Il filo conduttore

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“Non so da dove cominciare. È tutto qua, dentro la mia testa, soltanto che quando lo trasferisco sulla pagina, sembra cambiare aspetto. Non so se riesci veramente a capirmi…”.

“Ti capisco”.

“È come quando pensi una frase e ti sembra meravigliosa, poetica, poi la dici…”.

“ …e ti sembra schifosa”.

“Esatto, vedo che intendi perfettamente. Il pensiero nobilita i gesti, le parole, tutto insomma. La realtà è diversa, avvilente quasi”.

“Leva il quasi”.

“Tutto così grigio sub luce, insulsamente prosaico”.

“Comunque, devi cominciare”.

“Mi chiedevo come, forse tu puoi in qualche modo aiutarmi”.

“Lo sto già facendo”.

“Ossia?”.

“Stai – anzi stiamo già iniziando – il tuo romanzo. Romanzo o racconto o qualunque cosa io sia inizia esattamente con questo dialogo”.

“Ma è surreale, tu sei il mio romanzo!”.

“E con questo? La letteratura, per fortuna, ci consente questo e altro”.

“Sì, ma… Non si è mai visto, sfugge a ogni logica”.

“Curioso, uno scrittore che parla di logica… Certo, a pensarci bene ogni giallo che si rispetti ha le sue regole, i suoi ragionamenti deduttivi. Eppure tu dovresti saperlo, io sfuggo, mi piace andare oltre, superare la materia per crogiolarmi nel metafisico. L’importante è non perdere di vista l’essenziale, perché a questo mirano le parole”.

“A cosa, scusa?”.

“A cogliere il midollo, a dire la verità attraverso la menzogna, tutto si-ri-du-ce-a-que-sto! Il resto è orpello, favola, magia, tecnica, fumo negli occhi, mondo di fate e illusioni, nani, saltimbanchi, coboldi, Arimaspi, effetti più o meno speciali, etc. etc.”.

“Sì, sì, certo, ma… la tecnica, lo stile… Mi preoccupano, sono ancora acerbo, io stesso un nanetto, letterariamente parlando, s’intende”.

“Ti farò crescere. O almeno ci proverò”.

“Speriamo bene”.

“Forse insieme raggiungeremo una dimensione apprezzabile. Abbi fede scrittore, lo sai anche tu che ogni storia si scrive da sé, che schiacci dei tasti e le parole si incollano alla pagina, poi vivono una vita propria, si muovono, pulsano come cose vive, corrono in una certa direzione, imboccano certi sentieri oscuri. Tu le insegui, perché non sai e non puoi fare altro nella tua vita, le segui a dispetto di critiche e commenti sarcastici. Percorri strade che non avresti mai immaginato di calcare, incontri facce sconosciute, paesi nuovi… E finisci con lo scoprire sempre qualcosa. Mettiamola così: comando io, perché guido le parole, le porto dove mi pare e tu mi segui. Chiaro?”.

“Chiaro”.

“Non protestare se i paesi che attraverseremo ti sembreranno sporchi, polverosi, puzzolenti, e neppure se incontreremo qualche marcescente cadavere, due o tre inverosimiglianze che ci passano davanti, a braccetto del sogno”.

“Non protesterò”.

“Te la senti di seguirmi in silenzio?”.

“Certo, sono nato per questo”.

Questo abbozzo di dialogo è l’inizio de Il filo conduttore, un romanzo inedito. Un’opera che si rispetti non può iniziare così. Troppo dialogico, sfugge alle regole, mancano polpettoni di figure retoriche che rendono tradizionale l’impasto. È come una carbonara senza pancetta affumicata. Il lettore è abituato a un certo tipo di sapore, difficile fargli capire che il mondo è vario e ci sono altri gusti, altre possibilità.

Chi stabilisce le regole? e perché? Chi decide oggi quello che si può pubblicare?

Risposta: il business e la tranquillità. La tranquillità di proporre sempre le stesse cose servite su piatti dorati o argentati, la tranquillità dell’editor, il quale sa che, se si segue una certa linea editoriale, un certo numero di copie “sicure” si vendono senza problemi.

La sicurezza e la tranquillità, però, mal si accordano con l’arte e la creatività vere, perché l’arte è instabilità, dolore, novità, rischio. Nessuno vuole più rischiare. L’inusuale è un sapore che rischia di non piacere e allora si va sul sicuro, sul tradizionale, anche se questo sicuro annoia e finisce per far cadere il lettore nella trappola dell’abitudine che corrode i gangli della creatività. Si dimentica che il vecchio una volta è stato nuovo, che il tradizionale per entrare a far parte della tradizione, ha dovuto lottare contro inveterate abitudini, che la spinta dell’arte viaggia verso nuove mete, nuovi soli. L’editor ha paura di scottarsi e viaggia nel placido e noioso mare della sicurezza.

Il filo conduttore è originale, la trama avvincente, ma non si può prescindere dalle regole di certa narrativa; così è stato decretato, una sentenza. Regole imposte dall’alto del business in un mondo sempre più conformista, nonostante le apparenze. Un mondo di regole allucinanti. Un pugno di malati misogini decreta che la bellezza deve essere alta 1,80 e indossare la taglia 40 su visi smorti e affamati. La pubblicità decide chi siamo, ci impone gusti e abitudini, assorbiamo inconsciamente e consciamente e sentiamo di apparire inadeguati. L’arte decisa dalla politica, dagli agganci, da chi conosci.

La critica decreta che un film vuoto di senso e infarcito di luoghi comuni, come “Che bella giornata”, è meraviglioso, e tutti corrono a vederlo e ridono già dai titoli di testa, perché così è deciso: “quel prodotto fa ridere” e “devi ridere”, altrimenti “non sei normale”. Poi ci si deve piegare in due di fronte alla faccia da ebete integrale del protagonista che non fa di certo onore al sud d’Italia, ma così è deciso.

Abbiamo ancora la capacità di nuotare senza seguire la corrente? Possiamo pensare con la nostra testa? Forse no, siamo già morti.

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