Il filo conduttore, antiromanzo. Matisklo edizioni 2015©

Il filo conduttore” non è un romanzo nel senso tradizionale del termine. Più di qualche benpensante rimarrà scandalizzato dal minimalismo dialogico della scrittura e dirà che si trascendono le regole elementari della narrativa. Giudicherà il lavoro alla stregua di un copione cinematografico o teatrale, come se ogni forma espressiva non avesse una sua peculiare dignità. “Il filo” di cui si parla qui è spoglio di inutili orpelli, come una donna senza gioielli. Ad alcuni piace, ad altri no. L’anima dei personaggi nasce dal dialogo, che se ne infischia volutamente delle figure retoriche, del bello stile, delle allegorie e mascheramenti vari…

La letteratura ha le sue leggi: i personaggi bisogna descriverli e collocarli per forza in un determinato ambiente sociale, culturale, fisico, dal quale non si può prescindere. Altrimenti si rischia di offrire personaggi “congelati” anziché tipici. C’è poi l’afflato poetico che rende più gradevole le parole… Bella lezione davvero.

Le lezioni si dimenticano, la forza la lascio a chi può esercitarla.

Qui, niente poesia, tranne quella presente nel cinismo del protagonista. Sì, perché anche il cinismo di Tidelfo e della sua storia, ha una sua epifanica e lacerante poesia. Il luogo principale non esiste nella realtà, infatti è virtualmente regione dell’anima.

Le regole, come tutte le cose del mondo, nascono, vivono la loro stagione e poi muoiono. Non esiste niente di stabile, di definitivo. I giudizi su un’opera d’arte o su un libro dipendono dall’occhio di chi guarda.

I personaggi “freddi”, non possono comunicare calore umano ed empatia perché non sono né passionali né simpatici, non sono buoni, né cattivi, sono semplicemente soli ed umani. Talmente essenziali ed altruisti che non si permetteranno mai di chiedere al lettore di immedesimarsi con loro, né a se stessi di stemperarsi in chi legge. Tidelfo, uno scrittore fallito, vive in un universo-guscio di delirante solitudine, non vuole, né può uscirne perché, tutto sommato, ci si trova abbastanza bene e si stima a sufficienza da non provare invidie. Si trova male nel mondo, è un perdente, questo sì. Chi si identificherebbe mai con lui? Non è vestito di simboli, non appartiene ad una setta, è apolitico. Rappresenta unicamente se stesso, e schiaccia con le mani il proprio io nudo fino a farlo sanguinare, servendolo su un misero piatto di plastica.

Gli ingredienti sono poveri. Il piatto forse non è ben riuscito. Però non si sa mai, a qualcuno potrebbe anche piacere.

Il lettore che si aspetta di cadere per terra, sopraffatto dall’emozione, legga qualcos’altro. Lo scopo dell’anti-romanzo non è dare emozione, ma segnalarne piuttosto l’assenza, in un vuoto esistenziale e primitivo che potrebbe avere una dimensione cosmica oltre che individuale, data l’indeterminatezza del protagonista, il vuoto. La sensazione che si comunica non è di gradevole suggestione, come una passeggiata in campagna tra erbe e fiori, non è neppure sanguigna, è semmai spazio silenzioso dove ronza una mosca agonizzante, è l’uomo messo impietosamente e cinicamente di fronte a se stesso, nudo, senza difese o menzogne. Non sempre quest’idea di se, nella completa nudità, è sopportabile, tranquillizzante. L’allucinazione nasce dalla paura di vedersi sub luce. Tidelfo, in fondo, si ama, pur nel fallimento, e non cambierebbe una virgola della sua personalità, perché sa che non sempre chi vince ha ragione…

cover.filo conduttore

Annunci