immaginari, ha dovuto avere per modello un’Amanita. Il cappello è punteggiato, il gambo bulboso e i rami che sostengono il cappello principale non ancora disteso, devono la loro presenza alla vista dell’anello non ancora interamente distaccato. Il colore scuro del cappello deve far pensare all’A. muscaria… La povera Eva… copre la sua nudità con una foglia. È questa proprio una foglia o un cappello di fungo? In ogni caso, non è una foglia di fico. La posa mi sembra interessante perché l’artista ha rappresentato Eva sofferente di coliche piuttosto che vergognosa, per la maniera con cui ella si tiene il ventre a due mani e serra le gambe…».

Se questa interpretazione fosse corretta, significa che l’artista avrebbe potuto conoscere l’effetto dei funghi tossici, ma non ci sono evidenze per dimostrare questo.

Infatti nella Bibbia la natura del frutto proibito non è specificata e non è affatto scontato che il pittore che dipinse l’affresco intese consapevolmente rappresentare un fungo enteogeno. Non si possono finora valutare i significati sacri ed esoterici che l’artista intendeva rappresentare con la forma fungina.

Si può invece cercare di dare un senso al numero 5. Infatti 5 sono i cappelli dell’albero-fungo di Plaincourault. Il 5 indica la quintessenza, il movimento ascendente, e questo si accorderebbe con la scena della Tentazione in cui la donna depone l’umiltà e, attraverso un’esperienza enteogenica, cerca di raggiungere verità che le sono normalmente precluse. Ma il cinque rappresenta anche realtà decadute, dispari disarmonia nella sua scomponibilità in 3 + 2.

Il pentagramma rovesciato, simbolo del quinario, è indicativo delle forze maligne.

Il tema dei funghi nell’arte cristiana, ancora da indagare, ha dato origine a nuove ipotesi, non sempre accettate dagli studiosi, anche per via di certe “cecità” interpretative dovute a studiosi come Wasson. Si tratta comunque di un campo interessante, anche per le correlazioni micologiche con significati esoterici nascosti.

Il filo conduttore

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http://www.sulromanzo.it/blog/il-filo-conduttore

“Non so da dove cominciare. È tutto qua, dentro la mia testa, soltanto che quando lo trasferisco sulla pagina, sembra cambiare aspetto. Non so se riesci veramente a capirmi…”.

“Ti capisco”.

“È come quando pensi una frase e ti sembra meravigliosa, poetica, poi la dici…”.

“ …e ti sembra schifosa”.

“Esatto, vedo che intendi perfettamente. Il pensiero nobilita i gesti, le parole, tutto insomma. La realtà è diversa, avvilente quasi”.

“Leva il quasi”.

“Tutto così grigio sub luce, insulsamente prosaico”.

“Comunque, devi cominciare”.

“Mi chiedevo come, forse tu puoi in qualche modo aiutarmi”.

“Lo sto già facendo”.

“Ossia?”.

“Stai – anzi stiamo già iniziando – il tuo romanzo. Romanzo o racconto o qualunque cosa io sia inizia esattamente con questo dialogo”.

“Ma è surreale, tu sei il mio romanzo!”.

“E con questo? La letteratura, per fortuna, ci consente questo e altro”.

“Sì, ma… Non si è mai visto, sfugge a ogni logica”.

“Curioso, uno scrittore che parla di logica… Certo, a pensarci bene ogni giallo che si rispetti ha le sue regole, i suoi ragionamenti deduttivi. Eppure tu dovresti saperlo, io sfuggo, mi piace andare oltre, superare la materia per crogiolarmi nel metafisico. L’importante è non perdere di vista l’essenziale, perché a questo mirano le parole”.

“A cosa, scusa?”.

“A cogliere il midollo, a dire la verità attraverso la menzogna, tutto si-ri-du-ce-a-que-sto! Il resto è orpello, favola, magia, tecnica, fumo negli occhi, mondo di fate e illusioni, nani, saltimbanchi, coboldi, Arimaspi, effetti più o meno speciali, etc. etc.”.

“Sì, sì, certo, ma… la tecnica, lo stile… Mi preoccupano, sono ancora acerbo, io stesso un nanetto, letterariamente parlando, s’intende”.

“Ti farò crescere. O almeno ci proverò”.

“Speriamo bene”.

“Forse insieme raggiungeremo una dimensione apprezzabile. Abbi fede scrittore, lo sai anche tu che ogni storia si scrive da sé, che schiacci dei tasti e le parole si incollano alla pagina, poi vivono una vita propria, si muovono, pulsano come cose vive, corrono in una certa direzione, imboccano certi sentieri oscuri. Tu le insegui, perché non sai e non puoi fare altro nella tua vita, le segui a dispetto di critiche e commenti sarcastici. Percorri strade che non avresti mai immaginato di calcare, incontri facce sconosciute, paesi nuovi… E finisci con lo scoprire sempre qualcosa. Mettiamola così: comando io, perché guido le parole, le porto dove mi pare e tu mi segui. Chiaro?”.

“Chiaro”.

“Non protestare se i paesi che attraverseremo ti sembreranno sporchi, polverosi, puzzolenti, e neppure se incontreremo qualche marcescente cadavere, due o tre inverosimiglianze che ci passano davanti, a braccetto del sogno”.

“Non protesterò”.

“Te la senti di seguirmi in silenzio?”.

“Certo, sono nato per questo”.

Questo abbozzo di dialogo è l’inizio de Il filo conduttore, un romanzo inedito. Un’opera che si rispetti non può iniziare così. Troppo dialogico, sfugge alle regole, mancano polpettoni di figure retoriche che rendono tradizionale l’impasto. È come una carbonara senza pancetta affumicata. Il lettore è abituato a un certo tipo di sapore, difficile fargli capire che il mondo è vario e ci sono altri gusti, altre possibilità.

Chi stabilisce le regole? e perché? Chi decide oggi quello che si può pubblicare?

Risposta: il business e la tranquillità. La tranquillità di proporre sempre le stesse cose servite su piatti dorati o argentati, la tranquillità dell’editor, il quale sa che, se si segue una certa linea editoriale, un certo numero di copie “sicure” si vendono senza problemi.

La sicurezza e la tranquillità, però, mal si accordano con l’arte e la creatività vere, perché l’arte è instabilità, dolore, novità, rischio. Nessuno vuole più rischiare. L’inusuale è un sapore che rischia di non piacere e allora si va sul sicuro, sul tradizionale, anche se questo sicuro annoia e finisce per far cadere il lettore nella trappola dell’abitudine che corrode i gangli della creatività. Si dimentica che il vecchio una volta è stato nuovo, che il tradizionale per entrare a far parte della tradizione, ha dovuto lottare contro inveterate abitudini, che la spinta dell’arte viaggia verso nuove mete, nuovi soli. L’editor ha paura di scottarsi e viaggia nel placido e noioso mare della sicurezza.

Il filo conduttore è originale, la trama avvincente, ma non si può prescindere dalle regole di certa narrativa; così è stato decretato, una sentenza. Regole imposte dall’alto del business in un mondo sempre più conformista, nonostante le apparenze. Un mondo di regole allucinanti. Un pugno di malati misogini decreta che la bellezza deve essere alta 1,80 e indossare la taglia 40 su visi smorti e affamati. La pubblicità decide chi siamo, ci impone gusti e abitudini, assorbiamo inconsciamente e consciamente e sentiamo di apparire inadeguati. L’arte decisa dalla politica, dagli agganci, da chi conosci.

La critica decreta che un film vuoto di senso e infarcito di luoghi comuni, come “Che bella giornata”, è meraviglioso, e tutti corrono a vederlo e ridono già dai titoli di testa, perché così è deciso: “quel prodotto fa ridere” e “devi ridere”, altrimenti “non sei normale”. Poi ci si deve piegare in due di fronte alla faccia da ebete integrale del protagonista che non fa di certo onore al sud d’Italia, ma così è deciso.

Abbiamo ancora la capacità di nuotare senza seguire la corrente? Possiamo pensare con la nostra testa? Forse no, siamo già morti.

La psicoanalisi di Hieronymus Bosch

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La pittura fantastica di Hieronymus Bosch ci immerge in un mondo di enigmatici simboli, talvolta rosati, catartici e idilliaci, talaltra oscuri, fagocitanti e demoniaci. Una pittura di metafore, da cogliere nei particolari, che colpisce l’immaginazione e la catapulta in un mondo “altro”. Nietzsche diceva che il mondo è un manicomio. Bosch ci fa vedere, secoli prima, lo stesso manicomiale universo, caotico e apparentemente confuso, terra di nevrosi ossessive e desideri repressi, anticipatori della psicoanalisi freudiana.

Dall’analisi di Fraenger sulle opere del pittore fiammingo, interpretate in chiave ereticale, emerge un quadro in cui niente avviene per caso. Ogni figura è l’oltre inconoscibile: mostri acefali, rane-dio, brocche, necrofagi che divorano tronchi, bacchette, uova forate da cui fuoriescono inquietanti arti vivi, ierofanti, coltelli, scimmie, doppie teste, tunnel luminosi… Ciascun elemento non è frutto di una scelta casuale, ma colpisce l’occhio con significati di incisiva e analitica profondità. Si è detto che Bosch ha il coraggio di riprodurre su tela l’interiorità umana, gli spasmi di ciò che la psicanalisi definirà inconscio. Una dimensione alchemica e allucinata, un paesaggio dell’anima e dei visceri con impulsi divoranti e profondità ctonie, luci da stato comatoso, diavoli carnali, angeli effimeri e svolazzanti.

Nel pannello di destra del Giardino delle delizie, conservato al Museo del Prado, c’è Satana assiso su un trono. Il suo aspetto non è proprio allettante. È mostruoso: capo di uccello come il dio lunare egizio Thot, pentolone da sabba in testa – che conferisce un tratto ridicolmente oniroide – e piedi immersi in due brocche. Egli divora i dannati e li defeca dentro una bolla che finisce in un pozzo, dove altri vomitano e depositano le loro schifose deiezioni. Nell’immagine i riferimenti sessuali sono fortemente legati alla sporcizia naturale affine al male. Le bolle rimandano a una sorta di placenta. Si tratterebbe di un parto al rovescio, coerentemente col personaggio di Satana; un parto che, invece di condurre alla vita, porta alla morte e alle profondità infernali.

L’idea che l’avidità – assieme a doppiezza e astuzia – fosse la caratteristica principale del Diavolo trova corrispondenza nell’idea dell’Inferno come enorme fauce spalancata, pronta a macerare le anime dei dannati.

Nicola Remigio (Nicholas Rémy) narra nella sua Demonolatria l’episodio di un buffone di piazza che ingoia un carro di fieno con tutti i cavalli. Il buffone, ai margini della società dell’epoca, incarnava valori negativi e demoniaci per il solo fatto di essere fuori dalle regole. Una figura difficilmente inquadrabile, ingestibile, imprevedibile e oltremodo fastidiosa per la Chiesa dell’unico Dio cristiano antropomorfo, onnisciente, maschio e onnipotente. Il carro, nei suoi significati simbolici, ricorda molto da vicino il Trittico del Carro di fieno del pittore fiammingo (1516 circa, olio su tavola, m 1,35 x 2). Si tratta di un’allegoria della corsa al piacere. I personaggi si agitano convulsi nella speranza di arraffare più fieno possibile, simbolo di ricchezze. Per entrarne in possesso c’è chi è disposto a uccidere – come un uomo col cappello, curvo sul suo avversario – o a picchiarsi, come le due donne. Il carro, inoltre, è contenitore di peccato, ricchezze, lussuria, avidità, inganno e avarizia.

Il dipinto di Bosch mostra un’umanità incurante delle leggi di Dio, che viaggia verso l’Inferno. Paglia e fieno «sembrano intrattenere relazioni piuttosto strette con la sfera della morte, della stregoneria e del demoniaco… la paglia, tanto nel folklore tedesco quanto in quello francese fa riferimento alla leggerezza sessuale delle donne (o alla loro sterilità): un campo di valori che non esclude ed anzi si associa col riferimento alla sfera del demoniaco, della morte e/o della stregoneria (tramite l’idea della secchezza e simili)»[1].

Secondo una credenza tedesca il Diavolo assume l’aspetto del palo utile per fermare il fieno sul carro, Heubaum. Il Diavolo in Tirolo era il mostro (Ungetuem) della carrettata di fieno (Heufuder) e in latino striga è il termine impiegato anche per indicare il filare del fieno (Colum. R. R. II, 18): «cum faenum cecidimus… utrimque siccatum coartabimus in strigam»[2]. Nel XVI secolo il fieno era anche simbolo di falsità e inganno; viaggiare su un carro di fieno con qualcuno «era come dire prendersi gioco di lui»[3]. Dunque, l’associazione strega-fieno (e diavolo-fieno) è accertata e l’incorporazione del fieno presuppone l’assimilazione per osmosi di valori diabolici e negativi, sinonimo di un percorso umano verso le latebre oscure del peccato.

Remigio precisa che l’imbonitore di piazza ingoia anche i cavalli legati al carro e il conduttore. Il cavallo ambivalente, ctonio e uranico insieme, nell’Apocalisse è il nemico venuto da fuori e può incarnare guerra, carestia e peste, a seconda del colore che assume. Esso è simbolo dei sensi e di sfrenata libertà. Il conduttore è colui che guida le redini dell’azione e incarna potere decisionale. L’ingestione di tutti questi elementi indica l’illusione di far propri potere, libertà e peccato…

In fondo, l’arte di Hieronymus Bosch non nasceva soltanto dalla sua personale volontà di scavare dentro l’uomo eviscerandone il lato mostruoso, ma rifletteva un mondo realmente allucinato, in cui streghe, sabba e uno spaventoso Satana infante permeavano di sé stessi ogni aspetto della vita quotidiana, consentendo alla religione di inserirsi nel privato, annientando le coscienze, bruciando, colpevolizzando, torturando. Nessuno veniva risparmiato, neppure gli animali, spesso processati pubblicamente e puniti come peccatori emissari del Demonio.

I pannelli di Bosch, alla fine non fanno che mostrarci la storia del suo tempo, un modo come un altro per dire bugie raccontando la verità.

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[1] A. Borghini, C. Pettenuzzo, Antropologia dell’arte come semiotica. Due interventi, in Storia, antropologia e scienze del linguaggio, Anno XIV, fascicolo 1-2-1999, pp. 54, 57.

[2] Ivi, pp. 57, 60.

[3] W. Bosing, Bosch. Tutti i dipinti, Taschen, Colonia, 2010, p. 48.