Recensione Fiori ciechi di Cinzia Baldini

fleurs ciechi

Fiori ciechi visto da Cinzia Baldini

“I fiori… I fiori, sono le creature più dolci che Dio abbia mai fatto e alle quali si sia dimenticato di infondere un’anima” dice in un famoso aforisma H.W. Becheer ma in FIORI CIECHI, il libro d’esordio di Maria Antonietta Pinna le cose non stanno esattamente così.

I fiori, protagonisti del primo dei due racconti che compongono il volume, hanno un’anima, una personalità e soprattutto un carattere d’acciaio.

Durante la lettura ci si dimentica persino che essi siano davvero delle creature dolcissime che rallegrano gli occhi con i loro colori e il cuore con il loro profumo. Sarà perché la Pinna con una tecnica di scrittura efficacemente concisa, diretta e visiva ce li mostra sotto un’ottica che nessuno si aspetterebbe.

Siamo a Florandia, ovviamente, la nazione dei fiori. Una repubblica dove, in pace e serenità, governano i garofani. La specie preponderante è quella rossa ma ce ne sono altre varietà come i neri, i gialli, i rosa, gli screziati e tutti vivono in perfetto accordo e armonia. Ma in un triste giorno Pistillo, un politico arrivista e senza scrupoli, scatena una guerra civile per motivi economici, di espansione territoriale e per la supremazia della razza dei garofani rossi, che dilanierà il paese rendendo i fiori ciechi di odio e di disprezzo per la vita altrui, proprio come era accaduto secoli prima agli esseri umani, razza ormai estinta e menzionata solo nei racconti di nonno Petalo. “La fine del mondo. Silenzio denso, palpabile, muto come un mafioso. Non c’è vento. Rais, il Sole, è scomparso nelle limpidità profonde della salsa acqua marina. Gli uccelli non cantano più. Non esistono. Nessun rumore di anima viva. Completa assenza. Vuoto, padrone dello spazio. Vertigine. Gli uomini e quasi tutti gli animali sono morti, fagocitati dal ventre stesso della terra. Quelli che restano sono come di gesso, pietrificati dagli eventi. Non riescono ad esprimere alcun suono. L’aria violacea crea un’atmosfera da incubo. Ghiaccio dappertutto. Un freddo terribile, pungente, che rompe le ossa. Peccato che non ci siano quasi più ossa da rompere, soltanto carambole di nuvole viola che si addensano nel cielo. Minacciose, tragiche e irreali. Nessun occhio può vederle, semplicemente perché non ci sono occhi. Non ci sono neppure angeli o demoni come ci si sarebbe aspettati. Dio non si vede da nessuna parte e neppure fa sentire la sua voce. Gaia, la Terra, freme di soddisfazione per aver annientato la razza umana. Stanca dell’idiozia di quei ridicoli animali a due gambe, ha agito. Dapprima tremiti leggeri, insistenti sussulti. Poi si è aperta in due e ha inghiottito tutto, senza distinzione. Quindi si è richiusa, non senza provare dolore.”

L’effetto delle frasi brevi come la scelta dei vocaboli è potente. Esse colpiscono l’immaginazione del lettore più di qualunque prolissa descrizione.

“Gutta cavat lapidem” dicevano i latini e la Pinna scava, incide, sferza la mente, costringe all’attenzione, a guardare oltre le apparenze, fino a costruire in un crescendo di situazioni evocatorie, paradossali e al limite dell’assurdo un colpo di scena nel colpo di scena: la storia di Florandia e della guerra non è altro che una sceneggiatura teatrale in corso di allestimento e Tibbs, l’autore “inventore” di Florandia, in crisi con il regista si trova a dover riscrivere, in una manciata di giorni, un finale che colpisca il pubblico. All’uscita del teatro Tibbs, assorto nei suoi pensieri, inciampa e cade ma viene soccorso dalla sua ombra che, al corrente della novità, sostiene il suo protetto e insieme iniziano un percorso interiore di ricerca che li porterà proprio a… Florandia, ossia nella mente dello sceneggiatore!

Questo viaggio interiore alla ricerca del proprio io, dell’ispirazione, del sogno, permetterà a Tibbs di ritrovare la capacità di pensare con la propria testa tanto che la nascita di un’idea è descritta dalla Pinna come un vero e proprio parto con tanto di travaglio, ostetrica e assistenti anche se non mancano pozioni magiche, incantesimi e la figura simpaticissima della maga Gabrina.

“La neonata intanto è cresciuta, in pochi minuti. Si direbbe una fotocopia di Pistillo, soltanto un po’ più brutta, con un non so che di ferino. Cammina nella stanza, liberamente, si siede accanto a Pistillo, ormai attonito, fuori di sé. Egli alza la foglia. Ordina al tenente Radice di immergere l’elsa della sua spada nel cuore dell’idea appena partorita. Siamo impietriti, incapaci di ribellarci. Del resto i militari ci tengono d’occhio, con le armi puntate. Il soldato, riluttante, esegue l’ordine di Pistillo. Affonda l’arma. Ma l’idea ride e non muore. Non muore perché non si può ammazzare un’idea, sia essa buona o cattiva: lapalissiano! Pistillo invece si accascia. È finita la parabola dei suoi giorni a Florandia. L’idea ride sul suo cadavere simile ad un inerte pupazzo, ci saluta cortesemente ed esce dalla stanza. Si perde nel mondo. Anche noi usciamo. Abbiamo bisogno di respirare. Ogni parola ci sembra superflua. Silenzio per pochi significativi minuti. Cala il sipario. Applausi del pubblico.

Il finale è piaciuto.”

Tibbs ha ottenuto il successo, la riscoperta di sé, la rinascita delle proprie idee, ha preso consapevolezza dei propri limiti e delle proprie capacità, si è riappropriato della sua ispirazione, dei suoi ritmi temporali. In poche parole è tornato padrone della sua vita, ha ritrovato quell’identità che aveva smarrito nel corso di un’esistenza frettolosa e costruita su falsi principi, si è riscoperto uomo nella sua dimensione umana, insomma si è reinventato, ha trovato nuove motivazioni per andare avanti e cavalcare di nuovo la vita. Si è lasciato alle spalle l’abulia, la negatività, la morte psicologica e fisica procurata da un’esistenza anestetizzata, soverchiata dal male di vivere.

Tutto è bene ciò che finisce bene dunque…
Ma il lettore non ha il tempo di tirare il classico sospiro di sollievo che Maria Antonietta Pinna lo travolge piacevolmente con l’ultimo racconto che compone il volume di FIORI CIECHI: I Probobacter.
“L’evidenza scandalosa ed oscena dei nostri rifiuti sparsi dappertutto ci faceva male, non soltanto perché avevamo paura delle malattie o di qualche straordinaria e mortale epidemia, ma anche per una questione più metafisica e sottile. I rifiuti rappresentavano il nostro lato oscuro, quello che non deve essere visto né annusato dagli altri. Lo scarto era un inconscio sinonimo di cattiva coscienza. Finché riuscivamo a sotterrarlo, ad occultarlo da qualche parte, non ci pensavamo. Come cattivi domestici nascondevamo la polvere sotto il tappeto. Solo che ad un certo punto quella polvere vien fuori e ha l’effetto di una bomba. Bisognava trovare al più presto un rimedio…»”. Ecco servito, senza “infiocchettamenti” ma con crudo realismo, un tema scottante e quanto mai attuale come quello dell’inquinamento.

Oltremodo “gustosi” da leggere i paragrafi tragicamente ironici e volutamente beffardi con cui l’autrice inizia e porta avanti la storia familiare e professionale di colui che viene acclamato quale salvatore del mondo per aver geneticamente modificato un vile batterio comune e averlo trasformato in un Probobacter mangiatore di rifiuti, il quale, alla fine, si ritroverà insieme agli altri esseri viventi a rischio di estinzione incalzato dalla voracità della sua mostruosa creatura.

L’idiozia umana, la presunzione, la sete di gloria, di fama, di ricchezza, il delirio di onnipotenza, l’arroganza della scienza che vuole sostituirsi alla coscienza, la prevaricazione del limite dell’eticamente corretto e sostenibile sono ridicolizzati, esposti al pubblico ludibrio, messi alla berlina senza pietà né attenuanti.

La particolare vena creativa sarcastica, impertinente, pungente e canzonatoria è la classica “marcia in più” che consacra la Pinna quale autrice di qualità e la pone controcorrente, oltre i soliti, spesso noiosi, triti e ritriti, schemi letterari che oggi fanno tendenza.

Con la sua frusta avvolta nel velluto e la mano guantata Maria Antonietta Pinna “castigat ridendo mores” e con lucida razionalità, senza alzare la voce ma con energica determinazione, ammonisce severamente a ritrovare la strada maestra, l’armonia universale, i ritmi naturali e il rispetto di sé e del mondo che ci è stato temporaneamente affidato pena la disumanizzazione, la follia e il nulla.

FIORI CIECHI è dotato di una forte personalità, pari a quella della sua autrice e di un’indiscutibile originalità riscontrabile nella scelta dei protagonisti, degli argomenti, della morale esplicita ma non scontata. Un libro che oso definire per palati raffinati che non si accontentano solo di leggere ma che amano riflettere su ciò che un autore pone al vaglio della loro sensibilità letteraria

http://www.art-litteram.com/index.php?option=com_content&view=article&id=680%3Afiori-ciechi&catid=13%3Arecensionilibri&Itemid=22

Fiori ciechi, recensione di Giuliano Brenna (La Recherche)

fleurs ciechi

Due racconti, introdotti da inquietanti disegni di Carlo Farina, compongono questo volume scritto con leggiadra scorrevolezza dalla professoressa Pinna. I fiori menzionati nel titolo, aprono la narrazione, protagonisti ed abitanti esclusivi di un mondo dal quale ogni traccia animale è stata debellata. Soprattutto l’uomo è scomparso dalla Terra, mettendola così al sicuro dalle catastrofiche nefandezze umane. Ma, per dirla con Battiato, “il carattere umano si insinuò, e non sopportarono neppure la felicità”, così, preda di ambizioni e cattiveria tutte umane, i garofani cominciano a fare guerre. E sin qui assistiamo ad una metafora dell’umanità trasposta nel mondo floreale, sennonché il racconto vive un sussulto di genialità, e scopriamo che i fiori sono personaggi di uno spettacolo, solo uomini camuffati, ma ai quali l’autore non riesce a dare un finale, ed è così invitato, se non costretto, ad un viaggio dentro di sé per ritrovare la via della narrazione ed i fili che compongono la sua esistenza. In sé ritrova il mondo dei fiori coi quali entra in rapporto, sino al disvelamento di tutto il racconto in una frase: “Forse non hai afferrato il concetto. I miei fiori sono ciechi, capito? Ciechi di rabbia, di paura, cinici, arrivisti, mercanti, puttanieri, guerrafondai. Sono uomini travestiti da garofani! Voglio che la storia abbia un respiro moderno, irriverente e realistico, a dispetto dei protagonisti. Il pubblico deve avere l’illusione che stiamo mettendo in scena un messaggio, che non facciamo teatro per il gusto di fare teatro e basta, due risate e arrivederci alla prossima.” E l’autrice pare davvero non voler fare letteratura per il gusto di scrivere e basta, vuole dare un messaggio, mettere alla berlina il genere umano, ormai cieco, incapace di vedere quanto sta distruggendo intorno a sé, messaggio che ritornerà forte e vigoroso anche nel secondo racconto. La narrazione, dopo questo chiarimento, acquista un notevole spessore di sondaggio psicologico e filosofico, capace di abbracciare, nelle sue meditazioni, l’intera umanità, cercando di dare un senso a quanto accade e alla sempre più affannosa e spasmodica ricerca di un qualcosa che è sfuggente poiché già racchiuso dentro di noi.

Negli ultimi passaggi del racconto entra in scena, seppur celata, anche l’autrice stessa, e con lei – immagino – tutti gli scrittori, nel momento in cui si dibattono alla ricerca dell’Idea, tra difficoltà simili ad un parto, accuditi dalla Terra, dai miti, dalle leggende e da un proprio io che ci guarda dal di fuori: forse in qualche modo l’aiuto arriva da dentro, ma bisogna essere capaci di prendere una certa distanza da ciò che siamo per avere una visione più nitida.

Ritengo il racconto molto interessante, oltre che per i contenuti anche per il suo andamento ellittico, la storia inventata e la realtà si confondono, si compenetrano, si riallontanano per poi tornare a fondersi; una costruzione davvero encomiabile.

Il tema della Terra tradita, rientra prepotente nel secondo racconto dove si immagina un futuro, ahimè, neanche tanto lontano, in cui le città saranno sommerse dai rifiuti. L’unico modo per liberarsi di essi viene escogitato da uno scienziato, avviene attraverso la manipolazione di certi batteri capaci di distruggerli. Purtroppo, quando l’uomo si mette al posto del Creatore, dal dottor Frankestein in giù, da un iniziale successo riesce a fare un dramma. E così è, il creatore dei superbatteri è costretto a fuggire e affida i suoi ricordi alla cara vecchia bottiglia in mare. Il messaggio viene raccolto da quello che potrebbe essere l’autore del messaggio, a distanza di anni, in una sorta di loop duremattiano che dona una straordinaria ed implacabile vertigine al racconto.

Una raccolta snella e veloce da leggere che corre su una lingua trattata abilmente, i temi sono ampi ma trattati nella giusta misura, tra finzione e monito, una matrioska letteraria capace di celare sempre nuove sorprese. Se nel primo racconto l’approdo sicuro si trova celato dentro di noi, nel secondo, invece, il dramma che ci circonda è capace di giungere in una zona protetta seminandovi l’ombra della follia, e la soluzione forse, umilmente, è proprio quella di cercare e trovare una soluzione prima che sia troppo tardi.

Maria Antonietta Pinna: Mr. Yod e l’era lunare degli dei minori, recensione

copertina facciata yodMaria Antonietta Pinna “Mister Yod non può morire” (La Carmelina, 2012).

Per gli atei è quasi un Serial Killer… per mistici e gente comune (da sempre) un Vice Padre, l’illusione dell’eterno avvenire (Freud) o bisogno di devozione legittimo o persino indiscutibile. Per i fanatici il pretesto universale di ogni genocidio. Per i cibernetici il nostro insospettato Super Ingegnere cosmico e noi come dei giocattoli elettronici in un transfinito Video Game universale (il futurologo Nick Bostrom, tra serio e cinico faceto). Per Zarathustra, semplicemente morto…

Per qualche cineasta un più umano, troppo umano dio minore (Randa Haines e “ovviamente” non a caso… Mark Medoff.)

In quest’ultimo file relativamente recente, danza forse questo canovaccio letterario di M. A. Pinna, scrittrice dalla parola complessa e eretica, polifonica e multicolore, in un filo d’Arianna di fare scrittura che attinge intenzionalmente a certa grande antitradizione alla Ionesco o allo stesso Carmelo Bene.

E l’esito è un testo ammaliante, ironico, aperto per meme a una spirale di toccate e fughe di segni, sogni, simboli, ottovolante di evocazioni e espansioni, deliziosamente oltre (altrove) il narcisismo solipsista di molto teatro letterario contemporaneo, una parola qua s-oggettiva: nulla di neorealista obsoleto, nessuna velleitaria psicoletteratura, una interfaccia invece, scrittore (scrittrice) divenire della storia umana, analisi paradossale immaginale pulsionale sui dis-valori o la cosiddetta banalità della normalità, semmai anche, di profonda superficie wildiana, piacevolissima, scorrevole.

Un Dio minore protagonista depresso, frustrato dall’Immortalità, stanco di mondi e stelle, di atomi e creature umane o aliene.

Un Dio minore che domanda disperato aiuto a un campione casuale di umani, un metodo per…. suicidarsi…..

Alla fine, più o meno ci riesce e non ci riesce. Alla fine, gli umani per vie del caso e della necessità, nonostante proposte di metodi da cult movie di Serie B ( se non quasi talk show), suggeriscono e non suggeriscono la soluzione… letteralmente universale.

Gli umani come un minuetto libero di sonnambuli si scoprono, una specie unica, tutti parenti stretti.

Il Dio minore alla fine, quasi rimpiange, la sua reale/apparente dissoluzione, pur tanto desiderata: ribadisce il suo autentico sconcertante messaggio contemporaneo (che pure toglie il sonno dalla modernità a ogni scuola di filosofi perditempo e viziati – o banali paranoici intellettuali):

“Cari umani, mi avete rotto i … coglioni, arrangiatevi!”. Ma nessuna soluzione finale, teatrale, con scenografie alla Noè o Sodoma e Gomorra, figurarsi l’apocalisse nucleare.

Oppure, un segreto criptato più progressista e innovativo: “basta con la solitudine di astri infiniti, sono un bambino, giochiamo a big bang?”.

M.A. Pinna narra un affresco simultaneo e con cifra (a parte Bene) più europea (non solo Ionesco o Wilde) che italica-mediterranea: la fine degli Dei e del teatro e delle maschere pesanti: per una parola invece non banalmente liquida e minimale, ma immateriale e pulsionale, acqua leggera “atomica” per liberare i… 4 elementi, far parlare le nuove aurore dove un giorno gli umani magari giocheranno con gli dei sulla Terra in volo negli spazi sconosciuti.

Magari con una strana astronave a forma di scopa siderale, la nuova computer age di Lilith e l’umanità postlunare….

RobyGuerra