“Streghe, stregoni e demoni”, di Mario Lozzi

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Le nostre librerie sono invase da romanzi fatti con lo stampino, una scrittura da fast-food spesso priva di genio, totalmente depauperata di intuizione, povera di creatività. Frasi e lettere almanaccanti sulla carta strani teoremi spacciati per crudo realismo. Personaggi improbabili, dialoghi scialbi, noiosi remake che affonderebbero gli artigli su presunte realtà metropolitane, su storie che potevamo anche risparmiarci di leggere, surplus di inutilità e spreco di buona carta. Oscenità gratuite, sesso esplicito che rasenta la pornografia ma scarso erotismo, parolacce che fanno tendenza “perché oggi si parla così” e quindi la letteratura deve rispecchiare il reale. Pubblicità di prodotti di largo consumo spesso citati all’interno di storie banali, con l’indicazione precisa della marca in modo che l’ingenuo lettore non si sbagli e una volta chiuse le pagine sappia dove e cosa cercare negli scaffali del supermercato. Il linguaggio si intristisce così in conversazioni insulse infarcite di luoghi comuni per rendere i personaggi “più veri”.

Ma tutto questo è davvero necessario?

Mancanza di idee come mosche contro vetri chiari. Trame usa e getta per opere da buttare dopo una veloce lettura sul treno o in metropolitana.

Oltre lo stile e l’afflato poetico, un buon romanzo si distingue da una produzione in serie per la capacità di sperimentare e per l’invenzione originale. Che poi la fantasia della trama sia innestata su un fondo storico tradizionale che rivaluti la memoria, è fattore positivo.

L’arte però non è soltanto imitazione, è un soffio arcano che non si sa da dove venga né per quale motivo esista, un’alchimia di nuove combinazioni. Ma soprattutto è la capacità di dire la verità mentendo, imbastendo storie di fantasia. Racconti nuovi, che nessuno ha mai scritto. La sperimentazione in Italia fa paura perché è un rischio. E se poi il lettore non percepisce la nuova corrente? Se dovesse disdegnarla? Sarebbe un fallimento. Meglio pubblicare i soliti polpettoni rimasticati e servirli sotto la spinta di pubblicità a tappeto, metterci qualche scurrilità dentro, una copertina ad effetto e il gioco è fatto.

Le case editrici non sono associazioni di beneficenza ma aziende a tutti gli effetti e un’azienda ha un unico scopo, fare profitto. La novità è un azzardo. È possibile che il pubblico non la ami o possa non capirla. L’immobilismo assoluto però è il cancro dell’editoria italiana. Spuntano come funghi le biografie romanzate di personaggi storici ad alimentare un mercato ormai saturo oppure i gialli imitazione Camilleri, pro-sbadiglio. Poi le immancabili storie d’amore e buonismo, dal ritmo melenso, romantico, utile per conciliare il sonno.

Il surreale è bandito, ostracizzato nel limbo di libri per bambini, come se gli adulti, ormai rovinati dal logorio della vita, manducante sogni e illusioni, delusi, pesti e rassegnati al destino funesto, non avessero più capacità oniroidi. Eppure tutti sognano, perfino gli animali. Confinare il sogno nel mondo dell’infanzia è un grave errore. Proporre realistici turpiloqui in polpettoni dejà-vu rosa, noir o di genere, rappresenta soltanto un’operazione commerciale destinata ad un pubblico annoiato e assuefatto al peggio. La maggior parte delle case editrici in Italia, sono legate a vecchi schemi mentali, pensati per scompartimenti stagni. Innestare elementi favolistici e meravigliosi in un lavoro destinato agli adulti sarebbe impensabile, perché si tratta di un’operazione che supera i suddetti schemi ormai consolidati.

La scrittura ha il compito di forare la superficie recuperando la bellezza del linguaggio, rispolverando parole che abbiamo trascurato per troppo tempo, nel trambusto inumano e degradante della modernità, parole come perle gettate ai porci, diademi buttati nel fango, offuscati da mode chiassose e alienanti.

Lo scrittore dovrebbe produrre arte e creatività. La volgarità forzata come posa per sentirsi alla moda, è soltanto una maschera inutile e vuota. Lo sa bene Mario Lozzi, che in Streghe stregoni e demoni, edito da Annulli Editori, rivela il suo essere artista vero. Superando conformismi opta per un linguaggio curato e armonioso, come fiume che scorre. Leggere i suoi racconti è come sprofondare in un mondo parallelo di simboli e suoni eco di tradizioni perdute ma mai dimenticate. Le sue streghe sono così vive, pulsanti e terribili che ci sembra di riuscire a vederle e toccarle mentre compongono l’unguento. “Gocce di sangue versate sulle radici di tasso barbasso, pestate e miste con succo di cicuta, miele d’acacia, vino d’uva spina, un cuore di gatto nero, tre speroni di gallo bianco ed olio di sola oliva fosca”. E la lingua raffinata eppur scorrevole conferisce un ritmo suggestivo alla narrazione incalzante come un ottimo thriller, densa di poesia meravigliosa, riecheggiante temi fiabeschi. «Quando ero piccolo mio nonno raccontava le fiabe di sera davanti al focolare…Io ascoltavo e guardavo la parete del camino nera di fuliggine e pensavo che al di là ci fosse tutto un mondo ribollente che mio nonno descriveva». Un libro ammaliante che, senza dimenticare la tradizione locale, riesce a comunicare sensazioni di universale libertà. Il testo fa ampio uso del surreale e della suggestione esercitata dal demoniaco fiabesco nell’immaginario collettivo. «Le colline sono dolci, i laghi pieni di mistero e il vento racconta nella valle cose bizzarre, quando viene dal Monte di Santa Fiora, verso il finire del giorno, quando paure e desideri si baciano negli orizzonti, quando il respiro della bestia va a mescolarsi col piccolo essere di terra, tessuto d’angoscia. Il tempo antropomorfizzato ha occhi infiniti e mani e piedi e ampolle che custodiscono gocce di vita rovesciate talvolta nei sostegni dell’esistenza. I morti sussurrano verso il primo corno della luna, gli scheletri danzano e suonano melodie che addolciscono anche le pietre scabre… «Lo stramonio rete del nume oscuro, si culla ai soffi della natura in attesa di una mente nuova che voglia bere la vertigine…».

Dietro queste storie fantastiche la realtà di un’oppressione reale esercitata sulle coscienze dall’ignoranza unita all’integralismo religioso. Dietro le meraviglie di ipnotici voli l’angoscia di avvilenti vite terrestri, di donne torturate fino alla morte: «Quando la Carola fu presa, il monaco disse che era brodo di demonio e si ritirò nel legno della preghiera, mentre il maestro dei ferri e delle braci, le ribadiva ai piedi anelli di cattura. Il boia le mise gambali di ferro e vi introdusse dieci cunei di faggio vecchio, a forza di martello finché l’osso fosse scaglie ed esse squame. Allora il dolore urlò uno strazio di tibie che hanno perduto la forma, ma la Carola non disse i segreti. E il monaco pregava sulla pietra davanti all’altare. Allora il maestro delle carni dolenti prese le pinze rosse per il lungo abbraccio del fuoco, e le accostò al vecchio petto di lei: un capezzolo, due. E grida di follia. La carne arsa mandava un odore di bestia. Il giorno dopo le strapparono strisce di pelle viva. E gli aiutanti gocciavano il bollore dell’olio sopra la carne lacera. E le fu fatta bere la calce. Che le bruciasse i visceri per la lunghezza di molte clessidre. Quando le posero lame roventi negli occhi la forza della rete l’abbandonò. Lo stramonio è l’erba della rete, e a chi ne assume la linfa gonfia i pensieri e infiamma la mente come il Vulcano dei numi. Finché c’è forza di rete nessun dolore può logorare lo spirito. Ma se cade sprofonda il diamante nel fuoco e nemmeno la cenere vola. Essa cessa di urlare e ridere e maledire. Il corpo era appena un palpito di sangue… Il fumo grasso della strega bruciata veniva strappato dagli schiaffi del vento».

La pagina si anima di presenze, l’eco della terra, il fuoco dei roghi, gli impiastri magici, le voci di bestie e uomini creano una vitalità d’anime che muove la carta e si trasmette al lettore sotto forma di sensazioni. Un vortice di casualità, destino, animalità in storie originali dove lettere e sillabe danzano e sussurrano messaggi immortali. I simboli, le analogie, non sono fini a se stessi, ma riportano ad un mondo abissale sotterraneo in cui potere, arroganza, superstizione e favola si mescolano sapientemente.

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