Mister Yod non può morire, recensione di Patrizia Poli

copertina facciata yodSebbene l’indiscusso talento visionario di Maria Antonietta Pinna si esplichi al meglio nella narrativa, anche in questa prova teatrale l’autrice mette in atto strategie espressive non comuni.
Mr. Yod è un’opera teatrale in tre atti, ben distinti l’uno dall’altro, quasi una trilogia con lo stesso protagonista, Yod.
Yod è Dio, lo ricorda nel nome (la prima lettera dell’alfabeto ebraico a comporre l’appellativo della divinità), nell’aspetto fisico, alto e barbuto, nell’immortalità vissuta, però, come una condanna. Ma è anche, soprattutto, uomo, non l’uomo comune dell’ultimo atto, ma l’uomo nella sua angoscia, nel suo dolore esistenziale, nella noia e nausea sartriane, nell’alienazione, tema caro alla Pinna e ereditato dal teatro dell’assurdo.
La scena del primo atto è un omaggio esplicito a Pirandello, Beckett e Ionesco. Cinque personaggi che qui non cercano l’autore perché sono già in contatto metanarrativo con la regia stessa del dramma rappresentato sul palco, in quell’entrare e uscire dal narrato e dal narratore cui ci ha abituato la Pinna; cinque personaggi dello stesso nucleo familiare, che si scambiano dialoghi assurdi, banali, superficiali, capaci solo di comunicare angoscia, senso di straniamento, di vuoto.
“Sai certe volte ci si dimentica, così, senza un motivo preciso, l’abitudine, lo stress quotidiano” (pag 18).
Sono proprio cose come queste -abitudine, monotonia, stress – ad alienarci, a renderci estranei a noi stessi, ai nostri bisogni, alla nostra natura più vera, oscura e profonda.

Nel primo atto, la vicinanza con “Waiting for Godot” è esplicita. Anche il personaggio beckettiano contiene Dio nel suo nome (seppure la cosa pare per Beckett sia stata involontaria), anche Vladimir ed Estragon si scambiano battute trite, vuote di senso, simbolo di distanza, d’incomunicabilità. Qui, però, i personaggi sono una famiglia, come in Pirandello, fatta di persone che non si riconoscono, che litigano fra loro, che si detestano. Parenti serpenti, e il serpente uroborico ricorre in tutto il dramma. Già nel racconto “Io vedo” la Pinna aveva toccato l’argomento famiglia, intesa come covo di meschinità, nido di serpi malevole. Forse sta proprio in questo la differenza fra l’autrice e il teatro che l’ha preceduta, nel suo contatto con la realtà, con la vita di tutti i giorni, quella piccola, meschina, delle famiglie, e quella grande, volgare, crudele, della società, della guerra, come si vedrà nell’ultimo atto.
L’autrice, in qualche modo, è sempre presente, nascosta dietro le maschere delle sue creazioni. Anche qui la Donna, moglie di Mr. Yod, la sua compagna, l’altro lato della medaglia, somiglia un poco all’autrice stessa. E le citazioni sono omaggi e rimandi a ciò che ella ama, agli autori prediletti:

“Certo, non uno, né nessuno ma centomila!” (pag. 30)
Il secondo atto è quello più autenticamente pinniano. Deluso dalla famiglia – nella quale il Dio che si ribella a se stesso non trova appoggio, consolazione, neppure identità – dalla quale si allontana “scuotendo la testa”, Yod cerca rifugio nell’esoterismo, nell’alchimia intesa come filosofia portata alle estreme conseguenze, come elucubrazione intellettuale sovrascientifica, ultrafanica, alla ricerca di un significato inattingibile.
Nell’antro di Paracelso ritroviamo molti simboli già visti nella casa della maga Gabrina di “Fiori Ciechi”, il precedente romanzo dell’autrice, l’uroboro dell’eterna rinascita, lo yin e lo yang, il bene nel male e il male nel bene. Cicli e rinascite, dentro e fuori, morte e vita alla quale, alla fine, neanche la scienza riesce a dare una spiegazioneche non sia materiale, che soddisfi il Dio uomo sempre più disperato.
“Una noia universale e ciclica! Tutto rimane identico a se stesso, non c’è una fine, né un principio, la testa inghiotte la coda”. (pag. 49)
Una noia ancora una volta sartriana, nauseante, assoluta.

Nel terzo atto Yod fa ricorso alla religione, la madre chiesa, interpretata dal peggiore dei suoi servi, l’umile, l’abietto Don Abbondio. È l’atto forse più riuscito come dialoghi, più fulmineo come battute, con un’ironia sempre presente che rende godibile il testo. Abbondio rappresenta la religione dei dogmi (“la legge è legge”), quella che non dà risposte ma impone divieti. Abbondio evoca un altro personaggio, l’Uomo Qualunque, che si comporta con Yod come una specie di ipnotizzatore, di psichiatra, e opera su di lui un atto di maieutica, lo accompagna nella sua discesa nell’inconscio, nel ventre della balena, come fu per Giona (e per Pinocchio). Qui il Dio è messo di fronte al male da lui stesso creato. La consapevolezza inorridisce, spaventa, indebolisce, la conoscenza di sé, del lato oscuro, non accettato, uccide. Yod, sfinito, muore, diventa davvero, completamente, uguale alle sue caduche creature, Dio e uomo coincidono, ma la morte non dà pace, non dà oblio, fa solo paura, perché resta inspiegabile, oltre la famiglia, la società, la filosofia, la religione, la psicoanalisi. Yod muore, Dio muore, ridotto a “un’idea dimenticata nel fondo di ottuse coscienze” e qui scatta la ribellione della vita, il desiderio prepotente di non cedere. L’essenza della vita, scopriamo, sta forse proprio solamente nel vivere in sé, senza scopi, senza sovrastrutture, senza significati cabalistici, senza dei.
Insomma, se, come dice Nietzsche- e gli fa eco Guccini – Dio è morto, è pur sempre vero che la vita è ancora viva.

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