Maria Antonietta Pirrigheddu: la potenza del suono ne “Le parole assassine”

Copertina

http://www.sulromanzo.it/2010/03/maria-antonietta-pirrigheddu-la-potenza.html

“Di parole si può anche morire: sono creature viventi che partoriamo in gola, pronte a venire al mondo ma lente a scomparire, forse l’unica cosa che non conosce porte”.

Lettere, vocali e consonanti che feriscono, hanno una speciale, misteriosa potenza. Lo sapevano bene le filosofie antiche. Suono è forza cosmica, origine di tutte le cose create. In Genesi si identifica con Dio stesso: “In principio era il Verbo”.

Il suono caratterizza, contro l’inane sintesi del non-essere.

Ulisse, dopo aver accecato il Gigante, l’oscura, ciclopica forza bruta, non seppe resistere alla tentazione di affermare la propria esistenza, gridando il suo nome, cancellando col suono l’anonimo Nessuno.

Il suono è il respiro del Brahman, l’origine della creazione. L’Aum primordiale è un concentrato di potenza.

Il concetto pitagorico di armonia planetaria, è materia affascinante dal sapore universale. Lo sapeva bene lo Shakespeare de Il mercante di Venezia, lo sapevano i maghi e gli alchimisti che seminarono le basi della chimica moderna. Lo sa l’anacoreta Esichiasta che capta nel silenzio denso vibrazioni ed energie macrocosmiche.

La parola maledice e benedice insieme, scaccia e chiama, punisce e offre voluttuosi balsami.

L’esorcista la usa per scacciare demoni che forse si annidano soltanto nella superstizione fanatica della sua esclusivista religione.

La musica di Orfeo rallenta il corso dei torrenti, strega Driadi, Ninfe e belve.

La potenza del suono regna sovrana sui racconti de “Le parole assassine” di Maria Antonietta Pirrigheddu. Parola è il filo conduttore che unisce le storie e i personaggi in una sinfonia che supera spazio, tempo, materialità e vita stessa.

Dalle pagine trasudano cori di voci, suoni di vivi e morti in un amalgama stilistico assai ben concertato. Cortei di sillabe felpate, quasi sussurrate, veicolo di ossessioni, immagine-specchio dell’insondabile subcosciente. Formule magiche scritte su un quaderno di ricordi, in bilico tra religione e magia.

Sette pregevoli racconti in cui vivi e morti ballano un’eterna danza, ciascuno seguendo la propria musica ed un ritmo diverso. Un mondo di sincretismi che fanno da ponte tra la dimensione dell’essere e quella del non-esser più.

Lettura scorrevole, coinvolgente. I protagonisti si materializzano nella memoria, suggeriscono a fine lettura l’idea che oltre all’apparenza visibile, ci possa essere qualcos’altro, un sottocosmo da indagare e scoprire. Un universo sotterraneo, istintivo, lunare, mitico. Un Osiride da ricomporre, pezzo a pezzo, una ricerca continua, appassionante.

La morte a questo punto diventa un percorso della vita stessa, un Dio rinato che sorride.

Andate dunque a scovare in libreria il volumetto di Maria Antonietta Pirrigheddu, artista poliedrica, raffinata e scrittrice di gusto, di metafore su ancestrali sentimenti umani.

Il suo stile essenziale, scorre come acqua di fiume e riprende in modo originale e creativo il rapporto dell’uomo con i fantasmi reali o immaginari della propria coscienza.

Un viaggio nel profondo, senza tante parole, senza inutili patetismi. Il percorso dell’esploratore che, con occhio disincantato e curioso, osserva e coglie le paure dell’uomo, le afferra e le serve a chi ama la scoperta, l’imprevisto.

Si va sicuramente oltre la superficie, attraverso un’operazione letteraria tesa ad illuminare gli antri oscuri del sé. L’essenza è dunque l’inconoscibile, che è destinato, per fortuna, a rimanere tale. In questo consiste la saggezza. Il mistero permane. Nessuno può cancellarlo o negarlo. Esso è stimolo che induce l’uomo alla riflessione, col superamento delle mediocri apparenze.

Fantasmi, bilocazioni, fruscii di morti che trasportano secoli nelle loro borse sdrucite e visitano i vivi, sedendosi al tepore delle cucine, bussando dentro i sogni dei dormienti, la notte, immersi in un silenzio antico e attuale insieme.

Gli oggetti rivelano mondi, secoli di saggezza popolare.

Le vecchie filastrocche per “scacciare le anime moleste, per scongiurare i temporali, per recuperare gli oggetti smarriti, per guarire dagli strappi muscolari”, hanno una spiritualità immateriale, collegano il mondo dei sensi e di ciò che è immediatamente percepibile da essi, all’ultrafanico, al metafisico, al mistero.

Piani che si intersecano, dunque, dominati dalla parola. “Antiche, potenti, incomprensibili”, le parole squarciano l’aria, strappano i lenzuoli, colpiscono…

Questo significa che l’uomo non può rimanere insensibile all’enigma di forze umbratili e sottili, perché l’ombra e la luce viaggiano insieme, come sorelle. E il delirio dell’ombra cela l’aspirazione a vederci più chiaro. L’inquieto substrato di favole e leggende, nasce con l’uomo e non per caso.

La memoria conserva, gelosa custode di tradizioni e intramontabili miti.

L’artista solleva veli di nebbia e lungi dal risolvere definitivamente e saccentemente pone problemi. È come un bambino che scopre. In questo consiste il valore dell’arte.

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