Mister Yod non può morire

copertina facciata yodMister Yod non può morire di Maria Antonietta Pinna
“Non è facile per me dirvi quello che sto per dirvi, sempre che riesca a dirvelo…”

di Fabrizio Ago

La prima sensazione che si prova nel leggere questa squisita pièce teatrale di Maria Antonietta Pinna è di ammirazione per la rara padronanza che l’Autrice ha del linguaggio teatrale e delle sue dinamiche. Solo in un secondo momento si viene risucchiati in contrade più recondite, dove troneggiano esoterismo e mito, sapientemente fusi al teatro dell’assurdo ed a Bertold Brecht, come suggerito da alcuni commentatori.

La pièce appare tuttavia impostata per consentire anche un altro tipo di lettura, “più leggera”. Si possono così momentaneamente accantonare le “origini filosofico-culturali” del testo, a partire dai misteri del significato dello stesso nome del protagonista, Yod, nome impronunciabile nella tradizione ebraica, espressione di una potenza soprannaturale e dall’essenza sconosciuta e tremenda. Il suo ruolo infatti viene qui poveramente ad infrangersi e sgretolarsi, trasformandone la figura in quella di un attonito spettatore di se stesso, “spesso impotente del risultato della sue azioni, assolutamente e drammaticamente eterne”.

Tale accantonamento permette quindi di disvelare una nuova dimensione per il personaggio stesso. Quella della metafora dell’uomo che non è mai soddisfatto del suo stato, anche eccezionale come quello di un essere immortale, e che sogna una diversità dal sé. Ma che poi quando la raggiunge quella diversità, ha come un moto di ripulsa e vorrebbe tornare alla sua condizione primigenia. Una metafora di chi è in perenne attesa di qualcosa che deve accadere, che gli deve capitare, per renderlo finalmente felice, per far sì che non rimanga a consumarsi inutilmente la vita, come lo si è potuto riscontrare in tanti esempi letterari, dal Giardino dei Ciliegi allo stesso Deserto dei Tartari, tanto per proporre qui due esempi. Con la differenza però, come detto, che lui quando finalmente lo incontra (il nemico del tenente Drogo), ne prova ripulsa. E vorrebbe rifugiarsi nel ventre della balena, come il Don Geppetto di Pinocchio, che vi si trovava bene, ed in fondo era ben lieto di rimanersene al calduccio.

Ovviamente per la Pinna quella balena non potrebbe che rivelarsi come un essere dalle proprietà e virtù simili a quelle dello stesso Yod, ovvero un essere mitico ed immortale, legato alla leggenda di Sedna, nota tra gli Inuit qui del Canada come Nuliajuk, la donna-pesce, anch’essa come Yod sottratta alla legge ineludibile del divenire.

Sempre secondo tale tipo d’interpretazione, il lettore viene quindi accompagnato in una dimensione, certo ancora surreale, ma più delicata, più intimista. E’ come se gli venisse offerta la possibilità del lasciarsi giusto cullare, come in una nenia, dalle splendide sonorità dei dialoghi privi di senso dei familiari di Yod, che sembrano prender vita dall’ultima parola pronunciata dal precedente interlocutore, e proposti in un contesto totalmente nuovo e privo di senso: “Davvero sei così pigro?”; “In compenso ho l’intestino pigro”; “Io in compenso ho la gamba pigra, reumatica”; “Io ho una moglie pigra e un figlio pigro”; “Io ho soltanto un fegato, ma pigro pure lui”. Od ancora: “Ma tu chi sei?”; “Non lo so e tu?”; “Io cosa?”; dialoghi tutti recitati in sequenza dai vari attori, come in un canto a cappella. Oppure quella di assaporare la deliziosa recitazione delle qualità dello stesso Yod, tutte espresse al negativo, da “ineffabile, insuperabile”; a “incancellabile, insostituibile, incoercibile, imperscrutabile”; e dove troneggia, sola eccezione, la lista: “improponibile, inammissibile, inopinabile, propinabile, insensibile!”, con quell’aggettivo “propinabile”, sul quale non ci si può che soffermare, incuriositi. Un semplice refuso sembra non ragionevole, data la raffinatezza dell’Autrice. E allora?
A prescindere da questo ultimo inciso, si tratta di sonorità che giungono a catturare e trasportare il lettore (o lo spettatore immaginando la pièce andata in scena) in altri mondi, immateriali, anche se non metafisici.

Solo a tratti, in una situazione di “noia universale e ciclica” si è riportati sulla terra, tra gli uomini della nostra epoca sciocca ed insulsa, quella dell’Italia nostrana, con “la televisione che non cambia, ed i politici peggio”; con i riferimenti a deputati, a raccomandati, ad escort, a soprusi e raggiri, tutti sempre eternamente uguali. “Cambiano facce, colori, forme, nomi, ma non cambia niente in realtà”.

E parimenti il lettore viene come invitato a percorrere le pagine in cui appaiono le due figure allegoriche del testo: Paracelso e Don Abbondio (cui Yod si rivolge in cerca di soluzione al problema che lo affligge), avendo alla mente più che Jonesco, gli abitanti dei pianetini de: Il Piccolo Principe. Si guardi al tal proposito al suo dialogo con l’ubriacone: “«Perché bevi?» chiese il Piccolo Principe. «Per dimenticare», rispose l’ubriacone. «Per dimenticare che cosa?» s’informò il Piccolo Principe che cominciava già a compiangerlo. «Per dimenticare che ho vergogna», confessò l’ubriacone abbassando la testa. «Vergogna di che?» «Vergogna di bere»”.

Ed a coronamento del tutto, viene invogliato a non sottrarsi al puro godimento estetico dei geroglifici, scritte cabalistiche, simboli esoterici, proposti all’apertura del secondo Atto. Non ha che da percorrerli con lo sguardo e gustarseli come semplici eleganti elementi di effetto scenico.

In conclusione, mentre non si possono che condividere i commenti di Alfonso Postiglione o di Cinzia Baldini, cui si rimandano gli interessati alla “visionarietà in letteratura”, questo testo sorprende per la sapiente capacità di offrirsi anche ad un pubblico più vasto. E mentre si raccomanda a tutti la lettura di questo bel lavoro teatrale, non si può che augurarne di cuore all’Autrice una prossima andata in scena.

Lo strazio – Un lamento – ruggito

Lo strazioLo Strazio –
Un lamento-ruggito
Recensione di Mario Lozzi

Dal punto di vista astronomico, se ci si pensa bene, tutto l’universo è un giramento di palle.
Perciò se qualcuno intende la poesia come un giramento totale di palle, maschili o metaforicamente femminili, che provoca un impeto distruttivo verso le cose, i ragionamenti, le azioni umane , le bestie, l’apparenza, la poesia stessa, si può dire che, astronomicamente, tutta la faccenda è corretta nel modo più assoluto.
Lo strazio nasce appunto da una situazione di “giramento” che sorprendentemente produce una creazione poetica nuova. Un esperimento di come il pensiero nella poesia possa stravolgere tutto quello che è considerato normale, giusto, moralmente corretto, artisticamente bello, delicato, soffice , pulito.
Dice l’autrice che la poesia : “ E’ vivere – senza- aver mai vissuto”.
La creazione poetica è dunque una pura illusione, è il tentativo di dare una mano di tinta rosa ad una parete scrostata e rosa dall’umidità e dalla muffa. E tutta la costruzione di queste liriche, perché sempre liriche sono, si stende su di un ritmo incalzante che assordisce il senso con una scelta di parole dure e taglienti. Soprattutto sconvolge la ricerca apparentemente disordinata di una rima che balza fuori a tratti e potrebbe sembrare priva di senso, qualora manchi una chiave di lettura sottilmente celata. C’è questa chiave di lettura che, senza il sentimento del disprezzo per l’andamento vitale del mondo, non può essere percepita. Per esempio nella lirica intitolata “Mondo”, nell’invettiva verso il tutto, appare la frase: “ Mondo carogna” e dopo alcuni versi ecco la rima “ guai chi t’agogna” oppure “ morte e sorte” o anche “ cadaveri vermosi” e “altare degli sposi” e ancora “, “con tutti i tuoi gioielli , gli ori, i marmi” e, dopo due versi: “ strazi ai tuoi figli le carni”.

Sono strofe totalmente libere, eppure c’è un nesso ferreo che crea come chiodi ribattuti in una riflessione amara, velenosa a volte, ma, purtroppo vera per una gran parte delle situazioni. In “Misoginia” sono collegate : “ Maddalena” con “sposa serena” “Moglie” con “ voglie” “pederasti” con “fasti”. Che poi sarebbero i fasti della religione per nascondere il vizio orrendo dietro la parola falsamente mansueta della fede propalata da chi odia la donna e, per il proprio ministero usa la gonna.

L’esperimento di Maria Antonietta lascia meravigliati per l’incredibile ricchezza di vocaboli, spesso pescati nelle antiche accezioni greche e latine, spesso esperimentati come forme vocali barbariche, dove si sente un impulso guerresco, come una forma di beffa ai modi di dire che vanno di moda.
Ogni oggetto, ogni relazione è vista in maniera negativa, spesso ironica, quasi sempre amara.

C’è la visione di una forma di narcisismo a rovescio. Il personaggio del mito si vide riflesso nell’acqua pura di un lago, si innamorò di se stesso e, per afferrarsi, cadde nell’acqua e annegò. Maria Antonietta vede in una pozzanghera d’acqua sporca un aspetto deformato che è lei stessa. E lo studio del pensiero è rovesciato: non ci può essere apparenza che è solo forzatura, nella pozzanghera c’è la verità con i sensi di colpa le negazioni di vita, la bruttura di sentirsi schiavi. Schiavi sì. Di una trappola incantevole che è l’universo e che finisce per rivelarsi per quello che è: un gabbia deforme e deformante, dove ci si illude di una libertà che è negata dietro le apparenze. Però, nella pozzanghera ci si specchia, ma non ci si può annegare. La salvezza dalla prigionia della vita è la verità dell’ironia.
Allora ogni cosa ha il suo rovescio. Il matrimonio si risolve nel tradimento, le buone maniere nascondono l’impulso assassino, l’uomo virile ha perduto la mascolinità sotto le carezze materne, gli amici vengono a compiangere la tua malattia, ma poi se ne vanno e se ne fregano di te.

Così tutto è falsità. Allora le guerriera impugna non più una spada, che ormai non è di moda e nemmeno efficace di fronte ad una pistola. Impugna la penna e colpisce, colpisce, colpisce. A volte in modo armonioso e con una costruzione felicemente scorrevole, a volte con lo smeriglio che strappa via la pelle dell’apparenza.
E la conclusione appare nella rivisitazione della vicenda di Cesare. Egli sa di dover morire, ma sa che ne vale la pena. Per questo disprezza il vaticinio dell’aruspice e sceglie una morte eroica, piuttosto che il lungo declino della vecchiaia. L’esasperazione della difesa di una figura eroica che si paga ricevendo le pugnalate quasi come un regalo.

E la risata della scrittrice sembra riecheggiare dalla fine su, su, fino all’inizio della serie di immagini che sono come una cascata violenta ma bella, bellissima nella sua furia che distrugge e, nello stesso tempo rivela.