Fiori ciechi, la verità dell’assurdo articolo di Mario Lozzi

fleurs ciechi E se la natura ad un certo punto dell’evoluzione avesse scambiato gli uomini con i garofani? E se i garofani poi si comportassero come gli umani?
È una vicenda probabile o un tentativo di spettacolo, quello che propone Maria Antonietta Pinna?

Mentre ci si immerge nella lettura non si riesce più a comprendere quali siano i limiti del surreale. La vicenda ti prende la mente e la conduce a sprofondare nell’assurdo più geniale: tra guerre di fiori, sdoppiamenti di personalità, ricerca di scansione mentale, addirittura dentro il proprio cervello. E leggendo, leggendo si passa ad abitare funghi,come se fosse la cosa più normale nell’anormale più abituale. Descritto così:

«Biancheggiare d’enormi funghi prataioli. Sui gambi altissimi si disegnano porte di legno intarsiate. Le Lamelle giallastre sotto i cappelli lucidi sono agitate dal vento. Emettono leggeri suoni musicali. Un fumo grigiastro sale al cielo dai comignoli di Flink, il più povero, eterogeneo, tipico e popoloso quartiere di Florandia».

Ecco! Sono funghi e sono case. Hanno la tenerezza delle lamelle e la solidità della costruzione. Emettono fumo come risultato della realtà prodotta da un fuoco interno, ma esprimono anche musica, impregnando la loro essenza d’una magia che si può trovare soltanto nelle favole. Il quartiere assume la caratteristica d’una favela brasiliana o d’una fetta di città della cultura europea; non è strano poiché in questo libro tutto è possibile. Perfino parlare con la propria ombra e penetrare nelle strutture fisiche della mente per ritrovarvi quelle spirituali.

Il gioco delle immersioni successive in se stesso, che il personaggio principale compone con la sua ombra-guida, spesso raggiunge il parossismo. Basta leggere il brano seguente: «…. E dove ci troviamo adesso?».

«Volevo appunto chiedertelo».
«Secondo te?».
«Ma che ne so!».
«Prendi, così capisci».
«Cos’è?».
«Un bicchiere d’acqua».
«Che ci devo fare?».
«Vedi tu, per il bagno credo sia poca, è fredda quindi la pasta non ce la puoi cuocere».
«La devo bere?».
«Esatto».
«Fatto. Era buona».
«Uno, due, tre … rieccola!».
«Piove! Che succede?».
«Niente è l’acqua che hai bevuto».
«Come sarebbe?».
«Sarebbe che l’hai bevuta e ci è ricascata in testa, dal momento che siamo nel tuo esofago».

È l’incredibile, costruito forse su un’allucinazione. Probabilmente però è l’espressione metaplastica dell’ironia, l’eironeia dei greci spartani, espressa per nascondere la terribile forza guerriera che li animava.

Ed è proprio in questa forma che fermenta e poi prorompe la vera personalità della scrittrice. Tutto il racconto infatti è animato da situazioni ironiche, immerse nell’inverosimile come sottolineatura. Tanto assurde poi non sono, dal momento che tendono ad illuminare, sullo sfondo delle situazioni di Florandia, comportamenti umani che, nei risultati, non si differenziano troppo da quelle che sono le conseguenze pratiche di tutta l’umanità, cosiddetta “reale”.

Nel libro balenano decisioni sociali ed anche personali che provocano infinite conseguenze di sofferenze e di male, come nella nostra società. La ricerca affannosa del personaggio principale, fatta anche attraverso i meandri della sua scatola cranica, non è altro che l’espressione della guerra che Maria Antonietta si propone di fare alle ipocrisie sociali, velate dietro apparenti astrusità. Come i suoi garofani di Florandia, si nascondono al di là delle situazioni paradossali.

L’autrice del libro è senz’altro una combattente che esprime la fiamma etica che l’anima in maniera talmente raffinata che non è facile riuscire a comprendere. Ed è questa la sua vera sfida verso il mondo della letteratura, prima, e verso il complesso degli uomini più o meno viventi, poi.

Poiché gli uomini: «Non sanno che la terra genera mostri. Sperano con la morte di curare la vita. Con la guerra credono di telefonare alla pace». E, nell’epilogo del primo racconto, la “cerimonia” dell’impiccagione di Tuc, garofano nero, ricorda tanto un’altra esecuzione recente dove un altro “garofano nero” è stato impiccato in una “lugubre danza” prodotta non per un’ affermazione di liberta e di civiltà, ma soltanto per inconfessati interessi economici.

Florandia termina con una visione che però è anche un’invocazione e un augurio, forse disperato, del trionfo dell’idea. Anzi dell’IDEA, quella che potrebbe far apparire al mucchio dei esseri pensanti la vera realtà della vita. In fondo, nella sua etimologia antica, la parola idea fu coniata proprio per comprendere due cose: l’apparenza e la manifestazione. Su questi due significati si dipana tutta la struttura di Florandia condita d’incredibile, di magie fatte da una vecchia fattucchiera, spolverate con guerre e con antiche minestre, abbagliante di visioni senza tempo né luogo, legate da una corda surreale eppure tanto viva.

Il secondo racconto è anch’esso una spietata rappresentazione di ciò che l’egoismo umano può produrre, magari associandosi alla ricerca scientifica, per difendere le proprie angosce di sicurezza, ma senza rendersi conto di sperimentare le tappe verso la propria fine.

Posso essere io, oppure tu che leggi, ad annaspare l’ultima vita su una zattera, in un mare pulito, troppo pulito, tanto da sterilizzare anche me stesso.

Il racconto si svolge attraverso due antitesi: l’inquinamento prodotto dai rifiuti che gli umani producono senza tregua e che finiranno per soffocarli e la sperimentazione di batteri purificatori che potranno distruggere l’inquinamento, ma anche gli uomini, considerati dall’istinto batterico come la stessa fonte inquinante.

Naturalmente il surreale fa, anche in questo brano, sentire la sua melodia bizzarra. Il risultato è che si può soffocare per le immondizie, oppure si può morire per l’attacco di una pulizia eccessiva, ma, in fondo, l’uomo muore soltanto a causa del suo egoismo.

Eppure la vicenda si dipana anche attraverso sensazioni umane che si incidono nei ricordi. Rappresentano l’altra faccia dell’essere pensante che si spacca in due nel “volere” e nel “ricordare”. Forse la salvezza dell’uomo potrebbe nascere dalla memoria, a meno che non sia troppo tardi. Appunto troppo tardi, quando ormai la scissione dei sensi e delle capacità raggiunge il punto di limite massimo. Così descrive questo l’autrice:

«Tutto ha avuto inizio con gli occhi. Da non crederci. Gli occhi un bel giorno si aprono di nuovo al sole e decidono di partire. Vogliono staccarsi dal resto del corpo e andare in giro per vedere il mondo. Non sono forse nati per questo? Vedere? …».

Quando anche le altre parti del corpo decidono la stessa cosa, per realizzare se stesse nell’assoluta libertà, avviene la dissoluzione. Tuttavia c’è una possibilità di ricomposizione. Basta sognare che si è trattato soltanto di una malattia e questo può avvenire se il cervello, rimasto solo, può innestarsi nei ricordi e così richiamare tutte le membra ribelli.

Il senso del racconto è anche questo: chi rimane solo muore. La solitudine è data dal creare una difesa intorno a noi stessi. La difesa eccessiva produce la morte.

E la guerra iperbolica di Maria Antonietta continua e spero continuerà ancora con altre produzioni così che chi leggerà potrà avere il termometro d’una filosofia di vita che può scaturire da fonti assurde che, tuttavia zampillano una saggezza duratura.

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