La poesia, musica dimenticata

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http://www.sulromanzo.it/2010/01/la-poesia-musica-dimenticata.html

Vagavo sotto il cancello
caduto sulla tua assenza
con un’oncia di sole smaltavo
paesaggi di membra confuse

fiottava a un tratto l’ombra
da una piaga d’apollo e scoprivo
con paura tra i brani
della notte la luna d’altre parti

(Dario Villa, Lapsus in fabula)

La poesia è musica rappresentata dalle parole, è pneuma che cresce, metafora di vita e morte.

Espressivi sentimenti condensati nel ritmo e nelle strofe.

Oggi i testi poetici sono tra i meno venduti.

Perché?

Forse perché come dice Vecchioni “i poeti sono vecchi signori che mangiano le stelle” e tali sono rimasti, anzi si sono moltiplicati e scrivono in modo compulsivo, tra un pasto e l’altro, senza riuscire a fermarsi.

Poeti su poeti. Chiunque si ferma davanti allo scandalo della pagina bianca e si improvvisa poeta. Dai cinguettii di filastrocche tutte in rima si passa a versi che in realtà sono prosa e non se ne differenziano affatto. Chi non riesce su cartaceo pubblica on line, gran calderone dove si trova di tutto, esecrabili schifezze e cose interessanti. Ci sono perfino siti che “insegnano a scrivere le poesie”.

C’è grande offerta e poca domanda.

Il lettore medio è tuttora ancorato ad un’idea di poesia lontana dalla realtà, tutta fruscii e gote di rosa, scintillii di sguardi e romantiche vele all’orizzonte.

I poeti fanno pensare ad anziani scrittori sovrappeso con una scarpa nera e una marrone, persi in nuvole rosa.

La poesia può dare sicuramente di più.

Leggere bei versi oggi è difficile.

Ogni tanto piccole case editrici producono nuovi prodotti di qualità. Difficile trovarli in prima fila sulle vetrine delle librerie. Non è il genere preferito dai lettori.

Bisogna cercare dunque e sfogliare.

Ma il lettore non ha tempo, è ancorato prosaicamente alla sua routine, deve lavorare e non può fare tardi, andare a prendere i figli a scuola, correre, altro che poesie e versi…

La musa è sola.

Ognuno sta solo sul cuor della terra

trafitto da un raggio di sole

ed è subito sera.

In questi versi c’è tutto, la solitudine dell’uomo, l’illusione lacerante della speranza, la morte che arriva presto, come di sorpresa.

Quasimodo è morto. In compenso c’è Bob Dylan e le sue parole al vento che per fortuna non andranno perse.

La poesia oggi sorprende poco o niente, tranne sporadici casi. Veleggia su siderei orizzonti.

Che scenda dunque dall’Empireo e parli di sangue e carne, sputi, problemi, povertà e malattia, per “frugare le viscere del tempo”, come scrive Franco Ferrara nelle “Lettere a Natasha sulla causalità, natura, luoghi, assonanze e implicazioni molteplici dei nostri studi” in milletrecentocinquanta esemplari numerati. “Per decifrare la galassia di un segno”, indicando alle pietre di porsi “una sull’altra per edificare le mura di Tebe”.

Se riuscite a rinvenire il libro di Ferrara a cura di Franco Almonte, Mariano Baldi e Rosanna Fiorillo, potrete entrare in contatto con una poetica suggestiva, graffiante che incanta e coinvolge nella pienezza di versi che sono come pietre rotolanti verso l’infinito portato sulla terra.

Il verso erompe dalla pagina con travolgente forza espressiva.

Il modello culturale è quello filosofico-poetico tra ‘700 e ‘800. Si tratta di lettere dalla grande potenza evocativa. Frammenti di immagini, esplorazioni interiori, letture, esperienze di viaggi che scivolano lievi a comporre un’artistica trama a volte ironica, a volte grottesca che non si ferma mai ai limiti apparenti ma sfiora la superficie e sa bucarla per andare allusivamente oltre.

L’autore, esperto in materia esoterica, alchimia, religioni orientali e letteratura in genere, esalta il valore della scrittura che “stana l’assenza, l’usura tenace, la frivola arroganza del tarlo, la sconclusione, il progetto friabile”.

Scrive consapevole della “doppiezza straripante della diversità allusiva che la parola trattiene”. Vocali e consonanti sono riconoscimento di memoria.

Chi dunque ha detto che la poesia non può risorgere?

Che i versi diventino dunque più umani, più attuali e istintivi, meno diafani. Che entrino finalmente nei sogni, e li percorrano, non soltanto nelle stanze attigue. Che entrino nella materia e sappiano plasmarla.

Forse la Musa troverà finalmente un po’ di compagnia.

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