Vita, morte e miracoli di un Villaggio pecora

pecora
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L’estetica psicoanalitica ha esplorato i sentieri dell’arte scoprendo in essa la sublimazione della bellezza ma anche la rappresentazione mascherata di istinti e complessi in movimento reciproco tra fruitore e autore. Nell’opera d’arte è possibile cogliere il deformato inconscio dell’artista nell’esplosione di complessi individuali innestati a quelli primitivi. In essi lo spettatore può identificarsi. Da qui l’universalità della produzione artistica. In un bellissimo libro di Baudouin, La psicoanalisi dell’arte, 1929, sempre attuale ed acuto, ripubblicato negli anni ’70 da Guaraldi, si descrivono esattamente, con linguaggio scorrevole ed accattivante, le funzioni dell’arte intessuta di una selva di simboli che intrattengono un rendez-vous con l’inconscio.
Ma la definizione di arte a cosa può essere applicata e soprattutto chi può fregiarsi del termine “artista”? L’artista è principalmente un creatore, uno che vede una pecora e ci cuce una favola sopra, magari dal vago sapore esopiano o la immortala nella sua lanosa placidità usando colori e sporcandosi le mani.
Giotto bambino si divertiva a disegnare pecore con il carboncino sulle pietre chiare della campagna. Weenix trasferiva sulle tele pecore e capre in densi paesaggi. Oggi il giapponese Kyu Seok Oh preferisce in Times Square delle discutibili, orrende pecore di carta. Bloms, pittore e incisore fiammingo morto ad Anversa nel 1720, amava dipingere paesaggi romani e placide greggi. Andrea Camilleri ha scritto Le pecore e il pastore. Anche Paolo Villaggio nella trasmissione “Brontolo” si è esibito sullo stesso argomento, sfoderando placido dal suo repertorio di avvizzito e grasso trombone una fresca battuta mai udita da orecchio umano: «I sardi fanno pochi figli perché hanno rapporti con le pecore».
Che la televisione di Stato, per la quale gli utenti pagano un canone, possa veicolare messaggi del genere, è un segnale che probabilmente siamo vittime delle definizioni. Impera una non-cultura che è soltanto la punta dell’iceberg del degrado in cui si muove questo Paese.
In nome della comicità, che dovrebbe essere una forma d’arte, si accetta una nuda volgarità di bassa lega spacciata per fatica di artista o comico o cabarettista. E quando il tale comico che ama definirsi scrittore, è noto e ha lavorato con registi famosi e pubblicato con case editrici importanti, non si pretende da lui né originalità né rispetto.
Dopo le affermazioni sul presunto e parafilico sesso inter-specie che verrebbe praticato dai sardi, il presentatore non batte ciglio, la nipote del Duce sorride, tutto a posto. Il pecoreccio è servito al pubblico che per di più paga per assistere a simili spettacoli, battute in cui il comico innesta il suo naturale ed esibito masochismo. Del resto non è forse casuale per un attore il cui cavallo di battaglia è l’ultrabistrattato Fantozzi, parlare istintivamente di pecore non appena sentito il termine sardi. In libera associazione il ragionier Fantozzi, alias Villaggio, dice subito pecore e associa istintivamente a queste una simbologia sessuale di remissiva passività. Il cerchio si chiude. Il presunto artista affetto da sindrome spettacolare di tipo autolesionista, ha bisogno di estrinsecare il proprio personale masochismo che erompe con forza nella battuta. L’identificazione di Villaggio-Fantozzi con l’oggetto pecora è presto fatta. Il poveretto non ha potuto resistere ai suoi istinti primari mal innestati però in quelli universali, perché a pochi piace essere pecora, tanto meno ai sardi.
Quello che ha parlato non è la maschera tragicomica del ragionier Fantozzi, simbolo di tutti i lavoratori vessati. Ha parlato Villaggio, lo scrittore, il comico, l’attore. Non il personaggio ma l’uomo. Le sue parole mancano di universalità perché il comico è nudo davanti alla telecamera. La volgarità che scaturisce dall’antiestetica contemplazione di questa nudità psicologica non ha un effetto positivo sugli istinti collettivi. Il movimento autore-fruitore in reciproco scambio è inevitabilmente compromesso.
La battuta è scoperta come una ferita. Il masochismo divertente nel caso di Fantozzi, perché tragica e universale maschera di oppressi-depressi che non sanno mordere e sgomitare, diventa inaccettabile se applicato a Villaggio. L’artista non ha diritto di mettere in scena i suoi personali complessi. Senza maschera il gioco dell’arte è distrutto. Il Villaggio masochista peggiora la sua situazione e dimenticandosi ancora una volta che non indossa i panni di Fantozzi, conferma la sua natura autodistruttiva mascherata da battuta amena: «Mi dispiace e mi scuso con i sardi. Per punizione sono pronto ad andare in traghetto a Olbia e poi, vestito da francescano o da Gesù Cristo con le spine in testa, a farmi tutta la Sardegna a piedi e fermarmi ogni 500 metri a chiedere scusa per la battutaccia… era solo umorismo».
Non credo che l’autore dell’autobiografia, Vita, morte e miracoli di un pezzo di merda, che si definisce grasso e stronzo, ce l’abbia veramente coi sardi, anzi essi sono gli agenti del piacere, atti a soddisfare le fantasie masochistiche dell’uomo-pecora.

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