“Mister Yod non può morire”, recensione di Mario Lozzi

copertina facciata yod

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Lo Yod è la prima lettera del nome di Yahveh, il tetragramma sacro della Bibbia ebraica, assolutamente inesprimibile a voce dagli esseri umani. Solo il gran Sacerdote poteva, una volta all’anno pronunciarlo nel segreto del Santo dei Santi, dietro le pesanti, fitte cortine che separavano il Mistero dal resto dell’umanità. Il popolo degli ebrei, ogni volta che, leggendo la Bibbia, si imbatteva nel nome di Yahveh, pronunciava Adonai che significa il Signore.
Un dio oscuro, quindi, dotato di una potenza illimitata e tremenda. Il dio infinito e sconosciuto nella sua essenza. Noto solo per alcune azioni tutt’altro che dolci, come la folgorazione dell’uomo che osò toccare in situazione di impurità una stanga dell’arca che conteneva le tavole della legge. Un dio che ordina l’herem, cioè la strage indiscriminata e totale dei popoli sconfitti; che benedice Phineas mentre trafigge l’ebreo perché aveva osato unirsi in amore con una donna di un popolo straniero. Un dio ideato dal popolo autodefinitosi eletto, scatenato alla conquista della terra promessa , senza compromessi, che avrebbe per secoli gettato il terrore con la sua ombra, come quando, all’origine della formazione del popolo, si era insinuato nelle case degli egiziani per ucciderne i figli primogeniti.
L’assurdo creato da Maria Antonietta sembrerebbe a prima vista incredibile. Yod, il creatore, lo spietato legislatore, il Padrone assoluto, viene a rendersi conto di che cosa abbia fatto lungo la storia delle generazioni volute da lui. Così, all’improvviso, l’autrice ne infrange il formidabile potere e lo rende spettatore, spesso impotente del risultato della sua azione, assolutamente definita eterna.
Si trova invischiato nelle situazioni di una famiglia normale, anzi non troppo normale. Beghe infinite e sciocchezze che gli corrodono la sicurezza di aver fatto bene quando aveva ideato la prima famiglia del mondo. A questo punto risulta chiaro l’intento dell’autrice, che mette in bocca a Yod :”Quello che nessuno ha capito è che voglio essere lasciato in pace. In una parola aggiustatevi! Ne ho le tasche piene! Poi quando le cose vanno male è sempre colpa mia, sempre, anche quando non c’entro niente perché, detto papale papale, ho la forte tendenza a farmi i fatti miei. Com’è che si dice? Fatti i fatti tuoi che campi cent’anni! Che idiozia| Altro che cent’anni! Qui si parla di secoli e millenni e bilioni e bilioni di bilioni di anni! Ho perso il conto! A tutto c’è un limite! Ho deciso di farla finita!”.
Maria Antonietta ha chiaramente svelato la sua intenzione: distruggere l’apparenza storica di un dio non creatore, ma creato dalle insopprimibili angosce umane. Ma questa divinità potrebbe morire se tutta, proprio tutta l’umanità se lo cancellasse di dosso. Impossibile: Yod non può morire. Perché con la sua immagine morirebbero tutti i poteri degli inventori di morale, nel suo nome, tutti i deboli che pretendono da lui una soluzione che non vogliono trovare col loro impegno, tutti gli egoisti, padroni della ricchezza che pretendono sia difesa dalle leggi di Lui, Yod, Altissimo, Irraggiungibile, Imperscrutabile, Giudice e Guida.
Yod non può morire, è l’Ouroboros, secondo il mito greco, il serpente che si morde la coda, colui che appunto, mordendosi la coda, tiene unito, fra le sue spire, il mondo terreste, acquatico, aereo che, altrimenti precipiterebbe nel vuoto infinito che circonda l’esistenza fisica. Yod è la magia che fa rapprendere l’illusione dell’eternità.
Dunque è costretto a sondare i segreti dell’alchimia, delle formule creatrici, degli scongiuri apotropaici che possono allontanare le paure dalla mente dell’umanità che le crea senza sosta. E chi meglio di Paracelso, il mago per eccellenza potrà rivelare a Yod l’intrinseco suo essere magico, in modo che, dopo averlo compreso, possa tranquillamente morire? Paracelso, tuttavia è troppo invischiato nei suoi esperimenti: “Solve et coagula”! L’esistere è sempre e solamente un ciclo, non c’è perché e non c’è modo di uscirne. Chiede parti di Yod per creare esperimenti. Ma Yod gli scompare davanti. Illusione, dice Maria Antonietta, illusione delle fedi gnostiche e degli abracadabra. Yod e la magia ci vivono dentro e scompaiono quando si cerca di estrarne la vera essenza. Tuttavia è quasi impossibile farlo, perciò Yod che vuole morire è assolutamente costretto ad esistere.
Ma, oltre alla magia c’è un’altra forza, formidabile, che regge l’esistenza di Yod. È la fede che si realizza nella religione, la quale è rappresentata dai suoi ministri. Le alte cariche ecclesiastiche non si degnerebbero di ascoltare Yod, ad essi basta reclamizzare la venerazione verso di lui per poi servirsene opportunamente. Per questo Maria Antonietta fa incontrare Yod con un infimo rappresentante del culto: don Abbondio, forse il più umano fra le figure ieratiche del mondo della preghiera. Don Abbondio però non può dare una soluzione esistenziale, ha troppe paure, soprattutto quella della morte: “secondo te io vado a scomodare madama morte perché ti è venuto il capriccio di fare la sua conoscenza?…. Io sono un povero prete e tu quella te la devi scordare, capito? Va bene l’amore, ma non si può amare la morte, è contro la logica!”.
Non c’è dunque verso di far morire la figura di Yod, poiché è proprio la paura della morte che la fa vivere fra la gente. Poiché, come dice l’apparizione di un uomo qualunque, c’è gente che si ostina a vedere un elefante in un topolino e viceversa. Yod allora ripete l’esperimento di Giona che è gettato in mare perché non vuole obbedire ad un comando di Yahveh. Una balena lo ingoia e poi lo espelle dopo tre giorni sulla spiaggia dove il profeta non voleva andare. L’esistenza è inesorabile. Una volta che uno c’è, non può fare a meno di essere. Così Yod. Ha percorso diverse tracce di vita cercando di scomparire. Non può farlo perché come entità non è mai esistito, ma è plasmato dalla credenza degli uomini e non potrà svanire finché uno solo di essi lo crederà vivo.
Questo ritengo sia il pensiero guida di Maria Antonietta, lungo lo svolgersi del dramma. Scritto più che con parole, con rasoi affilati che penetrano nella pelle dello spettatore ed hanno la capacità di sconvolgerlo. L’opera può avere qualche sentore di stili moderni, ma è assolutamente originale. Una scultura scabra che ti invita ad abbracciarla e ti segna in modo indelebile con le stigmate di una razionalità implacabile. Dramma duro e bello, da seguire con attenzione per non essere spiazzati dagli improvvisi cambiamenti di scene, temi, forme lessicali sperimentali, variazioni di intensità semantica. Un piccolo capolavoro espressivo.

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