“Il prete”, racconto tratto da “Il corpo indocile”, Maria Antonietta Pinna

prete

Il prete

Maria Antonietta Pinna

Ufficiale, ormai. Padre Fedele era in guerra. Già dai primi di giugno c’erano state avvisaglie, qualche significativo segnale di ostilità. Il povero prete si comportava come se niente fosse, anche se soffriva. Di certo non poteva immaginare quello che sarebbe successo dopo.
Il nemico che affrontava giorno per giorno si rivelava forte e crudele. Conosceva perfettamente l’arte della tortura e sapeva metterla in pratica. Fedele non aveva possibilità di scampo. Notte e giorno giaceva in un’orrenda prigione. Niente sbarre di ferro, né catene, né chiavistelli, né compagni di cella, solo un dolore dell’anima, lacerante come il grido d’un aquila. Il poveretto non si lamentava, sopportava tutto con cristiana rassegnazione. Cosa poteva fare? Legato mani e piedi. Avrebbe voluto uccidere, annientare il nemico, ma era contro i suoi stessi principi morali. Se l’avesse fatto tutta la sua vita non avrebbe avuto più alcun senso. Dio non lo avrebbe mai perdonato. I suoi parrocchiani confidavano in lui, lo amavano. “Padre Fedele è un santo”, dicevano. Infatti si mostrava sereno, col rosario in mano e l’aria devota. Aveva sempre una buona parola per tutti. Cercava di fare del suo meglio, anzi di più. Non si accontentava di confessare, dire messa, aiutare i poveri. Voleva raggiungere Dio attraverso la mortificazione della carne, i digiuni, la penitenza, la preghiera. Per giorni interi non toccava cibo, si sdraiava sul pavimento di marmo della chiesa e pregava il Signore di liberarlo dal male che l’opprimeva. Nessuno sapeva. Tutti pensavano che fosse felice. Ma la sua fede vacillava ogni giorno di più. La tentazione si frapponeva tra la sua anima e il digiuno, fra il suo cuore e le punizioni corporali. Odiava se stesso, ne ero sicuro. Chiedeva senza mai dare, un pozzo senza fondo. Il nemico, d’altra parte, lo ricattava, fiaccava le sue risorse. Per un po’ riusciva a sfuggirgli, ma poi il tormento lo riprendeva, più avido di prima, più ingordo. L’oscurità voleva la sua anima. Fedele non poteva continuare così. Doveva dirlo a qualcuno. Una persona fidata, di buona cultura e sensibilità. Purtroppo non conosceva nessuno con queste caratteristiche. Poi gli venne in mente che poteva parlarne al vescovo. Forse era l’unico che avrebbe capito.
Il viaggio fu lungo e noioso. Scese dal treno, percorse una breve salita. La casa del vescovo, cioè la mia casa, si ergeva su un rialzo molto spazioso. Fedele suonò con discrezione, una sola volta, quasi avesse paura di disturbarmi. Infatti il suo arrivo imprevisto mi seccò un poco. Pregai Luc, il mio cameriere belga, di farlo accomodare nel vestibolo. Se era venuto a trovarmi significava che aveva tempo a disposizione e poteva aspettare.
Mi vestii con calma tra uno sbadiglio e l’altro. Ero ancora assonnato. Dopo mezz’oretta scesi dal piano di sopra, considerando che l’odore del mio nuovo dopobarba al mentolo non mi piaceva affatto, troppo dolce.
Mio cugino non era cambiato, soltanto un po’ più magro, sciupato.
“Qual buon vento”, dissi.
“Mi hai fatto aspettare”, rispose, asciutto.
“Scusa, dovevo vestirmi”.
“Vestirti? Stavi ancora a letto?”.
“Sì, ieri ho fatto un po’ tardi. Una cena nella villa dell’onorevole… Non potevo rifiutare l’invito, sarebbe stato scortese da parte mia”.
“Ma sono le due del pomeriggio!”.
“Davvero? Ah, meno male che me l’hai detto. Luc! Luc!”.
Il cameriere comparve, solerte come sempre. “Sì, signore, mi ha chiamato? Vuole che le serva la colazione?”.
“No, giusto questo volevo dirti, data l’ora passiamo direttamente al pranzo. Porta due coperti, uno anche per mio cugino”.
Fedele rifiutò. “No, grazie, non mangio”.
“Sicuro?”.
“Sicurissimo”.
“Come vuoi. Allora Luc, un solo coperto, per favore e mi raccomando porta anche il vino, quello buono. Cugino ne gradisci un po’?”.
“Grazie, non bevo”.
“Come vuoi. Luc, vai pure. Ah, Luc, se c’è dell’agnello in umido, portami pure quello. Fedele, accomodati, da quanto tempo non ti vedo, siediti qui, vicino a me”.
“No, grazie, non mi siedo”.
“Devi crescere?”.
“Ho bisogno di parlarti. Si tratta di una questione della massima urgenza”.
“Certo, certo, parla pure, ah, grazie Luc”.
“Prego signore, gradisce altro?”.
“Sì, il pane e un’altra salvietta, una non basta mai”.
“Subito”.
“È belga. Non saprei come fare senza di lui. Vuoi un pezzo di rombo? È squisito. Ci sono pure le patate. Serviti pure, non fare complimenti”.
“Ti ringrazio ma non …”.
“Ah, forse preferisci la carne, l’agnello è tenero, questo vino poi, degno di Bacco”.
“No, non sono venuto per mangiare”.
“Allora è vero quello che dicono di te”.
“Cosa dicono?”.
“Che sei un santo, che non mangi e non bevi”.
“Mi nutro moderatamente, secondo gli insegnamenti di nostro Signore Gesù Cristo”.
“Servire Dio non significa morire di fame. Ma guardati, sei pallido come un cadavere. Dovresti farti vedere da un medico”.
“Ho un male incurabile, cugino”.
“Oh, mi dispiace, non ne sapevo niente”.
“Sei il primo a cui ne parlo”.
“Ah, grazie Luc, rimani qui, dovessi aver bisogno di qualcos’altro…”.
“Un male che mi tormenta notte e giorno”.
“Sono addolorato per te. Hai il cancro, per caso? Abbiamo già avuto due casi in famiglia. Nostro zio lo ha avuto alla prostata e la figlia della cugina di nonno ai polmoni, un tumore devastante. Poveretta, una vera tragedia. Ogni tanto, quando me lo ricordo, prego per loro e anche il fratello di uno zio di tua madre…”.
“Non ho nessuna malattia”.
“Come sarebbe? Adesso adesso hai detto di avere un male incurabile”.
“Lo confermo”.
“Non capisco”.
“Si tratta di una questione oltremodo delicata. Potremo parlarne in privato?”.
“Parla pure, non ho segreti per lui”, dissi, indicando il cameriere.
“Preferirei che se ne andasse”.
“Va bene. Luc, esci e chiudi la porta alle tue spalle. Cugino, siediti, è meglio, non mi piace che tu stia in piedi mentre io sto seduto, mi mette a disagio, siedi, siedi”.
“Come vuoi”.
“Avanti, parla”.
“Non è facile”.
“Provaci, sono tutt’orecchi”.
“Mi trovo in una situazione penosa e non so come uscirne. Ho pensato di rivolgermi a te. Spartaco, io non sto bene”.
“Eh, questo l’ho afferrato. Ma cos’hai esattamente?”.
“Non è uno di quei mali che richiedono l’intervento del dottore. Magari fosse così! Sono in guerra e ho desiderio di uccidere il mio nemico”.
“E chi sarebbe?”.
“Non è un uomo, o meglio lo è ma solo in parte, è un simulacro, la parte più caduca dell’uomo, quella dove albergano sensazioni e piaceri. Se uccido quest’involucro mortale perdo il diritto alla vita eterna”.
“Cos’è un indovinello?”.
“Neppure tutte le mie preghiere, i digiuni, le rinunce, potranno salvarmi. È scritto. Se lo lascio in vita non posso continuare a vivere. Lui me lo impedisce”.
“L’involucro?”.
“Sì, mi fa soffrire troppo e io non ce la faccio. Chiamami vigliacco, infelice, chiamami come vuoi ma non ce la faccio. Mi scoppia la testa, mi si torcono le budella, mi tremano le mani, dimagrisco. Come posso fare? Eh, come posso fare? Tu puoi dirmelo?”.
“Temo di non aver afferrato tutto”.
“Eh certo che non afferri! Peccatore!”. Era fuori di se. “Guardati, immondo, mangi carne di venerdì! Cos’è questo? Agnello? Non ti vergogni?”.
“No, è buono, dovresti prenderne un pezzo”.
“E il rombo e il vino!”.
“Il rombo è pesce, squisito devo dire, la cuoca sa il fatto suo”.
“Mangi sia carne che pesce, non ti vien la nausea?”.
“No, basta bere un bicchiere d’acqua tra una portata e l’altra, ti sciacqui la bocca e…”.
“Vergognati!”.
“Oh, ma cosa vuoi? Si può sapere? Sei impazzito? Perché sei venuto qui? A farmi la predica? Non è questo il modo…”.
“Hai ragione, scusami, è che sono un po’ nervoso”.
“Con chi ce l’hai esattamente, eh, con chi ce l’hai? Involucro, sta scritto, simulacro… Ma come parli? Sembri uscito da un film!”.
“Non ho la stoffa per fare il prete. Il pesce mi piace”.
Si buttò sul rombo con le patate e lo divorò. Non mangiava da tre giorni.
“Lo vedi cos’ho fatto?”, disse.
“Ti sei ingozzato”.
“Sì, ho rotto il digiuno, ho tradito Dio e saziato il mio nemico. Sono un cattivo prete”.
“Ma se tutti dicono che sei un santo!”.
“Non sanno niente! Niente! Sai perché m’impongo il digiuno?”.
“Non l’ho mai capito”.
“Perché ho sempre fame, una fame insaziabile e più mangio e più mi viene fame”.
“Eh, vuol dire che stai in buona salute. Tutti gli uomini della nostra famiglia hanno un robusto appetito, grazie a Dio. Nostra nonna prima di morire si mangiò una bistecca fiorentina con contorno di patatine novelle e…”.
“Dio condanna l’ingordigia e la gola”.
“Eh, peccati veniali. Lui è misericordioso, ci perdonerà”.
“Tu dici?”.
“Ma sì, fossero tutti questi i peccati! Anche Gesù prima di morire ha fatto un’ultima cena”.
“Non essere blasfemo!”.
“Non era mia intenzione…”.
“E le donne? Anche la fornicazione è peccato di poco conto?”.
“Non mi risulta che tu vada a donne”.
“Non ci vado infatti, ma ci vorrei andare. Ti sembra normale?”.
“Sì, considerando che hai trentaquattro anni e tutti gli ormoni a posto. Io, per esempio, ho un esubero di testosterone…”.
“Siamo preti! Il corpo, il corpo, lui è il responsabile di tutto. Mi chiedo perché il Signore ci ha dato un corpo così imperfetto, così impuro, così maledettamente corruttibile! Mi punisco, mi flagello la carne, ma il desiderio rimane. Nessuno lo sa ma più d’una volta ho rischiato di cadere in tentazione con Gigliola. Ah, se tu la conoscessi, un fiore…”.
“La conosco, la conosco”.
“In che senso, scusa”.
“In quel senso… Eh, chi è senza peccato scagli la prima pietra!”.
“Biblico?”.
“Biblico, cugino, biblico. Ma non ci penso mai, in fondo siamo tutti peccatori”.
“Come sarebbe?”.
“Eh sarebbe, io faccio quello che devo fare, poi dico qualche preghiera, chiedo scusa a Dio e tutto torna come prima”.
“E non ti senti in colpa?”.
“No”.
“Non hai paura dell’Inferno?”.
“Non farmi ridere, lo sai che ho abbracciato la carriera ecclesiastica per compiacere i miei”.
“Non lo sapevo”.
“Ora lo sai”.
“A posto. E io sono venuto fin qui. Sei la persona meno adatta per darmi un consiglio”.
“Ti darò un giudizio obiettivo, non preoccuparti”.
“Ma se tu stesso sei ottenebrato dal peccato!”.
“Non darti pena, Dio mi perdonerà. Questo vino è ottimo! Assaggia”.
“No, non bevo”.
“Hai fatto trenta, fai trentuno. Hai mangiato, bevi”.
“No, il vino mi fa venire l’acido allo stomaco. Spartaco!”.
“Eh”.
“Il corpo mi da impiccio, ostacola il mio cammino verso Dio. Vorrei annientarlo. Se lo uccido non sento più la fame ingorda, la sete di piaceri materiali. Non posso uccidermi e liberare la mia anima. Dio non approverebbe”.
“No, credo di no”.
“Se do sfogo ai capricci del corpo mi perdo nel peccato, esattamente come te. Diventerei un verme, debole, meschino, infido, un animale, esattamente come te. Avrei schifo di me stesso…”.
“È la giornata dei complimenti”.
“Non so cosa fare. Ho cercato la soluzione nella mortificazione della carne …”.
“Ecco, bravo mortificati”.
“Ma non siamo nel medioevo”.
“Ma guarda, te ne sei accorto, ora nevica”.
“Tutto inutile Spartaco mio. Flagellarsi è stato come cospargere di sale le ferite della mia anima”.
“Bravo, il sale. L’avevo detto che mi sarebbe servito qualcosa. Luc! Luuc! Il sale. Grazie Luc!”.
“Tu sazi il tuo ventre e non presti attenzione a ciò che dico”.
“No, no, ti sbagli, presto attenzione, presto attenzione. Il tuo discorso sulle piaghe mi è sembrato interessante, filosofico quasi”.
“Spartaco!”.
“Eh, non gridare, non sono mica sordo!”.
“Perdonami, è che sono agitato oltre ogni misura. Mi sono venuti i reumatismi a forza di pregare sdraiato per terra, senza contare le spese mediche per i graffi che mi sono procurato”.
“Che idiota che sei!”.
“Si stavano infettando”.
“Da non credere”.
“Avresti dovuto vedere il pus giallo che…”.
“Risparmiami questi particolari, sto mangiando”.
“Tu mangi, io invece faccio tre giorni di digiuno e poi ingoio questo mondo e quell’altro”.
“Eh, ci credo”.
“Soffro pure di stitichezza e per quanto mi sforzi…”.
“Sto mangiando!”.
“Sì, certo, buon appetito. Che devo fare?”.
“Prenditi una purga”.
“Aiutami, ti prego”.
“È tanto semplice, cugino, spretati. Magari potessi farlo io. Mio padre ha promesso di diseredarmi se dovessi rinunciare. Tu lo puoi fare però. Chi te lo impedisce? Spretati cugino, da retta a me. Va e vivi! Prenditi un po’ d’olio di ricino, levati lo sfizio con Gigliola oppure sposati, metti al mondo dei figli e non pensarci più”.
“Che Dio ti perdoni! Non posso. Ho scelto io di essere prete”.
“Fa un po’ come ti pare”.
“Aiutami, ti prego, sei un vescovo”.
“Purtroppo. Non posso fare niente per te”.
“Non me ne vado se non mi aiuti”.
“Con tutta la buona volontà non posso cambiare quella testa bacata che hai, tanto qualunque cosa ti dico rispondi no”.
“È tuo preciso dovere aiutarmi, primo per l’abito che porti, secondo per il grado di parentela che ci unisce”.
“Se proprio vogliamo fare i pignoli non è che siamo proprio cugini cugini”.
“Come sarebbe? Che vai dicendo?”.
“Lo sanno pure i cadaveri che zia ti ha adottato”.
“Agli occhi di Dio siamo tutti fratelli”.
“Appunto, fratelli, non cugini”.
“Sofismi”.
“Tuo padre, cioè quello che ti ha allevato, non poteva avere figli, pace all’anima sua”.
“Questo è tutto da dimostrare!”.
“Forse hai ragione perché tua madre ci ha provato pure col farmacista ma non ne è venuto fuori niente”.
“Menzogne! La mia madre adottiva è una santa donna!”.
“Sarà”.
“Ascolti le malelingue pettegole al servizio del diavolo”.
“Dicono pure che io assomiglio al farmacista”.
“Sei il suo ritratto sputato”.
“Che cosa avrà avuto poi questo farmacista, mah!”.
“Spartaco!”.
“E non gridare, tutte le volte mi fai saltare sulla sedia, che ti piglia?”.
“Sappi che se non mi aiuti ti darò il tormento, notte e giorno. Dirò a tutti che pecchi carnalmente con Gigliola, che sei indegno dell’abito che porti, che gozzovigli di venerdì, che rientri alle ore piccole e ti levi alle due del pomeriggio! Dirò che sei il figlio del farmacista! Vedrai che pubblicità!”.
“Queste cose le sanno tutti”.
“Tu dici?”.
“Come sei ingenuo”.
“Scrivi al cardinal Fiorini, lui saprà darti consiglio”.
“Al cardinale?”.
“Sì, tu lo conosci bene, siete in confidenza”.
“Ma secondo te, io vado a scomodare Fiorini per dirgli che ho un cugino scemo”.
“Esponigli il mio caso umano”.
“Lascia perdere, che quello è pure usuraio, gli devo dei soldi”.
“Il cardinal Fiorini! Usuraio?”.
“Ehi, svegliati cugino, che la guerra è finita”.
“No, non ci posso credere”.
“Non crederci”.
“Scrivigli lo stesso. Anche se è un peccatore è sempre cardinale. Un consiglio me lo saprà dare”.
“Vacci tu da Fiorini. Guarda, ti segno l’indirizzo su un pezzo di carta”.
“Io, ci devo andare da solo?”.
“Sì, ti riceverà. Come dice il proverbio bussate e vi sarà aperto”.
“Non è un proverbio!”.
“Non importa, tu vacci ma non gli dire che ti mando io”.
“Perché?”.
“Sai com’è, gli devo dei soldi, magari non la prende bene”.
“Hai ragione, hai ragione. Ma sei sicuro che Fiorini…”.
“Ti ho mai mentito?”.
“Non lo so”.
“Lo sai che ti voglio bene, vero?”.
“Sì, siamo quasi cugini, cresciuti insieme”.
“Bene. Ti fidi di me?”.
“Sì”.
“Bravo. Guarda tu non ci crederai ma mi è venuta un’idea geniale”.
“Davvero?”.
“Sì. Tu adesso vai dal cardinale, gli esponi il tuo problema col cuore in mano. Se ti dice che non può aiutarti lo minacci, come hai fatto con me, gli dici che lo denunci per usura, che farai uno scandalo…”.
“Cosa?”.
“Se gli parli così lui ti aiuterà”.
“Sei sicuro?”.
“Certo, lui non è come me, ha molto da perdere. Ha una reputazione da difendere. È amico di politici influenti. Gode di molta considerazione. Per evitare lo scandalo ti aiuterà. Risolverà tutti i tuoi problemi in un amen. Vai adesso, vai”.
“Grazie, pregherò per te”.
“Vai dal cardinale che risolvi, vai”.

Una settimana più tardi…

“Vescovo!”.
“Sì, Luc, che c’è?”.
“Padre Fedele”.
“Sì?”.
“C’è la sua foto sul giornale, legga. È stato ucciso, non si sa da chi né perché”.
“Sia ringraziato il Signore. Fedele ha realizzato il suo desiderio”.
“Uhm?”.
“Sapevo che il cardinale l’avrebbe aiutato”.
“Non capisco, signore”.
“Non importa, Luc, non importa”.
“Bene, vado a preparare il pranzo”.
“Ottimo Luc”. Gli chiesi di cucinarmi un’orata al sale, e di invitare alcuni amici, dovevamo festeggiare.

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One thought on ““Il prete”, racconto tratto da “Il corpo indocile”, Maria Antonietta Pinna

  1. Stupendamente aderente ale realtà che ho vissuto io. Come al solito tagliato con i coltelli del dialogo spietato e scolpito dentro e fuori l’animo. Se uno avesse voluto dipingere l’ipocrisia non avrebbe saputo trovare colori più intensi di questo racconto. Non c’è bisogno di complimentarmi. Il genio si scopre da solo! Mario

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