Picacismo simbolico, Maria Antonietta Pinna

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Titolo: Picacismo simbolico. I vincastri di Giacobbe, fantasmatico divorante e immagine del mostruoso alla luce della traduzione manoscritta inedita di Vincenzo Gros

Genere: Saggistica demonologica

Fonte principale: Demonolatria, un documento manoscritto inedito di Nicholas Remy, alias Nicola Remigio, famigerato inquisitore Lorenese (1530-1616), tradotto in italiano nel 1865 da Vincenzo Gros,

Struttura del libro:
I parte, saggio storico sul documento, impostato su un’analisi puntuale del manoscritto;
II parte (Appendice), trascrizione dell’inedito, secondo regole paleografiche. Il testo ha la stessa importanza del famoso Malleus Maleficarum e non è stato mai pubblicato in lingua italiana.

Novità e argomento del testo: È il trattato di un Inquisitore di professione. Il contenuto si concentra su streghe, torture, veleni, coiti diabolici, patti luciferini.

Il saggio
Dopo aver trascritto il testo secondo le regole paleografiche, ho cercato “l’oltre simbolico”, che mi sembrava di aver intuito ad una prima lettura. L’analisi e la schedatura del manoscritto hanno permesso di rilevare una simbologia insistita. Tutti i simboli corrono verso una stessa direzione, la via che ho denominato “picacismo simbolico”.
Le storie di streghe che volano di notte a cavallo di manici di scopa verso il Sabba, mentre il loro corpo giace come morto in camera da letto, sono documentate da ampia letteratura.
Ma allora qual è il senso di un’ulteriore pubblicazione su tale argomento?
Il senso si ravvisa nell’indagine del simbolo.
“Picacismo” perché i personaggi citati nel documento ingeriscono oggetti non commestibili, “simbolico”, perché tali oggetti sono in realtà simboli. Essi rimandano a ulteriori significati che vanno al di là della loro materialità evidente. L’analisi, le qualità sostanziali e ultra-sostanziali, la scomposizione critica dei simboli ingeriti mi sono sembrate importanti per far luce sulla personalità dello scrivente dai tratti sadico-compulsivi. La bocca è inferno che trita, dalle valenze castranti incorporative e cannibaliche insieme.
Il cannibalismo rituale del corpo del Cristo che viene “mangiato” dai discepoli, si rovescia nella Demonolatria in una voracità che ingloba cadaveri putrefatti e simboli infernali dalle varie forme. La vita si trasforma in morte. Nel momento stesso in cui l’oggetto viene ingoiato diventa “nero”, “aggressivo”, “inanimato”. Per Remigio; l’oggetto è l’identificazione esterna del soggetto. In questa situazione l’oggetto è sadico e il soggetto masochista. Attraverso l’introiezione, picacismo, il soggetto masochista diventa sadico perché carica l’oggetto di istinti aggressivi, alterandolo, occultandolo e distruggendolo.
I riti magici descritti sono stati “scomposti” nei loro principali elementi, alla ricerca di realtà universali e metafisiche oltre l’id quod est di boeziana memoria, per stanare quell’esse, quel principio, quel farsi che consente di capire gli ingranaggi della macchina uomo.
L’oggetto non è un fatto compiuto ma la soglia per scoprire connessioni, il veicolo di quell’istinto di morte che l’inquisitore si porta dentro. Remigio ha una libido alterata vissuta come bramosia dell’oggetto fisico, tendenza a mangiare l’oggetto creando una situazione di buio interno, una sorta
di regressione nel vuoto dell’oscurità alla ricerca del proprio sé libidico, del femminile, perduto nella dinamica di distacco dall’oggetto. La ricerca della propria femminilità è però inevitabilmente compromessa dall’imperativo categorico della religione, sfocia dunque in bramosia e impulsi castranti, fantasie di aggressività verso oggetti che incarnano, per esempio il femminile materno.
Il simbolo diventa così l’epifania di un mistero, perché oltre al suo significato apparente, nasconde un universo di celati sensi, un inquietante metafisico, arcano, temibile, polisemantico.
Il filo conduttore è ovviamente il citato picacismo, una voracità insistita, degradante, aggressiva, che rimanda a impulsi ferini e neonatali insieme. Ma il deus ex machina è il potere che trasforma Dio da fine a semplice mezzo.

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