U.F.O., tra avvistamenti e “capelli d’angelo” di Maria Antonietta Pinna

alienoUnidentified flying object. La storia dei dischi volanti inizia nel 1947, esattamente a giugno. Arnold Kenneth, uomo d’affari statunitense, avvista per la prima volta una formazione di nove di essi e ne dà comunicazione alla stampa. Ci furono anche avvistamenti nel 1944 durante la guerra mondiale, ma ebbero minore risonanza mediatica. Il caso Kenneth invece ebbe vasta eco. Da quel momento in poi gli avvistamenti si sono moltiplicati, fino al 26 ottobre scorso, data in cui è stato filmato un oggetto non identificato che cade dentro il vulcano Popocatepetl, situato a sessantacinque chilometri da Città del Messico. Un enorme cilindro luminoso lungo almeno un chilometro con una strana ombra. Effetto ottico? Difetto del video? Meteorite? Uno scherzo? Gli scienziati dicono che è un fenomeno interessante, ma un solo avvistamento non è sufficiente per affermare che si tratti di un U.F.O.. Su certe cose occorre essere cauti.

Esiste su tali fenomeni ampia letteratura, e non soltanto romanzi fantascientifici che ipotizzano l’esistenza in altri sistemi di forme di vita aliene, ma anche saggistica basata su avvistamenti, “capelli d’angelo” e addirittura contatti diretti con extraterrestri, di fatto indimostrabili.

La struttura della produzione editoriale ufologica è in genere divisa in due parti: una parte introduttiva in cui si elencano gli avvistamenti e le testimonianze dei cosiddetti contattologi, ed un’altra in cui ci si abbandona all’ipotesi sulla base delle fonti. Rocco Manzi per esempio, nel 1979 dà alle stampe un curioso libro ormai di difficile reperibilità, in cui con precisione raccoglie dati abbastanza singolari su avvistamenti U.F.O. che fanno riflettere anche chi non crede negli extraterrestri. La conclusione di stampo demonologico alla quale approda è davvero risibile, attribuendo ai demoni la guida dei dischi volanti. Gli ufonauti sarebbero i seguaci di Satana, diavoli corruttori. Manzi cita esempi dal Levitico per avvalorare la sua tesi delirante. Però la prima parte cronachistica del libro è interessante. Per esempio registra con esempi reali il fenomeno dei cosiddetti “capelli d’angelo” o “bambagia silicea” chiamati anche “baba satanica”, “angel hair”, “fils de la vierge”, “fibralvinas”.

Il pomeriggio del 27 ottobre 1954 allo stadio di Firenze, si disputava una partita di allenamento tra Fiorentina e Pistoiese. Poco dopo le 14 apparvero nel cielo della città dei corpi volanti sferici e ovali, molto brillanti e dai colori sfumati. Sfrecciavano a zig-zag ad altissima velocità. Il fenomeno era così inconsueto che perfino i giocatori si fermarono a guardare. Dopo poco i dischi scomparvero e dal cielo iniziò a nevicare. Non si trattava però della solita neve fredda ma di piccoli sfilacci bianchi simili a lana o a ragnatele, luccicanti alla luce del sole. Al tatto i filamenti svanivano, come per magia. Tuttavia erano visibili sulle fronde degli alberi e sull’erba. Alfredo Jacopozzi, all’epoca giovane studente di ingegneria, pensò di raccogliere con un bastoncino alcuni filamenti per farli analizzare. Riuscì a prelevare dei campioni che mise dentro un barattolo e li portò all’Istituto di Chimica. L’analisi venne eseguita dal professor Danilo Cozzi, direttore dello stesso Istituto. Ecco la sua dichiarazione: «Come dichiarammo ai giornali, si trattava di una sostanza fibrosa, con notevole resistenza alla trazione e torsione. Riscaldata imbrunisce, lasciando un residuo fusibile che all’esame spettroscopico mostra contenere in prevalenza: boro, silicio, calcio e magnesio. È una sostanza a struttura macromolecolare […] Potrebbe essere un vetro boro silicico. Per il resto non so nulla: ho solo esaminato quello che mi fu portato […] L’origine di quella roba è un po’ avvolta nel mistero».

Spesso il mistero è avvolto dall’incredulità di chi non può superare l’idea che il pianeta Terra sia al centro dell’Universo, come tanta teologia insegna.

Brinsley Le Poer Trench, nella prefazione al suo libro Gli abitatori del cielo, riferisce una breve favola. In una terra lontana un uomo aveva pescato un pesce molto grosso. Presto, durante il suo cammino, incontrò un altro uomo. Questi non aveva mai visto un pesce in vita sua né una quantità d’acqua superiore a quella contenuta nel secchio dove la moglie lavava la loro unica ciotola. Chiese dunque al pescatore: «Che cos’è quello?».

«Un pesce».

«E che cosa fa?»

«Nuota».

«E cosa vuol dire nuotare?»

L’uomo col pesce gli spiegò con movimento ondeggiante cosa significa nuotare, descrivendogli il mare. Ma l’interlocutore reputava impossibile che ci fosse tanta acqua in un solo posto. L’uomo col pesce lo invitò a seguirlo oltre la collina, dove c’era il mare. L’altro non voleva muoversi: «fammelo vedere qui, su questo viottolo e io ti crederò». Ma il pescatore aveva già superato la cresta della collina e non lo udì2.

Negare la possibilità di forme di vita aliene forse significa rimanere nel viottolo, non voler superare certe prevenzioni. Infatti, al di là delle imposture di sedicenti contattisti spesso deliranti in cerca di notorietà, ci sono state decine di migliaia di segnalazioni attendibili e testimoni oculari che hanno visto e fotografato degli U.F.O. La nostra Galassia comprende milioni di stelle, esistono milioni di altre galassie estese in ogni direzione. L’idea che qualcuno possa venire sulla Terra da pianeti al di fuori del nostro sistema solare potrebbe non essere sbalorditiva. L’impossibile richiede probabilmente un po’ più di tempo. Forse non siamo soli.

1 R. Manzi, Ufo e potere delle tenebre, Pompei, 1979, p. 47.

2 B.Le Poer Trench, Gli abitatori del cielo, Edizioni Mediterranee, Roma, 1960, pp. 18-19.

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