Il simbolo nella vita del Cristo e il trionfo del maschio

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Umberto Grancelli, storico veronese, in un libro pubblicato nel 1947 dalla Casa Editrice Europa di Verona, numero 1 nella collana di problemi del pensiero, costruisce un’appassionante ed arcana biografia del Cristo. Non si tratta del solito scontato “nasce a…”, “muore a…”, bensì di un testo denso di polisemantiche sfumature con la corposa e dotta prefazione di Gastone de Boni, allora curatore della collana.

La vita del Nazareno, dall’alba della miracolosa nascita, al tema finale della resurrezione, comune a vari miti e cosmogonie, viene analizzata da un punto di vista prettamente simbolico e numerologico, in un groviglio di metafore che rimandano sempre a significati non letterali, sottesi, sotto la scorza di un’apparente semplicità.

La forza suggestiva del nome che caratterizza e definisce uno stato di esistenza nel mondo terreno o celeste, si illumina nel delineare i vari personaggi che accompagnano il percorso corporeo e metafisico del Cristo.

Lo stesso autore a pagina 32 della sua pregevole opera, si sente in dovere di precisare, a guisa di presentazione: «Che nella vita di Gesù, quale è tratteggiata dalle Sacre Scritture, ci siano elementi che hanno valore simbolico, nessuno lo nega. Non lo negano gli scrittori cattolici, sia pur entro limiti molto modesti; lo affermano in maggiore o minor misura, e con maggiori o minori contrasti, studiosi dell’altra scuola; sicché Gesù appare in piena luce sul piano della storia a coloro che danno agli Evangeli il carattere di una biografia vera e propria, mentre all’estremo opposto troviamo coloro che ci presentano una figura ideale avvolta nell’alone della leggenda. Le conclusioni degli uni e degli altri qui non si discutono, poiché nostro scopo è quello di esaminare con nuovi criteri gli elementi simbolici che affiorano nei documenti giunti fino a noi, senza sollecitare i testi; lasciando ad altri giudicare se il loro eventuale colore simbolico sia sufficiente testimonianza per provare l’inconsistenza storica degli episodi evocati…».

Quindi non ci si pone su un piano di discussione relativo alle “verità storiche” o alla fede in se stessa come percorso obbligato, ma unicamente su un piano esoterico di decifrazione del simbolo stesso, sciogliendone il significato in vista della comprensione del Mistero Cristiano.

Il testo, di scorrevole lettura e stile fresco, anche se di argomento impegnato e profondità concettuale, può essere letto da chiunque. Nonostante le critiche al Renan, in fondo l’autore non ha l’acredine di certi interpreti di matrice cattolica. Il suo personale punto di vista emerge in modo discreto, senza eccessive ostentazioni o manzoniani moralismi. Egli si limita ad osservare, interpretare, analizzare i vari episodi della vita di Gesù con minuzioso, certosino scrupolo, sottolineandone i momenti più importanti.

Il 25 dicembre del 2 a.C. nasce il fanciullo divino. Il protovangelo apocrifo di Giacomo ricorda che l’annuncio venne dato a Maria da Gabriele, mentre la donna attingeva acqua ad una fonte di Nazareth. L’acqua è la sorgente da cui scaturisce lo spirito, l’elemento fecondatore femminile per antonomasia.

Nella versione di Luca il racconto si arricchisce di un nuovo particolare. Gabriele appare a Maria ed “entrato da lei”, le annuncia la nascita di Gesù. L’espressione “entrato da lei” potrebbe riferirsi all’unione tra i figli di Elohim (angeli) con le figlie dell’uomo. L’angelo non entra dunque in casa, ma nel grembo della Vergine. Da una parte c’è l’angelo luminoso e solare, dall’altro l’ancella di Dio che deve chinare il capo e rassegnarsi alla sua potente e ineluttabile volontà, manifestando un’assoluta ubbidienza. La “schiava” del Signore, non decide niente, non può, anche se in lei, crisalide, domus, utero, casa, rifugio, tutto accade.

Una concezione ariana, che vede nell’angelo il principio maschile e aristocratico, celeste e spirituale e nella donna, l’elemento titanico, terreno, plebeo, lunare e femminile.

Fin dalle origini l’angela-ancilla è passiva, il suo ruolo ridotto a quello di un puro contenitore di grazia. E tale grazia, pura carne di Cristo, non deve essere contaminata dal sangue e dagli intestini impuri della donna, quindi l’imene rimane miracolosamente intatto. Donna depauperata della sua conturbante e pericolosa sessualità, donna-non donna, perfetta. Il ruolo dominante appartiene a un Dio maschio, a un angelo Gabriele solare fecondante dal nome maschile, a un figlio Gesù naturalmente maschio.

Il mondo superiore e celeste è la vera patria della divinità, mentre la terra è il mondo inferiore, la materia contrapposta alla sublimità celeste.

Maria è la terra, in essa si identifica, perché la sua sostanza è materia, il suo corpo plebeo e caotico anche se asessuato, è fatto di sangue e carne, le sue lacrime sono salate come quelle di qualsiasi altra donna.

La critica si è occupata a lungo del nome di Maria: «Nome arcano, raro nell’antico testamento ma che invece ricorre largamente nei Vangeli e si riallaccia probabilmente ad una antica onomastica di origine mesopotamica». Nella toponomastica asiatico-mediterranea si ode Mard-uck, Mar-te, Mar-is etrusco, nomi risalenti ai Mari (Sumeri). Di origine mesopotamica sono probabilmente anche altri toponimi Mar-mara, Mar-mar-ica, Mar-occo, Marsi, Marucini. In aramaico Mara significava signore e Mareia sovrana, titolo onorifico riconducibile a Mari, ossia alle genti del Mar-tu, ai popoli di quella regione mesopotamica identificata con la terra stessa. In origine Maria era terra dei mari, terra madre.

Il legame titanico di Cristo è rappresentato dunque da questa figura di mater che gli ricorda il suo lato “umano”, la sua corporeità fisica, la materia carnea di cui è costituito il suo molecolare guscio terreno.

Ma Gesù da buon maschio solare non può ovviamente ridursi alla sua sola “umanità”. Egli va oltre, veleggia su orizzonti di metafisica, trascendente ed impalpabile deità, supera il titanico gravame corporeo, i lacci che lo avvincono così dolorosamente alla terra. Nello stesso suo nome. Jeshuah o Joshua o Jeroshua è “colui che libera e dona la salute”, “luce che esce dalla terra” e se ne allontana. Nasce infatti in una grotta. Il tema riecheggia antichi miti cosmogonici che vedevano il sole nascere nelle latebre di una caverna oscura prima di ascendere alla cristallina volta del cielo.

La caverna rimanda poi all’utero, sede per gli antichi del buio e nel buio di mostri.

La caverna è rievocatrice della tomba oscura e temibile che, però, in virtù della fede, diventa “culla del risorgente”.

Un’altra donna nella vita di Gesù è Maria di Cleofa, sorella della Vergine. Il nome Cleofa è composto da un suffisso ofa=av, ava, terra che ha carattere titanico o terreno, e un prefisso Cle (in bretone significa cielo), che richiama al paese celeste, la montagna sublime, la pietra.

Maria di Cleofa è la tomba, terra che accoglie la titanica porta della Morte, la parte occidentale della montagna sublime, mentre Maria Vergine ne è la parte orientale, la Porta della Vita, dove nasce il sole-figlio di Dio. Le due sorelle sono le due parti del monte celeste, una la madre dell’uomo, l’altra la madre del Dio. Cleofa ricorda anche il frances Clef, chiave, per aprire e chiudere gli ingressi arcani della vita e della morte.

Il sacro monte è tomba e culla, duplice montagna, due piramidi affiancate a M.

A sinistra di chi guarda a settentrione, è l’occidente dove muore il sole, la parte titanica, Maria di Cleofa, Porta della morte, mentre la parte orientale, dove il sole nasce, corrisponde alla Vergine, la Porta della vita.

La donna è la chiave, uno strumento, un passepartout per aprire nuovi mondi, ma uno strumento è sempre nelle mani di qualcuno, il dito che lo muove, lo Yod, è l’elemento attivo, fallico e maschile che muove, dirige il mondo, impugna la chiave e decide, comanda e impera.

Dio è maschio, col pugno chiuso e il dito indice puntato, così cielo e terra girano interminatamente, contrapponendosi, spirito e materia, materia e spirito, con esigenze diverse, nel ciclo dei tempi.

Le donne sono la vita e la morte, l’inizio e la fine, eppure le chiavi del Regno vengono scandalosamente consegnate a Pietro, espressione antropomorfica della grande Montagna, un uomo naturalmente, che come ringraziamento rinnega vigliaccamente il suo stesso Dio. «In verità ti dico, tu mi rinnegherai tre volte…».

Eppure «Darò a te le chiavi del Regno dei cieli; e ciò che tu abbia legato sopra la terra, sarà legato nei cieli, e ciò che tu abbia sciolto sopra la terra sarà sciolto nei cieli».

A Maria il dolore, a Pietro le chiavi del Regno. Quel che si dice giustizia divina.

Il ruolo della Maddalena, altra Maria, terra anch’essa, è quello della serva: «Or Maria, presa una libra di unguento di nardo schietto di gran pregio, unse i piedi di Gesù e glieli asciugò con i suoi capelli; e la casa fu ripiena dell’odore dell’unguento».

L’asciugare i piedi era atto da schiavi. Maria è la terra fatta schiava che accoglie e unge la spoglia dell’eroe, del re, dell’uomo non più uomo ma Dio, e lo onora col profumo soave e accogliente che va verso l’alto, confortando.

La terra Maria si inchina alla potenza del sole.

E il distacco del sole dio dalla donna terra, già si era espresso nelle parole di Gesù rivolte alla madre durante le nozze di Cana: «Che c’è tra me e te, o donna?». L’eterno contrasto tra spirito luminoso e materia oscura, tra luce e mistero.

L’antica mater dominatrice del mondo, tipica di originarie società matriarcali, l’utero divino, fecondo, matrice di ogni cosa, principio supremo, mistero e origine dell’universo, piegata al ruolo di schiava dalla religione dell’uomo, crisalide corporea, contenitore passivo.

«Che c’è tra me e te, o donna?». L’estraneità del superiore Dio lama che taglia i legami. Niente più conta di fronte al Signore. La mater-luna è sostituita dal Pater-Sole in nome del quale tutto viene lasciato, parenti, amici, fratelli.

L’utero femminile col tempo, mentre la religione acquista potere fino ad identificarsi con esso, si popola di figure mostruose, strani animali densi di putredine, fagocitati dall’accesa e troppo a lungo repressa fantasia di misogini, astinenti padri, prelati della crapula e dell’ipocrisia, sadici inquisitori sessuofobici.

La germinazione spontanea di vermi e animali nell’oscura caverna popolerà sogni e storie medioevali, rinascimentali e barocche in epoche oscure e contraddittorie in cui la Chiesa sarà dominatrice delle coscienze individuali e invaderà perfino la sfera dell’intimità e dei pensieri.

Si prepareranno secoli bui per la Grande Madre e le sue figlie. Forse l’oscurità non si è ancora dileguata.

I capelli sciolti della Maddalena peccatrice e schiava di Cristo che scandalizzava l’ipocrisia di Giuda e i Farisei, richiamano certi riti kolsin Bengala in cui le chiome al vento delle donne sono la pioggia che cade verso il basso e il corpo femminile è la terra.

Anche oggi piove sul mondo, sulla terra giudicata dal sole-lama ancora soltanto e sempre solo terra, sede di istinti irrazionali, tendente verso il basso, corpo, materia, peso, strumento, oggetto nelle mani impietose di un Dio.

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