Genocidio: bufala o verità? Un ragionevole dubbio

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Genocidio: bufala o verità? Un ragionevole dubbio

Autore: Maria Antonietta Pinna Gio, 28/02/2013 – 14:30

I vantaggi dell’informazione via web consisterebbero in una relativa libertà e velocità di diffusione delle notizie. La rete ha comunque i suoi trabocchetti e talvolta appare difficile distinguere le bufale dalle notizie vere.

In questo periodo circolano su vari siti resoconti a dir poco inquietanti sull’operato della Chiesa in alcune scuole cattoliche canadesi. Si parla addirittura di 50.000 vittime tra bambini aborigeni che sarebbero stati uccisi e torturati. Scrive Marco Cinque de «Il Manifesto» nella rubrica Fuoripagina: «Ammontano almeno a 50 mila i bambini morti nelle scuole residenziali cattoliche, senza contare tutti coloro che resteranno segnati per sempre, fisicamente e psicologicamente, dalle torture e dalle violenze subite. Ma la situazione attuale nelle riserve indiane canadesi continua ad essere tragica e i nativi sono ancora vittime di deprivazioni, violenze razziste, discriminazioni e misteriose sparizioni. Negli ultimi 20 anni, circa 500 donne native americane sono svanite nel nulla in tutto il Canada. Annet ha denunciato la scomparsa di molte ospiti aborigene del centro di Vancouver Eastside e il coinvolgimento di agenti della Royal Canadian Mounted Police (RCMP), della Chiesa e dello stesso governo. Tale coinvolgimento, supportato da prove documentali e da dichiarazioni di testimoni oculari, farebbe capo a una rete di pedofili e a un traffico di film porno e pedopornografia. Più volte Annet, attraverso il suo programma radiofonico Hidden from History, trasmesso dalla Vancouver Co-op Radio, ha rivelato l’esistenza di luoghi di sepoltura di massa per occultare i resti delle donne assassinate nell’area intorno a Vancouver. Un esame necroscopico sui resti di ossa riesumate, rinvenute nella riserva degli Indiani Musqueam, vicino all’Università della British Columbia nel 2004, ha rivelato infatti che queste appartengono a giovani donne mischiate ad ossa di maiale».

I media non ne parlano. Perché? Censura o prudenza su fatti non ancora accertati, su notizie di cui non si hanno prove certe?

Qui ci aggiriamo per i sentieri del dubbio. Arthur McPaul in un articolo riportato nel blog TERRA REAL TIME sostiene che fin dal 2010, quando il Papa si recò in Gran Bretagna, l’attivista ateo Richard Dawkins chiese alle autorità di arrestarlo, per chiarire i crimini sessuali perpetrati dalla Chiesa. Nel 2011 le vittime degli abusi sessuali da parte del clero chiesero alla Corte Penale Internazionale di indagare sul Papa. Il Gruppo per i Diritti Costituzionali (CCR) e la Rete dei Superstiti abusati dai sacerdoti (SNAP), ha presentato una denuncia presso la Corte Penale Internazionale relativa al fatto che i funzionari del Vaticano avevano consentito crimini sessuali. La Corte Penale Internazionale non ha ritenuto di dover procedere. Perché? Una domanda senza risposta.

Resterebbe attualmente aperta la richiesta del Rev. Kevin Annet che chiede l’estradizione e l’arresto del Papa per genocidio. L’Ufficio centrale dell’ITCCS, International Tribunal into Crimes of Church and State di Bruxelles, è stato costretto dall’improvvisa abdicazione di Benedetto XVI a rivelare dettagli raccapriccianti sulle torture e uccisioni perpetrate negli istituti cattolici del Canada.

Alcuni dicono che l’ITCCS non ha, di fatto, alcun valore legale, pertanto si tratterebbe di una notizia falsa. Marco Cinque ha intervistato il reverendo Annet: «Sono ormai diversi anni che Kevin Annet denuncia gli abusi e le stragi dei nativi canadesi nelle cosiddette “scuole residenziali” cattoliche. Prima col libro The Canadian Holocaust, poi col film documentario Unrepentant, diretto da Louie Lawless, Annet sta cercando di scuotere l’opinione pubblica internazionale sulle sistematiche violenze fisiche, sugli abusi sessuali, gli elettroshock, le sterilizzazioni di massa e gli omicidi perpetrati ai danni delle popolazioni native nella seconda metà del XX secolo. “È necessario che il mondo sappia quello che è successo”, recitava una donna nativa in lacrime all’inizio di Unrepentant, ma bisogna vedere se il mondo a cui viene rivolto questo drammatico appello abbia davvero voglia di sapere. Sia il governo canadese che il capo della Chiesa Cattolica hanno ammesso i crimini commessi nelle scuole residenziali. Infatti, l’11 giugno 2008 il Presidente del Consiglio dei Ministri, Stephen Harper, ha chiesto ufficialmente scusa per il genocidio e per gli abusi inflitti agli aborigeni. Dal canto suo papa Ratzinger, durante un’udienza con Phil Fontaine, leader discusso e non riconosciuto dalle First Nation, ha espresso “il proprio dolore per l’angoscia causata dalla deplorevole condotta di alcuni membri della Chiesa”, che ha causato sofferenza ad “alcuni bimbi indigeni, nell’ambito del sistema scolastico residenziale canadese”. Queste scuse però, oltre a sminuire il senso delle proporzioni, somigliano a una sorta di confessione che in un sol colpo pretenderebbe di cancellare le responsabilità dei peccatori e di redimerne automaticamente i peccati. Se dei crimini sono stati commessi ed ammessi, si presume che debbano esistere anche i criminali che li hanno compiuti e risulta strano che gli stessi non vengano né identificati né perseguiti a norma di legge».

Su Kevin Annet le opinioni sono controverse. Su nativiamericani.it si dice che sul cammino del reverendo ci sono delle ombre, e l’articolista si domanda: «Perché creare una “Corte internazionale di Giustizia Common Law” dall’istituzione e componenti nebulosi e non fornire alla Commissione Permanente sui Diritti Umani del Parlamento Italiano, presso cui Annett era stato portato in occasione della sua venuta in italia, dei dati e riscontri precisi sui responsabili dei crimini contro i Nativi per avviare un’inchiesta così come a lui era stato richiesto? Non abbiamo nessuna risposta a questa domanda».

Il dubbio si infittisce.

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Vimanas, energia orgonica e dischi volanti

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William Scott Elliott in The Story of Atlantis1, dieci anni prima che i fratelli Wright compissero il loro primo volo, parlava dei vimanas, mitiche navi volanti citate anche in molti antichi testi indiani.

«Avevano forma di battelli, ma avevano invariabilmente un ponte coperto perché, alla massima velocità non sarebbe stato comodo, che i passeggeri rimanessero allo scoperto. Il materiale con cui venivano costruiti era legno o metallo. I primi furono fatti di legno: le tavole usate erano straordinariamente sottili. Quando veniva usato il metallo, era generalmente una lega: nella composizione entravano due metalli bianchi e uno rosso. Il risultato era una lega bianca come l’alluminio, ma ancora più leggera. Sulla rozza struttura del battello aereo veniva disteso un foglio sottile di questo metallo, che veniva battuto nella forma voluta e saldato elettricamente, quando era necessario. Ma, sia che fossero costruiti di legno o di metallo, la loro superficie esterna era apparentemente priva di giunture e perfettamente liscia, e splendevano nell’oscurità, come se fossero rivestiti di vernice luminosa. Ma il problema più interessante è quello che riguarda l’energia mediante la quale venivano mosse. Nei primi tempi sembra sia stato il vril personale a fornire la forza motrice, ma in tempi tardi questo venne sostituito da una forza che, sebbene generata in modo a noi sconosciuto, operava pur tuttavia per mezzo di apparecchi meccanici ben definiti. Questa forza era, in pratica, di natura eterica»2.

I velivoli atlantidei o vimanas sembrerebbero gli antenati dei più sofisticati dischi volanti. Da dove Elliott avrebbe attinto queste informazioni? Nessuno lo sapeva anche perché le copie del suo libro si erano esaurite in poco tempo, diventando rarissime. Qualcuno che lo aveva conosciuto prima della sua morte parlò di antichi documenti dell’India e dell’Asia.

E in effetti anche James Churchward nel suo The Children of Mu, dice che durante uno dei suoi viaggi in India, vide delle copie di antichi documenti contenenti un disegno con le istruzioni per la costruzione di un’aeronave. L’energia che doveva animarla si prendeva dall’atmosfera in modo semplice e per nulla costoso, così le navi: «potevano venir mantenute in volo circolare sulla Terra per sempre, senza scendere neppure una volta, fino a quando il macchinario si consumava. L’energia è illimitata, o meglio è limitata soltanto dalla resistenza dei metalli. Tutti i documenti riguardanti queste aeronavi affermano chiaramente che esse si muovono da sole: in altre parole, esse generavano la propria energia mentre volavano… erano indipendenti dal carburante. Mi sembra che noi siamo indietro di quindici o ventimila anni»3

Le affermazioni di Elliott e di Churchward non sono poi così campate in aria. Il Ramayana e la Mahabharata descrivono astronavi e vimanas di tutte le dimensioni. Rama sale su un carro celeste: «Quando spuntò il mattino, Rama, prendendo il carro celeste (vimana) che Puspaka gli aveva mandato per mezzo di Vivpishand, si preparò a partire. Quel carro era semovente. Era grande e finemente dipinto. Era a due piani e aveva molte camere con finestre […] Emetteva un suono melodioso mentre viaggiava per le vie dell’aria […] E Rama si compiacque di quel carro che procedeva a volontà».4

Ma cos’è la misteriosa forza che fa volare i carri del cielo? Sembrerebbe un’energia cosmica universale inesauribile a costo zero. Ipotesi fantascientifica?

Eppure Wilhelm Reich, genio poliedrico, medico neuropsichiatra, collaboratore di Freud alla clinica psicoanalitica di Vienna, ha ipotizzato l’esistenza di una forza che ricorda molto quella descritta negli antichi testi indiani, l’energia orgonica. Secondo la teoria del dottor Reich, lo spazio non è vuoto, bensì pieno totalmente di un flusso orgonico universale, un’energia vitale che si può misurare, osservare e anche utilizzare in medicina e in altri campi. L’energia forma un oceano cosmico di colore grigio-azzurro o verde-azzurro che si muove in modo ondulatorio. La scienza ufficiale nega l’esistenza dell’energia orgonica. Eppure dopo la morte di Reich molti ricercatori seri hanno verificato l’efficacia dei suoi esperimenti e delle applicazioni mediche dell’energia orgonica, tramite il suo accumulatore. Inoltre non si può trascurare l’importanza del suo nubifugatore contro il processo di desertificazione del pianeta.

Reich credeva negli UFO e nell’energia cosmica che a suo parere, sapevano sfruttare. Realtà o fantasia? Se si tratta di fantasie, perché Reich è stato perseguitato, i suoi accumulatori distrutti e i suoi libri messi al rogo? Forse i grossi gruppi farmaceutici avevano paura che i suoi accumulatori funzionassero davvero?

Wilhelm Reich venne processato per le sue idee rivoluzionarie. Morì in prigione mentre lavorava ad un libro sulla creazione. I suoi appunti non vennero mai ritrovati5.

1 Il libro di W. Scott Elliott, Storia dell’Atlantide, in lingua italiana è stato stampato nel 1947 con prefazione di A. P. Sinnet e 4 cartine geografiche, per la traduzione di Ernesto Scrimali, Edizioni Atman, Trieste. Esso costituisce una rarità bibliografica, essendo presente nella sola Biblioteca del Seminario Arcivescovile di Torino. Nel 1963 è apparsa un’altra edizione italiana sempre con prefazione a cura di Sinnet, 4 cartine geografiche e 8 figure di monumenti antichi. Editrice libraria Sirio, Trieste. Oltretutto la data non è indicata, è soltanto presunta. L’esemplare è conservato in due biblioteche: Biblioteca Nazionale centrale di Firenze, e Biblioteca civica Attilio Hortis di Trieste. Nel 1996 il libro esce con il titolo: Storia dell’Atlantide secondo immagini chiaroveggenti confermate da ricerche storiche e geologiche, Borgofranco D’Ivrea. Nel 1997 esce Storia dell’Atlantide e della Lemuria sommersa, traduzione di Ernesto Scrimali, Edoardo Bratina, Settimo Vittone, Adyar.

2W. Scott Elliott citato da D. Leslie & G. Adamski, I dischi volanti sono atterrati, edizioni Mediterranee, 1973, pp. 115, 116.

3 James Churchward citato da D. Leslie & G. Adamski, I dischi volanti sono atterrati, edizioni Mediterranee, 1973, pp. 119, 120.

4 Ramayana citato da D. Leslie & G. Adamski, I dischi volanti sono atterrati, edizioni Mediterranee, 1973, p. 121.

5 Su Reich si veda il pregevole saggio di Alessandro Zabini, Wilhelm Reich e il segreto dei dischi volanti, Tre editori, 1996.

L’oblio letterario del Lete

oblio

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La saggezza offuscata dei bevitori d’acqua del Lete, l’oblio…

Oggi l’editoria è come un enorme fast-food che raramente sforna prodotti di qualità. Ci sono esigenze di mercato. Romanzi usa e getta, destinati ad una massa tele-dipendente, ai fruitori di belle veline preconfezionate in sorrisi di plastica. Saggi di fondo, privi di apparato bibliografico, con notizie prese da chissà dove, a scapito di ogni attendibilità e serietà scientifica.

L’immagine annulla la sostanza. Sono le ombre del mito della caverna di derivazione platonica. Prigionieri, legati mani e piedi davanti ad un muro di false apparenze, ombre di cose che si proiettano in un modo e sono un’altra cosa.

Siamo bombardati dalla bellezza per forza, imposta da non si sa quale pulpito, quale esigenza. E che dire poi dell’inconsistente follia di vestirsi per l’occasione alle feste comandate, di ingozzarsi a Natale secondo i dettami di una tradizione da gastrite ulcerosa irreversibile, di fare i botti a capodanno… Immolare magari allo scoppio di un petardo due o tre dita, se non la vita stessa.

Dio stesso è un business, tanto per cambiare. Gesù Cristo e tre Madonne appaiono sulla confezione di note marche di panettoni.

Il presepe ha i santi del parlamento per personaggi. E fanno pure i miracoli, la moltiplicazione dei pani e dei pesci dentro le loro tasche.

Rifiutando l’oblio, ci sono persone (poche) che si liberano dai ceppi, si proiettano fuori dalla caverna platonica e osano guardare il sole. Così scoprono qualcosa che non conoscevano prima. Cammina cammina trovano in sentieri poco praticati vecchi negozi polverosi, e si fermano laddove gli altri non vedono. Soffiano via la polvere su vecchie copertine, aprono i libri e cominciano a leggere. Escono da quelle vecchie pagine un po’ fiorite, qua e là ingiallite, persone, simboli, storie, immagini false che però dicono il vero, mondi nuovi probabili e non…

E in quei mondi forse è possibile trovare se stessi, anche se non si è alti, biondi e con l’occhio azzurro da lente a contatto colorata, ogni giorno un colore diverso. Ritrovarsi anche senza essere silfidi da anoressia conclamata. La passione della scoperta, e l’odore della carta che entra nell’anima in barba agli audiolibri, ai telefonini-falena di ultima generazione, destinati ad una morte insulsa e precoce.

Leggere, trovare e regalare vecchi libri ha ancora un senso, perché il passato non si può cancellare. La storia è viva. La memoria importante per tutti. L’oblio destrutturante per individui e nazioni.

In esso germina l’autodistruzione.

I bei libri fanno sognare, il sogno è forse anch’esso illusione, eppure esprime la nostra realtà interiore più di quanto si creda. Come scriveva Durand nel 1972: “Una menzogna è ancora una menzogna quando può essere considerata come vitale?”.

Ne “I mostri e l’immaginario”, Basaia editore, 1982, Massimo Izzi indaga sulle forze che hanno spinto l’uomo ad immaginare esseri inesistenti. Sfila un campionario mica male di “mostri”, Sirene, Unicorni, Draghi, Vampiri, Mandragole, Agnelli Vegetali, Golem…

La fantasia ha bisogno di nutrimento. Izzi ha lavorato bene, un saggio ben concertato, limpido, interessantissimo, con ampia bibliografia. Il mostruoso è incarnazione dell’inconscio dell’uomo che non si accontenta dell’immediatezza. Peccato che non troverete il libro negli scaffali delle librerie travolte da romanzi rosa, fantasy e raccolte di barzellette di dubbio gusto spesso in prima fila.

Andiamo oltre quei miseri scaffali, dunque, cerchiamo altrove, nei punti nascosti, evitiamo di bere le acque del Lete.

La poesia, musica dimenticata

poesia1

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Vagavo sotto il cancello
caduto sulla tua assenza
con un’oncia di sole smaltavo
paesaggi di membra confuse

fiottava a un tratto l’ombra
da una piaga d’apollo e scoprivo
con paura tra i brani
della notte la luna d’altre parti

(Dario Villa, Lapsus in fabula)

La poesia è musica rappresentata dalle parole, è pneuma che cresce, metafora di vita e morte.

Espressivi sentimenti condensati nel ritmo e nelle strofe.

Oggi i testi poetici sono tra i meno venduti.

Perché?

Forse perché come dice Vecchioni “i poeti sono vecchi signori che mangiano le stelle” e tali sono rimasti, anzi si sono moltiplicati e scrivono in modo compulsivo, tra un pasto e l’altro, senza riuscire a fermarsi.

Poeti su poeti. Chiunque si ferma davanti allo scandalo della pagina bianca e si improvvisa poeta. Dai cinguettii di filastrocche tutte in rima si passa a versi che in realtà sono prosa e non se ne differenziano affatto. Chi non riesce su cartaceo pubblica on line, gran calderone dove si trova di tutto, esecrabili schifezze e cose interessanti. Ci sono perfino siti che “insegnano a scrivere le poesie”.

C’è grande offerta e poca domanda.

Il lettore medio è tuttora ancorato ad un’idea di poesia lontana dalla realtà, tutta fruscii e gote di rosa, scintillii di sguardi e romantiche vele all’orizzonte.

I poeti fanno pensare ad anziani scrittori sovrappeso con una scarpa nera e una marrone, persi in nuvole rosa.

La poesia può dare sicuramente di più.

Leggere bei versi oggi è difficile.

Ogni tanto piccole case editrici producono nuovi prodotti di qualità. Difficile trovarli in prima fila sulle vetrine delle librerie. Non è il genere preferito dai lettori.

Bisogna cercare dunque e sfogliare.

Ma il lettore non ha tempo, è ancorato prosaicamente alla sua routine, deve lavorare e non può fare tardi, andare a prendere i figli a scuola, correre, altro che poesie e versi…

La musa è sola.

Ognuno sta solo sul cuor della terra

trafitto da un raggio di sole

ed è subito sera.

In questi versi c’è tutto, la solitudine dell’uomo, l’illusione lacerante della speranza, la morte che arriva presto, come di sorpresa.

Quasimodo è morto. In compenso c’è Bob Dylan e le sue parole al vento che per fortuna non andranno perse.

La poesia oggi sorprende poco o niente, tranne sporadici casi. Veleggia su siderei orizzonti.

Che scenda dunque dall’Empireo e parli di sangue e carne, sputi, problemi, povertà e malattia, per “frugare le viscere del tempo”, come scrive Franco Ferrara nelle “Lettere a Natasha sulla causalità, natura, luoghi, assonanze e implicazioni molteplici dei nostri studi” in milletrecentocinquanta esemplari numerati. “Per decifrare la galassia di un segno”, indicando alle pietre di porsi “una sull’altra per edificare le mura di Tebe”.

Se riuscite a rinvenire il libro di Ferrara a cura di Franco Almonte, Mariano Baldi e Rosanna Fiorillo, potrete entrare in contatto con una poetica suggestiva, graffiante che incanta e coinvolge nella pienezza di versi che sono come pietre rotolanti verso l’infinito portato sulla terra.

Il verso erompe dalla pagina con travolgente forza espressiva.

Il modello culturale è quello filosofico-poetico tra ‘700 e ‘800. Si tratta di lettere dalla grande potenza evocativa. Frammenti di immagini, esplorazioni interiori, letture, esperienze di viaggi che scivolano lievi a comporre un’artistica trama a volte ironica, a volte grottesca che non si ferma mai ai limiti apparenti ma sfiora la superficie e sa bucarla per andare allusivamente oltre.

L’autore, esperto in materia esoterica, alchimia, religioni orientali e letteratura in genere, esalta il valore della scrittura che “stana l’assenza, l’usura tenace, la frivola arroganza del tarlo, la sconclusione, il progetto friabile”.

Scrive consapevole della “doppiezza straripante della diversità allusiva che la parola trattiene”. Vocali e consonanti sono riconoscimento di memoria.

Chi dunque ha detto che la poesia non può risorgere?

Che i versi diventino dunque più umani, più attuali e istintivi, meno diafani. Che entrino finalmente nei sogni, e li percorrano, non soltanto nelle stanze attigue. Che entrino nella materia e sappiano plasmarla.

Forse la Musa troverà finalmente un po’ di compagnia.

Furto d’ingegno. Da Arsenio Lupin alle orchidee parassite

LUPIN

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Arsenio Lupin di Maurice Leblanche rubava con maestria ed eleganza. Educato, istruito, trasformista, vero gentiluomo, non aveva bisogno di lavorare per vivere. Uccideva la noia rubando ai ricchi per offrire generosamente opere d’arte a chi sapeva apprezzarne il valore.

Donnaiolo, gran seduttore, amante del lusso, del gioco, astuto. Un criminale con i guanti bianchi.

In fondo tra la simpatia canagliesca del buon Arsenio e il barboso, saccente, cervellotico Sherlock Holmes, sarebbe come scegliere tra un mazzo di orchidee e un fascio d’ortiche.

Le proprietà benefiche dell’ortica sono note fin da tempi remoti: diuretica, antireumatica, emostatica, astringente. Alla fin fine però l’angiosperma è irritante. Il contatto diretto con le sue foglie potrebbe essere tutt’altro che gradevole.

Le orchidee invece stregano, anche se ad un esame obiettivo sembrano stravaganti e colorati organi sessuali. Non a caso il loro nome, come ricorda Plinio Il Vecchio, deriva da όρχις, testicolo. Molte specie di orchidee hanno infatti due rizotuberi di forma tondeggiante. Freud avrebbe potuto scriverci sopra un libro.

Però ci sono rizotuberi e rizotuberi.

Esistono per esempio delle orchidee parassite addirittura saprofite che si nutrono di tessuti in decomposizione.

Si constata l’esistenza di uomini e donne orchidea, saprofiti. Essi sono molto diversi dal bel Arsenio al quale farebbero orrore.

La specialità di questi parassiti è quella di dissotterrare cadaveri letterari. Scavano alla ricerca di materiale dimenticato, meglio se mai pubblicato e si nutrono, mangiano lettere, caratteri, consonanti, vocali, immagini, idee, ingegno, lavoro, fatica. In poche parole rubano a piene mani senza rimorso alcuno. Il loro ignobile furto non ha niente di romantico. Essi non sono Robin Hood o Simon Templar, detto “Il Santo”, nato dalla penna di Leslie Charteris, non hanno la faccia di Roger Moore. Sono piuttosto dei vigliacchi, vampireschi, panciuti baroni. Brutti sia dentro che fuori.

Catturano l’anima altrui e la trascinano nell’abisso del loro nanismo mentale. Prendere al lazzo la luna non possono, è troppo lontana. Scrivono il loro nome sopra il lavoro degli altri, fanno convegni. Corvi che acchiappano le penne del pavone e le mostrano al mondo.

E con quell’ornamento posticcio zampettano tronfi qua e la, e ringraziano gli adulatori, stringono mani, parlano ai microfoni di speciali riunioni per anime colte ed elette, nelle sale d’archivio, nelle biblioteche. Vendono il loro libro rubato su Internet, nelle librerie delle principali città e sorridono tutti felici coi denti di plastica, per aver gabbato l’ingegno con l’estro del copia ed incolla.

Il loro delitto dicesi plagio letterario e spesso reiterano il crimine. Non satolli d’averlo commesso una volta, magari copiando un articolo, lo rifanno con interi testi, ricopiando con cura persino le note.

Presi da compulsiva ossessione a volte fanno errori infantili. Capita che prese dalla smania di successo, le solerti sorbonagre orchidee parassite dimentichino di controllare le fonti e copino pure lavori copiati! L’apoteosi del gusto, della raffinatezza. Sublimi vette del nulla.

Tali orchidee quando salgono in cattedra, si definiscono filosofi, storici, filologi e quant’altro… Collaborano con case editrici, giudicano il lavoro degli altri, compaiono in televisione armati di cerone da dive e non vedono la trave nel proprio occhio. Godono di appoggi politici, vantano erudizione, sono soci di circoli e club. Inoltre, siccome sanno un sacco di cose, e l’università italiana fa pena, organizzano corsi post-universitari, naturalmente a pagamento.

Come gli escrementi hanno attorno un nugolo di mosche ronzanti, così le orchidee parassite sono circondate da uno sciame di studenti-valletti che, come cani, occhi lucidi e lingua di fuori, aspettano che il gran sorbonagro si degni di gettar loro l’osso di un posto da primo servo assistente.

È una corte dei miracoli, un copia, un arraffa e mangia, uno sgomitare e baciare il deretano del diavolo che ha ucciso Arsenio Lupin.

È lo specchio del nostro Paese che non è letterario, né poetico né Santo come Simon Templar, ma un orgiatico sabba, un vampiro di anime.

“Quello che la scuola non dice”, il lato oscuro dell’arte e della storia

Sul Romanzo_Leonardo

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Leonardo da Vinci (1452-1519), il genio con la g maiuscola, inventore, pittore, scultore, scienziato, ingegnere, anatomista, musicista. Un talento universale, fecondo, inesauribile. Una mente vulcanica. Padre dell’enigmatica Gioconda, del simbolico Cenacolo, della Vergine delle Rocce.
Chi non conosce le sue opere?

L’immagine della Monna Lisa campeggia su cartelloni pubblicitari, magliette, libri, giornali e ha fatto il giro del mondo.
Figlio illegittimo di Francesca e del notaio Ser Piero da Vinci, Leonardo si rivelò precocemente curioso nei confronti della natura e dell’uomo. Indagatore audace, sperimentatore.
I libri di scuola ci insegnano a decifrare il valore dei suoi dipinti, la collocazione spaziale delle figure o la prospettiva. L’indagine riguarda i colori, i gesti dei personaggi, la dolcezza o il realismo dei tratti somatici.
Quello che non si dice è che Leonardo fu pedofilo. A 24 anni due denunce anonime lo accusavano di sodomia con un modello di diciassette anni, Jacopo Saltarelli. Il coinvolgimento nelle denunce di personaggi illustri come Leonardo Tornabuoni gli consentì di essere assolto.
Nel 1490 incontra il decenne, secondo il Vasari bellissimo, Gian Giacomo Caprotti detto il Salaino. Quest’ultimo, raffigurato in un ritratto attualmente esposto ad Oxford, fu di temperamento nervoso, “ladro, bugiardo, ostinato e ghiotto”, mutevole d’umore, abituato alla vita di strada.
“Il diavolo”, Salai, seguiva Leonardo in tutti i suoi viaggi e venne introdotto a corte come domestico.
Nel 1524 una schioppettata, partita incidentalmente o forse nel corso di una rissa, pose fine alla sua inquieta esistenza.
L’attenzione per l’infanzia è un fenomeno relativamente recente. Più si va indietro nel tempo più aumentano le possibilità di abusi sessuali nei confronti dei bambini, come giustamente sottolinea De Mause.
Soltanto in epoca moderna nasce l’idea dell’infanzia come categoria antropologica degna di definizione e cure.

All’epoca di Leonardo le botteghe erano piene di fanciulli desiderosi di apprendere l’arte dei loro maestri e non sempre i rapporti erano limpidi.
Certo l’idea di un genio parafilico, con preferenze sessuali deviate, rientra a pieno titolo in “quello che la scuola non dice”.

Si studiano le biografie di grandi intellettuali e filosofi, omettendo particolari scottanti che potrebbero essere interpretati come “diseducativi”. Questo perché si dà per scontato che sia giusto presentare gli uomini che hanno fatto la storia come intoccabili, puri, perfetti. Questo errore di fondo cala gli studenti in un universo surreale, non corrispondente alla realtà. Si accentua dunque il divario tra scuola e verità.
Che Platone non sia stato soltanto un grande pensatore, ma anche un inveterato pederasta, non si può dire, evitando così di informare i giovani sul fatto che la pederastia in Grecia era considerata normale.
Santippe, moglie di Socrate, non aveva di certo l’esclusiva. Il filosofo si divertiva parecchio con amanti giovani e di sesso maschile.
L’irreale aura di santità con cui filosofi, condottieri, conquistatori, scrittori, poeti, vengono presentati crea una cesura tra noi e la storia.
L’idea che personaggi che hanno contribuito al benessere e progresso dell’umanità possano avere un lato oscuro fa orrore. L’altra faccia della medaglia non viene neppure contemplata nei programmi ministeriali delle scuole superiori, col pretesto che sarebbe forse “diseducativo” presentare la verità nuda e cruda.
Un quindicenne qualsiasi la verità la conosce da Internet, dai giornali e dalla televisione e non sempre nel modo giusto.

La scuola rimane un “mondo altro”, metafisico, una sorta di tempio inviolabile in cui educatori non sempre preparati, versano fiori sugli altari di uomini e donne famose.
Si evita con accuratezza di dire che qualsiasi uomo è un impasto di bene e di male. I santi senza macchia non esistono.

Edgar Allan Poe era un drogato visionario, ciò non toglie che possa essere considerato un maestro dell’horror, grande anticipatore del romanzo poliziesco.
Il pensatore tedesco Arthur Schopenhauer ne “L’arte di trattare le donne”scrive sul gentil sesso frasi attribuibili ad un idiota integrale.
Il difetto si annida in tutti gli uomini e l’arte o il genio non rappresentano valide giustificazioni per nasconderlo.
Occultare il cadavere dell’errore potrebbe essere uno sbaglio.
Perché non ammettere che intelligenza e vizio possano convivere in un medesimo corpo? Si può essere fragili ed irascibili insieme.
Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio (1571-1610) aveva un carattere rissoso, nonostante di fatto fosse costituzionalmente debole a causa della malaria.
Il pittore non aveva una condotta morale irreprensibile, anzi si intratteneva con donne di malaffare, dentro bische e osterie. Ritraeva spesso gente di strada nella violenta luce chiaroscurale dei suoi dipinti. Fu pure omicida di Ranuccio Tommasoni e frequentatore delle carceri di Tor di Nona. Girava armato e pronto alla rissa.
Davvero un pessimo soggetto, eppure guardando un quadro del Caravaggio si rimane ammaliati.
Le figure escono plasticamente dalla tela, tavernieri, osti, meretrici in abiti da sante, parlano il linguaggio segreto, misterioso ed universale dell’arte vera.

Maria Antonietta Pirrigheddu: la potenza del suono ne “Le parole assassine”

Copertina

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“Di parole si può anche morire: sono creature viventi che partoriamo in gola, pronte a venire al mondo ma lente a scomparire, forse l’unica cosa che non conosce porte”.

Lettere, vocali e consonanti che feriscono, hanno una speciale, misteriosa potenza. Lo sapevano bene le filosofie antiche. Suono è forza cosmica, origine di tutte le cose create. In Genesi si identifica con Dio stesso: “In principio era il Verbo”.

Il suono caratterizza, contro l’inane sintesi del non-essere.

Ulisse, dopo aver accecato il Gigante, l’oscura, ciclopica forza bruta, non seppe resistere alla tentazione di affermare la propria esistenza, gridando il suo nome, cancellando col suono l’anonimo Nessuno.

Il suono è il respiro del Brahman, l’origine della creazione. L’Aum primordiale è un concentrato di potenza.

Il concetto pitagorico di armonia planetaria, è materia affascinante dal sapore universale. Lo sapeva bene lo Shakespeare de Il mercante di Venezia, lo sapevano i maghi e gli alchimisti che seminarono le basi della chimica moderna. Lo sa l’anacoreta Esichiasta che capta nel silenzio denso vibrazioni ed energie macrocosmiche.

La parola maledice e benedice insieme, scaccia e chiama, punisce e offre voluttuosi balsami.

L’esorcista la usa per scacciare demoni che forse si annidano soltanto nella superstizione fanatica della sua esclusivista religione.

La musica di Orfeo rallenta il corso dei torrenti, strega Driadi, Ninfe e belve.

La potenza del suono regna sovrana sui racconti de “Le parole assassine” di Maria Antonietta Pirrigheddu. Parola è il filo conduttore che unisce le storie e i personaggi in una sinfonia che supera spazio, tempo, materialità e vita stessa.

Dalle pagine trasudano cori di voci, suoni di vivi e morti in un amalgama stilistico assai ben concertato. Cortei di sillabe felpate, quasi sussurrate, veicolo di ossessioni, immagine-specchio dell’insondabile subcosciente. Formule magiche scritte su un quaderno di ricordi, in bilico tra religione e magia.

Sette pregevoli racconti in cui vivi e morti ballano un’eterna danza, ciascuno seguendo la propria musica ed un ritmo diverso. Un mondo di sincretismi che fanno da ponte tra la dimensione dell’essere e quella del non-esser più.

Lettura scorrevole, coinvolgente. I protagonisti si materializzano nella memoria, suggeriscono a fine lettura l’idea che oltre all’apparenza visibile, ci possa essere qualcos’altro, un sottocosmo da indagare e scoprire. Un universo sotterraneo, istintivo, lunare, mitico. Un Osiride da ricomporre, pezzo a pezzo, una ricerca continua, appassionante.

La morte a questo punto diventa un percorso della vita stessa, un Dio rinato che sorride.

Andate dunque a scovare in libreria il volumetto di Maria Antonietta Pirrigheddu, artista poliedrica, raffinata e scrittrice di gusto, di metafore su ancestrali sentimenti umani.

Il suo stile essenziale, scorre come acqua di fiume e riprende in modo originale e creativo il rapporto dell’uomo con i fantasmi reali o immaginari della propria coscienza.

Un viaggio nel profondo, senza tante parole, senza inutili patetismi. Il percorso dell’esploratore che, con occhio disincantato e curioso, osserva e coglie le paure dell’uomo, le afferra e le serve a chi ama la scoperta, l’imprevisto.

Si va sicuramente oltre la superficie, attraverso un’operazione letteraria tesa ad illuminare gli antri oscuri del sé. L’essenza è dunque l’inconoscibile, che è destinato, per fortuna, a rimanere tale. In questo consiste la saggezza. Il mistero permane. Nessuno può cancellarlo o negarlo. Esso è stimolo che induce l’uomo alla riflessione, col superamento delle mediocri apparenze.

Fantasmi, bilocazioni, fruscii di morti che trasportano secoli nelle loro borse sdrucite e visitano i vivi, sedendosi al tepore delle cucine, bussando dentro i sogni dei dormienti, la notte, immersi in un silenzio antico e attuale insieme.

Gli oggetti rivelano mondi, secoli di saggezza popolare.

Le vecchie filastrocche per “scacciare le anime moleste, per scongiurare i temporali, per recuperare gli oggetti smarriti, per guarire dagli strappi muscolari”, hanno una spiritualità immateriale, collegano il mondo dei sensi e di ciò che è immediatamente percepibile da essi, all’ultrafanico, al metafisico, al mistero.

Piani che si intersecano, dunque, dominati dalla parola. “Antiche, potenti, incomprensibili”, le parole squarciano l’aria, strappano i lenzuoli, colpiscono…

Questo significa che l’uomo non può rimanere insensibile all’enigma di forze umbratili e sottili, perché l’ombra e la luce viaggiano insieme, come sorelle. E il delirio dell’ombra cela l’aspirazione a vederci più chiaro. L’inquieto substrato di favole e leggende, nasce con l’uomo e non per caso.

La memoria conserva, gelosa custode di tradizioni e intramontabili miti.

L’artista solleva veli di nebbia e lungi dal risolvere definitivamente e saccentemente pone problemi. È come un bambino che scopre. In questo consiste il valore dell’arte.

L’acchiappafantasmi: velocità e lentezza

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http://www.sulromanzo.it/2010/03/lacchiappafantasmi-velocita-e-lentezza.html

Ghostbusters è un film del 1984. I tre dottori protagonisti che studiano fenomeni di parapsicologia, Peter Ray ed Egon, mettono su una singolare attività, quella di acchiappafantasmi a pagamento. Con sofisticate apparecchiature, tipo uno “zaino protonico”, riescono a mettere in trappola spiriti ed ectoplasmi.

Un’invenzione cinematografica anni ’80? Sbagliato.

Nel 1937 la Hoepli pubblica la prima edizione italiana di un curioso volume, “A caccia degli spiriti”. L’autore, Harry Price, studioso di fenomeni medianici, è un acchiappafantasmi in piena regola con tanto di borsa ed armamentario ad hoc: “un paio di soprascarpe di feltro soffice, un flessimetro d’acciaio, degli occhiali a vite, dei sigilli di piombo con relativa tenaglia, della fettuccia bianca, martelletto e chiodi; un rotolo di filo elettrico, delle piccole sonerie elettriche… e degli interruttori per contatti elettrici segreti…etc.etc”.

Con la sua brava borsa si reca di persona nelle case “infestate”, osserva, attende gli eventi, raccoglie prove, assiste a fenomeni poltergeist, intrepido veglia, si interroga, arriva a conclusioni non definitive. Il libro, corredato di belle foto d’epoca, è sicuramente fruibile ancor oggi, scritto con un linguaggio scorrevole e divertente. Svela anche alcuni “trucchetti”.

Price non ha certamente la pretesa di rispondere a questioni filosofiche di importanza capitale. “Dove andremo alla nostra morte?”. Nessuno lo sa, neppure l’autore del libro che confessa candidamente: “Per trent’anni non ho fatto che ricercare affannosamente delle prove di ciò che avviene dopo la morte, ma la soluzione di questo problema eterno mi sfugge ancora”.

La scienza, come diceva fin dal XVII secolo, il filosofo di Port-Royal, riferendosi all’Esprit Geometrique, non spiega tutto. Esiste una dimensione dello spirito, del metafisico, un Esprit de Finesse, che è piano ultrasensibile.

Metafisica e scienza si intersecano, si scontrano a volte, ma veli di mistero permangono.

Dopo aver letto libri come quello di Price ci si interroga sull’etica dello stordimento, del movimento a tutti i costi, il mito dell’iperattività.

Perché un uomo va in giro con una borsa piena di strumenti assurdi dichiarando di voler acchiappare fantasmi? Cosa si vuole dimostrare? Che esiste l’indimostrabile? D’accordo. Lo sapevamo già. Perché stordirsi correndo da una parte all’altra ad inseguire chimere? Un modo come un altro per non pensare?

Price si diverte nel dare la caccia ad ectoplasmi. Il senso qual è?

L’essere si aliena nel movimento, dimenticando se stesso?

Non siamo più capaci di riflettere chiusi dentro una stanza. Lo sapeva bene Pascal nella sua lotta contro il divertissement.

Lo svago distrae dal punto centrale. L’uomo è fragile, in balia di un mare tempestoso, si aggrappa a scogli scivolosi pur di sfuggire ai fantasmi della propria interiorità. La morte è un incidente di percorso, un accessorio fastidioso, un ombrello scuro da dimenticare ad una stazione ferroviaria, salvo poi tornare a quella stessa stazione e ritrovare l’oggetto smarrito. Nessuno lo ha voluto, né afferrato. Si acchiappano fantasmi come se fossero cose vive, è una ribellione alla signora con la falce. Da una parte all’altra, correre, senza fiato. La velocità è l’oblio, l’occultamento dell’infelicità, mai fermarsi. Chi si ferma è perduto. Ma è veramente così?

Dall’altra parte c’è la lentezza, gesti calmi, misurati, filosofi controllati, che meditano sul sé e trovano che l’infelicità scongiurata con la contro-etica del movimento, non è mai morta, esiste e si fa sentire non appena ci si ferma. Dove sta dunque la soluzione?

Una domanda che può avere più risposte a seconda del punto di vista.

Secondo alcuni la risposta è la fede, secondo altri l’uomo stesso.

La differenza tra Pascal e Cartesio.

Si può camminare veloci, inseguire lepri e fantasmi per dimenticare il dolore, ma si può anche morire di lentezza, nel chiuso di una stanza la noia centellinata attimo dopo attimo può assumere la concretezza mortifera di un boia e meditare sul dolore non aiuta certamente a sconfiggerlo. Se così fosse i filosofi e poeti sarebbero tutti molto felici.

Il dolore è ineliminabile, non c’è niente da fare. A nulla valgono meditazioni, contorsioni, introspezioni, filosofie, anacoretismi, solitudini, compagnie, chiasso, silenzio, velocità e lentezza, ricchezze e povertà.

La ricetta per guarire l’infelicità non esiste o non è stata ancora inventata.

Rumore, silenzio, velocità, lentezza. Tutto spinto all’estremo. Troppo rumore, assordante nelle città, impedisce di sentire i battiti del cuore. Anche il troppo silenzio a lungo andare arrugginisce l’anima in un lago di complicate egoistiche introspezioni. Velocità obliosa ma pericolosa, ci si schianta, si finisce con l’uccidere sé stessi e gli altri in una prospettiva alienante. Troppo lento rischia l’irrigidirsi in atteggiamenti primitivi, di bloccare il traffico causando ingorghi.

La virtù sta nel mezzo? Forse. La negazione completa del divertissement è surreale. La stanza chiusa serve per pensare nel silenzio, ogni tanto però conviene uscire fuori o aprire una finestra per far entrare il mondo e sentirne i rumori.

Non si vive di solo pane, ogni tanto val bene la pena di assaggiare qualche brioche, pur senza avere il cinismo della Regina di Francia. Se poi tra una brioche e l’altra ci accorgiamo che esiste la morte, evitiamo di farne una malattia, tanto non possiamo farci niente.

Permettiamoci dunque il lusso di leggere Harry Price senza sensi di colpa, esercitando il cartesiano cogito e ripromettendoci domani di sfogliare un testo più profondo.

Non tutto deve avere per forza un senso.

Anche la superficie ha una sua poesia.

Perfino gli animali amano il superfluo, perché non dovremmo amarlo noi?

Dion Fortune e la Cabala mistica

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http://www.sulromanzo.it/2010/04/dion-fortune-e-la-cabala-mistica.html

L’Albero della vita, glifo, Otz Chiim, è una riduzione diagrammatica e simbolica di forze agenti nell’universo manifesto, nell’anima e nella psicologia dell’uomo in relazione a forze cosmiche e divine associate a numeri, lettere, figure.

Ci sono dieci Sephiroth sistemati schematicamente, collegati tra loro mediante linee definite e non casuali: i trentadue sentieri del Sepher Yetzirah. In realtà i sentieri sono ventidue, ma i rabbini consideravano anche i dieci Sephiroth come sentieri. Le 22 lettere dell’alfabeto ebraico sono a questi associate, come i 22 trionfi dei tarocchi e le Dimore di Thot.

Ogni Sephirat ha una quadruplice natura: Atziluth, Mondo delle Emanazioni, Briah, Il Mondo della Creazione, Yetzirah, Mondo della Formazione e degli Angeli, Assiah, Mondo dell’Azione o Materia.

“La Cabala mistica” ha una particolare idea di Dio. Egli non viene rappresentato come creatore ex abrupto, meccanico cartesiano, orologiaio, ma come potenzialità, come se ogni Sephirat fosse una vasca colma d’acqua che tracima nella vasca sottostante, in una concatenazione di straripamenti.

L’analisi del significato di ciascun Sephirath viene dispiegata con esempi che si inseguono incalzanti nel testo di Dion Fortune. Il lettore è immerso in cori angelici, simboli divini, madre e padre archetipali, chakra, pianeti, elementi, corpi astrali, esempi tratti dalla vita quotidiana.

Al di là del credere o no in un sistema mistico basato sull’emanazione di vari stadi srotolantisi tra l’asprezza della finitudine e la cosmica metafisica dell’essere, il testo è comunque interessante, anche se non ha la pretesa di essere uno studio storico sulla Qabbalah.

La lettura è gradevole, forse un po’ faticosa per “i non iniziati”, nonostante l’esposizione segua un suo coerente schema nella suddivisione dei capitoli e degli argomenti, anche se l’approccio è di tipo magico-meditativo. Il lettore ideale è un allievo che vuole praticare i sentieri della magia piuttosto che un erudito studioso di esegesi. Questo appare chiaro fin dall’esame dell’indice e dall’assenza di bibliografia o note a piè di pagina.

Ci sono riferimenti alla psicoanalisi Junghiana e a Freud, che rivelano la formazione della scrittrice, il cui vero nome era Violet Mary Firth nata a Llandudno, Yorkshire, nel 1891. A vent’anni le pressioni psicologiche manipolatorie della direttrice dell’Istituto privato dove studiava, la ridussero in uno stato pietoso di prostrazione psico-fisica. La ragazza studiò allora psicanalisi per capire l’origine dei disturbi nervosi, tema che la riguardava personalmente. Divenne psicoterapeuta alla Est Lond Clinic, studiò il tantrismo, fu occultista attiva, tanto da progettare riti, anche se sembra riuscisse meglio nella teoria che nella pratica magica. Nel 1924 fu espulsa dalla Golden Dawn che le aveva dato lo pseudonimo, a causa del suo libro Filosofia esoterica dell’amore e del matrimonio, tra l’altro piuttosto noioso nell’impostazione, in cui avrebbe rivelato alcuni “segreti” dell’associazione.

Fondò a sua volta la Fraternity (poi Society) of the Inner Light.

Dion Fortune fu personaggio controverso, non indifferente al mefitico Crowley né all’eros stregonesco e tantrico, a metà strada tra occultismo e psicanalisi, confezionò inutili libri di scorrevoli consigli magici, utili a suo dire, sia nella pratica rituale della magia nera che di quella bianca. Pubblicazioni certo discutibili su infestazioni, stregoneria, vampirismo psichico, etc. Del resto affermava di ricevere rivelazioni da Socrate, Melchisedec e da un certo David Castairs, ufficiale caduto durante la seconda guerra mondiale ma di cui assolutamente non si ha riscontro storico.

“La Cabala mistica” si discosta dallo stile colloquiale e leggero delle altre opere dell’esoterista, ha un carattere di sistematica e ordinata esposizione con ampia descrizione del significato di ciascun Sephirah.

Non mancano figure di Angeli custodi propri della tradizione cristiana e il simbolismo pagano di Iside e Aton associati per esempio a Binah, nel suo aspetto positivo e negativo rispettivamente.

Alcune associazioni colpiscono per coerenza ed evidenza, Iside-Vergine-Binah che ha una sua fondatezza.

Kether, il primo Sephirat, antico re barbuto visto di profilo, è la Corona da cui dipendono i veli negativi dell’esistenza, l’abisso da cui tutto è sorto; Chokman è Saggezza o dinamismo primario, grande stimolatore dell’Universo; Binah è Comprensione, la potenza femminile, madre archetipale; Chesed, Grazia, concrezione dell’astratto; Geburah, Forza, Severità la cui immagine è un potente guerriero sul suo campo di battaglia; Tiphareth è Bellezza, un re maestoso, un bambino, un dio sacrificato… La descrizione continua ma nonostante il tentativo di sistematicità e l’ordine apparente con cui vengono cuciti i vari paragrafi, si ha alla fine della lettura un’impressione di caos sincretistico, l’idea di una mistica carica di troppi dati, troppi nomi, troppi riferimenti, una mistica che pretende di spiegare tutto e si aggroviglia nella stessa impossibilità umana di fare un’operazione del genere.

La lettura si rivela comunque istruttiva e affascinante.