Intervista di Maria Antonietta Pinna a Leonardo Annulli

annulli editori

Intervista a Leonardo Annulli

1 Parlaci di te, dei tuoi interessi, dei libri che leggi, della musica che ascolti

Classe 1981: sono un animale di razza umana uscito fuori dalle viscere stanche e alcoliche della provincia viterbese. Nutro una passione viscerale per il rock’n’roll, i libri, le rivolte, l’America Latina, l’umanità dimenticata e le metafore forti e spiazzanti. Laureato in Scienze Internazionali e Microfinanza, ho vissuto in giro per il mondo (Rosario, Bruxelles, La Paz, Atene) per qualche anno, e ho iniziato a lavorare stabilmente per la casa editrice Annulli Editori da circa due anni.
Leggo di tutto, tantissimo, fin da bambino: merito dei miei genitori, che mi hanno instillato il virus della lettura. Questi, in ordine sparso, alcuni degli autori che più mi hanno influenzato: Eduardo Galeano, Paco Ignacio Taibo II, Leonardo Sciascia, Manuel Vazquez Montalban, Pier Paolo Pasolini, Guy Debord, Antonio Gramsci, William Burroughs, Enrico Brizzi, George Orwell, Wu Ming, Ernesto Che Guevara, Irvine Welsh, Friedrich Nietzsche, Ernesto Sabato, Charles Bukowski, Karl Marx, Bertol Brecht, Henry Miller, Rodolfo Walsh, Jack Kerouac, Noam Chomsky, Lester Bangs, Carlo Levi, Herman Hesse, Giuseppe Genna, il Subcomandante Marcos, Beppe Fenoglio, Heinrich Böll. Adoro i romanzi storici, il surrealismo, la beat generation (e autori affini), i noir, il neorealismo, i saggi storico-economico-politici, il giornalismo investigativo, il New Italian Epic… E, più in generale, la letteratura che racconta la perdizione, i travagli, i viaggi e le lotte individuali e collettive. Mi innamoro facilmente quando un buon testo letterario incontra l’impegno sociale. Mi piacciono gli esperimenti letterari, anche quelli digitali: una cosa molto bella, che merita sicuramente una lettura approfondita, è il “Diario di Zona” del blog http://www.satyrikon.org/, una delle cose più interessanti che mi sia capitato di leggere ultimamente nell’oceano del web.
In parallelo alla mia formazione politico-letteraria quella, non meno importante, musicale. Il grunge, poi il punk e tanto altro a seguire. Ascolto un sacco di band, sia passate che contemporanee: Nirvana, Clash, Ramones, Stooges, Velvet Underground, Fugazi, Sonic Youth, Fabrizio De André, Bob Dylan, Jimi Hendrix, The Who, Neil Young, Blue Cheer, 13th Floor Elevators, Radiohead, Wipers, Radio Moscow, Ty Segall, The Intellectuals, Mudhoney, Teatro degli Orrori, Metz, The Black Angels, The Men, Movie Star Junkies, ed è meglio che mi fermo sennò saturo l’intervista di nomi. Scrivo per tre webzine musicali: In Your Eyes ezine, Distorsioni, Freakout, e curo il mio blog personale, Loud Notes. Per me la musica è importantissima e credo fermamente che abbia una propria, forte, dignità culturale, poetica e letteraria (oltreché, non meno importante, una certa dignità antagonista). Checché ne dica Guccini, credo che “a canzoni si possa far poesia”: trovo molto più eccitante la poetica di De André, Bob Dylan, Lou Reed, Jim Carrol o Richard Hell che quella di molti blasonati poeti novecenteschi.

2 Come è nata l’idea di diventare editore?

L’idea di intraprendere la strada editoriale è stata di mio padre Giuseppe. È stato lui, nell’ormai lontano 2005, a proporre a me e mio fratello Tiziano e a mettere poi le basi di quella che oggi è la casa editrice Annulli Editori. Che è stata ed è, innanzitutto, il frutto del suo amore smodato per il territorio dove siamo nati e viviamo, la Tuscia. Noi due figli, da arcigni appassionati della letteratura quali eravamo (e siamo), non abbiamo saputo dire di no. Anzi, direi piuttosto che vi abbiamo aderito con convinzione! E ora, finiti gli studi universitari, siamo qui per dare anche la nostra impronta a questo progetto editoriale. Fiori Ciechi fa parte di questa impronta: si tratta del primo libro della Annulli Editori che ho seguito personalmente dalla A alla Z.

3 Cos’è per te la letteratura?

Conoscenza conoscenza conoscenza. Uno dei più forti e inossidabili ascensori sociali mai inventato dagli esseri umani. Chiavistello che apre le porte alle possibilità di cambiamento sociale, che ne determina le modalità. Strumento di pensiero e svago, di introspezione e analisi sociale, di catarsi, redenzione o discesa agli inferi. Una roba strana e mutevole, che apre la mente e spinge a pensare. Insieme alla musica, una delle cose che può arricchire una vita. Il grande Frank Zappa diceva: “senza la musica per decorarlo, il tempo sarebbe solo una noiosa sequela di scadenze produttive
e di date in cui pagare le bollette”. Ecco, mi immagino che si possa dire qualcosa di molto simile per la letteratura.

4 Cosa deve comunicare un autore per essere considerato “pubblicabile”?

Passione per la scrittura, innanzitutto, e questo vale per ogni genere di pubblicazione. Poi la questione varia a seconda del genere di libro pubblicato. Per una guida o un saggio antropologico deve comunicare conoscenza. Profonda e radicata nel territorio o nelle comunità che il libro intende rappresentare. La particolarità delle nostre guide turistiche, così come dei mini-saggi antropologici della collana Logìa, è proprio questa: nascono nel territorio, da persone (storici, studiosi) che lo vivono tutti i giorni.
Per un romanzo o una qualsiasi altra opera di narrativa direi una fervida fantasia, dei contenuti da veicolare (dello svago duro e puro non sappiamo che farcene) e deve comunicare il tutto con uno stile inconfondibile, o quanto meno riconoscibile. A me piace anche molto quando avverto la “necessità” di quello che leggo, quando sento che quell’opera è una naturale propagazione della personalità e della vita del suo autore. Una sua viva espressione artistica. Lo considero un “plus”.

5 Quali sono le principali difficoltà a cui va incontro un neo-editore?

La distribuzione, senza dubbio. Un fattore che può influenzare in modo determinante le politiche editoriali, i prezzi apposti sui libri e quindi il rapporto con i lettori, così come le possibilità di successo di un’opera. E l’ostracismo dei grandi media, ma anche dei librai (parlo soprattutto delle librerie di catena), verso gli autori esordienti. Che poi, volendo chiamare il problema con il nome che gli è proprio, si tratta di conformismo. Per quanto riguarda la narrativa, se non hai nel rooster un autore già conosciuto, in pochi ti calcolano e rischi di passare totalmente inosservato al grande pubblico: le possibilità sono ristrette e il lavoro da fare per spezzare queste “catene” è enorme. Ma vale la pena farlo, sicuramente.

6 Come vedi il panorama editoriale italiano oggi e la politica dei grossi gruppi?

Il panorama editoriale italiano è da sempre drogato dalla presenza di grandi gruppi editoriali e dei grandi distributori (che spesso fanno capo alla stessa entità proprietaria) che ne fanno il bello e il cattivo tempo, sia in termini di politiche commerciali sia decretando il potenziale di vendita di questo o quel filone letterario. Un’altra critica che mi sento di muovere ai grandi gruppi, pur sapendo che si tratta di una critica a vuoto (perché sto parlando a commercianti, non a operatori culturali), è la scarsa attenzione alla qualità delle pubblicazioni. Il lavoro dell’editore non sta nell’assecondare le pulsioni più intime dei consumatori ma nel dare vita a degli strumenti – i libri – atti a creare dei cittadini consapevoli sviluppando la loro coscienza critica. Il nuovo libro del VIP di turno – che sia lo showmen, il calciatore, o qualsiasi altra vedette per citare Debord – non aiuta per nulla questo scopo. É roba che vale poco più (o forse poco meno) della carta igienica.
Detto questo, non credo però che sia totalmente impossibile inserirsi nel mercato editoriale creando e attraendo un proprio pubblico di riferimento, una nicchia, tentando di lavorare assiduamente sulla qualità delle pubblicazioni. Ma per farlo ci vuole tempo, passione, costanza e un grande lavoro di promozione editoriale su tutti i fronti possibili.

7 Che ne pensi dell’e-book?

Ho acquistato un e-reader (non dico il nome per non fare pubblicità) giusto due settimane fa, e ho appena iniziato a leggere il mio primo libro digitale (qui voglio fare pubblicità: si tratta di “Q” di Luther Blisset, che trovate in download gratuito su Giap, il blog del collettivo Wu Ming). La trovo un’esperienza interessante, forse un poco spersonalizzante rispetto al caro vecchio libro ma, a parte questo, credo possa rappresentare un’innovazione positiva; in potenza, potrebbe costituire una via per avvicinare i “nativi digitali” alla lettura, per creare nuovi futuri lettori (e, quindi, futuri cittadini consapevoli).
Detto questo, inviterei però a diffidare degli apologeti del libro virtuale, che già profetizzano la fine del cartaceo e un futuro di e-books. Nella fiducia smodata nel progresso a volte si annidano i peggiori impulsi reazionari e le vedute più ristrette. Il libro esiste da secoli e la sua storia è così forte, importante e legata a doppio filo con quella umana che mi sembra quantomeno azzardato pensare a una sua eclissi in tempi così rapidi. Il libro è come un vecchio lottatore: che magari è un po’ stanco e decrepito, ma all’occorrenza e senza che nemmeno te lo aspetti può ancora dare qualche bella spallata. Guardate cos’è successo con il cd e il vinile.
Per quanto riguarda la nostra politica editoriale, stiamo pensando da qualche tempo di mettere in cantiere la trasformazione in e-book di alcune guide turistiche già pubblicate. Vediamo.

8 Come vedi il book on demand?

Ammetto che non ho approfondito molto l’argomento, ma così a primo acchito devo dire che l’idea non mi convince molto. Mi pare piuttosto una maschera carina e con un nome d’impatto per nascondere l’editoria a pagamento.
La discussione su questo punto, inoltre, deve fare i conti con un mercato dell’editoria prossimo alla saturazione, che sforna ogni anno un oceano di pubblicazioni dal potenziale di pubblico veramente minimo. E, spesso – il che è molto peggio – dal potenziale letterario ancora più scarso. Non credo che, in un tal contesto, l’editoria on demand possa essere considerata come un’innovazione positiva. In qualità di editori dobbiamo pensare a come educare i cittadini alla lettura, a come lavorare sulla qualità delle pubblicazioni, non a come soddisfare gli ego enormi di coloro che vogliono vedere il proprio nome stampato su un libro, garantendoci la tutela da ogni rischio imprenditoriale. E scusa la franchezza.

9 Credi che ci sia speranza per gli autori che fanno sperimentalità?

Credo che tutto dipenda da quello che dicevo poc’anzi a proposito delle difficoltà. Di pubblico potenziale ricettivo all’innovazione e agli esperimenti letterari credo ce ne sia abbastanza, ma è la filiera che porta il pubblico all’opera che è malata fino al midollo e di difficile percorribilità. Non vorrei però apparire eccessivamente negativo: di sperimentazioni che abbiano la potenza della grande letteratura ce n’è bisogno come il pane, siamo noi che stiamo da quest’altra parte della “barricata” (editori, librai, distributori) che dobbiamo attrezzarci al meglio per promuoverle e farle conoscere al grande pubblico.

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