“Il sorriso di Hiroshima e altre poesie” di Eugen Jebeleanu

hiroshima
Questo è il piombo, questo è il mare,
questa è la bilancia, questo il grammo,
puoi tutto prendere e tutto pesare
coll’indifferenza di un antico racconto…

E il tempo che pesa, e non sa, si è dimenticato di Eugen Jebeleanu, grande poeta rumeno, eccezionalmente intenso, la cui raccolta Il sorriso di Hiroshima e altre poesie è stata pubblicata in prima edizione da Guanda il 16 novembre 1970 nella collana Fenice diretta da Giancarlo Vigorelli, con prefazione di Elio Filippo Acrocca. Pagine imperdibili. Forse una sola lettura non basta. Occorre rileggere. Si trova sempre qualcosa di nuovo. Oltre gli arabeschi di parole come grappoli d’uva succosi, emerge a piene mani l’inquietudine contro la voracità devastante del destino. Un canto vivo che sa graffiare e pungere l’anima, lontano dai vaneggiamenti di chi pensa che la poesia sia canto d’uccellini e rose rosse profumate da cogliere in incantati e fiabeschi giardini. C’è il terrore incarnato in oggetti e natura che si fanno uomo. Versi densi di immagini che sembrano muoversi e staccarsi dalla pagina per acquistare reale densità, accostandosi al lettore in chiaroscuri da brividi. Una poesia che è impossibile ignorare, costruita di passi insanguinati e speranza, immersa completamente in una speciale atemporalità che mette in luce, eviscerandoli talvolta con crudezza, temi su cui si può a lungo meditare. I morti di Hiroshima, gli aerei come pugnali che feriscono la pelle del cielo, e i bambini scomparsi la cui assenza rende le stelle di sabbia e cenere nel «sacco sfilacciato della notte». Si percepisce il disfacimento impietoso degli oggetti. Perfino gli elementi naturali concorrono a disegnare un clima da città uccisa in cui tutto “si scioglie” in tenebra, nella “notte del sole”. L’oceano e il cielo cadono giù, fabbricando bare di ceneri, grandi feretri che crollano. Le nuvole appaiono pietrificate, ghirlande avvelenate. I fiumi sono arterie che scoppiano e cercano, ardenti nel buio, di ritrovare il letto smarrito. L’aria è di nero sangue e ha il viso violaceo, soffocato di pianto, asfittico. Gli steli di bambù sono eserciti che muoiono falciati e cercano invano di rialzarsi “come colossali colonne vertebrali della foresta che non c’è più”. L’assenza è l’elemento dominante, che prepotentemente si impadronisce della devastazione causata dalla guerra sulla città giapponese segnata da un destino di morte. La natura è antropomorfizzata in un moto di potente ed incisiva identificazione in cui il dolore umano è lo stesso dolore del cielo e della terra. Perfino gli oggetti inanimati partecipano allo strazio degli uomini: “tutti gli orologi si sono fermati, con le sfere stupefatte”. E la pietra “si gonfia, marcisce” come carne viva che va putrefacendosi. Supera il suo stato, la sua essenza inanimata e diviene “animale con pori, animale che agonizza, sciogliendosi sotto il peso della morte”. E a sua volta la tenebra ha denti che suonano per lo spavento. Il sole esibisce una “fronte con colossali tempie di luce”. E gli assassini perdono le loro qualità umane, in virtù dei loro abominevoli delitti. “Sono grassi vermi” che si sforzano di gettare la speranza in un feretro e fumano indifferenti dopo aver sgozzato bambini in fasce. «Chi ha visto un uomo, / …che potrebbe ancora camminare / senza crollare come un albero fulminato / sapendo che la polvere / che ricopre i suoi stivali, non è polvere, / ma le ceneri dei bambini uccisi? / Chi ha incontrato un uomo che ha ucciso / e che poi fa / la statistica del proprio delitto, / chiamando le vittime / alle radioscopie / per vederne le palme distrutte delle ossa / e poi, con un gesto indicare la strada: / – Partite, siete morti…». Il poeta è «il cane che allunga verso il fiume di freschezza il muso e sente che gli si accende» I suoi sguardi scavano e vedono nelle noci “piccoli cervelli di onesti filosofi” che cadono dagli alberi, e nelle vele delle barche cenci rappezzati dall’azzurro che suonano la canzone del pescatore sudato, con le gambe gonfie di fatica. Il poeta vede popoli di uccelli che volano atterriti mentre demoni e mostruosi polipi aprono “imbuti nell’epidermide del pianeta” e costruiscono fontane che sputano “frantumi di città e di rubini in fiamme ed ossa” ed abissi insondabili in cui scompaiono bambini che non faranno mai più ritorno neppure come sabbia, né come roccia, né come ossa o cenere. Intanto nella stanza dei bottoni, «nella parte più risparmiata del mondo, / là dove la guerra non si è fatta vedere, / là dove / si sa cosa è la guerra / solo dalle cifre scritte nei registri, / adesso /…» i padroni, coi loro «profili di metallo cromato», svegliati «prendono il caffè», «con gesti misurati con la squadra». Con indifferenza pesano la vita e la morte al ritmo dei loro cronografi. Non sorridono, perché ogni sorriso potrebbe provocare emorragie d’oro, potrebbe far crollare il segreto equilibrio di queste «città senza stelle», immensi mostri di pietra in cui circola «un sangue monotono di ascensori». E i signori che ci abitano hanno un passo stupefacente, come un idolo dalle polpe di marmo. Ogni sera le macchine li conducono meccanicamente fino ai letti, «levano con gesti misurati le loro giacche», li prendono in braccio e li stendono e «cronometrano segretamente il loro sonno…». «Ora prendono il caffè» facendo tremare i muri bianchi per il terrore. I Padroni parlano di quelli che rimarranno in vita come se il problema non li riguardasse. Il cielo urla mentre il tempo vola e le stelle impallidiscono. I cronometri battono all’unisono macinando la vita mentre i signori della guerra hanno dita inumane che “finiscono con lunghi bottoni di raggi”. align=”. Essi decidono la sorte di chi non sa niente, con metallica indifferenza da automi. Jebeleanu è un poeta da riscoprire e salvare dall’inumana polvere dell’oblìo.

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