Fiori Ciechi di Maria Antonietta Pinna, recensione di Sara Rania, alias Kitsuné

fleurs ciechi
Sotto un libro dalla copertina coloratissima, dominata da un bel blu e screziata di giallo e rosso vermiglio (frutto dell’estro del pittore Francesco Montagnoli) vivono i personaggi di “Fiori Ciechi”, romanzo d’esordio della giovane scrittrice sassarese Maria Antonietta Pinna, classe 1972, letterata specializzata in Criminologia e con la passione dei tomi storici.
Il testo è composto da due racconti autonomi, che non si assomigliano molto a dire il vero, ma procedono analizzando, ognuno per sé, tematiche quasi complementari, e stringendo in due proporzioni ineguali, a beneficio del primo “Fiori Ciechi” e “Probobacter”. Come intermezzi illustrativi otto tavole realizzate dal pittore Carlo Farina, che marcano e illustrano i passaggi chiave dei due racconti, guidando l’esplorazione dei lettori in un mondo che unisce elementi del reale a numerose suggestioni dell’immaginario.
E tra gli strambi abitanti di Florandia, utopia che sta cedendo alle seduzioni immorali dell’umanità, piegandosi alle piaghe irrimediabili della guerra e del razzismo, un autore teatrale ritrova le ragioni stesse della sua ispirazione, rincorrendo le maieutiche strade della difficile filiazione di un’idea.

Tra preoccupazioni ecologiche quanto mai attuali e riflessioni sulle disparità sociali che passano per una realtà fantastica, eppure quanto mai prossima, abbiamo ritrovato un personaggio affetto da una sindrome nella quale molti lettori ipertrofici non faranno fatica a riconoscersi:

Remo ha contratto una malattia rara, grave e asso­lutamente incurabile. Soffre di bibliofilia acuta cronica galoppante. Non esiste al mondo panacea che possa guarirlo. Anzi tende a peggiorare col tempo. Vive in un piccolissimo fungo ingombro di libri stipati dentro cas­sette di plastica, una sull’altra, lunghissime pile, fino al soffitto, in precario equilibrio. Cassette ricolme di volu­mi e fascicoli dappertutto, in bagno, in cucina, in ca­mera da letto, nel ripostiglio, nel corridoio, davanti al­ l’armadio, alla finestra. E Remo continua a comprare e leggere libri su libri, sempre di più, senza tregua. Non c’è cura, peggiora di giorno in giorno.

(Estratto p. 78)

Fiori Ciechi
Maria Antonietta Pinna
Annulli Editori
Collana “NarrAzioni”
Agosto 2012
ISBN: 978-88-95187-35-8
pp.144

Via | annullieditori.it/maria_antonietta_pinna

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Intervista di Salvo Zappulla ad Angela Capobianchi

Esecuzione Esecuzione

Angela Capobianchi
Piemme
pp. 448 € 18,50

di Salvo Zappulla

Premetto che sono un lettore pigro, per cui seguire la trama di un thriller mi costa fatica, rischio di perdere la fitta tela di indizi,o falsi indizi, spesso intessuta dagli autori; rischio di dimenticare i nomi dei personaggi e l’intreccio del romanzo. Ma questo libro mi ha tenuto con il fiato sospeso dalla prima all’ultima pagina e ho seguito l’evolversi della vicenda senza perdermi i più piccoli particolari. Potenza della scrittura. Definire un thriller “Esecuzione” di Angela Capobianchi mi sembra estremamente riduttivo. Ci sono i morti, è vero (una strage), c’è un commissario dalla mascella dura che indaga come nelle migliori tradizioni poliziesche. Ma c’è anche dell’altro. Molto altro. Le meravigliose descrizioni della pineta, un mondo incantato, con i suoi silenzi, i fruscii del vento, il profumo del muschio, gli infiniti odori che si respirano. E le macchie di sangue che ne spezzano l’idillio. Una capacità dell’autrice questa che fa sussultare il lettore, lo scuote, lo trasporta dal paradiso all’inferno e viceversa con grande maestria. Poi ci sono i profondi risvolti psicologici, un rapporto tra padre e figlio da recuperare, un amore perduto e ritrovato. Il commissario Conti è un uomo con le proprie debolezze, i momenti di abbandono che ispirano simpatia e inducono a parteggiare per lui. Altra figura di grande spessore è l’insegnante di piano, Luisa Baratti, una donna apparentemente rigida e fredda, una donna tutta d’un pezzo, che ha consacrato la sua vita alla musica e all’insegnamento, i cui allievi vengono trovati uccisi uno dopo l’altro, ma che alla fine rivelerà una insospettata profonda sensibilità d’animo. Questo lo ritengo uno dei colpi a effetto più interessanti del romanzo. Ancora un plauso all’autrice che padroneggia e gestisce con efficacia la personalità dei suoi personaggi. E infine su tutto si eleva la musica, l’incanto delle note che pervadono di aurea magica l’intero romanzo, le note di Chopin che sembrano librarsi incantate per aria e ricadere macchiate di sangue. Ancora una volta arte sublime e miserie umane a far da contrasto. Di questa autrice ho letto anche I giochi di Carolina, un altro romanzo che ha lasciato in me il segno, stessa scrittura al fulmicotone che ti tiene incollato alla pagina e ti causa la tachicardia, meno lirico e più classico come thriller, ma la mano è sempre quella, cioè di un’autrice che ha un rapporto privilegiato con la scrittura. Angela è nata per scrivere, per trasmettere emozioni violente ai suoi lettori. Non a caso Esecuzione di recente si è aggiudicato il premio NebbiaGialla di Suzzara (MN) riservato alla letteratura noir e poliziesca, organizzato da Paolo Roversi. E allora andiamo a conoscerla da vicino questa scrittrice in continua ascesa e che meriterebbe sicuramente maggiore attenzione da stampa e addetti ai lavori.
Angela come nasce la passione per la letteratura poliziesca? Il sangue che scorre, i delitti efferati fanno parte del tuo DNA o sono arrivati dopo?
Sono arrivati dopo, molto dopo… Fino a un certo punto della mia vita ho ignorato – forse anche snobbato – il poliziesco. Erano i tempi in cui leggevo quasi solo classici, condizionata com’ero dal vecchio pregiudizio per il quale i gialli sono solo letture disimpegnate, leggere, di mera evasione. Ed è stato appunto per evadere da un momento buio e doloroso della mia vita, che ho preso in mano il mio primo Simenon. E’ stata una folgorazione. Da quel momento sono diventata una compulsiva “consumatrice” di gialli, che ancora oggi costituiscono un buon cinquanta per cento delle mie letture. In seguito, mentre ancora facevo l’avvocato, ho voluto provare a scriverne uno io; e ho scoperto che quella che sembrava una distrazione nei momenti liberi dal lavoro, era invece una passione autentica e totalizzante che chiedeva di occupare nella mia vita molto più dei ritagli di tempo che fino ad allora le avevo dedicato. L’istinto mi diceva di assecondarla, la razionalità di ignorarla. Io, per una volta, ho seguito l’istinto.

Le tue letture preferite. Gli autori che hanno contribuito alla tua formazione di scrittrice.

Come ho detto, i gialli ne costituiscono una buona parte. Ma, all’interno del genere, prediligo le narrazioni d’atmosfera e introspezione, che indagano nella psicologia dei personaggi oltre che sul delitto di turno. Autrici come P.D. James ed Elizabeth George, con il loro tocco sensibile e avvolgente, sono particolarmente nelle mie corde e non escludo che in qualche modo abbiano influenzato il mio modo di scrivere. Mi piace molto anche il legal thriller: avendo svolto la professione legale, seguire le vicende processuali dei personaggi di autori come Grisham e Turow mi intriga e mi diverte particolarmente. Per il resto leggo di tutto, salvo i libri che vanno molto di moda.
Quanto influisce la tua professione di avvocato nei romanzi che scrivi.
La mia vecchia professione mi ha insegnato moltissimo quanto a logica, disciplina, rigore e attenzione per i dettagli: tutti elementi che ricorrono nel concepimento di una buona difesa “tecnica” e che – a mio avviso – sono altrettanto importanti nella costruzione di una trama gialla. E poi, dato che le norme cambiano e si evolvono nel tempo, i miei amici avvocati restano sempre il mio punto di riferimento quando si tratta di aggiornare le mie nozioni di diritto penale e processuale.

Il tuo rapporto con la Sicilia. So di una grande nonna palermitana che ricordi ancora con grande affetto.

Sì, mia nonna era di Palermo e ne andava orgogliosa. Pur essendo arrivata in Abruzzo negli anni Venti – ed essendoci poi rimasta per tutta la vita – neanche per un momento ha abdicato alla sua forte sicilianità: mai le ho sentito dire una parola nel nostro dialetto, piuttosto mi ha insegnato una quantità di espressioni del suo. Aveva un carattere fiero e di poche parole, ma con un gran senso dell’umorismo. E poi, per la sua generazione, era estremamente moderna: mi lasciava una grande libertà, riuscendo a sorvegliarmi senza mai sembrare invadente. L’ho amata come una seconda madre e stimata moltissimo come donna; per cui – visto che peraltro sono vissuta con lei e in certe cose ho finito per assomigliarle molto – è inevitabile che mi senta un po’ siciliana anch’io.

Il miglior pregio che ti riconosci.

L’onestà.

Il peggior difetto.

L’orgoglio smodato.

Nell’antologia “Giallo Panettone”, appena uscita per Mondadori, con introduzione di Luca Crovi, so che ci sono alcuni tra i più famosi scrittori italiani, oltre te. Ce ne vuoi parlare? E cosa c’è in cantiere?

E’ un onore trovarmi in un tale contesto, fra maestri del giallo italiano e un editore prestigioso come Mondadori. Del mio racconto – “A pranzo con la zia” – posso dire che è ambientato in Abruzzo e, a dispetto del titolo innocuo e quasi rassicurante, ha un intreccio decisamente diabolico.
Intanto sto lavorando a un nuovo romanzo, che stavolta sarà ambientato in un liceo classico. Atmosfere gotiche, storia antica, lingue morte, vecchie e giovani generazioni a confronto. E, ovviamente, un altro sanguinoso enigma per Riccardo Conti, il commissario di “Esecuzione”. Di più non posso dire, perché in un giallo è severamente sconsigliato fare anticipazioni sulla trama. E poi, per essere sincera fino in fondo, al momento non ne so molto altro nemmeno io: i miei personaggi non mi dicono mai tutto fino alla fine.

Intervista di Maria Antonietta Pinna a Giuseppe Catozzella, editor Feltrinelli

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Giuseppe Catozzella, scrittore, giornalista, editor che attualmente lavora per Giangiacomo Feltrinelli Editore, ha accettato di rispondere alle mie domande.

In cosa consiste esattamente il lavoro di editor?

Il lavoro dell’editor consiste nella selezione di opere letterarie che vanno a costituire la programmazione editoriale (nel mio caso per la narrativa) di una casa editrice. E poi consiste nel cercare di far arrivare ai lettori queste stesse opere, che l’editor per primo ha amato, nel miglior modo possibile, nel curare tutto l’aspetto di quello che viene chiamato publishing nel migliore dei modi.

Qual è l’elemento che rende “pubblicabile” un testo? Quanto conta il business e quanto il merito?

Non ci sono elementi oggettivi in questo settore, non è scienza, ma letteratura (o abbassando i toni: narrativa). Diciamo che di base ci deve essere un consapevole utilizzo della lingua in cui si scrive. Un utilizzo creativo. Ovvero non soltanto impeccabile (e anche le “sgrammaticature volontarie” beninteso rientrano in questa categoria) ma consapevole. Non ho ben capito la seconda parte della domanda. Il “business” conta al cento percento perché le case editrici sono imprese che devono sopravvivere, quindi non devono perdere denaro per troppi anni di fila altrimenti sono costrette a chiudere. La scommessa naturalmente è quella di cercare di guadagnare pubblicando buoni libri. Il merito, poi, è tutto. Per la mia esperienza non ho mai scelto un libro che non fosse per me non soltanto buono, ma ottimo.

Si dice che per essere anche soltanto “letti” dai grandi gruppi editoriali occorra come minimo la presentazione di uno scrittore affermato, garanzia di una sorta di preselezione. È vero?

Per niente. Per essere letti basta inviare un dattiloscritto. Meglio se accompagnato da una buona lettera in cui si presenta l’opera. Quello che un editore cerca massimamente è un ottimo romanzo di un autore esordiente, sconosciuto. Per varie ragioni. Perché magari lì dentro c’è una lingua nuova, o un nuovo modo di raccontare. E anche perché costa meno. È molto più economico acquistare i diritti dell’opera di un autore ancora inedito che quelli di un cosiddetto big della narrativa. Quindi c’è tutto l’interesse a leggere quello che arriva. La realtà è che il novanta percento delle proposte non sono all’altezza di una pubblicazione, si fermano prima di un adeguato livello di consapevolezza dell’utilizzo della lingua e delle storie da raccontare. Si potrebbe anche dire, semplificando, che la stragrande maggioranza delle opere che arrivano sono “ingenue”, ovvero ancora al primo stadio del percorso che porta alla creazione letteraria: quello dell’appagamento per il segno scritto. Questo però è soltanto il primo gradino.

Credi che la sperimentalità sia accolta positivamente oggi dai grandi gruppi editoriali?

Credo che in questo momento storico sia molto difficile poter scommettere e lanciare un’opera “sperimentale”. Ma Feltrinelli credo sia uno dei pochissimi grandi editori che si permette sempre di fare cose in controtendenza, e quindi ancora di poter scommettere su opere anche “difficili”.

Cosa pensi dell’editoria a pagamento?

Penso che sia tutt’altro dall’editoria propriamente detta. Uno paga per avere il suo libro. Come quando fai rilegare la tesi. L’editoria è un’altra cosa, è un’impresa economica che cerca di promuovere opere culturali e cerca di trovare il modo di trarre da questo anche un profitto, per mantenersi in vita, sostanzialmente. L’industria culturale non è certamente il migliore business in cui poter investire, i profitti sono molto bassi, il pareggio è già un ottimo risultato in molti casi. Quello che si cerca di fare, sostanzialmente, è promuovere buone opere, mettere in circolo buoni stimoli, buon “cibo per la mente”.

Ultimamente va molto di moda il book-on demand. La casa editrice dove lavori ha adottato un sistema chiamato “Il mio libro”, un self-publishing in cui è possibile avere un preventivo per stampare il proprio libro. Che differenza c’è tra editoria a pagamento e book-on demand? Non credi che il confine tra le due forme di pubblicazione sia labile?

Feltrinelli non ha adottato un sistema chiamato ilmiolibro.it. Esiste questa attività, promossa principalmente dal gruppo Espresso-Repubblica, e Feltrinelli pubblica ogni anno quello che, da una vastissima giuria di lettori e infine da una giuria interna alla casa editrice, viene ritenuta l’opera migliore. È di nuovo un altro modo per fare scouting, per cercare nuovi stimoli, opere buone. Sì, credo che tra editoria a pagamento e book-on-demand come lo chiami ci siano moltissime affinità. La sostanza è la stessa: pago per vedere il mio romanzo rilegato. Questa non è editoria, ripeto. È l’appagamento di un superficialissimo desiderio. Superficialissimo perché poi credo che di solito, per lo meno, quei volumi rilegati finiscono per rimanere negli scatoloni, in quanto manca completamente tutta la parte di promozione e distribuzione dell’opera, parte fondamentale del lavoro di un editore.

Nel book-on demand non c’è selezione alcuna da parte dell’editor, è un fai da te riservato ad aspiranti abbienti scrittori. Non trovi che sia un sistema in fondo discriminatorio, calcolando che forse non tutti hanno soldi da investire?

Non ci vedo niente di discriminatorio (a parte i soldi che servono per ottenere le copie stampate). È il sistema per cui se paghi per un servizio lo ottieni. Chi vuole e può paga per farsi stampare e rilegare il proprio romanzo. Se uno è contento così, e se lo può permettere, può andare avanti fino a che campa con questo metodo, e regalare ogni volta il suo libro a parenti e amici, o costringerli ad acquistarlo. Ma ripeto: l’editoria però è un’altra cosa. E credo che un aspirante autore o uno convinto di poterlo essere debba provare ad arrivare all’editoria. E ti assicuro che se vuole davvero e ha talento l’editoria ha tutto il vantaggio a pubblicarlo e a farlo crescere.

Passiamo all’e-book. Credi che sia l’editoria del futuro o preferisci il cartaceo?

Non credo che sia l’editoria del futuro. Credo che crescerà molto o moltissimo la lettura di libri su dispositivi digitali, ma credo che il libro di carta sia insostituibile per fortuna. È un’altra esperienza, e credo che nella lettura di un romanzo – che ci accompagna per ore e ore, per giorni e giorni – l’esperienza diciamo sensoriale (la carta, la copertina, le pagine, l’odore di carta e inchiostro, il fruscio delle pagine) entri a far parte del piacere stesso per la storia. Insomma, la lettura non muore perché è un’esperienza di vita, un po’ come le pratiche di meditazione orientale. Dalla lettura di un bel romanzo si esce trasformati. Un romanzo può entrarti dentro per giorni e giorni e poi ti trasforma. È diverso dal file di un film o di un cd che puoi crakkare mantenendo l’esperienza molto simile.

Il tuo ultimo romanzo, è una sorta di inchiesta che scoperchia realtà omertose e criminali proprie del nostro Paese. Pensi che il compito di uno scrittore sia anche quello di denunciare le storture della società contemporanea?

Io credo che il compito di uno scrittore sia innanzitutto essere onesto con se stesso e con le proprie urgenze. Penso che il compito della letteratura sia raccontare il mondo, ovvero ricrearlo in una forma bella, compiuta, addomesticata e quindi fruibile. Masticare il mondo, ingoiarlo con dolore e gioia insieme per poi cercare di restituirlo sotto forma di energia sublimata, pronta a essere utilizzata da altri, a entrare in circolo. Con Alveare sentivo l’urgenza di raccontare un mondo in cui mi sono trovato a nascere e crescere, un mondo colmo di mafia in un posto in cui nessuno voleva che ci fosse e nessuno per questo voleva parlarne. Però era lì. È lì. Quello che ho fatto è stato raccontarlo. È la stessa cosa, lo stesso processo creativo, che sottostà al mio nuovo romanzo, che uscirà in autunno. Una storia diversa, ma dotata della stessa potenza, della stessa forza dirompente. Una storia più poetica e dolorosa allo stesso tempo. Questa sarà una storia di grandissima speranza e libertà.

Intervista di Maria Antonietta Pinna a Leonardo Annulli

annulli editori

Intervista a Leonardo Annulli

1 Parlaci di te, dei tuoi interessi, dei libri che leggi, della musica che ascolti

Classe 1981: sono un animale di razza umana uscito fuori dalle viscere stanche e alcoliche della provincia viterbese. Nutro una passione viscerale per il rock’n’roll, i libri, le rivolte, l’America Latina, l’umanità dimenticata e le metafore forti e spiazzanti. Laureato in Scienze Internazionali e Microfinanza, ho vissuto in giro per il mondo (Rosario, Bruxelles, La Paz, Atene) per qualche anno, e ho iniziato a lavorare stabilmente per la casa editrice Annulli Editori da circa due anni.
Leggo di tutto, tantissimo, fin da bambino: merito dei miei genitori, che mi hanno instillato il virus della lettura. Questi, in ordine sparso, alcuni degli autori che più mi hanno influenzato: Eduardo Galeano, Paco Ignacio Taibo II, Leonardo Sciascia, Manuel Vazquez Montalban, Pier Paolo Pasolini, Guy Debord, Antonio Gramsci, William Burroughs, Enrico Brizzi, George Orwell, Wu Ming, Ernesto Che Guevara, Irvine Welsh, Friedrich Nietzsche, Ernesto Sabato, Charles Bukowski, Karl Marx, Bertol Brecht, Henry Miller, Rodolfo Walsh, Jack Kerouac, Noam Chomsky, Lester Bangs, Carlo Levi, Herman Hesse, Giuseppe Genna, il Subcomandante Marcos, Beppe Fenoglio, Heinrich Böll. Adoro i romanzi storici, il surrealismo, la beat generation (e autori affini), i noir, il neorealismo, i saggi storico-economico-politici, il giornalismo investigativo, il New Italian Epic… E, più in generale, la letteratura che racconta la perdizione, i travagli, i viaggi e le lotte individuali e collettive. Mi innamoro facilmente quando un buon testo letterario incontra l’impegno sociale. Mi piacciono gli esperimenti letterari, anche quelli digitali: una cosa molto bella, che merita sicuramente una lettura approfondita, è il “Diario di Zona” del blog http://www.satyrikon.org/, una delle cose più interessanti che mi sia capitato di leggere ultimamente nell’oceano del web.
In parallelo alla mia formazione politico-letteraria quella, non meno importante, musicale. Il grunge, poi il punk e tanto altro a seguire. Ascolto un sacco di band, sia passate che contemporanee: Nirvana, Clash, Ramones, Stooges, Velvet Underground, Fugazi, Sonic Youth, Fabrizio De André, Bob Dylan, Jimi Hendrix, The Who, Neil Young, Blue Cheer, 13th Floor Elevators, Radiohead, Wipers, Radio Moscow, Ty Segall, The Intellectuals, Mudhoney, Teatro degli Orrori, Metz, The Black Angels, The Men, Movie Star Junkies, ed è meglio che mi fermo sennò saturo l’intervista di nomi. Scrivo per tre webzine musicali: In Your Eyes ezine, Distorsioni, Freakout, e curo il mio blog personale, Loud Notes. Per me la musica è importantissima e credo fermamente che abbia una propria, forte, dignità culturale, poetica e letteraria (oltreché, non meno importante, una certa dignità antagonista). Checché ne dica Guccini, credo che “a canzoni si possa far poesia”: trovo molto più eccitante la poetica di De André, Bob Dylan, Lou Reed, Jim Carrol o Richard Hell che quella di molti blasonati poeti novecenteschi.

2 Come è nata l’idea di diventare editore?

L’idea di intraprendere la strada editoriale è stata di mio padre Giuseppe. È stato lui, nell’ormai lontano 2005, a proporre a me e mio fratello Tiziano e a mettere poi le basi di quella che oggi è la casa editrice Annulli Editori. Che è stata ed è, innanzitutto, il frutto del suo amore smodato per il territorio dove siamo nati e viviamo, la Tuscia. Noi due figli, da arcigni appassionati della letteratura quali eravamo (e siamo), non abbiamo saputo dire di no. Anzi, direi piuttosto che vi abbiamo aderito con convinzione! E ora, finiti gli studi universitari, siamo qui per dare anche la nostra impronta a questo progetto editoriale. Fiori Ciechi fa parte di questa impronta: si tratta del primo libro della Annulli Editori che ho seguito personalmente dalla A alla Z.

3 Cos’è per te la letteratura?

Conoscenza conoscenza conoscenza. Uno dei più forti e inossidabili ascensori sociali mai inventato dagli esseri umani. Chiavistello che apre le porte alle possibilità di cambiamento sociale, che ne determina le modalità. Strumento di pensiero e svago, di introspezione e analisi sociale, di catarsi, redenzione o discesa agli inferi. Una roba strana e mutevole, che apre la mente e spinge a pensare. Insieme alla musica, una delle cose che può arricchire una vita. Il grande Frank Zappa diceva: “senza la musica per decorarlo, il tempo sarebbe solo una noiosa sequela di scadenze produttive
e di date in cui pagare le bollette”. Ecco, mi immagino che si possa dire qualcosa di molto simile per la letteratura.

4 Cosa deve comunicare un autore per essere considerato “pubblicabile”?

Passione per la scrittura, innanzitutto, e questo vale per ogni genere di pubblicazione. Poi la questione varia a seconda del genere di libro pubblicato. Per una guida o un saggio antropologico deve comunicare conoscenza. Profonda e radicata nel territorio o nelle comunità che il libro intende rappresentare. La particolarità delle nostre guide turistiche, così come dei mini-saggi antropologici della collana Logìa, è proprio questa: nascono nel territorio, da persone (storici, studiosi) che lo vivono tutti i giorni.
Per un romanzo o una qualsiasi altra opera di narrativa direi una fervida fantasia, dei contenuti da veicolare (dello svago duro e puro non sappiamo che farcene) e deve comunicare il tutto con uno stile inconfondibile, o quanto meno riconoscibile. A me piace anche molto quando avverto la “necessità” di quello che leggo, quando sento che quell’opera è una naturale propagazione della personalità e della vita del suo autore. Una sua viva espressione artistica. Lo considero un “plus”.

5 Quali sono le principali difficoltà a cui va incontro un neo-editore?

La distribuzione, senza dubbio. Un fattore che può influenzare in modo determinante le politiche editoriali, i prezzi apposti sui libri e quindi il rapporto con i lettori, così come le possibilità di successo di un’opera. E l’ostracismo dei grandi media, ma anche dei librai (parlo soprattutto delle librerie di catena), verso gli autori esordienti. Che poi, volendo chiamare il problema con il nome che gli è proprio, si tratta di conformismo. Per quanto riguarda la narrativa, se non hai nel rooster un autore già conosciuto, in pochi ti calcolano e rischi di passare totalmente inosservato al grande pubblico: le possibilità sono ristrette e il lavoro da fare per spezzare queste “catene” è enorme. Ma vale la pena farlo, sicuramente.

6 Come vedi il panorama editoriale italiano oggi e la politica dei grossi gruppi?

Il panorama editoriale italiano è da sempre drogato dalla presenza di grandi gruppi editoriali e dei grandi distributori (che spesso fanno capo alla stessa entità proprietaria) che ne fanno il bello e il cattivo tempo, sia in termini di politiche commerciali sia decretando il potenziale di vendita di questo o quel filone letterario. Un’altra critica che mi sento di muovere ai grandi gruppi, pur sapendo che si tratta di una critica a vuoto (perché sto parlando a commercianti, non a operatori culturali), è la scarsa attenzione alla qualità delle pubblicazioni. Il lavoro dell’editore non sta nell’assecondare le pulsioni più intime dei consumatori ma nel dare vita a degli strumenti – i libri – atti a creare dei cittadini consapevoli sviluppando la loro coscienza critica. Il nuovo libro del VIP di turno – che sia lo showmen, il calciatore, o qualsiasi altra vedette per citare Debord – non aiuta per nulla questo scopo. É roba che vale poco più (o forse poco meno) della carta igienica.
Detto questo, non credo però che sia totalmente impossibile inserirsi nel mercato editoriale creando e attraendo un proprio pubblico di riferimento, una nicchia, tentando di lavorare assiduamente sulla qualità delle pubblicazioni. Ma per farlo ci vuole tempo, passione, costanza e un grande lavoro di promozione editoriale su tutti i fronti possibili.

7 Che ne pensi dell’e-book?

Ho acquistato un e-reader (non dico il nome per non fare pubblicità) giusto due settimane fa, e ho appena iniziato a leggere il mio primo libro digitale (qui voglio fare pubblicità: si tratta di “Q” di Luther Blisset, che trovate in download gratuito su Giap, il blog del collettivo Wu Ming). La trovo un’esperienza interessante, forse un poco spersonalizzante rispetto al caro vecchio libro ma, a parte questo, credo possa rappresentare un’innovazione positiva; in potenza, potrebbe costituire una via per avvicinare i “nativi digitali” alla lettura, per creare nuovi futuri lettori (e, quindi, futuri cittadini consapevoli).
Detto questo, inviterei però a diffidare degli apologeti del libro virtuale, che già profetizzano la fine del cartaceo e un futuro di e-books. Nella fiducia smodata nel progresso a volte si annidano i peggiori impulsi reazionari e le vedute più ristrette. Il libro esiste da secoli e la sua storia è così forte, importante e legata a doppio filo con quella umana che mi sembra quantomeno azzardato pensare a una sua eclissi in tempi così rapidi. Il libro è come un vecchio lottatore: che magari è un po’ stanco e decrepito, ma all’occorrenza e senza che nemmeno te lo aspetti può ancora dare qualche bella spallata. Guardate cos’è successo con il cd e il vinile.
Per quanto riguarda la nostra politica editoriale, stiamo pensando da qualche tempo di mettere in cantiere la trasformazione in e-book di alcune guide turistiche già pubblicate. Vediamo.

8 Come vedi il book on demand?

Ammetto che non ho approfondito molto l’argomento, ma così a primo acchito devo dire che l’idea non mi convince molto. Mi pare piuttosto una maschera carina e con un nome d’impatto per nascondere l’editoria a pagamento.
La discussione su questo punto, inoltre, deve fare i conti con un mercato dell’editoria prossimo alla saturazione, che sforna ogni anno un oceano di pubblicazioni dal potenziale di pubblico veramente minimo. E, spesso – il che è molto peggio – dal potenziale letterario ancora più scarso. Non credo che, in un tal contesto, l’editoria on demand possa essere considerata come un’innovazione positiva. In qualità di editori dobbiamo pensare a come educare i cittadini alla lettura, a come lavorare sulla qualità delle pubblicazioni, non a come soddisfare gli ego enormi di coloro che vogliono vedere il proprio nome stampato su un libro, garantendoci la tutela da ogni rischio imprenditoriale. E scusa la franchezza.

9 Credi che ci sia speranza per gli autori che fanno sperimentalità?

Credo che tutto dipenda da quello che dicevo poc’anzi a proposito delle difficoltà. Di pubblico potenziale ricettivo all’innovazione e agli esperimenti letterari credo ce ne sia abbastanza, ma è la filiera che porta il pubblico all’opera che è malata fino al midollo e di difficile percorribilità. Non vorrei però apparire eccessivamente negativo: di sperimentazioni che abbiano la potenza della grande letteratura ce n’è bisogno come il pane, siamo noi che stiamo da quest’altra parte della “barricata” (editori, librai, distributori) che dobbiamo attrezzarci al meglio per promuoverle e farle conoscere al grande pubblico.

Il libro di sabbia di Jorge Luis Borges

Il libro di sabbia - Jorge Luis Borges

http://controcomunebuonsenso.blogspot.it/2013/02/sei-proprio-sicuro-di-stare-per-morire.html

“Sei proprio sicuro di stare per morire?”.
“Sì” rispose. “Sento una specie di dolcezza e di sollievo che non avevo mai provato. Non so come spiegarti. Tutte le parole richiedono un’esperienza condivisa. Perché sembri così irritato da quello che ti dico?”. “Perché ci somigliamo troppo. Detesto la tua faccia che sembra la mia caricatura, detesto la tua voce, che fa il verso alla mia, detesto la tua sintassi patetica, che è la mia”.
“Anche io” ribattè lui. “Per questo ho deciso di suicidarmi”.

Con autori del calibro di Borges capita di avere uno strano timore reverenziale nel momento in cui ci si accinge a recensirlo. Perché le recensioni son fatte di parole e ho un brutto rapporto con esse quando mi paiono insufficienti, quasi inadatte, a parlare di autori di tale mole che paiono non stare comodamente entro i ristretti confini di una recensione. Il libro di sabbia è una raccolta di racconti con la quale lo scrittore argentino ci catapulta, in universi nuovi, contorti e vertiginosi. Lasciate ogni linearità O voi che leggete. Sono racconti che non si limitano ad esser letti, ma che ci fanno precipitare, senza paracadute in architetture fantastiche impeccabili. Sono presenti i temi cari a Borges: l’infinito, gli specchi, le tigri. E un ruolo di primo piano è occupato dal tema del doppio. Nel primo racconto, che apre la raccolta, un Borges anziano incontra, in una panchina, un Borges ventenne. È proprio lì, in quell’atmosfera intrisa di una densa nebbia, quasi tangibile, che il piano del reale si fonde e si confonde con quello onirico. Il tema del doppio – non è un caso il richiamo a Il sosia di Dostoevskij – regala quasi un senso di smarrimento facendo venir meno quella presunta onnipotenza – tutta umana – che deriva dalla convinzione di crederci unici, inimitabili, ineguagliabili. Si sacrifica l’individualismo in nome di un sogno, che forse, però, non è un sogno. O forse sì. Altro tema affrontato è quello dell’infinito – nel racconto che dà il titolo alla raccolta e nel bellissimo racconto “Tigri blu” – che riesce a produrre, nel lettore, un senso profondo di angoscia riuscendo a farlo entrare in un vortice senza uscita. Siamo così abituati a schematizzare tutto, siamo abituati alla sequenza inizio-svolgimento-fine che tutto ciò che è infinito e, allo stesso tempo, inspiegabile razionalmente è in grado di turbarci, di farci smarrire. Non mancano, al solito, i riferimenti filosofici, le citazioni dotte senza alcuna pedanteria, sia chiaro. Insomma, in qualche modo, si ritrovano le stesse atmosfere de l’Aleph anche se meno geometricamente costruite.

Sonia Argiolas

Mister Yod non può morire, recensione di Cinzia Baldini


MISTER YOD NON PUO’ MORIRE di MARIA ANTONIETTA PINNA

E se un giorno il Padreterno si stancasse di vivere e provasse il desiderio di morire? Di condividere, quindi, il medesimo destino di quell’umanità che lui avrebbe creato “a sua immagine e somiglianza?”

Con un ragionamento, che un matematico definirebbe per assurdo ma che in realtà è assolutamente razionale, dal tono ironico e per alcuni versi anche comico, tale situazione l’ha ricreata la promettente autrice Maria Antonietta Pinna nelle pagine del testo teatrale che porta la sua firma: MISTER YOD NON PUO’ MORIRE.

“Vi ho convocato qui per dirvi che ho preso una decisione…

non è facile per me dirvi quello che sto per dirvi,

sempre che riesca a dirvelo…

Non mi ricordo più quanti anni ho, sono stufo.

Yod di qua, Yod di la, Yod fai questo, fai quest’altro,

chi mi cerca a destra, chi a sinistra,

appelli, richieste, suppliche! Basta faxarmi,

telefonarmi, scrivermi, citofonarmi, basta pubblicità!

Sono stufo! Fuori servizio, chiaro?

E non mi riferisco solo a voi ma a tutti gli altri, a tutti!

Quello che nessuno ha capito è che voglio essere lasciato in

pace. In una parola aggiustatevi! Ne ho le tasche piene!”

Nei tre atti in cui è suddivisa la sceneggiatura assistiamo proprio al maturare del proposito da parte di Dio di farla finita, di essere “falciato” dalla Nera Signora, dalla ricerca quasi disperata dei mezzi con cui attuare l’insano progetto ed infine, quasi a tempo scaduto, il drammatico ripensamento.

MISTER YOD NON PUO’ MORIRE è un testo scritto in modo interessante e attuale la cui logica ineccepibile mette in discussione certezze sedimentate ormai da secoli. E un’autrice così dotata, Maria Antonietta Pinna, da essere riuscita a far calzare perfettamente e senza strappi la razionalità umana a quella divina del supremo ispiratore delle tre più grandi religioni monoteiste attuali.

La narrazione ha una costruzione strategica con richiami ad argomentazioni teologico/filosofiche e i personaggi selezionati per accompagnare, nei tre atti, lo sviluppo dell’autodistruzione portata avanti da Dio, sono, per il simbolismo che racchiudono, come le guide scelte da Dante per la sua commedia. Ed anche il lavoro di Maria Antonietta Pinna potrebbe essere proprio una “Divina Tragedia” avendo le caratteristiche di un dramma teatrale vero e proprio.

Il “deus ex machina” della questione sarà proprio l’uomo comune che riuscendo là dove Paracelso e Don Abbondio hanno fallito, si proporrà quale alter ego a Yod/Dio e con la sua logica razionale, semplice e disarmante, sintesi di quella eterna -molto più complicata perché costituita dall’essenza originaria dei concetti stessi- lo porterà a rivedere i funerei propositi.

Quando nel primo atto, Mister Yod tenta di mettere al corrente la sua assurda famiglia sulla decisione presa, e assistiamo a dialoghi insensati, monologhi senza capo né coda, rinfacci e accuse meschine, la prima sensazione, “a pelle”, che ci assale è di ansia, impotenza, con un forte senso di soffocamento e irrimediabilità per una situazione talmente deteriorata da essere, ormai, fuori controllo.

È il problema dell’incapacità di comunicare che, presentandosi sulla scena quasi in sordina, assume via via contorni netti e definiti fino a risaltare chiaro in tutta la sua drammaticità.

La difficoltà di rapportarsi l’un l’altro, di costruire serie e proficue relazioni sociali non è solo una questione di “salto generazionale” in quanto, se è vero che esiste tra generazioni diverse, è innegabile, che sussiste anche tra i vari sessi più o meno coetanei o tra familiari che condividono lo stesso tetto.

La depressione, l’apatia, l’ipocondria, il rinchiudersi in un mondo proprio, il non riconoscersi anche se si sono condivisi sentimenti profondi quale l’amore materno o quello coniugale, altro non sono che manifestazioni del “male di vivere”, tematica nota e conosciuta benissimo dalla società contemporanea.

Ben presto, un ormai amareggiato Mister Yod si accorge che a nulla serve abbandonare lo snaturato “nido” familiare e cercare di ritrovare il proprio io, la propria individualità, le caratteristiche della propria personalità, tra le formule segrete, gli alambicchi o i simbolismi esoterici del laboratorio medico di Paracelso, come accade nel secondo atto.

Stanco e disilluso il Nostro Protagonista cerca, nella terza parte, il conforto della religione impersonata suo malgrado, dal misero e codardo Don Abbondio. Errore madornale di valutazione da parte dell’Eterno, perché persino nella dottrina che dovrebbe essere sua diretta emanazione, non riconosce nessuna qualità, tantomeno si capacita di dover accettare bovinamente, solo “per fede”, come vorrebbe il rappresentante della Chiesa, concetti che suonano ipocriti, falsi e banali persino alle Sue divine orecchie.

L’unico merito da ascrivere al pavido Don Abbondio è quello di aver messo l’immenso Mister Yod davanti al suo umile ritratto: l’uomo. L’Uomo Qualunque, quello che si incontra tutti i giorni per strada e di cui non resta memoria, “polvere alla polvere”. Dio vi si rispecchia ma ciò che l’uomo –creato dall’Onnipotente e, mini creatore a sua volta, del mito di un Dio artefice della sua creazione- gli mostra, lo sconvolge ancora di più. L’uomo qualunque, senza tanti complimenti, lo mette davanti al fatto compiuto: latente, all’interno della Sua eterna coscienza c’è il male. Quindi se da Lui tutto è stato creato e tutto torna, anche a Lui che è Il Bene è da imputare la creazione della sofferenza, del dolore, delle iniquità, della negazione della vita per eccellenza: la guerra.

L’amara presa di coscienza, come un tarlo, inizia a divorare Yod dall’interno, ad acuire la sua crisi esistenziale, ad intaccare la sua immortalità e quindi ad avvicinarlo a quella dipartita, così a lungo agognata, indifeso, come tutte le altre Sue creature.

Più Dio riflette sul senso della morte, più essa si rafforza e si prepara a ghermirlo, più il sibilo della falce si avvicina, più Yod ci ripensa e non vuole morire. Ora che la sua mente super razionale è in comunione con quella degli uomini, si confonde, si perde nell’incapacità di comprendere perché la vita debba finire. Anzi perché l’esistenza debba essere un lungo cammino di espiazione verso il nulla della morte dove persino lui stesso, essenza creatrice per eccellenza, viene dimenticato, annullato dalla potenza del non essere…

“…ma adesso

che sono debole, vecchio, stanco, ammalato, solo, ridotto ad

un’idea dimenticata nel fondo d’ottuse coscienze, non voglio

più morire, non so perché, ma non voglio, io che sapevo, che

potevo tutto, non voglio, non voglio, non voglio morire…

(Si accascia al suolo mentre la sua voce

diventa il gorgoglio d’un agonizzante).”

SIPARIO!

Cinzia Baldini

Intervista a Giuseppe Catozzella, editor Feltrinelli

catozzellamercoledì 20 febbraio 2013

Intervista a Giuseppe Catozzella, editor Feltrinelli
Giuseppe Catozzella, scrittore, giornalista, editor che attualmente lavora per Giangiacomo Feltrinelli Editore, ha accettato di rispondere alle mie domande.

In cosa consiste esattamente il lavoro di editor?
Il lavoro dell’editor consiste nella selezione di opere letterarie che vanno a costituire la programmazione editoriale (nel mio caso per la narrativa) di una casa editrice. E poi consiste nel cercare di far arrivare ai lettori queste stesse opere, che l’editor per primo ha amato, nel miglior modo possibile, nel curare tutto l’aspetto di quello che viene chiamato publishing nel migliore dei modi.

Qual è l’elemento che rende “pubblicabile” un testo? Quanto conta il business e quanto il merito?

Non ci sono elementi oggettivi in questo settore, non è scienza, ma letteratura (o abbassando i toni: narrativa). Diciamo che di base ci deve essere un consapevole utilizzo della lingua in cui si scrive. Un utilizzo creativo. Ovvero non soltanto impeccabile (e anche le “sgrammaticature volontarie” beninteso rientrano in questa categoria) ma consapevole. Non ho ben capito la seconda parte della domanda. Il “business” conta al cento percento perché le case editrici sono imprese che devono sopravvivere, quindi non devono perdere denaro per troppi anni di fila altrimenti sono costrette a chiudere. La scommessa naturalmente è quella di cercare di guadagnare pubblicando buoni libri. Il merito, poi, è tutto. Per la mia esperienza non ho mai scelto un libro che non fosse per me non soltanto buono, ma ottimo.

Si dice che per essere anche soltanto “letti” dai grandi gruppi editoriali occorra come minimo la presentazione di uno scrittore affermato, garanzia di una sorta di preselezione. È vero?

Per niente. Per essere letti basta inviare un dattiloscritto. Meglio se accompagnato da una buona lettera in cui si presenta l’opera. Quello che un editore cerca massimamente è un ottimo romanzo di un autore esordiente, sconosciuto. Per varie ragioni. Perché magari lì dentro c’è una lingua nuova, o un nuovo modo di raccontare. E anche perché costa meno. È molto più economico acquistare i diritti dell’opera di un autore ancora inedito che quelli di un cosiddetto big della narrativa. Quindi c’è tutto l’interesse a leggere quello che arriva. La realtà è che il novanta percento delle proposte non sono all’altezza di una pubblicazione, si fermano prima di un adeguato livello di consapevolezza dell’utilizzo della lingua e delle storie da raccontare. Si potrebbe anche dire, semplificando, che la stragrande maggioranza delle opere che arrivano sono “ingenue”, ovvero ancora al primo stadio del percorso che porta alla creazione letteraria: quello dell’appagamento per il segno scritto. Questo però è soltanto il primo gradino.

Credi che la sperimentalità sia accolta positivamente oggi dai grandi gruppi editoriali?

Credo che in questo momento storico sia molto difficile poter scommettere e lanciare un’opera “sperimentale”. Ma Feltrinelli credo sia uno dei pochissimi grandi editori che si permette sempre di fare cose in controtendenza, e quindi ancora di poter scommettere su opere anche “difficili”.

Cosa pensi dell’editoria a pagamento?

Penso che sia tutt’altro dall’editoria propriamente detta. Uno paga per avere il suo libro. Come quando fai rilegare la tesi. L’editoria è un’altra cosa, è un’impresa economica che cerca di promuovere opere culturali e cerca di trovare il modo di trarre da questo anche un profitto, per mantenersi in vita, sostanzialmente. L’industria culturale non è certamente il migliore business in cui poter investire, i profitti sono molto bassi, il pareggio è già un ottimo risultato in molti casi. Quello che si cerca di fare, sostanzialmente, è promuovere buone opere, mettere in circolo buoni stimoli, buon “cibo per la mente”.

Ultimamente va molto di moda il book-on demand. La casa editrice dove lavori ha adottato un sistema chiamato “Il mio libro”, un self-publishing in cui è possibile avere un preventivo per stampare il proprio libro. Che differenza c’è tra editoria a pagamento e book-on demand? Non credi che il confine tra le due forme di pubblicazione sia labile?

Feltrinelli non ha adottato un sistema chiamato ilmiolibro.it. Esiste questa attività, promossa principalmente dal gruppo Espresso-Repubblica, e Feltrinelli pubblica ogni anno quello che, da una vastissima giuria di lettori e infine da una giuria interna alla casa editrice, viene ritenuta l’opera migliore. È di nuovo un altro modo per fare scouting, per cercare nuovi stimoli, opere buone. Sì, credo che tra editoria a pagamento e book-on-demand come lo chiami ci siano moltissime affinità. La sostanza è la stessa: pago per vedere il mio romanzo rilegato. Questa non è editoria, ripeto. È l’appagamento di un superficialissimo desiderio. Superficialissimo perché poi credo che di solito, per lo meno, quei volumi rilegati finiscono per rimanere negli scatoloni, in quanto manca completamente tutta la parte di promozione e distribuzione dell’opera, parte fondamentale del lavoro di un editore.

Nel book-on demand non c’è selezione alcuna da parte dell’editor, è un fai da te riservato ad aspiranti abbienti scrittori. Non trovi che sia un sistema in fondo discriminatorio, calcolando che forse non tutti hanno soldi da investire?

Non ci vedo niente di discriminatorio (a parte i soldi che servono per ottenere le copie stampate). È il sistema per cui se paghi per un servizio lo ottieni. Chi vuole e può paga per farsi stampare e rilegare il proprio romanzo. Se uno è contento così, e se lo può permettere, può andare avanti fino a che campa con questo metodo, e regalare ogni volta il suo libro a parenti e amici, o costringerli ad acquistarlo. Ma ripeto: l’editoria però è un’altra cosa. E credo che un aspirante autore o uno convinto di poterlo essere debba provare ad arrivare all’editoria. E ti assicuro che se vuole davvero e ha talento l’editoria ha tutto il vantaggio a pubblicarlo e a farlo crescere.

Passiamo all’e-book. Credi che sia l’editoria del futuro o preferisci il cartaceo?

Non credo che sia l’editoria del futuro. Credo che crescerà molto o moltissimo la lettura di libri su dispositivi digitali, ma credo che il libro di carta sia insostituibile per fortuna. È un’altra esperienza, e credo che nella lettura di un romanzo che ci accompagna per ore e ore, per giorni e giorni l’esperienza diciamo sensoriale (la carta, la copertina, le pagine, l’odore di carta e inchiostro, il fruscio delle pagine) entri a far parte del piacere stesso per la storia. Insomma, la lettura non muore perché è un’esperienza di vita, un po’ come le pratiche di meditazione orientale. Dalla lettura di un bel romanzo si esce trasformati. Un romanzo può entrarti dentro per giorni e giorni e poi ti trasforma. È diverso dal file di un film o di un cd che puoi crakkare mantenendo l’esperienza molto simile.

Il tuo ultimo romanzo, è una sorta di inchiesta che scoperchia realtà omertose e criminali proprie del nostro Paese. Pensi che il compito di uno scrittore sia anche quello di denunciare le storture della società contemporanea?

Io credo che il compito di uno scrittore sia innanzitutto essere onesto con se stesso e con le proprie urgenze. Penso che il compito della letteratura sia raccontare il mondo, ovvero ricrearlo in una forma bella, compiuta, addomesticata e quindi fruibile. Masticare il mondo, ingoiarlo con dolore e gioia insieme per poi cercare di restituirlo sotto forma di energia sublimata, pronta a essere utilizzata da altri, a entrare in circolo. Con Alveare sentivo l’urgenza di raccontare un mondo in cui mi sono trovato a nascere e crescere, un mondo colmo di mafia in un posto in cui nessuno voleva che ci fosse e nessuno per questo voleva parlarne. Però era lì. È lì. Quello che ho fatto è stato raccontarlo. È la stessa cosa, lo stesso processo creativo, che sottostà al mio nuovo romanzo, che uscirà in autunno. Una storia diversa, ma dotata della stessa potenza, della stessa forza dirompente. Una storia più poetica e dolorosa allo stesso tempo. Questa sarà una storia di grandissima speranza e libertà.

Malachia docet? ITCCS e l’inchiesta sul Papa. Bufala o realtà?

papa

Malachia docet? ITCCS e l’inchiesta sul Papa. Bufala o realtà?

Maria Antonietta Pinna

Arnold de Wyon nel 1595 pubblicava un curioso libro Lignum Vitae, in cui è presente la profezia di Malachia: Prophetia Sancti Malachiae. Secondo la leggenda Malachia venne chiamato a Roma presso il Pontefice Innocenzo II. In tale occasione ebbe una visione che riportò criticamente nel testo: Prophetia de Summis Pontificibus, ritrovato alla fine del Cinquecento. Alcuni sostengono si tratti di un falso attribuibile ad Alfonso Ceccarelli o a Nostradamus. John Hogue sostiene comunque la validità della profezia. Si tratta di “motti” che descrivono il futuro dei Papi ed il loro destino terreno. Secondo la profezia Benedetto XVI sarebbe il penultimo Pontefice: «Petrus Romanus In persecutione extrema Sanctae Romanae Ecclesiae sedebit Petrus Romanus, qui pascet oves in multis tribulationibus; quibus transactis, civitas septicollis diruetur, et Judex tremendus iudicabit populum suum. Finis».
«Durante l’ultima persecuzione della Santa Romana Chiesa siederà Pietro il Romano, che pascerà il gregge fra molte tribolazioni; passate queste, la città dei sette colli cadrà ed il tremendo Giudice giudicherà il suo popolo. Amen». Sono soltanto leggende, fanfaluche simili a quelle sulla fine del mondo. Però è curioso notare come proprio in questo periodo, dopo la dimissione del Santo Padre Ratzinger, la rete abbia diffuso la notizia di un probabile arresto del Papa che sarebbe una rovina per la Chiesa della città dai sette colli. Una bufala? A prima vista sembrava di sì. Però l’agenzia Reuters ha poi confermato che il Pontefice potrebbe essere accusato di crimini contro l’umanità: http://reuters.com/article/idUSBRE91E0ZI20130215?irpc=932, come sottolinea anche Arthur McPaul in un articolo riportato nel blog: http://terrarealtime.blogspot.it/2013/02/il-papa-potrebbe-essere-accusato-di.html?spref=fb
Già nel 2010 l’attivista ateo Richard Dawkins, quando il Papa si recò in Gran Bretagna, chiese alle autorità di arrestarlo, per chiarire i crimini sessuali perpetrati dalla Chiesa. Nel 2011 le vittime degli abusi sessuali da parte del clero chiesero alla Corte penale Internazionale di indagare sul Papa. Il Gruppo per i Diritti Costituzionali (CCR) e la Rete dei Superstiti abusati dai sacerdoti (SNAP), ha presentato una denuncia presso la Corte penale internazionale relativa al fatto che i funzionari del Vaticano avevano consentito crimini sessuali. La Corte penale internazionale non ha ritenuto di dover procedere. Nessuna motivazione.
Resta attualmente aperta la richiesta del Rev. Kevin che chiede l’estradizione e l’arresto del Papa per genocidio: http://itccs.org/2013/02/14/pope-benedict-to-seek-immunity-and-protection-from-italian-president-giorgio-napolitano-on-february-23/
L’Ufficio centrale dell’ITCCS – International Tribunal into Crimes of Church and State di Bruxelles è stato costretto, dall’improvvisa abdicazione di Benedetto XVI, a rivelare i dettagli seguenti:
1. Venerdì 1 febbraio 2013, sulla base delle prove fornite dalla nostra affiliata Corte di Giustizia Common Law (itccs.org), il nostro ufficio ha concluso un accordo con i rappresentanti di una non specificata nazione europea e dei suoi giudici, a garanzia di un mandato di arresto contro Joseph Ratzinger, alias Papa Benedetto XVI, per crimini contro l’umanità ed associazione a delinquere.
2. Questo mandato d’arresto sarà consegnato all’ufficio della Santa Sede di Roma il giorno venerdì 15 febbraio 2013. La suddetta nazione ha concesso il permesso di trattenere Ratzinger, come criminale sospettato, all’interno del territorio sovrano della Città del Vaticano.
3. Lunedì 4 febbraio 2013, detta nazione ha consegnato una nota diplomatica nelle mani del Segretario di Stato Vaticano, Card. Tarcisio Bertone, informandolo dell’imminente mandato di arresto e invitando il suo ufficio a farlo rispettare. Nè il card. Bertone nè il suo ufficio hanno fornito alcun riscontro immediato a questa nota, tuttavia, solo sei giorni più tardi, papa Benedetto si è dimesso.
4. L’accordo tra il nostro Tribunale e i tribunali della nazione in parola comprende, come seconda disposizione, quella di emettere un lien commerciale sopra le proprietà e le ricchezze della Chiesa Cattolica Romana con effetto a partire dalla domenica di Pasqua, 31 marzo 2013. Questo lien sarà accompagnato a livello globale dalla pubblica Campagna Pasquale di Rivendicazione (“Easter Reclamation Campaign”, n.d.t.), in base alla quale le proprietà della Chiesa Cattolica saranno occupate e rivendicate dai cittadini come beni pubblici ed incamerate ai sensi del Diritto Internazionale e dello Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale.
5. È decisione del nostro Tribunale e del governo della nazione in parola, quella di procedere all’arresto di Joseph Ratzinger e alla sua rimozione dall’incarico di Pontefice Romano, con l’accusa di crimini contro l’umanità e associazione a delinquere.
6. È altresi nostra nuova decisione quella di procedere come previsto anche all’incriminazione e all’arresto del pontefice successore di Joseph Ratzinger, secondo le stesse accuse, e di imporre il lien commerciale e la Campagna Pasquale di Rivendicazione contro la Chiesa cattolica romana.
In chiusura, il nostro Tribunale riconosce che, a causa della complicità di Papa Benedetto XVI nelle attività criminali della Banca Vaticana IOR, quest’ultimo è stato persuaso alle dimissioni dai più alti funzionari del Vaticano. Secondo le nostre fonti, è stato il Segretario di Stato Tarcisio Bertone a costringere Joseph Ratzinger a rimettere immediatamente il suo incarico, in risposta diretta alla nota diplomatica relativa al mandato d’arresto a lui notificata il 4 febbraio 2013 da parte del governo della suddetta nazione.
Facciamo appello a tutti i cittadini e ai governi affinché supportino i nostri sforzi per demolire legalmente e direttamente la corporation Vaticana ed arrestare i principali ufficiali e membri del clero complici in crimini contro l’umanità e nella cospirazione criminale in corso per proteggere ed insabbiare la tortura e il traffico di bambini.
Questa settimana, il nostro ufficiò pubblicherà ulteriori bollettini di aggiornamento sugli eventi della Campagna Pasquale di Rivendicazione.
________________________________________
ITCCS – Ufficio Centrale di Bruxelles Bollettino pubblicato il 13 febbraio 2013
ore 12:00 GMT (ore 13:00 italiane)

Il Papa avrebbe chiesto protezione presso il Presidente della Repubblica programmando un incontro il 23 febbraio per ottenere l’immunità. Il Tribunale Internazionale invita Napolitano alla “non collusione con la criminalità”, e annuncia una campagna globale per occupare l’immobile Vaticano e avviare un’inchiesta sui diritti umani in Italia.

Tratto da: ITCCS: Benedetto XVI chiede immunità e protezione al Presidente della Repubblica Italiana | Informare per Resistere

http://www.informarexresistere.fr/2013/02/16/itccs-benedetto-xvi-chiede-immunita-e-protezione-al-presidente-della-repubblica-italiana/#ixzz2LI2AOaYE

Una colossale bufala oppure realtà?
Il futuro chiarirà il mistero.

Oliviero Angelo Fuina, Mister Yod non può morire di Maria Antonietta Pinna

copertina facciata yod

“Mister Yod non può morire”
di Maria Antonietta Pinna
Copyright Edizioni La Carmelina 2012
ISBN: 978 88 96437 384
Edizioni La Carmelina
Direttore Responsabile Federico Felloni
http://www.edizionilacarmelina.it

Stasera mi sono imbattuto in questo testo interessantissimo che fin dalle prime righe mi ha conquistato e catturato. Grande la sorpresa, all’impatto visivo, di trovarmi davanti a una partitura teatrale nei canonici tre atti. Lo confesso, con leggerezza d’acquisizione mi aspettavo un romanzo breve (o un racconto lungo). Bene: ho trovato infinitamente di più. Ho trovato un raccontare che avvalendosi di semplici dettami didascalici teatrali ha creato immagini in me stesso e, soprattutto, una grande opportunità di addentrarmi in riflessioni filosofiche suggerite dagli stessi personaggi con profonda leggerezza, mostrandomi molto di più di pseudo, e relative, verità che mille letture mirate avevano solo vagamente sfiorato dentro di me. Per mia colpa, probabilmente.
Mi sono divertito in dialoghi paradossali – ma fino ad un certo punto – tipici di un intrigantissimo “teatro dell’assurdo” che a ben addentrarcisi assurdo non lo è. Non più comunque di dietrologie suggerite dall’Esistenza stessa.
In una breve sinossi ad opera della stessa bravissima Maria Pinna, possiamo leggere:
“Yod percorre un viaggio in tre atti tra passato, presente e futuro, nell’eterno ciclo della vita. Si annoia mortalmente, cerca la morte per poi scoprire di voler vivere ancora. Cerca se stesso: nel cuore arido e stretto dei parenti; nell’antro circolare di Paracelso, tra pozioni e metafore di colorati filtri; nel ventre caldo di un leviatano, favoloso simbolo prenatale, oggi crudelmente maltrattato …”. E ancora:
“Dentro il suo mitico, caotico ventre, in una sorta di regressus ad uterum che assume valore universale, tra il male originario degli uomini ed i loro eterni, ciclici errori, Yod, disperatamente aggrappato con le dita all’umiak della coscienza umana cerca la luce dell’altro suo sè per esserci ancora nel mondo.”
Mister Yod è immortale. Un dio vicino all’umana concezione e tessitura che l’umanità stessa ha su di lui imbastito. Se non il nostro stesso Dio. Altri personaggi – nel primo atto – sono membri della sua famiglia che si era dimenticata di esserlo. Illuminante l’incontro col famoso medico e alchimista Paracelso nel secondo atto e significante l’incontro con Don Abbondio (o lo stereotipo ecclesiastico aggrappato alla materialità della sua missione e del suo ruolo) nel terzo e ultimo atto. Terzo atto che vede l’ingresso in scena dell’Uomo Qualunque. Di nome Uomo e di cognome Qualunque. Spesso invocato ma mai realmente personalizzato, qui arriva nella sua orgogliosa sicurezza del suo esistere . Sarà quest’uomo meno qualunque della sopravvalutata folla di uomini “specializzati” che indicherà la via che Mister Yod va cercando per tre atti (o nell’infinita ciclicità del morire e rinascere uguali a sé stessi). Via che risulterà indigesta allo stesso Yod, nell’essenza di ciò che realmente è.
Una lettura che consiglio sinceramente a chiunque abbia voglia di rimettersi in gioco addentrandosi in tematiche forse scomode, di certo spiazzanti e assolutamente mai banali.
Una lettura, inoltre, che consiglio a tutti coloro che apprezzano una scrittura semplicemente fluida e straordinariamente ironica che nelle paradossali costruzioni dei dialoghi degli stessi personaggi saprà strappare un sorriso divertito di riconoscimento e un soprassalto di verità basale.