Intervista di Roby Guerra a Maria Antonietta Pinna

Lo strazio

D- Poesie, narrativa, saggistica storica, teatro… un percorso/discorso eclettico, un filo d’Arianna… costante o Wireless in libertà ” calcolato”?

R- La struttura di ciò che scrivo è basata su una libertà calcolata. Nel caso dei saggi giustifico ciò che affermo utilizzando fonti e bibliografia accreditata. Apro un varco alla sperimentalità cercando di dare ai testi un taglio nuovo, di vedere le cose da un punto di vista non ancora indagato

Mi piacciono i documenti inediti, specie se antichi o poco conosciuti, mi diverto a trascriverli secondo precise regole paleografiche per poi costruire dei paragrafi basati su un’accurata schedatura del documento stesso, attraverso la rilettura e la costruzione di un disegno coerente che abbia una sua validità storica, senza ipotesi fantascientifiche non suffragate da prove. Di recente ho finito di scrivere un saggio demonologico, “Picacismo simbolico”, basato sulla trascrizione di un inedito inquisitoriale, che, analizzato alla luce dei fatti, ha messo in luce aspetti curiosi e particolari su un argomento così spesso indagato. Ho voluto costruire un libro che avesse un taglio sperimentale ma nel contempo fosso dotato di un ricco apparato di note e una bibliografia di tutto rispetto. Molti editori però non amano questo tipo di approccio che definiscono ”troppo accademico”, dando la preferenza al saggio divulgativo slim completamente privo di note e di riscontri scientifici.

I racconti che ho scritto sono stati invece una fucina di sperimentazione, una sorta di preparazione, prima dell’elaborazione di lavori più corposi. Lo stesso Fiori ciechi è in realtà un lungo racconto, preludio ai due romanzi successivi, ancora inediti. Inutile negare che l’oltrerealtà fa parte della loro specifica natura. Non mancano sfumature noir che si percepiscono anche nelle poesie. Si tratta però di un noir sui generis, che aborre il deprecabile trucco horror del truculento per il truculento e utilizza invece immagini “forti” per veicolare significati e denunciare le storture della quotidianità, attraverso l’uso del simbolo, ormai relegato in Italia alla letteratura per l’infanzia.

Per i testi teatrali uso lo stesso metodo dei racconti e dei romanzi, una visionarietà concreta, tangibile, ragionata. Nei dialoghi utilizzo spesso una rima costruita ad hoc per creare bisticci semantici dalle sfumature ironiche che alcuni editor percepiscono come “difetto”. Per me la scrittura non è mettere su carta tutto ciò che ci viene in mente, oppure sporcare il vuoto della pagina bianca di impressioni personali che fungano da autoanalisi. La scrittura è un rapporto costante dell’uomo di interazione con se stesso in continuo superamento dell’io lirico. Un sorta di trascendimento del sé, affondando le mani nell’assurdo per descrivere il vero.

D- Postmoderno destrutturalista? Lyotard e Baudrillard? Lacan e Julia Kristeva?

R – Non ho modelli specifici, tranne Ionesco forse, che considero il più grande destrutturalista di lingua, senso e teatro. Semplicemente non mi piace il preimpostato, l’idea della cristallizzazione delle regole da seguire rigorosamente. Detesto le etichette e le sentenze definitive. Il blog collettivo che ho creato si basa proprio su questo principio (*vedi info 1, ndr.)

Dove sta scritto che il favolistico, per esempio, deve essere usato soltanto nei racconti per bambini? Dove sta scritto che se vuoi definire dei problemi sociali, devi usare per forza un linguaggio crudo, neo-realista, dimenticando il simbolo che invece veicola significati ulteriori? Sfuggire a certi stereotipi, senza piaggerie o compromessi, questo è lo scopo della parola “destrutturalismo”, tutta giocata sul dubbio e sull’autoironia, non sulle certezze. L’importante è non prendersi troppo sul serio.

D- Il libro “teatrale” edito dalla ferrarese La Carmelina?

R – Mister Yod non può morire, edito da La Carmelina in modo totalmente free, e ci tengo a sottolinearlo, fa parte del percorso “destrutturalista” di cui parlavo prima. Attraverso l’apparente assurdità dei dialoghi, si mette in scena una grande ed eterna metafora, quella di un dio precotto e visibilmente fallocentrico, che vuole morire e chiede consigli a parenti ed amici su come fare. Il dialogo con i parenti apre la scena su uno squarcio dolorosamente ilare di incomunicabilità familiare che poi si traduce nelle scene successive, in una sorta di cosmica alienazione dell’essere. E c’è l’incontro con personaggi bizzarri che si insinuano nella coscienza di Yod, distruggendo certezze acquisite, alimentando viaggi che sono poi passeggiate nel sé. La percezione del proprio mondo interiore ha sfumature di leggerezza, con dialoghi ironici e parole chiave che aprono delle scatole che contengono altre scatole, e così via, in successione solo apparentemente casuale, perché in realtà, la costruzione dei non-sense, è mirata al raggiungimento di uno scopo: comunicare sensazioni e scoprire angoli che di solito vengono tenuti nascosti. Confesso di aver avuto la tentazione di dedicare quest’opera e anche le altre cose che ho pubblicato prima e dopo a Salvatore Niffoi. Un giorno mi disse che con la mentalità e le idee che avevo e che ho, non avrei mai pubblicato neppure con un piccolo editore, perché “la letteratura non può prescindere da certe regole e figure retoriche completamente assenti nei miei scritti”. Per fortuna non è parente di Cassandra.

D- Le poesie NOIR del 2013… Un noir atipico?

R – Lo strazio, una raccolta di poesie edite da Marco Saya, con copertina di Maurizio di Bona e prefazione di Mario Lozzi, è formata da componimenti brevi, giocati su una sorta di macabra ironia, per questo “noir”. I personaggi sono taglienti, le loro battute spesso sarcastiche e crude. Si tratta più che di poesie di “fotografie” che ritraggono pillole di vita in movimento e lasciano negli occhi una sorta di flash da memorizzare, un’emozione giocata tra divertimento e crudeltà, sadismo e gioco del destino. Il nero è il colore del mistero e la definizione di noir non va considerata alla lettera, come un’etichetta vincolante. Va presa per quella che è, una semplice indicazione sul fatto che rimane sempre qualcosa di inespresso e alla fine, un dubbio sottile, insinuante che permea di se ogni pagina e la colora di senso. Ovviamente non c’è alcun intento didascalico. Mi piace pormi nell’atteggiamento di chi impara piuttosto che assumere le pose di chi insegna senza sapere bene cosa. Lo strazio, che ho scritto tempo fa, anche se vien pubblicato soltanto adesso, dopo anni dalla sua nascita, rappresenta il primo gradino di un percorso che ha fatto germogliare altre poesie, altre raccolte, altri segni.

Roby Guerra

INFO: 1 http://controcomunebuonsenso.blogspot.it/

http://www.larecherche.it/biografia.asp?Tabella=Biografie&Utente=marylibri

http://www.lavocedellisola.it/2012/10/07/fiori-ciechi-di-maria-antonietta-pinna/

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