L’oblio letterario del Lete

oblio

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La saggezza offuscata dei bevitori d’acqua del Lete, l’oblio…

Oggi l’editoria è come un enorme fast-food che raramente sforna prodotti di qualità. Ci sono esigenze di mercato. Romanzi usa e getta, destinati ad una massa tele-dipendente, ai fruitori di belle veline preconfezionate in sorrisi di plastica. Saggi di fondo, privi di apparato bibliografico, con notizie prese da chissà dove, a scapito di ogni attendibilità e serietà scientifica.

L’immagine annulla la sostanza. Sono le ombre del mito della caverna di derivazione platonica. Prigionieri, legati mani e piedi davanti ad un muro di false apparenze, ombre di cose che si proiettano in un modo e sono un’altra cosa.

Siamo bombardati dalla bellezza per forza, imposta da non si sa quale pulpito, quale esigenza. E che dire poi dell’inconsistente follia di vestirsi per l’occasione alle feste comandate, di ingozzarsi a Natale secondo i dettami di una tradizione da gastrite ulcerosa irreversibile, di fare i botti a capodanno… Immolare magari allo scoppio di un petardo due o tre dita, se non la vita stessa.

Dio stesso è un business, tanto per cambiare. Gesù Cristo e tre Madonne appaiono sulla confezione di note marche di panettoni.

Il presepe ha i santi del parlamento per personaggi. E fanno pure i miracoli, la moltiplicazione dei pani e dei pesci dentro le loro tasche.

Rifiutando l’oblio, ci sono persone (poche) che si liberano dai ceppi, si proiettano fuori dalla caverna platonica e osano guardare il sole. Così scoprono qualcosa che non conoscevano prima. Cammina cammina trovano in sentieri poco praticati vecchi negozi polverosi, e si fermano laddove gli altri non vedono. Soffiano via la polvere su vecchie copertine, aprono i libri e cominciano a leggere. Escono da quelle vecchie pagine un po’ fiorite, qua e là ingiallite, persone, simboli, storie, immagini false che però dicono il vero, mondi nuovi probabili e non…

E in quei mondi forse è possibile trovare se stessi, anche se non si è alti, biondi e con l’occhio azzurro da lente a contatto colorata, ogni giorno un colore diverso. Ritrovarsi anche senza essere silfidi da anoressia conclamata. La passione della scoperta, e l’odore della carta che entra nell’anima in barba agli audiolibri, ai telefonini-falena di ultima generazione, destinati ad una morte insulsa e precoce.

Leggere, trovare e regalare vecchi libri ha ancora un senso, perché il passato non si può cancellare. La storia è viva. La memoria importante per tutti. L’oblio destrutturante per individui e nazioni.

In esso germina l’autodistruzione.

I bei libri fanno sognare, il sogno è forse anch’esso illusione, eppure esprime la nostra realtà interiore più di quanto si creda. Come scriveva Durand nel 1972: “Una menzogna è ancora una menzogna quando può essere considerata come vitale?”.

Ne “I mostri e l’immaginario”, Basaia editore, 1982, Massimo Izzi indaga sulle forze che hanno spinto l’uomo ad immaginare esseri inesistenti. Sfila un campionario mica male di “mostri”, Sirene, Unicorni, Draghi, Vampiri, Mandragole, Agnelli Vegetali, Golem…

La fantasia ha bisogno di nutrimento. Izzi ha lavorato bene, un saggio ben concertato, limpido, interessantissimo, con ampia bibliografia. Il mostruoso è incarnazione dell’inconscio dell’uomo che non si accontenta dell’immediatezza. Peccato che non troverete il libro negli scaffali delle librerie travolte da romanzi rosa, fantasy e raccolte di barzellette di dubbio gusto spesso in prima fila.

Andiamo oltre quei miseri scaffali, dunque, cerchiamo altrove, nei punti nascosti, evitiamo di bere le acque del Lete.

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La poesia, musica dimenticata

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Vagavo sotto il cancello
caduto sulla tua assenza
con un’oncia di sole smaltavo
paesaggi di membra confuse

fiottava a un tratto l’ombra
da una piaga d’apollo e scoprivo
con paura tra i brani
della notte la luna d’altre parti

(Dario Villa, Lapsus in fabula)

La poesia è musica rappresentata dalle parole, è pneuma che cresce, metafora di vita e morte.

Espressivi sentimenti condensati nel ritmo e nelle strofe.

Oggi i testi poetici sono tra i meno venduti.

Perché?

Forse perché come dice Vecchioni “i poeti sono vecchi signori che mangiano le stelle” e tali sono rimasti, anzi si sono moltiplicati e scrivono in modo compulsivo, tra un pasto e l’altro, senza riuscire a fermarsi.

Poeti su poeti. Chiunque si ferma davanti allo scandalo della pagina bianca e si improvvisa poeta. Dai cinguettii di filastrocche tutte in rima si passa a versi che in realtà sono prosa e non se ne differenziano affatto. Chi non riesce su cartaceo pubblica on line, gran calderone dove si trova di tutto, esecrabili schifezze e cose interessanti. Ci sono perfino siti che “insegnano a scrivere le poesie”.

C’è grande offerta e poca domanda.

Il lettore medio è tuttora ancorato ad un’idea di poesia lontana dalla realtà, tutta fruscii e gote di rosa, scintillii di sguardi e romantiche vele all’orizzonte.

I poeti fanno pensare ad anziani scrittori sovrappeso con una scarpa nera e una marrone, persi in nuvole rosa.

La poesia può dare sicuramente di più.

Leggere bei versi oggi è difficile.

Ogni tanto piccole case editrici producono nuovi prodotti di qualità. Difficile trovarli in prima fila sulle vetrine delle librerie. Non è il genere preferito dai lettori.

Bisogna cercare dunque e sfogliare.

Ma il lettore non ha tempo, è ancorato prosaicamente alla sua routine, deve lavorare e non può fare tardi, andare a prendere i figli a scuola, correre, altro che poesie e versi…

La musa è sola.

Ognuno sta solo sul cuor della terra

trafitto da un raggio di sole

ed è subito sera.

In questi versi c’è tutto, la solitudine dell’uomo, l’illusione lacerante della speranza, la morte che arriva presto, come di sorpresa.

Quasimodo è morto. In compenso c’è Bob Dylan e le sue parole al vento che per fortuna non andranno perse.

La poesia oggi sorprende poco o niente, tranne sporadici casi. Veleggia su siderei orizzonti.

Che scenda dunque dall’Empireo e parli di sangue e carne, sputi, problemi, povertà e malattia, per “frugare le viscere del tempo”, come scrive Franco Ferrara nelle “Lettere a Natasha sulla causalità, natura, luoghi, assonanze e implicazioni molteplici dei nostri studi” in milletrecentocinquanta esemplari numerati. “Per decifrare la galassia di un segno”, indicando alle pietre di porsi “una sull’altra per edificare le mura di Tebe”.

Se riuscite a rinvenire il libro di Ferrara a cura di Franco Almonte, Mariano Baldi e Rosanna Fiorillo, potrete entrare in contatto con una poetica suggestiva, graffiante che incanta e coinvolge nella pienezza di versi che sono come pietre rotolanti verso l’infinito portato sulla terra.

Il verso erompe dalla pagina con travolgente forza espressiva.

Il modello culturale è quello filosofico-poetico tra ‘700 e ‘800. Si tratta di lettere dalla grande potenza evocativa. Frammenti di immagini, esplorazioni interiori, letture, esperienze di viaggi che scivolano lievi a comporre un’artistica trama a volte ironica, a volte grottesca che non si ferma mai ai limiti apparenti ma sfiora la superficie e sa bucarla per andare allusivamente oltre.

L’autore, esperto in materia esoterica, alchimia, religioni orientali e letteratura in genere, esalta il valore della scrittura che “stana l’assenza, l’usura tenace, la frivola arroganza del tarlo, la sconclusione, il progetto friabile”.

Scrive consapevole della “doppiezza straripante della diversità allusiva che la parola trattiene”. Vocali e consonanti sono riconoscimento di memoria.

Chi dunque ha detto che la poesia non può risorgere?

Che i versi diventino dunque più umani, più attuali e istintivi, meno diafani. Che entrino finalmente nei sogni, e li percorrano, non soltanto nelle stanze attigue. Che entrino nella materia e sappiano plasmarla.

Forse la Musa troverà finalmente un po’ di compagnia.

Furto d’ingegno. Da Arsenio Lupin alle orchidee parassite

LUPIN

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Arsenio Lupin di Maurice Leblanche rubava con maestria ed eleganza. Educato, istruito, trasformista, vero gentiluomo, non aveva bisogno di lavorare per vivere. Uccideva la noia rubando ai ricchi per offrire generosamente opere d’arte a chi sapeva apprezzarne il valore.

Donnaiolo, gran seduttore, amante del lusso, del gioco, astuto. Un criminale con i guanti bianchi.

In fondo tra la simpatia canagliesca del buon Arsenio e il barboso, saccente, cervellotico Sherlock Holmes, sarebbe come scegliere tra un mazzo di orchidee e un fascio d’ortiche.

Le proprietà benefiche dell’ortica sono note fin da tempi remoti: diuretica, antireumatica, emostatica, astringente. Alla fin fine però l’angiosperma è irritante. Il contatto diretto con le sue foglie potrebbe essere tutt’altro che gradevole.

Le orchidee invece stregano, anche se ad un esame obiettivo sembrano stravaganti e colorati organi sessuali. Non a caso il loro nome, come ricorda Plinio Il Vecchio, deriva da όρχις, testicolo. Molte specie di orchidee hanno infatti due rizotuberi di forma tondeggiante. Freud avrebbe potuto scriverci sopra un libro.

Però ci sono rizotuberi e rizotuberi.

Esistono per esempio delle orchidee parassite addirittura saprofite che si nutrono di tessuti in decomposizione.

Si constata l’esistenza di uomini e donne orchidea, saprofiti. Essi sono molto diversi dal bel Arsenio al quale farebbero orrore.

La specialità di questi parassiti è quella di dissotterrare cadaveri letterari. Scavano alla ricerca di materiale dimenticato, meglio se mai pubblicato e si nutrono, mangiano lettere, caratteri, consonanti, vocali, immagini, idee, ingegno, lavoro, fatica. In poche parole rubano a piene mani senza rimorso alcuno. Il loro ignobile furto non ha niente di romantico. Essi non sono Robin Hood o Simon Templar, detto “Il Santo”, nato dalla penna di Leslie Charteris, non hanno la faccia di Roger Moore. Sono piuttosto dei vigliacchi, vampireschi, panciuti baroni. Brutti sia dentro che fuori.

Catturano l’anima altrui e la trascinano nell’abisso del loro nanismo mentale. Prendere al lazzo la luna non possono, è troppo lontana. Scrivono il loro nome sopra il lavoro degli altri, fanno convegni. Corvi che acchiappano le penne del pavone e le mostrano al mondo.

E con quell’ornamento posticcio zampettano tronfi qua e la, e ringraziano gli adulatori, stringono mani, parlano ai microfoni di speciali riunioni per anime colte ed elette, nelle sale d’archivio, nelle biblioteche. Vendono il loro libro rubato su Internet, nelle librerie delle principali città e sorridono tutti felici coi denti di plastica, per aver gabbato l’ingegno con l’estro del copia ed incolla.

Il loro delitto dicesi plagio letterario e spesso reiterano il crimine. Non satolli d’averlo commesso una volta, magari copiando un articolo, lo rifanno con interi testi, ricopiando con cura persino le note.

Presi da compulsiva ossessione a volte fanno errori infantili. Capita che prese dalla smania di successo, le solerti sorbonagre orchidee parassite dimentichino di controllare le fonti e copino pure lavori copiati! L’apoteosi del gusto, della raffinatezza. Sublimi vette del nulla.

Tali orchidee quando salgono in cattedra, si definiscono filosofi, storici, filologi e quant’altro… Collaborano con case editrici, giudicano il lavoro degli altri, compaiono in televisione armati di cerone da dive e non vedono la trave nel proprio occhio. Godono di appoggi politici, vantano erudizione, sono soci di circoli e club. Inoltre, siccome sanno un sacco di cose, e l’università italiana fa pena, organizzano corsi post-universitari, naturalmente a pagamento.

Come gli escrementi hanno attorno un nugolo di mosche ronzanti, così le orchidee parassite sono circondate da uno sciame di studenti-valletti che, come cani, occhi lucidi e lingua di fuori, aspettano che il gran sorbonagro si degni di gettar loro l’osso di un posto da primo servo assistente.

È una corte dei miracoli, un copia, un arraffa e mangia, uno sgomitare e baciare il deretano del diavolo che ha ucciso Arsenio Lupin.

È lo specchio del nostro Paese che non è letterario, né poetico né Santo come Simon Templar, ma un orgiatico sabba, un vampiro di anime.

“Quello che la scuola non dice”, il lato oscuro dell’arte e della storia

Sul Romanzo_Leonardo

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Leonardo da Vinci (1452-1519), il genio con la g maiuscola, inventore, pittore, scultore, scienziato, ingegnere, anatomista, musicista. Un talento universale, fecondo, inesauribile. Una mente vulcanica. Padre dell’enigmatica Gioconda, del simbolico Cenacolo, della Vergine delle Rocce.
Chi non conosce le sue opere?

L’immagine della Monna Lisa campeggia su cartelloni pubblicitari, magliette, libri, giornali e ha fatto il giro del mondo.
Figlio illegittimo di Francesca e del notaio Ser Piero da Vinci, Leonardo si rivelò precocemente curioso nei confronti della natura e dell’uomo. Indagatore audace, sperimentatore.
I libri di scuola ci insegnano a decifrare il valore dei suoi dipinti, la collocazione spaziale delle figure o la prospettiva. L’indagine riguarda i colori, i gesti dei personaggi, la dolcezza o il realismo dei tratti somatici.
Quello che non si dice è che Leonardo fu pedofilo. A 24 anni due denunce anonime lo accusavano di sodomia con un modello di diciassette anni, Jacopo Saltarelli. Il coinvolgimento nelle denunce di personaggi illustri come Leonardo Tornabuoni gli consentì di essere assolto.
Nel 1490 incontra il decenne, secondo il Vasari bellissimo, Gian Giacomo Caprotti detto il Salaino. Quest’ultimo, raffigurato in un ritratto attualmente esposto ad Oxford, fu di temperamento nervoso, “ladro, bugiardo, ostinato e ghiotto”, mutevole d’umore, abituato alla vita di strada.
“Il diavolo”, Salai, seguiva Leonardo in tutti i suoi viaggi e venne introdotto a corte come domestico.
Nel 1524 una schioppettata, partita incidentalmente o forse nel corso di una rissa, pose fine alla sua inquieta esistenza.
L’attenzione per l’infanzia è un fenomeno relativamente recente. Più si va indietro nel tempo più aumentano le possibilità di abusi sessuali nei confronti dei bambini, come giustamente sottolinea De Mause.
Soltanto in epoca moderna nasce l’idea dell’infanzia come categoria antropologica degna di definizione e cure.

All’epoca di Leonardo le botteghe erano piene di fanciulli desiderosi di apprendere l’arte dei loro maestri e non sempre i rapporti erano limpidi.
Certo l’idea di un genio parafilico, con preferenze sessuali deviate, rientra a pieno titolo in “quello che la scuola non dice”.

Si studiano le biografie di grandi intellettuali e filosofi, omettendo particolari scottanti che potrebbero essere interpretati come “diseducativi”. Questo perché si dà per scontato che sia giusto presentare gli uomini che hanno fatto la storia come intoccabili, puri, perfetti. Questo errore di fondo cala gli studenti in un universo surreale, non corrispondente alla realtà. Si accentua dunque il divario tra scuola e verità.
Che Platone non sia stato soltanto un grande pensatore, ma anche un inveterato pederasta, non si può dire, evitando così di informare i giovani sul fatto che la pederastia in Grecia era considerata normale.
Santippe, moglie di Socrate, non aveva di certo l’esclusiva. Il filosofo si divertiva parecchio con amanti giovani e di sesso maschile.
L’irreale aura di santità con cui filosofi, condottieri, conquistatori, scrittori, poeti, vengono presentati crea una cesura tra noi e la storia.
L’idea che personaggi che hanno contribuito al benessere e progresso dell’umanità possano avere un lato oscuro fa orrore. L’altra faccia della medaglia non viene neppure contemplata nei programmi ministeriali delle scuole superiori, col pretesto che sarebbe forse “diseducativo” presentare la verità nuda e cruda.
Un quindicenne qualsiasi la verità la conosce da Internet, dai giornali e dalla televisione e non sempre nel modo giusto.

La scuola rimane un “mondo altro”, metafisico, una sorta di tempio inviolabile in cui educatori non sempre preparati, versano fiori sugli altari di uomini e donne famose.
Si evita con accuratezza di dire che qualsiasi uomo è un impasto di bene e di male. I santi senza macchia non esistono.

Edgar Allan Poe era un drogato visionario, ciò non toglie che possa essere considerato un maestro dell’horror, grande anticipatore del romanzo poliziesco.
Il pensatore tedesco Arthur Schopenhauer ne “L’arte di trattare le donne”scrive sul gentil sesso frasi attribuibili ad un idiota integrale.
Il difetto si annida in tutti gli uomini e l’arte o il genio non rappresentano valide giustificazioni per nasconderlo.
Occultare il cadavere dell’errore potrebbe essere uno sbaglio.
Perché non ammettere che intelligenza e vizio possano convivere in un medesimo corpo? Si può essere fragili ed irascibili insieme.
Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio (1571-1610) aveva un carattere rissoso, nonostante di fatto fosse costituzionalmente debole a causa della malaria.
Il pittore non aveva una condotta morale irreprensibile, anzi si intratteneva con donne di malaffare, dentro bische e osterie. Ritraeva spesso gente di strada nella violenta luce chiaroscurale dei suoi dipinti. Fu pure omicida di Ranuccio Tommasoni e frequentatore delle carceri di Tor di Nona. Girava armato e pronto alla rissa.
Davvero un pessimo soggetto, eppure guardando un quadro del Caravaggio si rimane ammaliati.
Le figure escono plasticamente dalla tela, tavernieri, osti, meretrici in abiti da sante, parlano il linguaggio segreto, misterioso ed universale dell’arte vera.

Ida Verrei – La drammaturgia dell’assurdo: una proposta teatrale che oltrepassa i confini del reale

copertina facciata yodhttp://signoradeifiltri.overblog.com/ida-verrei—la-drammaturgia-dell%27assurdo:-una-proposta-teatrale-che-oltrepassa-i-confini-del-reale

Mister Yod non può morire,
La Carmelina Edizioni, 2012

Recensione

di Ida verrei

“Mister Yod non può morire” di M. A. Pinna è una proposta teatrale che coniuga elementi realistici con quelli simbolici e surrealisti.

Nella nota introduttiva l’autrice stessa fornisce una prima chiave di lettura del suo dramma e ne sottolinea il significato allegorico: è un Dio creato dall’irrazionalità dell’uomo che, nella perdita della concezione del tempo e dello spazio, non riuscendo più a reggere il peso della propria identità, diviene “altro” e cerca nella morte la risoluzione della sua crisi esistenziale, “per poi scoprire di voler vivere ancora”. (pag.11 nota dell’autore)
Yod, il cui nome è la prima delle quattro lettere che in alfabeto ebraico compongono il nome di Dio, oscilla tra due nature: quella divina e quella umana; sembra non trovare una propria collocazione; tenta di proiettarsi nelle realtà che incontra, ma trova solo cliché e luoghi comuni, il vuoto. Tutto il suo percorso mostra una dualità inscindibile di ripulsa e amore verso la vita: è un dialogo interno di due parti scisse, il divino e l’umano, l’oggetto buono e quello cattivo, in un’angoscia derivante dalle pulsioni di vita e di morte.

La rappresentazione si dispone su tre piani temporali: un tempo lontano, in cui si smarrisce la ricerca di memorie; un presente incomprensibile; un futuro illusorio.

È un tempo ciclico nel quale niente si risolve e tutto ricomincia.

L’azione del primo atto si svolge in un luogo privo di definizione: cinque sedie vuote, cinque personaggi. In questo spazio scenico, carico di valenze simboliche, dove si condensa la mancanza di comunicazione, si muove Yod, tra maschere pirandelliane, che incarnano i membri di una stessa famiglia, estranei tra loro, isolati, indifferenti, incapaci di riconoscersi. Lo scambio verbale sottolinea un distacco disincantato, l’inconoscibilità, la fuga nell’irrazionale:
“Ma tu chi sei?”

“non lo so e tu? (pag.20)

“io cosa?”

“tu sai chi è quell’uomo?”

“a occhio e croce direi che è mio marito” (pag.21)

I dialoghi sono basati sui suoni e sul ritmo di frasi brevi che frantumano la percezione del reale. L’autrice usa luoghi comuni quotidiani;

“Davvero? Non ci si crede. Certe volte, i casi della vita…”

“Chi l’avrebbe mai detto?”

“Ma guarda che combinazione!” (pag.16)
battute brevi, frammentarie, con proposizioni indipendenti, per lo più interrogative; una comunicazione che sembra derivare dalla difficoltà dei personaggi di agganciarsi a una logica convenzionale; parole reiterate, slegate, che assumono la forma dell’enumerazione con effetti sonori:

“Inamovibile, incrollabile, imprescindibile,

innominabile, immangiabile,ineliminabile…

e sentite questa: inesautorabile!”

“Inesautorabile? Questa non vale perché non esiste!

“Se l’ho detta vuol dire che esiste!” (pp.34-35)

In questo groviglio di non-senso, Yod, cerca la soluzione del suo problema. Il suo ruolo, però, appare all’inizio sfocato, abbozzato, più spettatore che attore. Ma è proprio attraverso la demenzialità dei dialoghi, l’incoerenza delle parole, che si giunge ad individuare il protagonista-soggetto dell’opera.

Yod urla la sua ribellione, la sua richiesta di aiuto, ma si scontra con l’indifferenza, l’egoismo di parenti stretti , che fanno male come scarpe:

“Mister Yod non può morire, lo sappiamo tutti”

“Ma io devo morire!”

“Non puoi”.(pag.33)Non gli resta che cercare altrove.

Si rifugia nell’antro di Paracelso, medico alchimista che funge da contrappunto ironico alla voce di Yod; è proiezione del “magico”, colui che, alla ricerca degli elementi basilari della vita, tenta di “separare il vero dal falso… Spirito e materia”.(pag.47)

Qui (secondo atto), cambia completamente la scenografia: una tenda sullo sfondo, colma di simboli: quelli cinesi, YANG e YIN, emblemi degli opposti, della dualità presente nel cosmo; i quattro elementi della vita (fuoco, acqua, aria, terra); simboli alchemici ed egizi; e l’Ouroborus, il serpente che si morde la coda, simbolo dell’eterno ritorno, della natura ciclica delle cose. Yod spera finalmente di uscire dalla noia universale e perenne dell’immutabilità: “L’inizio coincide con la fine che è un principio che è una fine che è un principio che è la fine… Separare l’inizio dalla fine, questo è l’arcano!”(pag.49)

“Ma lo scienziato-mago-stregone compie una ricerca inversa a quella di Yod: cerca la formula dell’immortalità, che tenta di strappare dal corpo stesso del Dio. La scienza, quindi, è inadeguata alla comprensione delle oscure profondità dell’animo, a risolvere problemi esistenziali e pulsioni dell’inconscio.

Ancora una volta Yod, deluso, sparisce.

In una fusione perfetta tra comico e farsesco, avviene l’incontro con don Abbondio (terzo atto), rappresentante della Fede, ma eroe della paura, esponente di quel clero che appare più interessato ai beni materiali che ai problemi dell’anima. Yod spera in un consiglio dell’uomo di Chiesa, vuole “uscire dall’eterno ciclo della vita” (pag.61) ma i due viaggiano su piani diversi: “Io scanso tutti i contrasti e cedo a quelli che non posso scansare”(pag.62), dice il religioso, e si aggrappa alle regole: “ La legge è legge… Avanti, un uomo qualunque lo capirebbe”(pag.67). E l’Uomo qualunque, non più sinonimo di una negatività indeterminata, ma quasi alter ego di Yod stesso, evocato dall’urlo di don Abbondio, fa la sua comparsa. Socraticamente, con domande incalzanti, attraverso associazioni e quesiti continui, scava nell’io segreto dell’uomo-dio.

In un tragico assurdo, immerso nel flusso dei ricordi, Yod è costretto a naufragare nel passato; si tuffa nel ventre caldo e scuro della balena, che allude a simboli prenatali e ad antiche leggende Inuit.
Qui inizia la parte più visionaria del dramma, il suo autentico significato allegorico: alla ricerca delle proprie origini, il Dio creato dalle pulsioni inconsce dell’uomo, intraprende un viaggio a ritroso. E si perde, non riesce a ritrovarsi in ciò che gli appare, nelle colpe, nel male perenne che l’uomo infligge all’uomo. L’orrore lo travolge; scivola in una dissoluzione che rende incerto il confine tra vita e morte.

Ed allora, in un delirio finale, emerge il disperato bisogno di sopravvivere: perire per ritornare sempre identico a se stesso non ha senso. Vivere, per ritrovare l’illusione di un mutamento che sia catarsi, liberazione dalla condanna dell’Ouroburos, il serpente che si morde la coda.

Maria Antonietta Pinna costruisce un testo teatrale sperimentale; sente il fascino delle Avanguardie simboliste, nei contenuti e nello stile. Ma, con felice intuizione creativa, trova una propria originalità. Rielabora in modo personalissimo tematiche e linguaggi, riuscendo a darci testimonianza di un autentico talento.

Intervista a Maria Antonietta Pinna di Patrizia Poli, surrealismo, editoria e plagio

firi ciechi

http://arlara.blog.kataweb.it/2013/01/30/intervista-a-maria-antonietta-pinna/

Intervista a Maria Antonietta Pinna

da CriticaLetteraria

di Patrizia Poli

La scrittrice sassarese, trapiantata a Roma, Maria Antonietta Pinna, di cui abbiamo recentemente recensito il bel “Fiori ciechi”, ha gentilmente accettato di rispondere ad alcune nostre domande.

Maria Antonietta, puoi parlare brevemente di te ai lettori di CriticaLetteraria?

Sono cresciuta in un piccolo paese della Sardegna, un microcosmo in cui puoi osservare i caratteri e capire che sono piccoli campioni universali. L’umanità è più o meno identica dappertutto. Le stesse invidie, le stesse meschinità, i medesimi egoismi come diceva Miss Marple nei famosi romanzi di Agatha Christie. Il villaggio è lo specchio del mondo. Fin da piccola ho avuto la passione per la lettura. Ricordo che non vedevo l’ora di imparare a leggere per poter esplorare nuovi mondi e avere informazioni su cose che non sapevo. Ma più leggevo più mi rendevo conto di non sapere niente. Alla fine questa sensazione infantile è diventata una certezza con l’età adulta. La curiosità che ci spinge alla lettura è la stessa che poi ci apre gli occhi riguardo al fatto che non sappiamo granché. Possiamo soltanto assaggiare con la fantasia porzioni di infinito. Ognuno lo fa a modo suo. La scrittura è un metodo di indagine che spazia dall’interiorità all’esteriorità, in una dinamica di superamento dell’io lirico, necessaria per poter comunicare.

Da qualche anno ho iniziato la collaborazione con la web-magazine “Sul Romanzo” di Morgan Palmas che apprezzo per la coerenza e, se vogliamo dirla tutta, anche per il coraggio nel postare articoli un “po’ scomodi”. Ho fatto recensioni negative su libri di autori famosi, che pubblicano con grandi editori. Un esempio fra tutti Coelho o peggio Flavia Vento, pubblicata addirittura da Bietti, il che la dice lunga sulle attuali condizioni dell’editoria italiana. Niente è stato censurato dal blog.

Poi ho cominciato a pubblicare dei libri tra cui Fiori ciechi, Annulli editori, il mio primo romanzo e Mister Yod non può morire, La Carmelina Edizioni. Un altro libro di poesie: Lo strazio, è in preparazione con Marco Saya editore.

Il saggio Dalle galee al bagno al carcere che ho pubblicato nel 2010, invece, merita un discorso a parte. Ho scritto un articolo sull’editore: https://marylibri1.wordpress.com/2013/01/23/il-ghost-editore-armando-siciliano/

C’incuriosisce il fatto che tu sia laureata in criminologia, come si concilia questo con la tua attività letteraria?

La criminologia è uno dei miei interessi. Mi interessa il suo lato oscuro, psicanalitico, motivazionale che certamente si concilia con la mia attività letteraria. Infatti cerco di creare nei romanzi e nei testi teatrali un senso di alienazione attraverso il quale si attiva una sorta di viaggio introspettivo, come se i personaggi si staccassero dal proprio io per guardarsi “da fuori” , osservando con occhio lucido ed indagatore anche il mondo esterno. Mentre la criminologia però ha lo scopo di risolvere il mistero, la letteratura lo crea. Lo scopo di ogni buon romanzo è creare dei dubbi nel lettore. Le soluzioni preconfezionate sono poco interessanti. Il fine deve essere sempre e solo la riflessione, la capacità di far camminare i neuroni. Un procedimento che è oggi poco apprezzato dall’editoria che preferisce lavori omogenei, senza genio, destinati ad un pubblico anestetizzato. La perdita del rapporto con il simbolo, con la mitopoiesi, con l’interiorità da parte di tanta pseudo-letteratura, è un sintomo di decadenza culturale.

Fra i tuoi interessi c’è anche molto esoterismo. Ti avvicini ad esso da scettica o da adepta?

Assolutamente scettica. Non credo in oroscopi, tarocchi, magie e filtri d’amore. Mi piace la filosofia esoterica di Guénon, il concetto di movimento del pensiero di Massimo Scaligero. Non ho mai pensato infatti alle idee come a qualcosa di statico, immobile o cristallizzato, ma come ad entità dinamiche, che si muovono in continuazione nello sforzo di capire, di sondare, di andare oltre l’apparenza. Detesto l’esoterismo manualistico, della serie prevedo il tuo futuro, dimmi il tuo nome e ti dirò come sei e fanfaluche del genere. E in effetti si pensa subito ad una festa da imbonitori di piazza quando si pronuncia la parola esoterismo. Ma non è così. Bisogna saper distinguere in mezzo ad una marea di manuali fai da te del perfetto stregone, testi che invece sondano la coscienza e ti fanno riflettere. Non nego che mi incuriosiscono i fenomeni di bilocazione, gli stati alterati di coscienza, e i fenomeno premonitori a livello proprio di sensazione. Inoltre mi piace leggere testi alchemici che hanno comunque un significato “morale” e filosofico, al di là della spasmodica ricerca dell’oro.

In che modo i tuoi testi mescolano la visionarietà che ti caratterizza con l’attualità?

L’allucinazione è il modo migliore per raccontare la verità. Questo è un concetto antico che gli editor attuali fanno fatica a digerire. Cosa c’è di più assurdo dei dialoghi della Cantatrice Calva di Ionesco? Eppure in quei dialoghi c’è tutto, c’è l’incomunicabilità, l’angoscia esistenziale dell’uomo moderno, c’è lacerazione e alienazione, dolore e sconcerto. Il lettore superficiale questo ovviamente non lo capisce. Alcuni editori che di letteratura capiscono poco, pensano che il visionario sia proprio soltanto delle favole per bambini. Questo è un grave errore di valutazione, perché la deformazione dell’oggetto può essere utilissima anche all’adulto. La distorsione consente paradossalmente di “sentire meglio”, di amplificare le sensazioni, rendendole quasi tattili, consentendo al fruitore di percepire con maggiore intensità. La visionarietà ovviamente non deve e non può essere fine a se stessa, deve essere significante, ossia veicolare sensi, quindi io la collego alla cronaca, alla realtà attraverso un procedimento simbolico. Una scatola dentro un’altra scatola dentro un’altra scatola… Questo metodo richiede uno sforzo di lettura in più perché il simbolo, proprio in virtù della sua stessa costituzione ed essenza, non è mai immediatamente percepibile. A questo proposito di recente un editore mi ha detto: «Voglio cose che si capiscano subito, perché il lettore non deve farsi schioppare i neuroni per capire». Credo che questa frase riassuma purtroppo una tendenza generale dell’editoria odierna. Non è necessario che il lettore capisca, l’importante è che compri.

Non pensi che il surreale faccia parte di un’avanguardia che ormai non è più tale, che è superata dai tempi di Beckett e Ionesco?

No, non credo proprio. Penso che la forza del surreale sia quella di proporre fantasie in continuo rinnovamento perché non c’è limite alle connessioni simboliche originali. Il simbolo è inesauribile, è come una macchina che ti può trasportare in mondi sempre diversi, in modo che tu possa parlare di temi differenti e far riflettere continuamente il lettore. Con il simbolo puoi andare dove vuoi tranne che nel regno del banale. E credo che sia questo il vero problema. L’editoria ama la banalità di Coelho o della Mazzantini. Il vero vecchiume è rappresentato dall’ostinata tendenza a proporre sul mercato storielle buoniste, di matrice vetero-cattolica, tragedie amorose, insulse trame sentimentali spacciate per letteratura. Trionfo della banalità.

In una precedente intervista, circa la poesia hai detto che “deve colpire l’occhio ritmicamente e la testa intellettualmente”. Come la metti con la musicalità, di cui il tuo testo, a nostro parere, è ricco in modo assolutamente positivo?

La musicalità deve essere al servizio del cervello, sua buona ancella fedele. A che serve una bella donna senza cervello? La bellezza e il ritmo devono accompagnarsi alla forza perforante dell’intelligenza, altrimenti si precipita in un vuoto di rime ad effetto, belle ma senza energia.

Il libro è un prodotto che si deve vendere. Pensi davvero che i tuoi possano avere un grande pubblico? E se la risposta è no, perché la tua è una narrativa sperimentale e ostica, per un pubblico di nicchia come tu stessa ammetti, questo ti appaga?

Per prima cosa vorrei precisare che fare narrativa sperimentale non significa affatto rivolgersi ad un pubblico di nicchia. Infatti uso un linguaggio scorrevole, evito gli eccessivi tecnicismi anche nelle descrizioni di macchine e apparecchi che eventualmente possono comparire nei miei romanzi. Certo non scrivo storielle sentimentali. I miei dialoghi sono fitti, ironici e pungenti. Non mi rivolgo alla nicchia, soltanto ad un lettore che non ama la banalità e apprezza il surreale. L’avere un grande pubblico spesso non dipende dallo scrittore, ma dalla distribuzione. Se 100 lettori passano davanti alla vetrina di una libreria e trovano il mio libro forse qualcuno di essi lo compra, se non lo vede nemmeno, come può comprarlo? Il fatto che un libro “si venda” non è comunque sinonimo di qualità. Ci son scrittori pessimi che vendono tantissimo perché magari il grosso gruppo editoriale che li ha pubblicati, fa molta pubblicità. Se poi un mediocre regista ci fa un film che spesse volte è peggio del libro, la gente corre a comprarlo.

Sappiamo che hai in corso un processo per un caso di plagio letterario di cui affermi di essere stata vittima. Non entriamo nel merito della questione, ma ti chiediamo se, in un mondo virtuale e social, dove imperversa il copia incolla, esista ancora la proprietà intellettuale.

Del plagio letterario nessuno e dico nessuno vuole mai parlare. Quando ho denunciato pubblicamente il plagio della mia tesi di laurea: Il collegio dei Nobili di Parma agli inizi del Settecento, postando perfino le indicazioni precise delle pagine completamente copiate, in pratica tutto il lavoro, sia l’elaborazione creativa che la trascrizione del Diario di Padre Antonio Magaza, alcuni hanno detto che avrei dovuto tacere. Perché? In Italia si usa così. Il più forte schiaccia il debole, da sempre. Un post in cui si parlava del plagio e in cui il professore plagiario non sapeva confutare se non dicendo che scrivo “raccontini”, è stato oscurato dalla polizia postale.

L’indomani ecco vari articoli sulla libertà di informazione in rete. Molti di questi articoli sottolineano che il problema non è il plagio quanto il fatto che un post è stato oscurato. La libertà è stata lesa? Sì, no, pareri discordanti. Del plagio letterario tutti si guardano bene dal parlare. È come se fosse una tradizione consolidata, come se fosse normale che un docente universitario possa copiarsi tutta la tesi sperimentale dello studente e darla alle stampe con il proprio nome.

Forse perché i docenti universitari spesso sono editor delle case editrici e non bisogna inimicarseli? Forse perché sono legati a personaggi che contano?

Il professore contro cui ho fatto causa, per esempio, ha presentato in tribunale, a titolo di merito, un elenco di illustri docenti a cui avrebbe donato il libro tra cui anche persone piuttosto note.

Hai fiducia nella giustizia?

Se posso essere del tutto sincera, no. La giustizia in Italia è come la nota marca di uno spumante, “per molti, ma non per tutti”. E se hai pochi mezzi economici e nessun appoggio politico, forse sei destinato a perdere. La verità processuale spesso non è quella reale, ma non si può mai sapere…


Intervista a cura di Patrizia Poli

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“Il prete”, racconto tratto da “Il corpo indocile”, Maria Antonietta Pinna

prete

Il prete

Maria Antonietta Pinna

Ufficiale, ormai. Padre Fedele era in guerra. Già dai primi di giugno c’erano state avvisaglie, qualche significativo segnale di ostilità. Il povero prete si comportava come se niente fosse, anche se soffriva. Di certo non poteva immaginare quello che sarebbe successo dopo.
Il nemico che affrontava giorno per giorno si rivelava forte e crudele. Conosceva perfettamente l’arte della tortura e sapeva metterla in pratica. Fedele non aveva possibilità di scampo. Notte e giorno giaceva in un’orrenda prigione. Niente sbarre di ferro, né catene, né chiavistelli, né compagni di cella, solo un dolore dell’anima, lacerante come il grido d’un aquila. Il poveretto non si lamentava, sopportava tutto con cristiana rassegnazione. Cosa poteva fare? Legato mani e piedi. Avrebbe voluto uccidere, annientare il nemico, ma era contro i suoi stessi principi morali. Se l’avesse fatto tutta la sua vita non avrebbe avuto più alcun senso. Dio non lo avrebbe mai perdonato. I suoi parrocchiani confidavano in lui, lo amavano. “Padre Fedele è un santo”, dicevano. Infatti si mostrava sereno, col rosario in mano e l’aria devota. Aveva sempre una buona parola per tutti. Cercava di fare del suo meglio, anzi di più. Non si accontentava di confessare, dire messa, aiutare i poveri. Voleva raggiungere Dio attraverso la mortificazione della carne, i digiuni, la penitenza, la preghiera. Per giorni interi non toccava cibo, si sdraiava sul pavimento di marmo della chiesa e pregava il Signore di liberarlo dal male che l’opprimeva. Nessuno sapeva. Tutti pensavano che fosse felice. Ma la sua fede vacillava ogni giorno di più. La tentazione si frapponeva tra la sua anima e il digiuno, fra il suo cuore e le punizioni corporali. Odiava se stesso, ne ero sicuro. Chiedeva senza mai dare, un pozzo senza fondo. Il nemico, d’altra parte, lo ricattava, fiaccava le sue risorse. Per un po’ riusciva a sfuggirgli, ma poi il tormento lo riprendeva, più avido di prima, più ingordo. L’oscurità voleva la sua anima. Fedele non poteva continuare così. Doveva dirlo a qualcuno. Una persona fidata, di buona cultura e sensibilità. Purtroppo non conosceva nessuno con queste caratteristiche. Poi gli venne in mente che poteva parlarne al vescovo. Forse era l’unico che avrebbe capito.
Il viaggio fu lungo e noioso. Scese dal treno, percorse una breve salita. La casa del vescovo, cioè la mia casa, si ergeva su un rialzo molto spazioso. Fedele suonò con discrezione, una sola volta, quasi avesse paura di disturbarmi. Infatti il suo arrivo imprevisto mi seccò un poco. Pregai Luc, il mio cameriere belga, di farlo accomodare nel vestibolo. Se era venuto a trovarmi significava che aveva tempo a disposizione e poteva aspettare.
Mi vestii con calma tra uno sbadiglio e l’altro. Ero ancora assonnato. Dopo mezz’oretta scesi dal piano di sopra, considerando che l’odore del mio nuovo dopobarba al mentolo non mi piaceva affatto, troppo dolce.
Mio cugino non era cambiato, soltanto un po’ più magro, sciupato.
“Qual buon vento”, dissi.
“Mi hai fatto aspettare”, rispose, asciutto.
“Scusa, dovevo vestirmi”.
“Vestirti? Stavi ancora a letto?”.
“Sì, ieri ho fatto un po’ tardi. Una cena nella villa dell’onorevole… Non potevo rifiutare l’invito, sarebbe stato scortese da parte mia”.
“Ma sono le due del pomeriggio!”.
“Davvero? Ah, meno male che me l’hai detto. Luc! Luc!”.
Il cameriere comparve, solerte come sempre. “Sì, signore, mi ha chiamato? Vuole che le serva la colazione?”.
“No, giusto questo volevo dirti, data l’ora passiamo direttamente al pranzo. Porta due coperti, uno anche per mio cugino”.
Fedele rifiutò. “No, grazie, non mangio”.
“Sicuro?”.
“Sicurissimo”.
“Come vuoi. Allora Luc, un solo coperto, per favore e mi raccomando porta anche il vino, quello buono. Cugino ne gradisci un po’?”.
“Grazie, non bevo”.
“Come vuoi. Luc, vai pure. Ah, Luc, se c’è dell’agnello in umido, portami pure quello. Fedele, accomodati, da quanto tempo non ti vedo, siediti qui, vicino a me”.
“No, grazie, non mi siedo”.
“Devi crescere?”.
“Ho bisogno di parlarti. Si tratta di una questione della massima urgenza”.
“Certo, certo, parla pure, ah, grazie Luc”.
“Prego signore, gradisce altro?”.
“Sì, il pane e un’altra salvietta, una non basta mai”.
“Subito”.
“È belga. Non saprei come fare senza di lui. Vuoi un pezzo di rombo? È squisito. Ci sono pure le patate. Serviti pure, non fare complimenti”.
“Ti ringrazio ma non …”.
“Ah, forse preferisci la carne, l’agnello è tenero, questo vino poi, degno di Bacco”.
“No, non sono venuto per mangiare”.
“Allora è vero quello che dicono di te”.
“Cosa dicono?”.
“Che sei un santo, che non mangi e non bevi”.
“Mi nutro moderatamente, secondo gli insegnamenti di nostro Signore Gesù Cristo”.
“Servire Dio non significa morire di fame. Ma guardati, sei pallido come un cadavere. Dovresti farti vedere da un medico”.
“Ho un male incurabile, cugino”.
“Oh, mi dispiace, non ne sapevo niente”.
“Sei il primo a cui ne parlo”.
“Ah, grazie Luc, rimani qui, dovessi aver bisogno di qualcos’altro…”.
“Un male che mi tormenta notte e giorno”.
“Sono addolorato per te. Hai il cancro, per caso? Abbiamo già avuto due casi in famiglia. Nostro zio lo ha avuto alla prostata e la figlia della cugina di nonno ai polmoni, un tumore devastante. Poveretta, una vera tragedia. Ogni tanto, quando me lo ricordo, prego per loro e anche il fratello di uno zio di tua madre…”.
“Non ho nessuna malattia”.
“Come sarebbe? Adesso adesso hai detto di avere un male incurabile”.
“Lo confermo”.
“Non capisco”.
“Si tratta di una questione oltremodo delicata. Potremo parlarne in privato?”.
“Parla pure, non ho segreti per lui”, dissi, indicando il cameriere.
“Preferirei che se ne andasse”.
“Va bene. Luc, esci e chiudi la porta alle tue spalle. Cugino, siediti, è meglio, non mi piace che tu stia in piedi mentre io sto seduto, mi mette a disagio, siedi, siedi”.
“Come vuoi”.
“Avanti, parla”.
“Non è facile”.
“Provaci, sono tutt’orecchi”.
“Mi trovo in una situazione penosa e non so come uscirne. Ho pensato di rivolgermi a te. Spartaco, io non sto bene”.
“Eh, questo l’ho afferrato. Ma cos’hai esattamente?”.
“Non è uno di quei mali che richiedono l’intervento del dottore. Magari fosse così! Sono in guerra e ho desiderio di uccidere il mio nemico”.
“E chi sarebbe?”.
“Non è un uomo, o meglio lo è ma solo in parte, è un simulacro, la parte più caduca dell’uomo, quella dove albergano sensazioni e piaceri. Se uccido quest’involucro mortale perdo il diritto alla vita eterna”.
“Cos’è un indovinello?”.
“Neppure tutte le mie preghiere, i digiuni, le rinunce, potranno salvarmi. È scritto. Se lo lascio in vita non posso continuare a vivere. Lui me lo impedisce”.
“L’involucro?”.
“Sì, mi fa soffrire troppo e io non ce la faccio. Chiamami vigliacco, infelice, chiamami come vuoi ma non ce la faccio. Mi scoppia la testa, mi si torcono le budella, mi tremano le mani, dimagrisco. Come posso fare? Eh, come posso fare? Tu puoi dirmelo?”.
“Temo di non aver afferrato tutto”.
“Eh certo che non afferri! Peccatore!”. Era fuori di se. “Guardati, immondo, mangi carne di venerdì! Cos’è questo? Agnello? Non ti vergogni?”.
“No, è buono, dovresti prenderne un pezzo”.
“E il rombo e il vino!”.
“Il rombo è pesce, squisito devo dire, la cuoca sa il fatto suo”.
“Mangi sia carne che pesce, non ti vien la nausea?”.
“No, basta bere un bicchiere d’acqua tra una portata e l’altra, ti sciacqui la bocca e…”.
“Vergognati!”.
“Oh, ma cosa vuoi? Si può sapere? Sei impazzito? Perché sei venuto qui? A farmi la predica? Non è questo il modo…”.
“Hai ragione, scusami, è che sono un po’ nervoso”.
“Con chi ce l’hai esattamente, eh, con chi ce l’hai? Involucro, sta scritto, simulacro… Ma come parli? Sembri uscito da un film!”.
“Non ho la stoffa per fare il prete. Il pesce mi piace”.
Si buttò sul rombo con le patate e lo divorò. Non mangiava da tre giorni.
“Lo vedi cos’ho fatto?”, disse.
“Ti sei ingozzato”.
“Sì, ho rotto il digiuno, ho tradito Dio e saziato il mio nemico. Sono un cattivo prete”.
“Ma se tutti dicono che sei un santo!”.
“Non sanno niente! Niente! Sai perché m’impongo il digiuno?”.
“Non l’ho mai capito”.
“Perché ho sempre fame, una fame insaziabile e più mangio e più mi viene fame”.
“Eh, vuol dire che stai in buona salute. Tutti gli uomini della nostra famiglia hanno un robusto appetito, grazie a Dio. Nostra nonna prima di morire si mangiò una bistecca fiorentina con contorno di patatine novelle e…”.
“Dio condanna l’ingordigia e la gola”.
“Eh, peccati veniali. Lui è misericordioso, ci perdonerà”.
“Tu dici?”.
“Ma sì, fossero tutti questi i peccati! Anche Gesù prima di morire ha fatto un’ultima cena”.
“Non essere blasfemo!”.
“Non era mia intenzione…”.
“E le donne? Anche la fornicazione è peccato di poco conto?”.
“Non mi risulta che tu vada a donne”.
“Non ci vado infatti, ma ci vorrei andare. Ti sembra normale?”.
“Sì, considerando che hai trentaquattro anni e tutti gli ormoni a posto. Io, per esempio, ho un esubero di testosterone…”.
“Siamo preti! Il corpo, il corpo, lui è il responsabile di tutto. Mi chiedo perché il Signore ci ha dato un corpo così imperfetto, così impuro, così maledettamente corruttibile! Mi punisco, mi flagello la carne, ma il desiderio rimane. Nessuno lo sa ma più d’una volta ho rischiato di cadere in tentazione con Gigliola. Ah, se tu la conoscessi, un fiore…”.
“La conosco, la conosco”.
“In che senso, scusa”.
“In quel senso… Eh, chi è senza peccato scagli la prima pietra!”.
“Biblico?”.
“Biblico, cugino, biblico. Ma non ci penso mai, in fondo siamo tutti peccatori”.
“Come sarebbe?”.
“Eh sarebbe, io faccio quello che devo fare, poi dico qualche preghiera, chiedo scusa a Dio e tutto torna come prima”.
“E non ti senti in colpa?”.
“No”.
“Non hai paura dell’Inferno?”.
“Non farmi ridere, lo sai che ho abbracciato la carriera ecclesiastica per compiacere i miei”.
“Non lo sapevo”.
“Ora lo sai”.
“A posto. E io sono venuto fin qui. Sei la persona meno adatta per darmi un consiglio”.
“Ti darò un giudizio obiettivo, non preoccuparti”.
“Ma se tu stesso sei ottenebrato dal peccato!”.
“Non darti pena, Dio mi perdonerà. Questo vino è ottimo! Assaggia”.
“No, non bevo”.
“Hai fatto trenta, fai trentuno. Hai mangiato, bevi”.
“No, il vino mi fa venire l’acido allo stomaco. Spartaco!”.
“Eh”.
“Il corpo mi da impiccio, ostacola il mio cammino verso Dio. Vorrei annientarlo. Se lo uccido non sento più la fame ingorda, la sete di piaceri materiali. Non posso uccidermi e liberare la mia anima. Dio non approverebbe”.
“No, credo di no”.
“Se do sfogo ai capricci del corpo mi perdo nel peccato, esattamente come te. Diventerei un verme, debole, meschino, infido, un animale, esattamente come te. Avrei schifo di me stesso…”.
“È la giornata dei complimenti”.
“Non so cosa fare. Ho cercato la soluzione nella mortificazione della carne …”.
“Ecco, bravo mortificati”.
“Ma non siamo nel medioevo”.
“Ma guarda, te ne sei accorto, ora nevica”.
“Tutto inutile Spartaco mio. Flagellarsi è stato come cospargere di sale le ferite della mia anima”.
“Bravo, il sale. L’avevo detto che mi sarebbe servito qualcosa. Luc! Luuc! Il sale. Grazie Luc!”.
“Tu sazi il tuo ventre e non presti attenzione a ciò che dico”.
“No, no, ti sbagli, presto attenzione, presto attenzione. Il tuo discorso sulle piaghe mi è sembrato interessante, filosofico quasi”.
“Spartaco!”.
“Eh, non gridare, non sono mica sordo!”.
“Perdonami, è che sono agitato oltre ogni misura. Mi sono venuti i reumatismi a forza di pregare sdraiato per terra, senza contare le spese mediche per i graffi che mi sono procurato”.
“Che idiota che sei!”.
“Si stavano infettando”.
“Da non credere”.
“Avresti dovuto vedere il pus giallo che…”.
“Risparmiami questi particolari, sto mangiando”.
“Tu mangi, io invece faccio tre giorni di digiuno e poi ingoio questo mondo e quell’altro”.
“Eh, ci credo”.
“Soffro pure di stitichezza e per quanto mi sforzi…”.
“Sto mangiando!”.
“Sì, certo, buon appetito. Che devo fare?”.
“Prenditi una purga”.
“Aiutami, ti prego”.
“È tanto semplice, cugino, spretati. Magari potessi farlo io. Mio padre ha promesso di diseredarmi se dovessi rinunciare. Tu lo puoi fare però. Chi te lo impedisce? Spretati cugino, da retta a me. Va e vivi! Prenditi un po’ d’olio di ricino, levati lo sfizio con Gigliola oppure sposati, metti al mondo dei figli e non pensarci più”.
“Che Dio ti perdoni! Non posso. Ho scelto io di essere prete”.
“Fa un po’ come ti pare”.
“Aiutami, ti prego, sei un vescovo”.
“Purtroppo. Non posso fare niente per te”.
“Non me ne vado se non mi aiuti”.
“Con tutta la buona volontà non posso cambiare quella testa bacata che hai, tanto qualunque cosa ti dico rispondi no”.
“È tuo preciso dovere aiutarmi, primo per l’abito che porti, secondo per il grado di parentela che ci unisce”.
“Se proprio vogliamo fare i pignoli non è che siamo proprio cugini cugini”.
“Come sarebbe? Che vai dicendo?”.
“Lo sanno pure i cadaveri che zia ti ha adottato”.
“Agli occhi di Dio siamo tutti fratelli”.
“Appunto, fratelli, non cugini”.
“Sofismi”.
“Tuo padre, cioè quello che ti ha allevato, non poteva avere figli, pace all’anima sua”.
“Questo è tutto da dimostrare!”.
“Forse hai ragione perché tua madre ci ha provato pure col farmacista ma non ne è venuto fuori niente”.
“Menzogne! La mia madre adottiva è una santa donna!”.
“Sarà”.
“Ascolti le malelingue pettegole al servizio del diavolo”.
“Dicono pure che io assomiglio al farmacista”.
“Sei il suo ritratto sputato”.
“Che cosa avrà avuto poi questo farmacista, mah!”.
“Spartaco!”.
“E non gridare, tutte le volte mi fai saltare sulla sedia, che ti piglia?”.
“Sappi che se non mi aiuti ti darò il tormento, notte e giorno. Dirò a tutti che pecchi carnalmente con Gigliola, che sei indegno dell’abito che porti, che gozzovigli di venerdì, che rientri alle ore piccole e ti levi alle due del pomeriggio! Dirò che sei il figlio del farmacista! Vedrai che pubblicità!”.
“Queste cose le sanno tutti”.
“Tu dici?”.
“Come sei ingenuo”.
“Scrivi al cardinal Fiorini, lui saprà darti consiglio”.
“Al cardinale?”.
“Sì, tu lo conosci bene, siete in confidenza”.
“Ma secondo te, io vado a scomodare Fiorini per dirgli che ho un cugino scemo”.
“Esponigli il mio caso umano”.
“Lascia perdere, che quello è pure usuraio, gli devo dei soldi”.
“Il cardinal Fiorini! Usuraio?”.
“Ehi, svegliati cugino, che la guerra è finita”.
“No, non ci posso credere”.
“Non crederci”.
“Scrivigli lo stesso. Anche se è un peccatore è sempre cardinale. Un consiglio me lo saprà dare”.
“Vacci tu da Fiorini. Guarda, ti segno l’indirizzo su un pezzo di carta”.
“Io, ci devo andare da solo?”.
“Sì, ti riceverà. Come dice il proverbio bussate e vi sarà aperto”.
“Non è un proverbio!”.
“Non importa, tu vacci ma non gli dire che ti mando io”.
“Perché?”.
“Sai com’è, gli devo dei soldi, magari non la prende bene”.
“Hai ragione, hai ragione. Ma sei sicuro che Fiorini…”.
“Ti ho mai mentito?”.
“Non lo so”.
“Lo sai che ti voglio bene, vero?”.
“Sì, siamo quasi cugini, cresciuti insieme”.
“Bene. Ti fidi di me?”.
“Sì”.
“Bravo. Guarda tu non ci crederai ma mi è venuta un’idea geniale”.
“Davvero?”.
“Sì. Tu adesso vai dal cardinale, gli esponi il tuo problema col cuore in mano. Se ti dice che non può aiutarti lo minacci, come hai fatto con me, gli dici che lo denunci per usura, che farai uno scandalo…”.
“Cosa?”.
“Se gli parli così lui ti aiuterà”.
“Sei sicuro?”.
“Certo, lui non è come me, ha molto da perdere. Ha una reputazione da difendere. È amico di politici influenti. Gode di molta considerazione. Per evitare lo scandalo ti aiuterà. Risolverà tutti i tuoi problemi in un amen. Vai adesso, vai”.
“Grazie, pregherò per te”.
“Vai dal cardinale che risolvi, vai”.

Una settimana più tardi…

“Vescovo!”.
“Sì, Luc, che c’è?”.
“Padre Fedele”.
“Sì?”.
“C’è la sua foto sul giornale, legga. È stato ucciso, non si sa da chi né perché”.
“Sia ringraziato il Signore. Fedele ha realizzato il suo desiderio”.
“Uhm?”.
“Sapevo che il cardinale l’avrebbe aiutato”.
“Non capisco, signore”.
“Non importa, Luc, non importa”.
“Bene, vado a preparare il pranzo”.
“Ottimo Luc”. Gli chiesi di cucinarmi un’orata al sale, e di invitare alcuni amici, dovevamo festeggiare.

“Io vedo!” racconto tratto da “L’occhio clinico”.

occhio 2
Io vedo! – Maria Antonietta Pinna

“Coraggio, cominci”.
“Sono sicuro che lei non mi crederà”.
“Perché no?”.
“Semplicemente perché quello che sto per dirle è inverosimile. Quelli come lei non credono a queste cose”.
“Provi”.
“No, no, sarebbe inutile, è meglio che vada”.
“Si rimetta seduto e cominci! Nel mio mestiere ho imparato a non stupirmi di niente”.
“Io qui non ci volevo venire. Loro mi hanno obbligato”.
“Loro chi?”.
“I miei familiari, mia moglie specialmente”.
“Va bene, ormai è qui, tanto vale parlare, no?”.
“Sono sicuro che lei penserà che sono pazzo”.
“Tutti lo siamo, in fondo. Anch’io, per certi versi …”.
“Già, altrimenti non passerebbe il suo tempo a ficcare il naso nella vita degli altri”.
“Su, cominci. Devo confessarle che sono curioso. L’ascolterò con attenzione”.
“Tutto è cominciato durante una cena. Era la vigilia di Natale. Premetto che personalmente odio le feste. Trovo ridicolo vestirsi per l’occasione, sorridere anche quando non se ne ha nessuna voglia, e cose del genere. C’era tutta la famiglia di mia moglie al completo. So che non mi sopportano. Anna mi ha sposato senza la loro approvazione. Un professore fallito, ecco cosa sono. Non sono mai riuscito a passare di ruolo. Mia suocera dice anche che ho un pessimo carattere”.
“Ed è vero?”.
“Certo che è vero! Comunque, torniamo alla cena. C’erano i miei suoceri, Andrea e Stefania, le zie e la sorella di mia moglie, Noemi. C’era anche il marito di mia cognata. È ingegnere. Edoardo, si chiama, un grassone. Guadagna bene. Stefania bacia la terra dove cammina. Pfiui, uno che se lo vedi lo sputi, per quanto è brutto!
Mia suocera ha cucinato l’agnello. A me è toccata la testa. Non la vuole nessuno, specialmente le donne. Anna dice che non riuscirebbe a mangiarla. Le fa impressione. Non capisce una madonna, la parte migliore è.
Edoardo ha sempre mangiato poco davanti ai parenti. Usa per tutto la forchetta, pure per le olive. Deve fare scena, credo. Non l’ho mai sopportato. Mi dà quasi una sensazione di fastidio fisico. Quella sera avevo fame, nonostante l’ingegnere mi desse sui nervi. Decisi di mangiare con le mani. L’ho fatto apposta. Non so esattamente perché. Volevo sprofondare nel trash, nell’abisso dell’estrema disapprovazione di mia suocera. Ho affondato le dita nel cervello. Era buonissimo. Silenzio improvviso, tombale. Stefania mi ha guardato coi suoi grandi occhi celesti…
Non mi sono mai piaciuti gli occhi chiari. Li trovo cattivi, freddi. Quelli di mia suocera poi, sono assolutamente privi di calore umano, di profondità.
Anche le zie, tre scope secche che non le toccheresti neanche con la canna, mi hanno guardato con disgusto. Avevano la stessa espressione di chi, camminando per strada, ha appena calpestato la merda di un cane. Il trippone invece sprizzava gioia da tutti i pori. Mi rideva quasi in faccia.
Anna mi ha dato una gomitata che per poco non mi ha fatto andare il cervello dell’agnello di traverso. Soltanto Andrea mi ha degnato di uno sguardo di simpatia.
La conversazione riprende. Le solite cazzate! Le tre zie si lamentano del carovita. Figuriamoci! Quelle non mangiano per non cagare. E quel rotolo di coppa di Edoardo? Oh lui giura di seguire una dieta ferrea, e ride. Che cazzo c’avrà da ridere! Andrea si è fatto la dentiera nuova. Noemi va ogni mese dal parrucchiere. Anna invece, la tintura se la fa a casa. Ma chi se ne frega! Mi concentro sulla testa d’agnello. La divido in tre parti, attacco dalla mascella. Prendo la lingua con le mani e chiedo dell’acqua a Stefania. Lo faccio con la bocca piena. Voglio che si schifi. Anna diventa rossa come un peperone. Mi piace di più quando è imbarazzata. Ricordo che ero contento. Era la seconda volta che Stefania mi guardava. Avevo fatto il bis”.
“Il bis? Che vuol dire?”.
“Che avevo raggiunto il mio scopo”.
“E qual era il suo scopo?”.
“Mia suocera, l’arpia, mi aveva guardato dritto nelle palle degli occhi, per ben due volte! Mica una, due! Capisce? Due! Evviva! Non l’aveva mai fatto in trent’anni”.
“Ah!”.
“Bene. L’arpia mi da l’acqua con un grugno da far paura. Ancora più brutta del solito era! Ah, ah! Scusi, da ridere mi viene”.
“Non si preoccupi, rida, rida pure”.
“Finisco di mangiare la lingua e attacco la zona attorno all’occhio, sempre con le mani, ovvio. E l’osso me lo rosicchio per bene. Mi lecco pure le dita, come fanno i bambini piccoli. Quelli smettono di nuovo di parlare. Capisce?”.
“Sì”.
“Smettono di dire quelle megagalattiche troiate, per guardare me qui presente! Che bello! Non stavo più nella pelle! Il gioco mi piaceva. Perfino l’ingegner mastro Trippa ha smesso di ridere. Credo che Anna, poverina, abbia farfugliato qualcosa del tipo non si sente tanto bene, scusatelo. Così, dopo un po’, la conversazione è ripresa. Io però volevo farmi notare, volevo toccare il fondo. Con le mani sporche di grasso ho preso il bicchiere del vino. L’ho portato alla bocca e avido, ho bevuto, cercando di fare il massimo rumore possibile. Silenzio tombale. Stefania, ferma con la forchetta a mezz’aria mi ha guardato di nuovo, occhi negli occhi! E tre! Non mi sono mai divertito tanto in vita mia! Ho cominciato a belare. Non so perché l’ho fatto. M’è venuto spontaneo. Ho detto una buona parola a tutti. Alle zie che sono tre befane, brutte come la fame o qualcosa del genere, non mi ricordo bene. A Edoardo che è una chiavica d’uomo e che, se non avesse avuto tutti quei soldi, non l’avrebbe cagato nessuno, a Stefania che mi ha rotto i …”.
“Sì, immagino, immagino”.
“Neanche io capivo cosa mi stava succedendo. Comunque, Anna mi ha mandato qui perché dice che da quel giorno non sono più io, che sono strano. Secondo me è colpa dell’occhio”.
“Quale occhio, scusi?”.
“Quello dell’agnello, no? Le ho detto che a quella stramaledetta cena ho mangiato una testa d’agnello?”.
“Si, certo, me l’ha detto”.
“Allora, arrivo all’occhio. M’era rimasto solo quello. Lo lascio sempre per ultimo perché è la parte migliore, secondo me. Polposo, grasso al punto giusto, con un po’ di sale sopra poi …”.
“Sì, allora?”.
“Eh, allora. L’ho staccato dall’orbita e me lo sono messo in bocca. L’ho masticato lentamente. Inutile dire che ormai, dopo la scenetta del vino, mi guardavano tutti. Mai sentito tanto silenzio. Stavo bene, ero vivo sotto gli sguardi di quelle pupille, fisse su di me. Specialmente quelle di Stefania, eh, eh, fredde come il ghiaccio erano. Non poteva fare a meno di fissarmi, sembrava ipnotizzata. Ero il primo attore, quella sera. Dominavo la scena. Ad un certo punto, mentre con voluttà affondavo i denti nell’occhio …”.
“Sì?”.
“È successo qualcosa di inspiegabile. Qualcuno, non so chi, deve aver rovesciato un bicchiere pieno di vino. La tovaglia si è presto inzuppata. Per qualche minuto mi si è annebbiata la vista. Una mano mi afferra la testa, senza troppi complimenti, la tira all’indietro, con forza. Non riesco ad oppormi, mi sento debole, indifeso. Cerco disperatamente di muovermi, ma sono bloccato. Mani e piedi legati. Poi un flash, gli occhi di Stefania, chiari, freddi. Non potevo vedere che quelli. Il colore assurdo di quegli occhi, penetrante come una lama, affonda lento nel mio collo. Quello non è vino, sangue è! Sgorga dal collo ed io sono un agnello. Sono la bestia che ho mangiato, vedo col suo occhio, provo la sua agonia. Grido ma niente. Un gorgoglìo che è un belato, mi fuoriesce dalla strozza. L’hanno sentito tutti. La nebbia si è poi dissolta. E ho visto!”.
“Cosa ha visto?”.
“Quando mi sono ripreso non avevo niente sul collo. Stavano ancora tutti lì, compresa Stefania. Anna si è scusata con tutti e mi ha trascinato via. La macchina l’ha guidata lei fino a casa, io non avrei potuto …”.
“Forse ha bevuto troppo vino”.
“No, non ero ubriaco e quello che è successo dopo lo dimostra”.
“Che è successo?”.
“Ho consigliato a mia suocera di non guidare la macchina”.
“Perché?”.
“Perché sapevo che le sarebbe successo qualcosa di orribile”.
“Come faceva a saperlo?”.
“Io l’ho visto. Stefania non mi ha creduto. Ha avuto un brutto incidente. Hanno dovuto asportarle un occhio. Capisce?”.
“Cosa devo capire?”.
“Io lo sapevo prima! Ho un dono!”.
“Ma no, è un caso, non deve sentirsi in colpa”.
“Io in colpa? Guardi che lei non ha capito! Sono finalmente felice! Io, uno che lavora si è no quattro mesi in un anno, senza prospettive, senza soldi, senza raccomandazioni, senza amici, senza un cazzo, io, intellettuale fallito, ho un potere. Mia moglie non lo capisce! Dice che sto male! Che non sono più io, che vaneggio, che son tutte cazzate. Ma io ora so”.
“Cosa sa?”.
“Tutto. Io vedo. Ogni mattina mi sveglio, apro la finestra e grido ci sono anch’io! Si, dottore, sono vivo, sono in linea col mondo. Nessuno mi potrà più fermare. Lo sa che tengo lezioni all’università su quello che mi è successo? Sono stato invitato anche ad un convegno. Alcuni studiosi di parapsicologia mi hanno già contattato. Un famoso giornalista vuole perfino scrivere un libro su di me!”.
“Io non credo che …”.
“All’inizio anch’io pensavo ad una semplice coincidenza, poi ho capito”.
“Come?”.
“Con questo”.
“Cos’è?”.
“L’articolo di un giornale. È del 27 dicembre. Legga, dottore, legga”.
“L’ingegner Edoardo Di Fraia è stato trovato cadavere nella sua villa in campagna. Legata mani e piedi, la vittima è stata sgozzata come un agnello… Impressionante davvero”.
“Capisce adesso?”.
“No”.
“Allora è tonto! Anche questo ho visto quella sera a cena! Sono l’uomo più felice della terra. Da quando ho mangiato quell’occhio, io vedo”.
“Vuol dire che ha visto come è morto suo cognato?”.
“Sì”.
“Prima?”.
“Sì, prima”.
“E sa anche chi l’ha ucciso?”.
“Sì”.
“E chi?”.
“La sua idiozia l’ha ucciso! Io l’avevo avvertito! Ma lui mi ha riso in faccia!”.
“Ah”.
“Sì, l’ho detto che rideva troppo! Non mi ha creduto! Peggio per lui!”.
“Uhm, certo il suo è un caso complicato”.
“Lei non mi crede”.
“Le prescrivo delle gocce”.
“Cosa?”.
“La faranno stare più tranquillo”.
“Se la prenda lei, quella merda”.
“Non faccia così, cerchi di collaborare”.
“Lei vuole scherzare?”.
“No, voglio soltanto aiutarla. Ne prenda trenta gocce la mattina e trenta la sera”.
“Lo sapevo che non mi avrebbe creduto”.
“Ma io le credo”.
“Davvero?”.
“Sì. Sono convinto che lei è in buona fede, soltanto che la mente a volte …”.
“La mia mente non ha niente che non va! Perché si rifiuta di capire?”.
“Io la capisco”.
“No, lei è come mia moglie. Prima non contavo niente! Adesso che ho dimostrato di esserci anch’io in questo zozzo mondo, vi preoccupate, pensate che sono pazzo, che mi devo curare …”.
“Cerchi di calmarsi”.
“Sono calmo”.
“Ci vediamo domani, sempre alla stessa ora”.
“Non credo”.
“Perché, non verrà?”.
“Io? Lei piuttosto!”.
“Io cosa?”.
“Lei non viene. Questo è poco ma sicuro”.
“Ma cosa dice!”.
“Io vedo!”.
“Cosa vede?”.
“Non glielo dico, così impara! Certo, mi dispiace per lei, così giovane”.
“Le dispiace?”.
“Addio”.
“Perché addio?”.
“Eh, chissà!”.
“La smetta!”.
“Smettere cosa? Ho detto soltanto che domani lei non verrà”.
“Perché?”.
“Non glielo dico, tanto lei non mi crede”.
“Me lo dica!”.
“No, perché dovrei?”.
“Così, sono curioso”.
“Pazienza!”.
“Beh, me lo può dire, magari mi convinco che ha ragione”.
“No, no. Se mi crede bene, se no, au revoir”.
“Va bene, le credo. Dica”.
“Eh no! Troppo bello così. Prima mi prende per il culo poi …”.
“Senta, sto cominciando a perdere la pazienza. Sono il suo psicanalista o no?”.
“Mbe’?”.
“Deve avere fiducia in me”.
“Eh, fiducia, sembra facile. Lei non mi crede, glielo leggo negli occhi. I suoi studi le impediscono di credere. Però, c’è un angolo remoto della sua mente che si domanda, e se fosse vero? La verità è che lei ha paura!”.
“Paura? E di che cosa?”.
“Di morire, ovvio! Oppure che le succeda qualcosa”.
“Andiamo!”.
“Eh, sì, lei mi insegna, caro dottore che l’istinto di conservazione è molto forte nell’uomo. Chissà perché poi! In fondo la vita è come la scala di un pollaio, corta e piena di mer…”.
“Allora me lo dice?”.
“No, Però rifletta. Se glielo dico, magari si salva”.
“Salvarmi da cosa?”.
“Chissà! Potrei forse evitarle un incidente … Lei lo sa che non ho alcuna malattia organica?”.
“Certo, lo so”.
“Lo sa che se non dicessi di avere un dono, nessuno potrebbe dire che non sono normale”.
“Certo!”.
“Lo sa che non sono pericoloso, che non ho mai fatto male a nessuno in tutta la mia vita, tranne forse a me stesso?”.
“Sì, sua moglie me l’ha detto”.
“Lo sa che non ho mai sbagliato le mie previsioni?”.
“Sua moglie dice che è un caso”.
“Può darsi di sì e può darsi di no! Chi lo sa? Anna vuol farmi interdire, non è così?”.
“Io non lo so”.
“Non menta! Lo capisco dalla direzione del suo sguardo! Qualche trucchetto lo conosco pure io”.
“E va bene. Sì, vuole farla interdire”.
“Ha bisogno della dichiarazione di un medico per poterlo fare”.
“Sì”.
“Ha bisogno che uno strizzacervelli le dica che sono completamente sbroccato”.
“Sì, più o meno”.
“Vuole ancora sapere perché domani lei non verrà?”.
“Sì, mi piacerebbe”.
“Scriva allora che sono assolutamente sano di mente e perfettamente capace di intendere e di volere”.
“Ma”.
“Niente ma”.
“Non sono ancora arrivato ad una diagnosi precisa”.
“Hanno rilevato anomalie nel mio elettroencefalogramma?”.
“No. Il suo tracciato è perfetto”.
“E allora?”.
“Non ha una lesione organica ma …”.
“Ma cosa? Va beh, ho capito, arrivederci”.
“No, aspetti, me lo dica”.
“Scriva”.
“Va bene, scrivo, scrivo”.
“Ha scritto?”.
“Sì”.
“Ha firmato?”.
“Sì”.
“Bene. Ah, ah”.
“Perché ride?”.
“Così. Grazie del certificato”.
“Sì, prego. Allora?”.
“Le ho detto prima che mi dispiace per lei?”.
“Sì”.
“Così giovane”.
“Che vuol dire?”.
“Eh, che vuol dire. Così giovane, e già rincoglionito! Domani lei non verrà perché è domenica e la domenica lo studio rimane chiuso. Io vedo!”.

Maria Antonietta Pirrigheddu: la potenza del suono ne “Le parole assassine”

Copertina

http://www.sulromanzo.it/2010/03/maria-antonietta-pirrigheddu-la-potenza.html

“Di parole si può anche morire: sono creature viventi che partoriamo in gola, pronte a venire al mondo ma lente a scomparire, forse l’unica cosa che non conosce porte”.

Lettere, vocali e consonanti che feriscono, hanno una speciale, misteriosa potenza. Lo sapevano bene le filosofie antiche. Suono è forza cosmica, origine di tutte le cose create. In Genesi si identifica con Dio stesso: “In principio era il Verbo”.

Il suono caratterizza, contro l’inane sintesi del non-essere.

Ulisse, dopo aver accecato il Gigante, l’oscura, ciclopica forza bruta, non seppe resistere alla tentazione di affermare la propria esistenza, gridando il suo nome, cancellando col suono l’anonimo Nessuno.

Il suono è il respiro del Brahman, l’origine della creazione. L’Aum primordiale è un concentrato di potenza.

Il concetto pitagorico di armonia planetaria, è materia affascinante dal sapore universale. Lo sapeva bene lo Shakespeare de Il mercante di Venezia, lo sapevano i maghi e gli alchimisti che seminarono le basi della chimica moderna. Lo sa l’anacoreta Esichiasta che capta nel silenzio denso vibrazioni ed energie macrocosmiche.

La parola maledice e benedice insieme, scaccia e chiama, punisce e offre voluttuosi balsami.

L’esorcista la usa per scacciare demoni che forse si annidano soltanto nella superstizione fanatica della sua esclusivista religione.

La musica di Orfeo rallenta il corso dei torrenti, strega Driadi, Ninfe e belve.

La potenza del suono regna sovrana sui racconti de “Le parole assassine” di Maria Antonietta Pirrigheddu. Parola è il filo conduttore che unisce le storie e i personaggi in una sinfonia che supera spazio, tempo, materialità e vita stessa.

Dalle pagine trasudano cori di voci, suoni di vivi e morti in un amalgama stilistico assai ben concertato. Cortei di sillabe felpate, quasi sussurrate, veicolo di ossessioni, immagine-specchio dell’insondabile subcosciente. Formule magiche scritte su un quaderno di ricordi, in bilico tra religione e magia.

Sette pregevoli racconti in cui vivi e morti ballano un’eterna danza, ciascuno seguendo la propria musica ed un ritmo diverso. Un mondo di sincretismi che fanno da ponte tra la dimensione dell’essere e quella del non-esser più.

Lettura scorrevole, coinvolgente. I protagonisti si materializzano nella memoria, suggeriscono a fine lettura l’idea che oltre all’apparenza visibile, ci possa essere qualcos’altro, un sottocosmo da indagare e scoprire. Un universo sotterraneo, istintivo, lunare, mitico. Un Osiride da ricomporre, pezzo a pezzo, una ricerca continua, appassionante.

La morte a questo punto diventa un percorso della vita stessa, un Dio rinato che sorride.

Andate dunque a scovare in libreria il volumetto di Maria Antonietta Pirrigheddu, artista poliedrica, raffinata e scrittrice di gusto, di metafore su ancestrali sentimenti umani.

Il suo stile essenziale, scorre come acqua di fiume e riprende in modo originale e creativo il rapporto dell’uomo con i fantasmi reali o immaginari della propria coscienza.

Un viaggio nel profondo, senza tante parole, senza inutili patetismi. Il percorso dell’esploratore che, con occhio disincantato e curioso, osserva e coglie le paure dell’uomo, le afferra e le serve a chi ama la scoperta, l’imprevisto.

Si va sicuramente oltre la superficie, attraverso un’operazione letteraria tesa ad illuminare gli antri oscuri del sé. L’essenza è dunque l’inconoscibile, che è destinato, per fortuna, a rimanere tale. In questo consiste la saggezza. Il mistero permane. Nessuno può cancellarlo o negarlo. Esso è stimolo che induce l’uomo alla riflessione, col superamento delle mediocri apparenze.

Fantasmi, bilocazioni, fruscii di morti che trasportano secoli nelle loro borse sdrucite e visitano i vivi, sedendosi al tepore delle cucine, bussando dentro i sogni dei dormienti, la notte, immersi in un silenzio antico e attuale insieme.

Gli oggetti rivelano mondi, secoli di saggezza popolare.

Le vecchie filastrocche per “scacciare le anime moleste, per scongiurare i temporali, per recuperare gli oggetti smarriti, per guarire dagli strappi muscolari”, hanno una spiritualità immateriale, collegano il mondo dei sensi e di ciò che è immediatamente percepibile da essi, all’ultrafanico, al metafisico, al mistero.

Piani che si intersecano, dunque, dominati dalla parola. “Antiche, potenti, incomprensibili”, le parole squarciano l’aria, strappano i lenzuoli, colpiscono…

Questo significa che l’uomo non può rimanere insensibile all’enigma di forze umbratili e sottili, perché l’ombra e la luce viaggiano insieme, come sorelle. E il delirio dell’ombra cela l’aspirazione a vederci più chiaro. L’inquieto substrato di favole e leggende, nasce con l’uomo e non per caso.

La memoria conserva, gelosa custode di tradizioni e intramontabili miti.

L’artista solleva veli di nebbia e lungi dal risolvere definitivamente e saccentemente pone problemi. È come un bambino che scopre. In questo consiste il valore dell’arte.

L’acchiappafantasmi: velocità e lentezza

Sul Roamnzo_Ghostbusters
http://www.sulromanzo.it/2010/03/lacchiappafantasmi-velocita-e-lentezza.html

Ghostbusters è un film del 1984. I tre dottori protagonisti che studiano fenomeni di parapsicologia, Peter Ray ed Egon, mettono su una singolare attività, quella di acchiappafantasmi a pagamento. Con sofisticate apparecchiature, tipo uno “zaino protonico”, riescono a mettere in trappola spiriti ed ectoplasmi.

Un’invenzione cinematografica anni ’80? Sbagliato.

Nel 1937 la Hoepli pubblica la prima edizione italiana di un curioso volume, “A caccia degli spiriti”. L’autore, Harry Price, studioso di fenomeni medianici, è un acchiappafantasmi in piena regola con tanto di borsa ed armamentario ad hoc: “un paio di soprascarpe di feltro soffice, un flessimetro d’acciaio, degli occhiali a vite, dei sigilli di piombo con relativa tenaglia, della fettuccia bianca, martelletto e chiodi; un rotolo di filo elettrico, delle piccole sonerie elettriche… e degli interruttori per contatti elettrici segreti…etc.etc”.

Con la sua brava borsa si reca di persona nelle case “infestate”, osserva, attende gli eventi, raccoglie prove, assiste a fenomeni poltergeist, intrepido veglia, si interroga, arriva a conclusioni non definitive. Il libro, corredato di belle foto d’epoca, è sicuramente fruibile ancor oggi, scritto con un linguaggio scorrevole e divertente. Svela anche alcuni “trucchetti”.

Price non ha certamente la pretesa di rispondere a questioni filosofiche di importanza capitale. “Dove andremo alla nostra morte?”. Nessuno lo sa, neppure l’autore del libro che confessa candidamente: “Per trent’anni non ho fatto che ricercare affannosamente delle prove di ciò che avviene dopo la morte, ma la soluzione di questo problema eterno mi sfugge ancora”.

La scienza, come diceva fin dal XVII secolo, il filosofo di Port-Royal, riferendosi all’Esprit Geometrique, non spiega tutto. Esiste una dimensione dello spirito, del metafisico, un Esprit de Finesse, che è piano ultrasensibile.

Metafisica e scienza si intersecano, si scontrano a volte, ma veli di mistero permangono.

Dopo aver letto libri come quello di Price ci si interroga sull’etica dello stordimento, del movimento a tutti i costi, il mito dell’iperattività.

Perché un uomo va in giro con una borsa piena di strumenti assurdi dichiarando di voler acchiappare fantasmi? Cosa si vuole dimostrare? Che esiste l’indimostrabile? D’accordo. Lo sapevamo già. Perché stordirsi correndo da una parte all’altra ad inseguire chimere? Un modo come un altro per non pensare?

Price si diverte nel dare la caccia ad ectoplasmi. Il senso qual è?

L’essere si aliena nel movimento, dimenticando se stesso?

Non siamo più capaci di riflettere chiusi dentro una stanza. Lo sapeva bene Pascal nella sua lotta contro il divertissement.

Lo svago distrae dal punto centrale. L’uomo è fragile, in balia di un mare tempestoso, si aggrappa a scogli scivolosi pur di sfuggire ai fantasmi della propria interiorità. La morte è un incidente di percorso, un accessorio fastidioso, un ombrello scuro da dimenticare ad una stazione ferroviaria, salvo poi tornare a quella stessa stazione e ritrovare l’oggetto smarrito. Nessuno lo ha voluto, né afferrato. Si acchiappano fantasmi come se fossero cose vive, è una ribellione alla signora con la falce. Da una parte all’altra, correre, senza fiato. La velocità è l’oblio, l’occultamento dell’infelicità, mai fermarsi. Chi si ferma è perduto. Ma è veramente così?

Dall’altra parte c’è la lentezza, gesti calmi, misurati, filosofi controllati, che meditano sul sé e trovano che l’infelicità scongiurata con la contro-etica del movimento, non è mai morta, esiste e si fa sentire non appena ci si ferma. Dove sta dunque la soluzione?

Una domanda che può avere più risposte a seconda del punto di vista.

Secondo alcuni la risposta è la fede, secondo altri l’uomo stesso.

La differenza tra Pascal e Cartesio.

Si può camminare veloci, inseguire lepri e fantasmi per dimenticare il dolore, ma si può anche morire di lentezza, nel chiuso di una stanza la noia centellinata attimo dopo attimo può assumere la concretezza mortifera di un boia e meditare sul dolore non aiuta certamente a sconfiggerlo. Se così fosse i filosofi e poeti sarebbero tutti molto felici.

Il dolore è ineliminabile, non c’è niente da fare. A nulla valgono meditazioni, contorsioni, introspezioni, filosofie, anacoretismi, solitudini, compagnie, chiasso, silenzio, velocità e lentezza, ricchezze e povertà.

La ricetta per guarire l’infelicità non esiste o non è stata ancora inventata.

Rumore, silenzio, velocità, lentezza. Tutto spinto all’estremo. Troppo rumore, assordante nelle città, impedisce di sentire i battiti del cuore. Anche il troppo silenzio a lungo andare arrugginisce l’anima in un lago di complicate egoistiche introspezioni. Velocità obliosa ma pericolosa, ci si schianta, si finisce con l’uccidere sé stessi e gli altri in una prospettiva alienante. Troppo lento rischia l’irrigidirsi in atteggiamenti primitivi, di bloccare il traffico causando ingorghi.

La virtù sta nel mezzo? Forse. La negazione completa del divertissement è surreale. La stanza chiusa serve per pensare nel silenzio, ogni tanto però conviene uscire fuori o aprire una finestra per far entrare il mondo e sentirne i rumori.

Non si vive di solo pane, ogni tanto val bene la pena di assaggiare qualche brioche, pur senza avere il cinismo della Regina di Francia. Se poi tra una brioche e l’altra ci accorgiamo che esiste la morte, evitiamo di farne una malattia, tanto non possiamo farci niente.

Permettiamoci dunque il lusso di leggere Harry Price senza sensi di colpa, esercitando il cartesiano cogito e ripromettendoci domani di sfogliare un testo più profondo.

Non tutto deve avere per forza un senso.

Anche la superficie ha una sua poesia.

Perfino gli animali amano il superfluo, perché non dovremmo amarlo noi?