E poi muore…

26E poi muore

Da “crisopeie in tagli vivi”

Maria Antonietta Pinna

E poi muore

L’acneico bubbone del sole
esplode in orizzonti di coito col mare,
scandaloso cosmico sesso,
un obelisco con scene incise di vita fremente
infiocina il cielo guasto di pioggia d’aprile,
un dito infilza la fede
d’inebetite coscienze perse nei sessi recisi
di fiori e nell’eco tesa dell’organo.
Gli sposi d’ovile sublimano in promesse, rose
e teneri slanci da chiesa,
l’amplesso camuffato da amore.
Il sole intanto ride tra gli acquosi flutti
e poi muore.

Intervista di Giuseppe Iannozzi a Maria Antonietta Pinna

maria-antonietta-pinna
Mister Yod non puo’ morire – Maria Antonietta Pinna

Maria Antonietta Pinna su Facebook:

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Mister Yod non può morire – Maria Antonietta Pinna – Edizioni La Carmelina – ISBN: 978 88 96437 384 – Prima edizione: nov 2012 – pagine: 84 – prezzo: 10 Euro

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1. Mister Yod non può morire (Edizioni La Carmelina) è una pièce teatrale, ma è soprattutto fare Letteratura impegnando le dramatis personae sul palco dell’umana esistenza, mettendo a nudo spigolosità e drammaticità delle medesime. Yod è il principale protagonista del dramma letterario che tu, Maria Antonietta Pinna, metti al centro dei tre atti che compongono la tua pièce. Chi è Yahveh o più semplicemente Yod? Forse un dio oscuro, il dio di quel popolo che si autodefinì eletto e che scatenò ordalie contro i popoli nemici? O, più modestamente, oggi come oggi, un dio impotente?

Ho iniziato a scrivere la storia di Mister Yod pensando ad una pièce sull’incomunicabilità, e subito mi è venuto in mente Dio, forse l’entità con cui la parola “comunicazione” assume in modo speciale un valore metafisico e monodirezionale. Volevo un Dio tutto umano, con esigenze terrene, afflitto da cronica stanchezza, aspirante ad un suicidio liberatorio, vittima e carnefice insieme, più che impotente, un vero e proprio non-sense, creato ad immagine e somiglianza dell’uomo, esattamente come il dio del popolo eletto, ma privo del terribile potere veterotestamentario. Yod è la divina personificazione dell’assurdo, un dio che si ribella al suo creatore, perciò decide arbitrariamente, da un giorno all’altro, di morire, sovvertendo le regole del gioco. Questo Dio è un tassello fuori posto che scompiglia la rigidità cristallizzata delle regole attraverso una riflessione su se stesso ed il mondo. La morte del dio, presente in tutte le cosmogonie che si rispettino, in questo caso è come un pretesto, il motivo occasionale dal quale prende l’avvio il viaggio di Yod nei vari atti della tragicommedia. Yod ha una fisicità che ricorda un po’ Zeus oppure il Dio cristiano dei calendari business, statura imponente, lunga barba bianca compresa nel prezzo e tunica lunga fino ai piedi. Tuttavia, nonostante le apparenze, è anche profondamente umano, troppo umano, come direbbe Nietzsche. Ha moglie, un figlio sposato, una madre sorda, un cugino, un’amante. Una famiglia litigiosa che da inizio alla vicenda con un dialogo tra il drammatico e l’ilare, basato su situazioni paradossali e su battute ad incastro che dovrebbero procurare nello spettatore un misto contraddittorio di divertente tristezza.

2. Credo non si possa parlare di Mister Yod non può morire come il tentativo di portare in scena un vero e proprio dio; Yod è una persona debole e annoiata, nonostante si professi immortale. Yod ha deciso di “farla finita”, anche con le idiozie della sua famiglia, che, ahinoi, non è neanche più in grado di riconoscere sé stessa.

Se avessimo due teste il nostro dio probabilmente avrebbe due teste, se avessimo dieci dita in ogni mano, rappresenteremmo la divinità con le nostre stesse dita, idem se avessimo tre occhi, etc. In fondo non esiste un vero e proprio Dio. Esso è soltanto il riflesso delle paure, delle debolezze e delle caratteristiche umane. Quando gli uomini scoprirono che il maschio partecipava alla generazione, scalzarono l’antica Madre Terra, sostituendola con un dio fallico, confacente alle loro esigenze di dominazione della femmina. Il maschio ha costruito delle favole per far credere al popolo che fosse in grado perfino di partorire, esattamente come le femmine. Dio maschio crea Adamo (maschio), da una costola di Adamo nasce Eva. La donna generata dall’uomo. La costola che sostituisce l’utero in modo che il primato sociale dell’uomo venga confermato dalla religione. Dio è soltanto un misero specchio. Comunicare con se stessi è difficile, per questo i familiari non si conoscono e inscenano un dialogo assurdo per poi arrivare ad una agnizione finale che è puramente simbolica.

3. Mister Yod non può morire è il tentativo, molto ben riuscito, di un teatro votato all’avanguardia, che propone non pochi temi filosofici attraverso una forma dialogica. Mi par di ravvisare che Yod sia affetto da una malattia incurabile, quella dell’eterno ritorno (nietzschiano): “In un sistema finito, con un tempo infinito, ogni combinazione può ripetersi infinite volte”. Yod è vittima del “serpente nero”, dell’Uroboro. Maria Antonietta Pinna, quali sono gli autori teatrali e non, che hanno maggiormente contribuito a formare la tua visione della natura di cose e persone, e, soprattutto, perché?

Ionesco è sicuramente uno dei miei autori preferiti perché amo l’assurdo e l’onirismo non fini a se stessi ma razionalizzati in vista dell’ottenimento di un fine preciso: comunicazione di sensi che superino il comune buon senso. Il primo atto di Mister Yod non può morire è quasi un omaggio al tentativo di dire la verità attraverso la messa in scena di un incubo estraniante. Perché in fondo la letteratura è questo, raccontare favole che mettano in luce problemi veri, filosofici e sociali. La noia di Yod è anche una noia ciclica ed universale, alla quale il Dio vuole sfuggire in nome di un ribaltamento: separare l’inizio dalla fine, inseguendo una morte di matrice nietzschiana che lo fa riflettere su temi come alienazione, incomunicabilità, indifferenza, politica, eccessi della moda, sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Inizia così un viaggio che lo porta in contatto con diversi personaggi fino ad arrivare all’esplorazione della psiche che avviene metaforicamente dentro il ventre di un leviatano, la cui fine per mano dei giapponesi (e qui si allude alla strage delle balene), segna in un certo senso la perdita di una parte di se stessi, di quel mondo interiore in cui si riescono a scorgere immagini forti. Neppure un dio può rimanere indifferente perché sono le voci della fame e della paura, le voci di un’umanità sfruttata e spesso dimenticata negli angoli bui della propria coscienza, come un pensiero inutile, da rimuovere, come la propria voce da dimenticare.

4. Mister Yod non può morire è un dramma: sociale, di un dio creatore o piuttosto di un singolo individuo però non diverso dalla moltitudine?

Ho preso il concetto di Dio che sta su in cielo e l’ho trascinato sulla terra rendendolo uomo, sicché il mio buon Yod è Dio ma come specchio è anche uomo. La sua doppia natura mi ha permesso di sviluppare temi intimistici di matrice familiare ma anche pensieri filosofici sulla ciclicità dell’essere a cui lo stesso Dio vuole ribellarsi. Il suo posto è quello di ascoltare tutti, prevedendo ogni cosa, senza mistero, senza sorprese. Ma il poveretto si annoia. Il fatto di sapere tutto lo sfianca, l’immortalità lo stressa, portandolo a maturare l’esigenza del suicidio, sintomo di un forte esaurimento nervoso che è proprio dell’individuo (Dio svuotato di senso) ma anche della collettività (società squilibrata, depauperata di valori). In un certo senso Yod è un anarchico, uno che non sa stare al posto che gli è stato assegnato dalla tradizione, dal suo creatore, l’uomo. In questo mio lavoro tutto è ribaltato. Non è la storia di un Dio che crea, ma al contrario, la storia di un Dio creato dall’uomo che cerca se stesso, non accontentandosi del ruolo che gli è stato dato. Mister Yod non può morire e invece muore, ha un corpo come ho detto prima, e poi non ce l’ha più. Ricorda a Paracelso che non ha sangue, né capelli, né unghie, né mani, né ciglia, né occhi, né labbra, né naso. Il re è nudo e a contatto con la scienza si rivela per quello che è, niente, un’invenzione.

5. Yod è stanco, vorrebbe morire in pace. Cerca di farsi amica la morte, chiede a chi la conosce di presentargliela. Tutti hanno però orrore della Nera Signora. Yod, nel terzo e ultimo atto, incontra due personaggi, Don Abbondio e un Uomo qualunque. Chi o cosa rappresentano questi due personaggi nel tuo Mister Yod non può morire?

Dopo l’incontro con Paracelso l’Yod-uomo, si carica di un nuovo significato, il niente. Avevo dunque bisogno di un personaggio che rendesse perfettamente l’idea del vuoto in stridente contrasto con la morte che è poi la fine del tutto e del niente, concetti rimestati nel laboratorio dell’alchimista. E ho pensato a un Don Abbondio. Yod gli chiede la via che potrebbe esaudire i suoi desideri di Dio ribelle. Ma il prete è un conformista e dichiara di non conoscere nessuna via tranne quella della scriminatura dei capelli, per cui consiglia al Dio di rassegnarsi. Sarà invece l’Uomo Qualunque a svelare a Yod la strada, attraverso una metafora della non esistenza. Siccome Yod in realtà non esiste, è proprio cercandosi che potrà morire, dato che prenderà coscienza di se stesso ossia della propria non esistenza. Don Abbondio è il conformismo, l’Uomo Qualunque è la lucida ragione.

6. Non è stato dio a creare gli uomini bensì gli uomini a creare dio per fargli carico delle loro proprie colpe. E’ forse questo uno dei possibili messaggi che la tua pièce porta al lettore?

Sì, come ho detto prima, i ruoli si ribaltano. L’uomo crea Dio, per questo sarà sempre un uomo a rivelargli il segreto della morte e della vita, spingendolo verso un viaggio perinatale in un leviatano-utero colmo di contraddizioni. Le viscere in cui il Dio si immerge sono un bagno di ricerca del sé che travolgerà la sua certezza di esistere e gli farà aprire gli occhi sul fatto che l’uomo creandolo gli ha dato un’esistenza fittizia. Un personaggio che crede di esistere e poi si accorge della falsità della sua stessa essenza.

7. Possiamo considerare Mister Yod non può morire anche come un atto di accusa contro la dilagante ipocrisia della religione?

Certamente sì, più che un j’accuse, una riflessione sul valore della ragione la cui lucidità si oppone decisamente ai falsi miti. La religione vende caramelle al sapore di cielo e d’oblio che ci fanno scordare l’esigenza di sapere, indottrinandoci verso il recinto della non riflessione e l’ovile della rassegnazione, giocando sulla paura dell’inferno. Per questo forse i credenti si chiamano pecorelle del Signore. Le pecore non sono note per la loro intelligenza.

8. Don Abbondio, emblematico prototipo di un clero peritoso e tutt’altro che umile, suggerisce a Yod che “Va bene l’amore, ma non si può amare la morte” perché “è contro la logica!”. La morte fisica, ieri come oggi, è ancora un tabù; parlarne e parlarne in pubblico fa paura, e poco importa (alla società) che si faccia appello alla ragione. La gente, di gran lunga, preferisce credere a quel clero che, con oscure metafore, assicura all’umanità che un aldilà esiste e che lo spirito è immortale. Alla fine, Yod trova sulla sua strada un Uomo qualunque che lo sprona con queste parole: “Vai che non cadi, dicci cosa vedi, parla, guarda se ci sei”. Yod obbedisce. Guarda dentro sé stesso e, alla fine, ha paura. Ha paura di quello che scopre. E’ dunque vero che conoscere la verità è poco conveniente?

La morte nella nostra società è un grande business, una macchina per fare soldi. La religione si basa su un meccanismo semplice ma efficace, un po’ come i pacchi napoletani con il controfiocco. Vendere un’illusione. Comprare un sogno. Morire è terribile. Chiunque ha paura. Perfino quello Yod che ha una natura profondamente umana. Egli è terrorizzato dal suo desiderio iniziale nel momento in cui si accorge che si sta realizzando, vorrebbe tornare indietro. La favola del Paradiso è gradevole, aiuta a vivere meglio. Niente è più dolce di una bugia piacevole per chi la sente, conveniente per chi la professa. Ai tempi di Bonifacio VIII, quando si vendevano le indulgenze, c’era un motto che suonava più o meno così: “quando il soldin cade nella cassetta l’anima sale in cielo benedetta”. Attualissimo direi.

9. In che condizioni versa oggi il teatro italiano? Ho netta l’impressione che oggi si scrivano opere teatrali per lo più destinate a un pubblico di soli lettori, e che sempre più di rado le opere scritte vengano rappresentate in teatro. A tuo avviso, c’è forse in atto una crisi? E se sì, di chi è la colpa?

C’è stato un periodo in cui scrivevo recensioni di spettacoli teatrali per un giornale di approfondimento culturale: Vespertilla. In media su dieci spettacoli visti 8 erano davvero deludenti e non perché gli attori non fossero bravi, tutt’altro. Erano i testi che facevano acqua da tutte le parti, con dialoghi scialbi e spesso anche errori macroscopici nell’elaborazione della trama. Il teatro è un circolo chiuso. Spesso a scrivere i testi abborracciati sono gli stessi attori con scarse qualità drammaturgiche. Pochissimi fanno sperimentalità. Ci sono teatri che ancora rappresentano a Roma rimpasti di gialli di Agatha Christie, con dialoghi inutili e trame ricalcate, senza verve. Se mi presentassi con il mio testo, senza conoscere nessuno, quante possibilità avrei di vederlo rappresentato? Risposta zero spaccato. Siamo in Italia. E come diceva Totò: “ho detto tutto”.

10. Maria Antonietta Pinna, quali sono i tuoi futuri progetti?

E’ appena uscito il mio libro di poesie “Lo strazio”, con Marco Saya Editore, un neo-editore coraggioso, oltre che un artista. Ho scritto due romanzi dopo “Fiori ciechi”, che si aggirano sempre nei versanti dell’oltrerealtà. Ho anche terminato la raccolta di poesie “Ultrafanica” e sto lavorando ad un’altra raccolta in questo momento. Lavoro sempre, comunque vada. Spero altresì di pubblicare il mio saggio di stregoneria, taglio storico, e gli altri lavori teatrali che ho scritto. Scrivere è per me un divertimento. Le poesie inoltre vengono da sole, così, come per magia. Impossibile far finta di niente. Devo mettere nero su bianco. Se son rose fioriranno…

Intervista a M.A. Pinna su destrutturalismo e altro…

PIETRA SOSPESAIntervista a M.A. Pinna, curatrice del sito-blog omonimo, portavoce del Gruppo Destrutturalista attivo a Roma Capitale

D- Un nuovo sito blog lanciato nell’oceano del web, culturale puro.. come è nato?

Il blog nasce dall’esigenza di comunicare secondo chiavi non referenziali, non autoreferenziali, segnalando eventi, storture e soprattutto nuovi ritmi letterari sicuramente lontani, sia nella poesia che nella narrativa, da certa produzione sentimentale ma sostanzialmente vuota di senso, che affolla gli scaffali delle librerie. Alcuni degli articoli presenti nel blog sono stati “rifiutati” da altre piattaforme, perché ritenuti “scomodi” oppure contrari alle idee incrostate e fuligginose di certi intellettuali di matrice cattolica.

Il dubbio è il perno su cui ruotano gli articoli e gli interventi del nostro blog. Ovviamente l’esercizio del dubbio, specie se applicato a concetti sedimentati nel tempo, e accettati senza riflessione, secondo la logica dell’è così e basta, può risultare indigesto. Non facciamo propaganda politica, tanto più che le collaborazioni sono piuttosto eterogenee da questo punto di vista. L’apoliticità dello spazio, la convinzione che ci si possa interrogare su tutto, anche su miti preconfezionati che la politica ha spesso sfruttato, la necessaria e indipendente capacità di pensare e di farlo senza seguire sentieri già tracciati, questo è in sintesi lo spirito del blog. C’è poi un’allergia di fondo al banale, ad un tipo di scrittura fatta per non ragionare, nell’ottica del popolo pecora.

D- Destrutturalisti? Di matrice psicanalitica e certo immaginario alto… uno schiaffo freddo… alla parola e al senso comuni?

L’uso della parola Destrutturalismo, è ispirata al bambino curioso, che fin dall’infanzia non si accontenta di guardare il giocattolo ma vuole aprirlo, smontarlo, vedere cosa c’è sotto, osservare gli ingranaggi sotto la lucida vernice. Un’operazione non semplice, perché non si tratta di demolire l’oggetto ma di capirne il funzionamento e le motivazioni che spingono certe ruote a girare in una certa, direzione piuttosto che in un’altra. Occorre non essere imprecisi, non banalizzare, non dare niente per scontato, smontare ogni pezzo con serietà scientifica, provandone la funzione, prima di sentenziare, perché l’intuizione non basta. Occorrono prove. Naturalmente la demolizione completa del giocattolo non deve risolversi in un naufragio dell’idea ma nella sua ricomposizione stessa, secondo criteri di libertà ed onestà intellettuale, in modo che il giocattolo ne risulti migliorato. Niente moralismi, niente piaggerie, niente recensioni di “amici” soltanto perché sono “amici”. Il comune buon senso che suggerisce di creare una rete di relazioni e di finte recensioni per arrivare alla pubblicazione con un editore X amico a sua volta del recensito, verrà costantemente ignorato. Il sottotitolo del blog contiene la parola “oltrerealtà”. Non è stata inserita a caso. Penso che lo scopo sia quello di raccontare la verità attraverso l’immaginazione dell’arte che trascendendo il reale, paradossalmente lo descrive, come se lo vedesse dall’alto.

D- Anche da certa poetica sperimentale certo vostro “dna”?

Oggi nessuno o quasi ha voglia di sperimentare. La sperimentazione letteraria è sempre un rischio, perché “il nuovo” è percepito da molti editor come “stranezza”. Luigi Bernardi, ad esempio, che tempo fa, ha letto un mio lavoro, “Fiori ciechi”, poi pubblicato con Annulli editori, mi ha risposto che sicuramente era scritto bene, ma che sinceramente “non aveva capito niente”. Poi ci sono le assurdità. Faust edizioni ha pubblicato una specie di polpettone stile Harmony a firma Annalisa Conti, racconti scritti coi piedi per gente che ragiona coi piedi. Sembra che i raccontini abbiano superato Lili Gruber nella classifica delle vendite nella “sezione saggistica”. Eppure si tratta di racconti dallo stile stentato e farraginoso, che niente hanno a che fare con la “saggistica”. La confusione è tanta. L’avidità di vendere non permette di distinguere il vero dal falso. Lo stesso Faust edizioni mi ha offerto la pubblicazione di un e-book, che ho rifiutato, perché “di fare cartaceo non se la sente, in quanto la gente deve capire subito quello che scrivi, cose semplici, immediate, non deve pensare troppo, rompersi la testa a riflettere”. Ecco la parola d’ordine della cattiva letteratura o del raccontino rosa spacciato per “saggio”: “non pensare”, un imperativo categorico che soltanto in pochi ignorano. Questo accade perché cinema e letteratura in Italia, sono legati a schemi mentali primitivi stile compartimento stagno. Film impegnato, dunque iper-realistico, quasi documentaristico, oppure commedia, stile leggero, sentimentale, al limite del demenziale stile “Amiche da morire”. Femminismo spiccio che contraddice se stesso, intriso di luoghi comuni tipicamente maschili. Se si immerge la commedia rosa confetto che più rosa non si può in un teatro di guerra, la si definisce pomposamente “film storico” o commedia “impegnata”. L’unico impegno in realtà è quello dello spettatore per cercare di non dormire durante la lettura del libro o la proiezione del film. Si tratta per lo più di operazioni commerciali che acchiappano una fetta di pubblico a cui non piace la profondità. Ci sono ovviamente le eccezioni. Ad esempio l’ultimo film di Tornatore, “La migliore offerta”, è una pellicola splendida, molto coinvolgente. E ci sono poeti contemporanei che pubblicano con piccoli editori free da non sottovalutare. Segnalo la collana “Poesia oggi”, di Marco Saya Editore con cui ho pubblicato anche una mia raccolta, “Lo strazio”, un genere di poesia non convenzionale, lontana dagli schemi idilliaci in cui i ritmi poetici sono spesso imbrigliati.

D- Dal postmoderno al Netmoderno? Schematizzando: oltre la società liquida per una marea almeno argentata come la Luna?…

La luna come matrice di mistero e Madre cosmica che segna il passaggio dalla vita alla morte, potrebbe essere un simbolo indicato per un blog che si colloca in opposizione al “comune buon senso” cristallizzato della tradizione. Più che di postmoderno e netmoderno parlerei più semplicemente dell’esercizio razionale del dubbio in avanscoperta, nell’assoluta ed incondizionata indipendenza di giudizio, senza essere accecati dalla prepotenza del sole o dalla cecità delle tenebre. Molti articoli poi viaggiano nell’inconscio, nell’interiorità, come “La strada scabra” di Mario Lozzi, che stiamo pubblicando a puntate, alla ricerca di cosmogonie ed archetipi che spiegano e giustificano in parte certe tradizioni attuali puramente riciclate e spesso spacciate per originali da una religione ultramisogina, dalla storia ufficiale e da tanti finti miti consolidati e difficili da superare.

http://www.eccolanotiziaquotidiana.it/roma-2-0-destrutturalismo-e-altro-intervista/

Mister Yod non può morire, recensito da Nefti

copertina facciata yodMister Yod non può morire (Maria Antonietta Pinna)

http://www.liberaillibro.com/mister-yod-non-puo-morire-maria-antonietta-pinna/

E se un giorno il Padreterno si stancasse di vivere e provasse il desiderio di morire? Di condividere, quindi, il medesimo destino di quell’umanità che lui avrebbe creato “a sua immagine e somiglianza?” Con un ragionamento, che un matematico definirebbe per assurdo ma che in realtà è assolutamente razionale, dal tono ironico e per alcuni versi anche comico, tale situazione l’ha ricreata la promettente autrice Maria Antonietta Pinna nelle pagine del testo teatrale che porta la sua firma: MISTER YOD NON PUO’ MORIRE. “Vi ho convocato qui per dirvi che ho preso una decisione… Non è facile per me dirvi quello che sto per dirvi, sempre che riesca a dirvelo… Non mi ricordo più quanti anni ho, sono stufo. Yod di qua, Yod di la, Yod fai questo, fai quest’altro, chi mi cerca a destra, chi a sinistra, appelli, richieste, suppliche! Basta faxarmi, telefonarmi, scrivermi, citofonarmi, basta pubblicità! Sono stufo! Fuori servizio, chiaro? E non mi riferisco solo a voi ma a tutti gli altri, a tutti! Quello che nessuno ha capito è che voglio essere lasciato in pace. In una parola aggiustatevi! Ne ho le tasche piene!” Nei tre atti in cui è suddivisa la sceneggiatura assistiamo proprio al maturare del proposito da parte di Dio di farla finita, di essere “falciato” dalla Nera Signora, dalla ricerca quasi disperata dei mezzi con cui attuare l’insano progetto ed infine, quasi a tempo scaduto, il drammatico ripensamento. MISTER YOD NON PUO’ MORIRE è un testo scritto in modo interessante e attuale la cui logica ineccepibile mette in discussione certezze sedimentate ormai da secoli. E un’autrice così dotata, Maria Antonietta Pinna, da essere riuscita a far calzare perfettamente e senza strappi la razionalità umana a quella divina del supremo ispiratore delle tre più grandi religioni monoteiste attuali. La narrazione ha una costruzione strategica con richiami ad argomentazioni teologico/filosofiche e i personaggi selezionati per accompagnare, nei tre atti, lo sviluppo dell’autodistruzione portata avanti da Dio, sono, per il simbolismo che racchiudono, come le guide scelte da Dante per la sua commedia. Ed anche il lavoro di Maria Antonietta Pinna potrebbe essere proprio una “Divina Tragedia” avendo le caratteristiche di un dramma teatrale vero e proprio. Il “deus ex machina” della questione sarà proprio l’uomo comune che riuscendo là dove Paracelso e Don Abbondio hanno fallito, si proporrà quale alter ego a Yod/Dio e con la sua logica razionale, semplice e disarmante, sintesi di quella eterna -molto più complicata perché costituita dall’essenza originaria dei concetti stessi- lo porterà a rivedere i funerei propositi. Quando nel primo atto, Mister Yod tenta di mettere al corrente la sua assurda famiglia sulla decisione presa, e assistiamo a dialoghi insensati, monologhi senza capo né coda, rinfacci e accuse meschine, la prima sensazione, “a pelle”, che ci assale è di ansia, impotenza, con un forte senso di soffocamento e irrimediabilità per una situazione talmente deteriorata da essere, ormai, fuori controllo. È il problema dell’incapacità di comunicare che, presentandosi sulla scena quasi in sordina, assume via via contorni netti e definiti fino a risaltare chiaro in tutta la sua drammaticità. La difficoltà di rapportarsi l’un l’altro, di costruire serie e proficue relazioni sociali non è solo una questione di “salto generazionale” in quanto, se è vero che esiste tra generazioni diverse, è innegabile, che sussiste anche tra i vari sessi più o meno coetanei o tra familiari che condividono lo stesso tetto. La depressione, l’apatia, l’ipocondria, il rinchiudersi in un mondo proprio, il non riconoscersi anche se si sono condivisi sentimenti profondi quale l’amore materno o quello coniugale, altro non sono che manifestazioni del “male di vivere”, tematica nota e conosciuta benissimo dalla società contemporanea. Ben presto, un ormai amareggiato Mister Yod si accorge che a nulla serve abbandonare lo snaturato “nido” familiare e cercare di ritrovare il proprio io, la propria individualità, le caratteristiche della propria personalità, tra le formule segrete, gli alambicchi o i simbolismi esoterici del laboratorio medico di Paracelso, come accade nel secondo atto. Stanco e disilluso il Nostro Protagonista cerca, nella terza parte, il conforto della religione impersonata suo malgrado, dal misero e codardo Don Abbondio. Errore madornale di valutazione da parte dell’Eterno, perché persino nella dottrina che dovrebbe essere sua diretta emanazione, non riconosce nessuna qualità, tantomeno si capacita di dover accettare bovinamente, solo “per fede”, come vorrebbe il rappresentante della Chiesa, concetti che suonano ipocriti, falsi e banali persino alle Sue divine orecchie. L’unico merito da ascrivere al pavido Don Abbondio è quello di aver messo l’immenso Mister Yod davanti al suo umile ritratto: l’uomo. L’Uomo Qualunque, quello che si incontra tutti i giorni per strada e di cui non resta memoria, “polvere alla polvere”. Dio vi si rispecchia ma ciò che l’uomo -creato dall’Onnipotente e, mini creatore a sua volta, del mito di un Dio artefice della sua creazione- gli mostra, lo sconvolge ancora di più. L’uomo qualunque, senza tanti complimenti, lo mette davanti al fatto compiuto: latente, all’interno della Sua eterna coscienza c’è il male. Quindi se da Lui tutto è stato creato e tutto torna, anche a Lui che è Il Bene è da imputare la creazione della sofferenza, del dolore, delle iniquità, della negazione della vita per eccellenza: la guerra. L’amara presa di coscienza, come un tarlo, inizia a divorare Yod dall’interno, ad acuire la sua crisi esistenziale, ad intaccare la sua immortalità e quindi ad avvicinarlo a quella dipartita, così a lungo agognata, indifeso, come tutte le altre Sue creature. Più Dio riflette sul senso della morte, più essa si rafforza e si prepara a ghermirlo, più il sibilo della falce si avvicina, più Yod ci ripensa e non vuole morire. Ora che la sua mente super razionale è in comunione con quella degli uomini, si confonde, si perde nell’incapacità di comprendere perché la vita debba finire. Anzi perché l’esistenza debba essere un lungo cammino di espiazione verso il nulla della morte dove persino lui stesso, essenza creatrice per eccellenza, viene dimenticato, annullato dalla potenza del non essere… “…ma adesso che sono debole, vecchio, stanco, ammalato, solo, ridotto ad un’idea dimenticata nel fondo d’ottuse coscienze, non voglio più morire, non so perché, ma non voglio, io che sapevo, che potevo tutto, non voglio, non voglio, non voglio morire… (Si accascia al suolo mentre la sua voce diventa il gorgoglio d’un agonizzante).” SIPARIO!
Recensito da nefti

Autore: Maria Antonietta Pinna

Genere: Sceneggiatura teatrale

Perchè leggerlo?
Perchè è una sceneggiatura ironica ed intelligente che tratta del “male di vivere”

Perchè non leggerlo?
Se non si vuole riflettere sui problemi della società attuale e sulla mancanza di comunicazione

Ti piace se…
vederlo rappresentato a teatro

Il pregio principale
la frizzantezza della scrittura dell’autrice

Il difetto principale
nessuno

Una frase significativa
“Vi ho convocato qui per dirvi che ho preso una decisione… Non è facile per me dirvi quello che sto per dirvi, sempre che riesca a dirvelo… Non mi ricordo più quanti anni ho, sono stufo. Yod di qua, Yod di la, Yod fai questo, fai quest’altro, chi mi cerca a destra, chi a sinistra, appelli, richieste, suppliche! Basta faxarmi, telefonarmi, scrivermi, citofonarmi, basta pubblicità! Sono stufo! Fuori servizio, chiaro? E non mi riferisco solo a voi ma a tutti gli altri, a tutti! Quello che nessuno ha capito è che voglio essere lasciato in pace. In una parola aggiustatevi! Ne ho le tasche piene!”

E la porta ululava come iena

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E la porta ululava come iena

Maria Antonietta Pinna

da “Crisopeie in tagli vivi”

E la porta ululava come iena,
sui cardini torti del tuo cuore
dalla consistenza di falena,
sull’incostanza della tua lingua
aliena di cometa erodi cielo.
In transitorio assetto di falco pellegrino
sopra una rupe vaga di bugie
madreperlacee, prendi la mira e voli,
con l’artiglio lanceolato afferri chiome di luna piena
e cocci d’anime impreviste
dentro le spoglie vampiresche della notte
cieca che ingurgita pensieri
e la mia carne di pietra sublimata.
Eppure l’intorbidata deiezione del tuo sguardo
non ha speranze di rapirmi l’ombra,
potrebbe perdersi piuttosto
nel mio oceano mare
e scordarsi la strada
per tornare,
abbarbicato ad un canto di sirena
che vede le tue labbra sanguinare
tra pesci palla ed urli di cometa.

Il suonatore di violino da “Viaggio senza biglietto”

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Il suonatore di violino
Maria Antonietta Pinna

Suono in un’osteria,
per pochi spicci,
fragole ghiotte avvizzite
dietro l’umide foglie
degli anni,
geminidi sospese,
impazzite
nello spazio di plurime attese.
È il chiaroscuro vitale
dell’arte,
polvere di presenti passati
e futuri sommersi,
è un avventore beota
che inghiotte letale in un bicchiere di vino,
nota per nota,
il violino.

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La pioggia

La pioggia

poesia da “Crisopeie in tagli vivi”, Maria Antonietta Pinna

La pioggia m’avvolge
nel suo lucido bacio di vetro,
come carezza di carta vetrata
sulla punta di un iceberg.
Acqua che fai rumore dentro e fuori,
eco di silenzi inespressi,
di lontane radici che sotto terra
si danno la mano,
vieni
acqua come ago,
trasparente di sensi anemocori,
vieni a trafiggere piano
i dedali composti oltre la pelle.
Mi chiedo alle volte a che pensi
nel tuo scorrere, sostare,
pura, imputridita, mare, oceano, lago,
scorrere, bucare.
Sola nella curva delle tue trasparenti vene,
a che pensi,
e quali pene e quale vita
porti. Forse qualche sogno riflesso
d’aborti di cielo.
Un bradipo vola portando con sé
frammenti di un pegaso bacchico
squartato e fatto a pezzi.
Tu pioggia che cadi sei solo il suo grasso
onirico,
la sua stupefatta lacrima di punti,
curva occulta di nitriti,
esulanti in grevi arcobaleni.
Vieni, pioggia,
vieni,
buca la distanza degli occhi
dal miele amaro del giorno,
brucia nel cantico del sogno,
svaporami negli interstizi visionari del senso,
cadi, sferza buchi chiari di pupille nelle mani,
nei piedi scava menti,
sgocciola sui miei capelli mannari.
Con il tuo sound io penso.

Intervista di Roby Guerra a Maria Antonietta Pinna

Lo strazio

D- Poesie, narrativa, saggistica storica, teatro… un percorso/discorso eclettico, un filo d’Arianna… costante o Wireless in libertà ” calcolato”?

R- La struttura di ciò che scrivo è basata su una libertà calcolata. Nel caso dei saggi giustifico ciò che affermo utilizzando fonti e bibliografia accreditata. Apro un varco alla sperimentalità cercando di dare ai testi un taglio nuovo, di vedere le cose da un punto di vista non ancora indagato

Mi piacciono i documenti inediti, specie se antichi o poco conosciuti, mi diverto a trascriverli secondo precise regole paleografiche per poi costruire dei paragrafi basati su un’accurata schedatura del documento stesso, attraverso la rilettura e la costruzione di un disegno coerente che abbia una sua validità storica, senza ipotesi fantascientifiche non suffragate da prove. Di recente ho finito di scrivere un saggio demonologico, “Picacismo simbolico”, basato sulla trascrizione di un inedito inquisitoriale, che, analizzato alla luce dei fatti, ha messo in luce aspetti curiosi e particolari su un argomento così spesso indagato. Ho voluto costruire un libro che avesse un taglio sperimentale ma nel contempo fosso dotato di un ricco apparato di note e una bibliografia di tutto rispetto. Molti editori però non amano questo tipo di approccio che definiscono ”troppo accademico”, dando la preferenza al saggio divulgativo slim completamente privo di note e di riscontri scientifici.

I racconti che ho scritto sono stati invece una fucina di sperimentazione, una sorta di preparazione, prima dell’elaborazione di lavori più corposi. Lo stesso Fiori ciechi è in realtà un lungo racconto, preludio ai due romanzi successivi, ancora inediti. Inutile negare che l’oltrerealtà fa parte della loro specifica natura. Non mancano sfumature noir che si percepiscono anche nelle poesie. Si tratta però di un noir sui generis, che aborre il deprecabile trucco horror del truculento per il truculento e utilizza invece immagini “forti” per veicolare significati e denunciare le storture della quotidianità, attraverso l’uso del simbolo, ormai relegato in Italia alla letteratura per l’infanzia.

Per i testi teatrali uso lo stesso metodo dei racconti e dei romanzi, una visionarietà concreta, tangibile, ragionata. Nei dialoghi utilizzo spesso una rima costruita ad hoc per creare bisticci semantici dalle sfumature ironiche che alcuni editor percepiscono come “difetto”. Per me la scrittura non è mettere su carta tutto ciò che ci viene in mente, oppure sporcare il vuoto della pagina bianca di impressioni personali che fungano da autoanalisi. La scrittura è un rapporto costante dell’uomo di interazione con se stesso in continuo superamento dell’io lirico. Un sorta di trascendimento del sé, affondando le mani nell’assurdo per descrivere il vero.

D- Postmoderno destrutturalista? Lyotard e Baudrillard? Lacan e Julia Kristeva?

R – Non ho modelli specifici, tranne Ionesco forse, che considero il più grande destrutturalista di lingua, senso e teatro. Semplicemente non mi piace il preimpostato, l’idea della cristallizzazione delle regole da seguire rigorosamente. Detesto le etichette e le sentenze definitive. Il blog collettivo che ho creato si basa proprio su questo principio (*vedi info 1, ndr.)

Dove sta scritto che il favolistico, per esempio, deve essere usato soltanto nei racconti per bambini? Dove sta scritto che se vuoi definire dei problemi sociali, devi usare per forza un linguaggio crudo, neo-realista, dimenticando il simbolo che invece veicola significati ulteriori? Sfuggire a certi stereotipi, senza piaggerie o compromessi, questo è lo scopo della parola “destrutturalismo”, tutta giocata sul dubbio e sull’autoironia, non sulle certezze. L’importante è non prendersi troppo sul serio.

D- Il libro “teatrale” edito dalla ferrarese La Carmelina?

R – Mister Yod non può morire, edito da La Carmelina in modo totalmente free, e ci tengo a sottolinearlo, fa parte del percorso “destrutturalista” di cui parlavo prima. Attraverso l’apparente assurdità dei dialoghi, si mette in scena una grande ed eterna metafora, quella di un dio precotto e visibilmente fallocentrico, che vuole morire e chiede consigli a parenti ed amici su come fare. Il dialogo con i parenti apre la scena su uno squarcio dolorosamente ilare di incomunicabilità familiare che poi si traduce nelle scene successive, in una sorta di cosmica alienazione dell’essere. E c’è l’incontro con personaggi bizzarri che si insinuano nella coscienza di Yod, distruggendo certezze acquisite, alimentando viaggi che sono poi passeggiate nel sé. La percezione del proprio mondo interiore ha sfumature di leggerezza, con dialoghi ironici e parole chiave che aprono delle scatole che contengono altre scatole, e così via, in successione solo apparentemente casuale, perché in realtà, la costruzione dei non-sense, è mirata al raggiungimento di uno scopo: comunicare sensazioni e scoprire angoli che di solito vengono tenuti nascosti. Confesso di aver avuto la tentazione di dedicare quest’opera e anche le altre cose che ho pubblicato prima e dopo a Salvatore Niffoi. Un giorno mi disse che con la mentalità e le idee che avevo e che ho, non avrei mai pubblicato neppure con un piccolo editore, perché “la letteratura non può prescindere da certe regole e figure retoriche completamente assenti nei miei scritti”. Per fortuna non è parente di Cassandra.

D- Le poesie NOIR del 2013… Un noir atipico?

R – Lo strazio, una raccolta di poesie edite da Marco Saya, con copertina di Maurizio di Bona e prefazione di Mario Lozzi, è formata da componimenti brevi, giocati su una sorta di macabra ironia, per questo “noir”. I personaggi sono taglienti, le loro battute spesso sarcastiche e crude. Si tratta più che di poesie di “fotografie” che ritraggono pillole di vita in movimento e lasciano negli occhi una sorta di flash da memorizzare, un’emozione giocata tra divertimento e crudeltà, sadismo e gioco del destino. Il nero è il colore del mistero e la definizione di noir non va considerata alla lettera, come un’etichetta vincolante. Va presa per quella che è, una semplice indicazione sul fatto che rimane sempre qualcosa di inespresso e alla fine, un dubbio sottile, insinuante che permea di se ogni pagina e la colora di senso. Ovviamente non c’è alcun intento didascalico. Mi piace pormi nell’atteggiamento di chi impara piuttosto che assumere le pose di chi insegna senza sapere bene cosa. Lo strazio, che ho scritto tempo fa, anche se vien pubblicato soltanto adesso, dopo anni dalla sua nascita, rappresenta il primo gradino di un percorso che ha fatto germogliare altre poesie, altre raccolte, altri segni.

Roby Guerra

INFO: 1 http://controcomunebuonsenso.blogspot.it/

http://www.larecherche.it/biografia.asp?Tabella=Biografie&Utente=marylibri

http://www.lavocedellisola.it/2012/10/07/fiori-ciechi-di-maria-antonietta-pinna/

Genocidio: bufala o verità? Un ragionevole dubbio

bacio ponteficehttp://www.sulromanzo.it/blog/genocidio-bufala-o-verita-un-ragionevole-dubbio

http://controcomunebuonsenso.blogspot.it/2013/03/genocidio-bufala-o-verita-un.html

Genocidio: bufala o verità? Un ragionevole dubbio

Autore: Maria Antonietta Pinna Gio, 28/02/2013 – 14:30

I vantaggi dell’informazione via web consisterebbero in una relativa libertà e velocità di diffusione delle notizie. La rete ha comunque i suoi trabocchetti e talvolta appare difficile distinguere le bufale dalle notizie vere.

In questo periodo circolano su vari siti resoconti a dir poco inquietanti sull’operato della Chiesa in alcune scuole cattoliche canadesi. Si parla addirittura di 50.000 vittime tra bambini aborigeni che sarebbero stati uccisi e torturati. Scrive Marco Cinque de «Il Manifesto» nella rubrica Fuoripagina: «Ammontano almeno a 50 mila i bambini morti nelle scuole residenziali cattoliche, senza contare tutti coloro che resteranno segnati per sempre, fisicamente e psicologicamente, dalle torture e dalle violenze subite. Ma la situazione attuale nelle riserve indiane canadesi continua ad essere tragica e i nativi sono ancora vittime di deprivazioni, violenze razziste, discriminazioni e misteriose sparizioni. Negli ultimi 20 anni, circa 500 donne native americane sono svanite nel nulla in tutto il Canada. Annet ha denunciato la scomparsa di molte ospiti aborigene del centro di Vancouver Eastside e il coinvolgimento di agenti della Royal Canadian Mounted Police (RCMP), della Chiesa e dello stesso governo. Tale coinvolgimento, supportato da prove documentali e da dichiarazioni di testimoni oculari, farebbe capo a una rete di pedofili e a un traffico di film porno e pedopornografia. Più volte Annet, attraverso il suo programma radiofonico Hidden from History, trasmesso dalla Vancouver Co-op Radio, ha rivelato l’esistenza di luoghi di sepoltura di massa per occultare i resti delle donne assassinate nell’area intorno a Vancouver. Un esame necroscopico sui resti di ossa riesumate, rinvenute nella riserva degli Indiani Musqueam, vicino all’Università della British Columbia nel 2004, ha rivelato infatti che queste appartengono a giovani donne mischiate ad ossa di maiale».

I media non ne parlano. Perché? Censura o prudenza su fatti non ancora accertati, su notizie di cui non si hanno prove certe?

Qui ci aggiriamo per i sentieri del dubbio. Arthur McPaul in un articolo riportato nel blog TERRA REAL TIME sostiene che fin dal 2010, quando il Papa si recò in Gran Bretagna, l’attivista ateo Richard Dawkins chiese alle autorità di arrestarlo, per chiarire i crimini sessuali perpetrati dalla Chiesa. Nel 2011 le vittime degli abusi sessuali da parte del clero chiesero alla Corte Penale Internazionale di indagare sul Papa. Il Gruppo per i Diritti Costituzionali (CCR) e la Rete dei Superstiti abusati dai sacerdoti (SNAP), ha presentato una denuncia presso la Corte Penale Internazionale relativa al fatto che i funzionari del Vaticano avevano consentito crimini sessuali. La Corte Penale Internazionale non ha ritenuto di dover procedere. Perché? Una domanda senza risposta.

Resterebbe attualmente aperta la richiesta del Rev. Kevin Annet che chiede l’estradizione e l’arresto del Papa per genocidio. L’Ufficio centrale dell’ITCCS, International Tribunal into Crimes of Church and State di Bruxelles, è stato costretto dall’improvvisa abdicazione di Benedetto XVI a rivelare dettagli raccapriccianti sulle torture e uccisioni perpetrate negli istituti cattolici del Canada.

Alcuni dicono che l’ITCCS non ha, di fatto, alcun valore legale, pertanto si tratterebbe di una notizia falsa. Marco Cinque ha intervistato il reverendo Annet: «Sono ormai diversi anni che Kevin Annet denuncia gli abusi e le stragi dei nativi canadesi nelle cosiddette “scuole residenziali” cattoliche. Prima col libro The Canadian Holocaust, poi col film documentario Unrepentant, diretto da Louie Lawless, Annet sta cercando di scuotere l’opinione pubblica internazionale sulle sistematiche violenze fisiche, sugli abusi sessuali, gli elettroshock, le sterilizzazioni di massa e gli omicidi perpetrati ai danni delle popolazioni native nella seconda metà del XX secolo. “È necessario che il mondo sappia quello che è successo”, recitava una donna nativa in lacrime all’inizio di Unrepentant, ma bisogna vedere se il mondo a cui viene rivolto questo drammatico appello abbia davvero voglia di sapere. Sia il governo canadese che il capo della Chiesa Cattolica hanno ammesso i crimini commessi nelle scuole residenziali. Infatti, l’11 giugno 2008 il Presidente del Consiglio dei Ministri, Stephen Harper, ha chiesto ufficialmente scusa per il genocidio e per gli abusi inflitti agli aborigeni. Dal canto suo papa Ratzinger, durante un’udienza con Phil Fontaine, leader discusso e non riconosciuto dalle First Nation, ha espresso “il proprio dolore per l’angoscia causata dalla deplorevole condotta di alcuni membri della Chiesa”, che ha causato sofferenza ad “alcuni bimbi indigeni, nell’ambito del sistema scolastico residenziale canadese”. Queste scuse però, oltre a sminuire il senso delle proporzioni, somigliano a una sorta di confessione che in un sol colpo pretenderebbe di cancellare le responsabilità dei peccatori e di redimerne automaticamente i peccati. Se dei crimini sono stati commessi ed ammessi, si presume che debbano esistere anche i criminali che li hanno compiuti e risulta strano che gli stessi non vengano né identificati né perseguiti a norma di legge».

Su Kevin Annet le opinioni sono controverse. Su nativiamericani.it si dice che sul cammino del reverendo ci sono delle ombre, e l’articolista si domanda: «Perché creare una “Corte internazionale di Giustizia Common Law” dall’istituzione e componenti nebulosi e non fornire alla Commissione Permanente sui Diritti Umani del Parlamento Italiano, presso cui Annett era stato portato in occasione della sua venuta in italia, dei dati e riscontri precisi sui responsabili dei crimini contro i Nativi per avviare un’inchiesta così come a lui era stato richiesto? Non abbiamo nessuna risposta a questa domanda».

Il dubbio si infittisce.