La sequestrata di Poitiers, Maria Antonietta Pinna

gideCorre il 22 maggio dell’anno 1901. Il Procuratore Generale di Poitiers riceve una lettera anonima datata 19 maggio: «Signor Procuratore Generale, ho l’onore di denunciare un fatto di una gravità eccezionale. Si tratta della signorina che è rinchiusa in casa della signora Bastian, priva di cibo sufficiente, che da 25 anni vive su un lurido giaciglio, in poche parole nel suo marciume».
Secondo le indicazioni dell’epistola, il Commissario Centrale di polizia di Poitiers, si reca in data 23 maggio, al numero 21 di via della Visitazione. Lo spettacolo che vede non è esattamente edificante: una stanzetta immersa nella semioscurità, al secondo piano. L’aria è viziata, irrespirabile, marcia di miasmi indescrivibili. Le persiane dell’unica finestra chiusa che dà sul cortile sono legate insieme da una catena con un pesante lucchetto. Una donna di mezza età senza vestiti è sdraiata su un lurido giaciglio. Ha una immonda coperta addosso. Sul suo corpo passano scarafaggi ed insetti di vario genere. C’è dappertutto una sporcizia sorprendente e un odore fetido che provoca conati a chiunque lo respiri. La finestra viene aperta dalle autorità. La luce scopre impietosa la nudità scheletrica della donna, la sua treccia spessa che non è stata districata da molto tempo, 25 lunghi anni. Le autorità procedono al sequestro degli oggetti all’interno della stanza: «un materasso di piume, in parte marcio; un guanciale marcio attaccato a questo come pure vari cenci saldati fra loro da feci, avanzi di alimenti di ogni genere, tutti pieni di insetti vari… una coperta gialla… un panno morbido ricoperto di materie fecali… una testa di bambola, un rosario… un barattolo contenente gli insetti, una treccia di capelli che pesa due chili e settanta».

Le condizioni fisiche della donna al momento della liberazione sono spaventose. Dice Gide: «il viso, di un bianco cereo è molto emaciato. Il corpo è di una magrezza eccessiva e ricoperto qua e là da uno spesso strato di sudiciume. Le unghie delle mani e dei piedi sono lunghissime. I capelli formano una massa compatta di più di un metro di lunghezza, trenta centimetri di larghezza, e quattro o cinque centimetri di spessore… È una massa compatta, infeltrita, formata dai capelli mescolati con materie fecali e avanzi di cibo… L’odore che emana da quella massa è così spaventoso che i medici autorizzano le persone a fumare. Il peso totale di Mélanie Bastian è di cinquant’una libbra e trecento».

André Gide, sempre attento alle realtà giudiziarie e ai casi di cronaca, riapre il caso Bastian nel 1930 con un libro che descrive lucidamente gli orrori borghesi di una famiglia perbene composta da madre, figlio e sorella martirizzata. Dietro la vicenda di Mélanie, la figlia segregata, forse un parto illegittimo che bisognava nascondere per salvare l’onore. E da qui i sensi di colpa e il masochismo indulgente della stessa prigioniera: «Tutto quello che vorrete, ma non portatemi via dalla mia cara piccola grotta».

Il libro di Gide La sequestrata di Poitiers svela lo sfasamento tra verità processuale e realtà dei fatti. La ricostruzione degli avvenimenti, nonostante i tentativi di capire la personalità della vittima stessa e dei suoi aguzzini, è avvelenata da misteri e oscurità opportunamente celati.

I carnefici vengono assolti. Gide ha penetrazione psicologica e descrive la vicenda con stile accattivante, ma tralascia forse di sottolineare che la presunta “connivenza” di cui si accusa una vittima che non può difendersi, forse è soltanto lo scudo adatto a nascondere i pudori di una società malata. Dopo lunghissimi anni passati dentro una stanza, al buio, il cervello perde lucidità. La mancanza di stimoli, di motivazioni all’agire, l’immobilità, determinano un processo regressivo ad uno stadio di semibestialità. L’oscurità permanente fa rivivere paure ancestrali, profonde e devastanti che la luce del giorno, rigorosamente bandita dalla vita di Mélanie, può esorcizzare. L’alienazione si nasconde dietro la sporcizia, la mancanza d’aria e di vita, la scarsità di cibo. Il dramma nasce dal fatto che la donna si ostina a vivere pur rinunciando alla sua umanità in nome dei pregiudizi morali della buona famiglia borghese. Anacronismo e storie d’altri tempi sapientemente colorate dalla sagace penna di uno scrittore?
Nient’affatto. L’uomo è l’unico animale sulla terra con un gusto insano ed inestinguibile per l’orrore. Il caso Natascha Kampusch, donna austriaca segregata in cantina e abusata sessualmente per otto anni, dimostra che la storia si richiude su se stessa, a volte, crudelmente. E in entrambi i casi l’omertà di chi “sapeva” ha giocato un ruolo preponderante. Gli spettatori, parenti, amici, vicini, domestiche, per interesse, per comodità, per quieto vivere, si adagiano sul fondo della violenza, la assecondano, indifferenti. Quest’aspetto è quasi più orribile della mostruosità in sé.

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