Utensili sparsi, Nettarget editore©

 

 

Sinossi:

utensilisparsi

Uomini come utensili sparsi sul brodo arido del mondo, esseri che si agitano in atmosfere realisticamente surreali, realtà anacronistiche, scarti e liberi reietti come perle nell’aria subsonica e missili contro il sistema dell’umanoide perfettamente inquadrato nel sistema.
Liriche nel libero gioco della dinamica destrutturalista.
L’occhio, lontano da visioni idilliache, soppesa la carta vetrata della terra, le stelle comete abrasive nel sussurro del gelo invernale e il clochard che beve quando decide di piovere.
Una silloge dedicata a tutti quelli che non troveranno la strada di casa, perché la strada non c’è, e non troveranno pace, perché pace non c’è, ma rimarranno vivi dopo il temporale, anche dopo essersi fatti male.

Potete acquistarlo qui nel sito dell’editore:
Utensili sparsi

 

 

 

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Mary Blindflowers, la creatività della differenza di Roby Guerra

Di Roby Guerra

COPERTINA MEMORIE

Nel caos oceanico della Parola contemporanea in Italia, spiccano alcuni nomi, decisamente sopra certo manierismo (anche web) dominante:  ovviamente mancano mappe sia editoriali che critiche  tutt’oggi ( o se esistono in certo modo in Italia marginalizzate per certo ultraconformismo dilagante):  va da sé, chi capta ancora con il moccio azzurro di Rimbaud o le macchine paradisiache artificiali di Baudelaire  o le Parole Bombe in libertà di Marinetti, l’avvenire venuto alla luce, solo limitandoci a alcuni nomi archetipi dell’avanguardia o protoavanguardia storica, ebbene  qualche almeno google eretic map  è ben possibile.
Tra indubbiamente diversi nomi e nello specifico per limitarci a certa nuova parola femminile o  postfemminista, laddove il focus gender semplicemente evidenzia la creatività della Differenza,  la sarda Maria Antonietta Pinna si segnala per una straordinaria coerenza stilistica e antistilistica, poesia neo sperimentale (e non solo) doc!
Da diversi anni diverse (anzi assai prolifica la scrittrice) opere, tra poesia, narrativa, canovacci teatrali, saggistica, puntualmente editi da certa editoria rigorosamente non EAP, minore ma non solo: e da qualche tempo, trasvolata in Gran Bretagna anche con il nome di Mary Blindflowers.

iGelsiNeri
Criminologa e Destrutturalista, matrice che viene da certo surrealismo, lanciato poi dalla grande stagione autenticamente postmoderna francese di qualche decennio fa (i vari Derrida, Baudrillard, Deleuze, Guattari, ecc.), certa cifra perturbante, rivoluzionaria, nello stesso tempo colma di nuova terribile e ammaliante bellezza (nessun ismo nel suo fare letteratura sperimentale, anzi il ritorno 2.0 alla Bellezza e alla Parola Piena paradossale),  attraversa già come un vero e proprio significante, anzi danza dei segni e dei sogni e dei simboli, tutta la sua “produzione”.
Se l’ancora recente “Mister Yod non può morire”, (La Carmelina edizioni), “I Gelsi Neri”, in uscita a luglio (NETtarget edizioni) e  “Incroci di rosari 108″, Eretica edizioni, appena stampato, testimoniano la poetica pura e in progress dell’autrice, il secondo romanzo (dopo Fiori ciechi, Annulli Editori), l’opera narratologica Memorie Straordinarie di un libro vivente (ABEditore) e l’ancor recente saggio Picacismo Simbolico (Bastogi) nonché il recentissimo Ichnussa, il piede di Dio (Yume Editore), forse segnalano tre vertici rari e nobili – per dirla con Spinoza nella nuova cybercultura italiana.

copertina facciata yod         11350408_445303175630310_4932912810132936093_n                   fleurs-ciechi
Un Selfie 3.0 planetario alla Borges anche, un metalibro nel libro, una specie di Torre di Babele immaginale compressa, in questo caso  confermando anche, via avanguardia surrealista, certa connettonica futurista futuribile se non già posthuman e transumanistica: il protagonista dell’ultimo romanzo, come ben spiegato dall’autrice in una delle sue interviste è un“libro vivente”, una metafora surreale che vive in un villaggio in cui bigotteria e ignoranza regnano sovrane. In virtù della straordinarietà del suo corpo pensa di cercare altri uomini “straordinari”, e li trova. Ciascuno di essi ha una particolarità fisica giudicata allucinante dal comune buon senso ed una spiccata personalità solipsista. I personaggi viaggeranno in mondi alieni che saranno il contraltare dei loro corpi e delle loro menti fino al dispiegamento finale”. Qui anche la fantascienza che assurge a Filosofia futuribile o Postfilosofia…
Mentre il saggio Picacismo simbolico,  è profondissima e potente analisi non solo di certa, nel focus, specifica inquisizione sociale sull’Anima e il Corpo femminile ma su tutta l’umanità, una specie anche qua di parola diversamente cibernetica e sistemica:  praticamente una analisi del totalitarismo di ogni evo, nella sua essenza, forse persino sociobiologica, coazione a ripetere contro la libertà e l’eresia…  (M. A. Pinna… da altra intervista: “Picacismo simbolico è frutto di un lavoro di due anni su un documento manoscritto inedito di un famigerato inquisitore lorenese, Nicholas Rémy che ha ucciso e torturato un buon numero di streghe. Il testo si divide in due parti: un’appendice consistente nella trascrizione del documento stesso secondo le principali regole paleografiche e il saggio sullo stesso, secondo una prospettiva sperimentale e simbolica dal taglio psicanalitico, teso ad indagare sul significato interiore di riti, miti magici ed episodi riferiti dallo scrivente con dovizia di particolari, anche spettacolari, eclatanti. Il risultato dell’indagine è un libro corposo che esula comunque dai soliti luoghi comuni riferiti alla saggistica stregonesca. Il cuore del saggio è un picacismo vorace, insistito, animalesco, carico di simboli magici anche molto curiosi associati ad elementi della personalità dello scrivente. Emerge un quadro devastante sulla capacità dell’Inquisitore di ottundere le coscienze quasi attraverso un procedimento di auto-ipnosi, un’educazione alla crudeltà per il potere attraverso il potere, la molla che agita il meccanismo interiore dello scrivente”.

cop. faraci

Concludiamo con nuovamente un accenno a Mr. Yod, vera e propria opera di letteratura transumanista, focalizzata (canovaccio teatrale) su un Dio archetipico controvoglia im- mortale, specchio squisito dell’ambivalenza umana proprio del nostro tempo, tra mutazione cibernetica e  “resistenza” all’umano però ormai troppo spesso  umano poco umano, incluse certe prospettive di longevità desideranti probabili nel futuro ( ma ancora spesso inconfessate) e a un altro leitmotiv della scrittrice.  Certa sua fama come guerrigliera contro il superficialismo dominante anche nel web e  certa Casta accademica culturale, universitaria, anche in certe nicchie di cosiddetta paravanguardia (al di là magari di  molti ricercatori o scrittori ricchi di talento, ma spesso  non di libertà….):   Il discorso come accennato già è tremendamente semplice.  La personalità creativa, (e noi stessi, scrittori futuristi ne sappiamo purtroppo parecchio, nonostante indubbi oggettivi risultati anche critici…)  nell’era dell’informatica ma purtroppo anche degli automi  in ogni campo, al di là spesso di certo trash commercial e di audience mediatico o editoriale/culturale,  sempre spavanta “l’infame buon senso” (Majakowsky docet, o Camus o Bataille, o V. de Saint Point o  Pasolini   ecc.)… M. A. Pinna o Mary Blindflowers se ne frega e sempre avanti: tra breve, come bisbigliato, anche in Gran Bretagna con la prima traduzione delle sue opere: Memorie Straordinarie…

Ichnussa 22

Memorie straordinarie di un libro vivente di Mary Blindflowers

 

 

COPERTINA MEMORIE

“Memorie straordinarie di un libro vivente” è la storia di esseri fisicamente e psicologicamente incredibili che si incontrano per costituire il “Club degli uomini straordinari” e viaggiano in ultramondi simbolici che sono il contraltare della loro personalità.
Un romanzo breve, dallo stile sintetico e favolistico in cui la visionarietà si interseca con il realismo di fatti cronachistici spesso dolorosi e di sconcertante evidenza storica. La vicenda si alimenta di procedimenti metafisici volti all’introspezione sui personaggi, che “scartavetrati” impietosamente dall’occhio di un demone e dalla pelle di un alter ego inquietante, si riassorbono poi in un’unica sofferenza interiore, in una frattura riflessiva di spessore universale.
Una favola per adulti molto surreale e introspettiva il cui scopo è suscitare domande nel lettore, invitarlo a pensare nella dimensione non omologata ed omologante dell’oltre simbolico polisemantico secondo la concezione scaligeriana del pensiero come movimento.
La filosofia di fondo è incentrata sul movimento generoso della morte che, sostanzialmente cieca ed ingiusta, crea un vuoto cosmico in cui il protagonista potrà scegliere se vivere o morire.
Il finale chiarirà la scelta.

http://www.abeditore.com/prodotto/senza-categoria/mary-blidflowers-memorie-straordinarie-di-un-libro-vivente-prevendita/

Il filo conduttore, antiromanzo. Matisklo edizioni 2015©

Il filo conduttore” non è un romanzo nel senso tradizionale del termine. Più di qualche benpensante rimarrà scandalizzato dal minimalismo dialogico della scrittura e dirà che si trascendono le regole elementari della narrativa. Giudicherà il lavoro alla stregua di un copione cinematografico o teatrale, come se ogni forma espressiva non avesse una sua peculiare dignità. “Il filo” di cui si parla qui è spoglio di inutili orpelli, come una donna senza gioielli. Ad alcuni piace, ad altri no. L’anima dei personaggi nasce dal dialogo, che se ne infischia volutamente delle figure retoriche, del bello stile, delle allegorie e mascheramenti vari…

La letteratura ha le sue leggi: i personaggi bisogna descriverli e collocarli per forza in un determinato ambiente sociale, culturale, fisico, dal quale non si può prescindere. Altrimenti si rischia di offrire personaggi “congelati” anziché tipici. C’è poi l’afflato poetico che rende più gradevole le parole… Bella lezione davvero.

Le lezioni si dimenticano, la forza la lascio a chi può esercitarla.

Qui, niente poesia, tranne quella presente nel cinismo del protagonista. Sì, perché anche il cinismo di Tidelfo e della sua storia, ha una sua epifanica e lacerante poesia. Il luogo principale non esiste nella realtà, infatti è virtualmente regione dell’anima.

Le regole, come tutte le cose del mondo, nascono, vivono la loro stagione e poi muoiono. Non esiste niente di stabile, di definitivo. I giudizi su un’opera d’arte o su un libro dipendono dall’occhio di chi guarda.

I personaggi “freddi”, non possono comunicare calore umano ed empatia perché non sono né passionali né simpatici, non sono buoni, né cattivi, sono semplicemente soli ed umani. Talmente essenziali ed altruisti che non si permetteranno mai di chiedere al lettore di immedesimarsi con loro, né a se stessi di stemperarsi in chi legge. Tidelfo, uno scrittore fallito, vive in un universo-guscio di delirante solitudine, non vuole, né può uscirne perché, tutto sommato, ci si trova abbastanza bene e si stima a sufficienza da non provare invidie. Si trova male nel mondo, è un perdente, questo sì. Chi si identificherebbe mai con lui? Non è vestito di simboli, non appartiene ad una setta, è apolitico. Rappresenta unicamente se stesso, e schiaccia con le mani il proprio io nudo fino a farlo sanguinare, servendolo su un misero piatto di plastica.

Gli ingredienti sono poveri. Il piatto forse non è ben riuscito. Però non si sa mai, a qualcuno potrebbe anche piacere.

Il lettore che si aspetta di cadere per terra, sopraffatto dall’emozione, legga qualcos’altro. Lo scopo dell’anti-romanzo non è dare emozione, ma segnalarne piuttosto l’assenza, in un vuoto esistenziale e primitivo che potrebbe avere una dimensione cosmica oltre che individuale, data l’indeterminatezza del protagonista, il vuoto. La sensazione che si comunica non è di gradevole suggestione, come una passeggiata in campagna tra erbe e fiori, non è neppure sanguigna, è semmai spazio silenzioso dove ronza una mosca agonizzante, è l’uomo messo impietosamente e cinicamente di fronte a se stesso, nudo, senza difese o menzogne. Non sempre quest’idea di se, nella completa nudità, è sopportabile, tranquillizzante. L’allucinazione nasce dalla paura di vedersi sub luce. Tidelfo, in fondo, si ama, pur nel fallimento, e non cambierebbe una virgola della sua personalità, perché sa che non sempre chi vince ha ragione…

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Recensione di Fiori ciechi di Oriana Tardo

Di Oriana Tardo

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Fiori ciechi di Maria Antonietta Pinna: il libro tra le mani e la copertina, come una vertigine, mi fa oscillare gli occhi, a guardarla da vicino. Prima d’ora l’avevo vista solo in foto, lontana e intangibile. Come lontana e intangibile sembra dapprima essere Florandia, la Repubblica dei Fiori, man mano che scorro le prime pagine del libro. Dico “sembra”, lontana e intangibile, per la sua forma fiabesca, ma mi accorgo che non è poi tanto lontana dalla realtà, la nostra realtà, o quella che gli uomini credono di possedere. Vengo catapultata in una dimensione surreale, approdo dell’assurdo, catturata dai Fiori, nonno Petalo e i garofani, come Alice nel paese delle meraviglie. Mi scappa qualche sorriso divertito, incontrando ironia e improvvise rime che sbucano, di tanto in tanto, dalla prosa. Questo romanzo non attende di trascinarti nella lettura, non ti da il tempo di pensare che adesso avresti altro da fare, per cui potresti riprendere la lettura in un altro momento, no, no, lui sta lì, arreso fra le tue mani, e non ti molla! Dico “catapultata”, perché davvero mi sono ritrovata dentro questo magico paesaggio microcosmico, coi sensi lontani dalla mia stanza e sparsi tra le righe del libro. Un viaggio alla ricerca dell’Idea, che se poi è anche incinta, non penso affatto di interrompere la lettura. Un viaggio viscerale, che attraversa il corpo per raggiungere la mente, mescolando realtà e fantasia. Direi quasi invertendole… Una guerra capitanata dal presidente, direi hitleriano, Pistillo… L’essere uomini e l’essere fiori, qualcosa li accomuna? Sono gli uomini la specie evoluta? In questo romanzo tutto si ribalta e torna indietro, il cerchio si chiude e ci lascia riflettere.
Chiuso il libro, mi sono chiesta… Perché mai un’opera di questo spessore, che quasi si avvicina a Lewis Carroll, non riscuote il successo che altri romanzetti Mocci-osi e Volo..ehm volevo dire Vol-anti (a buon intenditore poche parole!), invece, riscuotono? Solita, retorica, domanda ma…va fatta, sempre!
Questo romanzo è un’opera letteraria e dimostrazione del fatto che la letteratura contemporanea esiste, è nascosta ma germoglia… come Fiori Ciechi!

Picacismo simbolico, Maria Antonietta Pinna

Sono gradite prenotazioni:

cop. faraci

Titolo: Picacismo simbolico. I vincastri di Giacobbe, fantasmatico divorante e immagine del mostruoso alla luce della traduzione manoscritta inedita di Vincenzo Gros

Genere: Saggistica demonologica

Fonte principale: Demonolatria, un documento manoscritto inedito di Nicholas Remy, alias Nicola Remigio, famigerato inquisitore Lorenese (1530-1616), tradotto in italiano nel 1865 da Vincenzo Gros,

Struttura del libro:
I parte, saggio storico sul documento, impostato su un’analisi puntuale del manoscritto;
II parte (Appendice), trascrizione dell’inedito, secondo regole paleografiche. Il testo ha la stessa importanza del famoso Malleus Maleficarum e non è stato mai pubblicato in lingua italiana.

Novità e argomento del testo: È il trattato di un Inquisitore di professione. Il contenuto si concentra su streghe, torture, veleni, coiti diabolici, patti luciferini.

Il saggio
Dopo aver trascritto il testo secondo le regole paleografiche, ho cercato “l’oltre simbolico”, che mi sembrava di aver intuito ad una prima lettura. L’analisi e la schedatura del manoscritto hanno permesso di rilevare una simbologia insistita. Tutti i simboli corrono verso una stessa direzione, la via che ho denominato “picacismo simbolico”.
Le storie di streghe che volano di notte a cavallo di manici di scopa verso il Sabba, mentre il loro corpo giace come morto in camera da letto, sono documentate da ampia letteratura.
Ma allora qual è il senso di un’ulteriore pubblicazione su tale argomento?
Il senso si ravvisa nell’indagine del simbolo.
“Picacismo” perché i personaggi citati nel documento ingeriscono oggetti non commestibili, “simbolico”, perché tali oggetti sono in realtà simboli. Essi rimandano a ulteriori significati che vanno al di là della loro materialità evidente. L’analisi, le qualità sostanziali e ultra-sostanziali, la scomposizione critica dei simboli ingeriti mi sono sembrate importanti per far luce sulla personalità dello scrivente dai tratti sadico-compulsivi. La bocca è inferno che trita, dalle valenze castranti incorporative e cannibaliche insieme.
Il cannibalismo rituale del corpo del Cristo che viene “mangiato” dai discepoli, si rovescia nella Demonolatria in una voracità che ingloba cadaveri putrefatti e simboli infernali dalle varie forme. La vita si trasforma in morte. Nel momento stesso in cui l’oggetto viene ingoiato diventa “nero”, “aggressivo”, “inanimato”. Per Remigio; l’oggetto è l’identificazione esterna del soggetto. In questa situazione l’oggetto è sadico e il soggetto masochista. Attraverso l’introiezione, picacismo, il soggetto masochista diventa sadico perché carica l’oggetto di istinti aggressivi, alterandolo, occultandolo e distruggendolo.
I riti magici descritti sono stati “scomposti” nei loro principali elementi, alla ricerca di realtà universali e metafisiche oltre l’id quod est di boeziana memoria, per stanare quell’esse, quel principio, quel farsi che consente di capire gli ingranaggi della macchina uomo.
L’oggetto non è un fatto compiuto ma la soglia per scoprire connessioni, il veicolo di quell’istinto di morte che l’inquisitore si porta dentro. Remigio ha una libido alterata vissuta come bramosia dell’oggetto fisico, tendenza a mangiare l’oggetto creando una situazione di buio interno, una sorta
di regressione nel vuoto dell’oscurità alla ricerca del proprio sé libidico, del femminile, perduto nella dinamica di distacco dall’oggetto. La ricerca della propria femminilità è però inevitabilmente compromessa dall’imperativo categorico della religione, sfocia dunque in bramosia e impulsi castranti, fantasie di aggressività verso oggetti che incarnano, per esempio il femminile materno.
Il simbolo diventa così l’epifania di un mistero, perché oltre al suo significato apparente, nasconde un universo di celati sensi, un inquietante metafisico, arcano, temibile, polisemantico.
Il filo conduttore è ovviamente il citato picacismo, una voracità insistita, degradante, aggressiva, che rimanda a impulsi ferini e neonatali insieme. Ma il deus ex machina è il potere che trasforma Dio da fine a semplice mezzo.

L’occhio clinico di Maria Antonietta Pinna

L'occhio clinico copertina

L’OCCHIO CLINICO
di Maria Antonietta Pinna

Copertina di Graziano Cecchini

Prefazione di Mario Lozzi

Penetrare negli anfratti della schizofrenia. Si può fare a patto di essere esperti di pazzia, arguti cavatappi di tutte le stranezze che fermentano nelle bottiglie della società dove viviamo. Si può fare se si possiede la capacità di osservare col microscopio i brividi della mente folle, se si è disposti ad osservare ciò che si contorce nei rapporti della gente, se si ha l’occhio esperto delle incredibili trasformazioni che avvengono nell’esperienza comune. Se si ha l’Occhio Clinico.
Con questo libro di racconti Maria Antonietta ha fatto opera di ricercatrice nei fermenti che fanno parte comune della società di questi tempi. Microbi di comportamenti assurdi che vivono nei microbi umani diffusi in modo impercettibile nel microcosmo degli esseri.
L’autrice compie un’opera di rovesciamento dove l’anormale accusa il normale di anormalità. Nel libro vivono e agiscono personaggi che si possono incontrare ogni giorno: coniugi, impiegati, ragazze. Sono persone comuni che potrebbero essere descritti con una indifferenza estrema o potrebbero essere tranquillamente archiviati nella memoria di chi li incontra come del tutto privi di interesse. Ma l’autrice non li disegna per quello che appaiono, ma per quello che rovesciano nelle volute del cervello. Dove, spesso, la pazzia diventa realtà e la realtà diventa pazzia.
Così lo svolgersi dei racconti è animato quasi solamente da un intento chirurgico: esaminare, sezionare, accostare a caso o a ragion veduta le varie parti di un cervello umano che, a seconda degli accostamenti possono rivelare reazioni incredibili. L’idea di base parte dalla costatazione dell’ineluttabilità oppressiva della vita sociale. Ogni piccolo egoismo di ogni piccolo essere che ha un minimo di potere procura ostacoli insormontabili a chi vorrebbe avere dei diritti e invece si trova dinanzi a preclusioni col sapore dell’assurdo.
Allora l’individuo oppresso si crea un panorama intriso in una sua personale paranoia e lo vive e lo fa vivere agli altri nella scissione più completa delle figure cerebrali dalla realtà. Accade allora che ci si senta assorbiti nelle uova o negli asparagi come assurdo effetto collaterale di una medicina; che si uccida una vecchia che ha soltanto la colpa di essere la vicina di casa di un’immaginaria anziana rapace . Maria Antonietta affida a chi legge la comprensione del testo ambiguo, come, del resto, nella trama dei racconti appare la mente dei personaggi. C’è un direttore che caccia un alunno da scuola perché, a suo modo di vedere, è un pazzo sadico e poi, nella più assoluta tranquillità va in giardino a trovare una sua distensione psicologica nell’infilzare le formiche con uno stecchino.
Uno dei pregi del libro è che ti avvince e, se cominci a leggerlo, non riesci più a smettere. E’ come una lunga sciarada fatta di indovinelli la cui soluzione ti può portare sulla soglia della comprensione profonda del subconscio, oppure lungo la gradinata della pazzia.
Nei racconti mancano quasi del tutto le descrizioni. Gli eventi sono scolpiti soltanto nell’alternarsi dei dialoghi. Essenziali, non troppo levigati, anzi rudemente intrecciati, spesso in toni aggressivi. Da essi scaturisce un ambiente, una situazione uno svolgimento dell’azione. Tutto passa soltanto attraverso la comunicazione e, quando essa è, il più delle volte, distorta, anche solo da uno degli interlocutori, si crea l’assurdo che è più reale della logica comune.
Tutto il libro è piacevolmente intriso di una cultura germogliata in Sardegna. Sono sarde moltissime situazioni. È sardo il modo di interloquire. Sono sardi i nomi e soprattutto i cognomi della gente. Un ambiente ritenuto da molti estremamente razionale, legato alla realtà di una cultura diversa da quella nevrotica delle grandi città del continente. Invece l’autrice ci fa scoprire che anche lì crogiola una gamma vastissima di sensazioni che diventano idee di sofferenza psicotica e creano una realtà conseguente.
Ogni racconto ha un finale, ma l’analisi di ognuno è così raffinatamente irreale che se non legge tutto il testo non riesci a capire come va a finire.

Mister Yod non può morire

copertina facciata yodMister Yod non può morire di Maria Antonietta Pinna
“Non è facile per me dirvi quello che sto per dirvi, sempre che riesca a dirvelo…”

di Fabrizio Ago

La prima sensazione che si prova nel leggere questa squisita pièce teatrale di Maria Antonietta Pinna è di ammirazione per la rara padronanza che l’Autrice ha del linguaggio teatrale e delle sue dinamiche. Solo in un secondo momento si viene risucchiati in contrade più recondite, dove troneggiano esoterismo e mito, sapientemente fusi al teatro dell’assurdo ed a Bertold Brecht, come suggerito da alcuni commentatori.

La pièce appare tuttavia impostata per consentire anche un altro tipo di lettura, “più leggera”. Si possono così momentaneamente accantonare le “origini filosofico-culturali” del testo, a partire dai misteri del significato dello stesso nome del protagonista, Yod, nome impronunciabile nella tradizione ebraica, espressione di una potenza soprannaturale e dall’essenza sconosciuta e tremenda. Il suo ruolo infatti viene qui poveramente ad infrangersi e sgretolarsi, trasformandone la figura in quella di un attonito spettatore di se stesso, “spesso impotente del risultato della sue azioni, assolutamente e drammaticamente eterne”.

Tale accantonamento permette quindi di disvelare una nuova dimensione per il personaggio stesso. Quella della metafora dell’uomo che non è mai soddisfatto del suo stato, anche eccezionale come quello di un essere immortale, e che sogna una diversità dal sé. Ma che poi quando la raggiunge quella diversità, ha come un moto di ripulsa e vorrebbe tornare alla sua condizione primigenia. Una metafora di chi è in perenne attesa di qualcosa che deve accadere, che gli deve capitare, per renderlo finalmente felice, per far sì che non rimanga a consumarsi inutilmente la vita, come lo si è potuto riscontrare in tanti esempi letterari, dal Giardino dei Ciliegi allo stesso Deserto dei Tartari, tanto per proporre qui due esempi. Con la differenza però, come detto, che lui quando finalmente lo incontra (il nemico del tenente Drogo), ne prova ripulsa. E vorrebbe rifugiarsi nel ventre della balena, come il Don Geppetto di Pinocchio, che vi si trovava bene, ed in fondo era ben lieto di rimanersene al calduccio.

Ovviamente per la Pinna quella balena non potrebbe che rivelarsi come un essere dalle proprietà e virtù simili a quelle dello stesso Yod, ovvero un essere mitico ed immortale, legato alla leggenda di Sedna, nota tra gli Inuit qui del Canada come Nuliajuk, la donna-pesce, anch’essa come Yod sottratta alla legge ineludibile del divenire.

Sempre secondo tale tipo d’interpretazione, il lettore viene quindi accompagnato in una dimensione, certo ancora surreale, ma più delicata, più intimista. E’ come se gli venisse offerta la possibilità del lasciarsi giusto cullare, come in una nenia, dalle splendide sonorità dei dialoghi privi di senso dei familiari di Yod, che sembrano prender vita dall’ultima parola pronunciata dal precedente interlocutore, e proposti in un contesto totalmente nuovo e privo di senso: “Davvero sei così pigro?”; “In compenso ho l’intestino pigro”; “Io in compenso ho la gamba pigra, reumatica”; “Io ho una moglie pigra e un figlio pigro”; “Io ho soltanto un fegato, ma pigro pure lui”. Od ancora: “Ma tu chi sei?”; “Non lo so e tu?”; “Io cosa?”; dialoghi tutti recitati in sequenza dai vari attori, come in un canto a cappella. Oppure quella di assaporare la deliziosa recitazione delle qualità dello stesso Yod, tutte espresse al negativo, da “ineffabile, insuperabile”; a “incancellabile, insostituibile, incoercibile, imperscrutabile”; e dove troneggia, sola eccezione, la lista: “improponibile, inammissibile, inopinabile, propinabile, insensibile!”, con quell’aggettivo “propinabile”, sul quale non ci si può che soffermare, incuriositi. Un semplice refuso sembra non ragionevole, data la raffinatezza dell’Autrice. E allora?
A prescindere da questo ultimo inciso, si tratta di sonorità che giungono a catturare e trasportare il lettore (o lo spettatore immaginando la pièce andata in scena) in altri mondi, immateriali, anche se non metafisici.

Solo a tratti, in una situazione di “noia universale e ciclica” si è riportati sulla terra, tra gli uomini della nostra epoca sciocca ed insulsa, quella dell’Italia nostrana, con “la televisione che non cambia, ed i politici peggio”; con i riferimenti a deputati, a raccomandati, ad escort, a soprusi e raggiri, tutti sempre eternamente uguali. “Cambiano facce, colori, forme, nomi, ma non cambia niente in realtà”.

E parimenti il lettore viene come invitato a percorrere le pagine in cui appaiono le due figure allegoriche del testo: Paracelso e Don Abbondio (cui Yod si rivolge in cerca di soluzione al problema che lo affligge), avendo alla mente più che Jonesco, gli abitanti dei pianetini de: Il Piccolo Principe. Si guardi al tal proposito al suo dialogo con l’ubriacone: “«Perché bevi?» chiese il Piccolo Principe. «Per dimenticare», rispose l’ubriacone. «Per dimenticare che cosa?» s’informò il Piccolo Principe che cominciava già a compiangerlo. «Per dimenticare che ho vergogna», confessò l’ubriacone abbassando la testa. «Vergogna di che?» «Vergogna di bere»”.

Ed a coronamento del tutto, viene invogliato a non sottrarsi al puro godimento estetico dei geroglifici, scritte cabalistiche, simboli esoterici, proposti all’apertura del secondo Atto. Non ha che da percorrerli con lo sguardo e gustarseli come semplici eleganti elementi di effetto scenico.

In conclusione, mentre non si possono che condividere i commenti di Alfonso Postiglione o di Cinzia Baldini, cui si rimandano gli interessati alla “visionarietà in letteratura”, questo testo sorprende per la sapiente capacità di offrirsi anche ad un pubblico più vasto. E mentre si raccomanda a tutti la lettura di questo bel lavoro teatrale, non si può che augurarne di cuore all’Autrice una prossima andata in scena.

Lo strazio – Un lamento – ruggito

Lo strazioLo Strazio –
Un lamento-ruggito
Recensione di Mario Lozzi

Dal punto di vista astronomico, se ci si pensa bene, tutto l’universo è un giramento di palle.
Perciò se qualcuno intende la poesia come un giramento totale di palle, maschili o metaforicamente femminili, che provoca un impeto distruttivo verso le cose, i ragionamenti, le azioni umane , le bestie, l’apparenza, la poesia stessa, si può dire che, astronomicamente, tutta la faccenda è corretta nel modo più assoluto.
Lo strazio nasce appunto da una situazione di “giramento” che sorprendentemente produce una creazione poetica nuova. Un esperimento di come il pensiero nella poesia possa stravolgere tutto quello che è considerato normale, giusto, moralmente corretto, artisticamente bello, delicato, soffice , pulito.
Dice l’autrice che la poesia : “ E’ vivere – senza- aver mai vissuto”.
La creazione poetica è dunque una pura illusione, è il tentativo di dare una mano di tinta rosa ad una parete scrostata e rosa dall’umidità e dalla muffa. E tutta la costruzione di queste liriche, perché sempre liriche sono, si stende su di un ritmo incalzante che assordisce il senso con una scelta di parole dure e taglienti. Soprattutto sconvolge la ricerca apparentemente disordinata di una rima che balza fuori a tratti e potrebbe sembrare priva di senso, qualora manchi una chiave di lettura sottilmente celata. C’è questa chiave di lettura che, senza il sentimento del disprezzo per l’andamento vitale del mondo, non può essere percepita. Per esempio nella lirica intitolata “Mondo”, nell’invettiva verso il tutto, appare la frase: “ Mondo carogna” e dopo alcuni versi ecco la rima “ guai chi t’agogna” oppure “ morte e sorte” o anche “ cadaveri vermosi” e “altare degli sposi” e ancora “, “con tutti i tuoi gioielli , gli ori, i marmi” e, dopo due versi: “ strazi ai tuoi figli le carni”.

Sono strofe totalmente libere, eppure c’è un nesso ferreo che crea come chiodi ribattuti in una riflessione amara, velenosa a volte, ma, purtroppo vera per una gran parte delle situazioni. In “Misoginia” sono collegate : “ Maddalena” con “sposa serena” “Moglie” con “ voglie” “pederasti” con “fasti”. Che poi sarebbero i fasti della religione per nascondere il vizio orrendo dietro la parola falsamente mansueta della fede propalata da chi odia la donna e, per il proprio ministero usa la gonna.

L’esperimento di Maria Antonietta lascia meravigliati per l’incredibile ricchezza di vocaboli, spesso pescati nelle antiche accezioni greche e latine, spesso esperimentati come forme vocali barbariche, dove si sente un impulso guerresco, come una forma di beffa ai modi di dire che vanno di moda.
Ogni oggetto, ogni relazione è vista in maniera negativa, spesso ironica, quasi sempre amara.

C’è la visione di una forma di narcisismo a rovescio. Il personaggio del mito si vide riflesso nell’acqua pura di un lago, si innamorò di se stesso e, per afferrarsi, cadde nell’acqua e annegò. Maria Antonietta vede in una pozzanghera d’acqua sporca un aspetto deformato che è lei stessa. E lo studio del pensiero è rovesciato: non ci può essere apparenza che è solo forzatura, nella pozzanghera c’è la verità con i sensi di colpa le negazioni di vita, la bruttura di sentirsi schiavi. Schiavi sì. Di una trappola incantevole che è l’universo e che finisce per rivelarsi per quello che è: un gabbia deforme e deformante, dove ci si illude di una libertà che è negata dietro le apparenze. Però, nella pozzanghera ci si specchia, ma non ci si può annegare. La salvezza dalla prigionia della vita è la verità dell’ironia.
Allora ogni cosa ha il suo rovescio. Il matrimonio si risolve nel tradimento, le buone maniere nascondono l’impulso assassino, l’uomo virile ha perduto la mascolinità sotto le carezze materne, gli amici vengono a compiangere la tua malattia, ma poi se ne vanno e se ne fregano di te.

Così tutto è falsità. Allora le guerriera impugna non più una spada, che ormai non è di moda e nemmeno efficace di fronte ad una pistola. Impugna la penna e colpisce, colpisce, colpisce. A volte in modo armonioso e con una costruzione felicemente scorrevole, a volte con lo smeriglio che strappa via la pelle dell’apparenza.
E la conclusione appare nella rivisitazione della vicenda di Cesare. Egli sa di dover morire, ma sa che ne vale la pena. Per questo disprezza il vaticinio dell’aruspice e sceglie una morte eroica, piuttosto che il lungo declino della vecchiaia. L’esasperazione della difesa di una figura eroica che si paga ricevendo le pugnalate quasi come un regalo.

E la risata della scrittrice sembra riecheggiare dalla fine su, su, fino all’inizio della serie di immagini che sono come una cascata violenta ma bella, bellissima nella sua furia che distrugge e, nello stesso tempo rivela.

“Lo strazio”, poesie noir

Lo strazio, Marco Saya editore 2013

Lo strazio, Marco Saya editore 2013

“Lo strazio”, poesie noir.

“Lo strazio” di Marco Saya Editore verrà presentato a Roma presso Vradia Libreria Esoterica, ore 19,00 via Bellegra 34, 00171 Roma.

Maria Antonietta Pinna

Immaginiamo una gabbia con un passerotto dentro. L’animale non ha le chiavi per uscire, ma vorrebbe prendere il volo. Cerca soluzioni. Inizialmente sbatte le ali e la testa contro le sbarre. Ma l’evidenza satanica della loro forza gli impedisce di vincere. Le sbarre, fredde e dure non si spaccheranno sotto il peso del suo corpo per concedergli l’agognata libertà. Il passerotto è solo. Ogni tanto presenze si agitano attorno alla gabbia, ma si guardano bene dall’aiutarlo ad uscire. Il povero uccello grida. Non è negli altri che troverà l’essenza della libertà. Appena capisce questo si calma. Smette di frullare le ali, si liscia le piume, si mette un paio di occhiali da passero, si siede e comincia a leggere. Le sbarre della gabbia non si aprono, però l’uccello viaggia e conosce cose di cui mai avrebbe sospettato l’esistenza, pagina dopo pagina, lettera dopo lettera, egli apprende che se il corpo è prigioniero perché è fortemente limitato dalla materia, dalle circostanze e sfavorevoli congiunture, la mente ha un valore superiore. Può essere libera e mai rassegnata alla prigionia. “Lo strazio” nasce in un clima di forzata reclusione in una stanza d’ospedale. Nasce per caso, per ingannare il logorante ticchettio di una sveglia dozzinale appesa alla parete. Invano vi sforzerete di trovarvi fiori, colori, immagini rievocanti felici idilli e fresche primavere, perché questa raccolta è la poesia del verme, della terra, della luna che cade, del marcio svelato, della nausea del dogma, del rifiuto del buon senso di matrice catto-borghese. Questa raccolta nasce e si esaurisce nella galoppante e pulsante visione di flash evocanti spesse negatività, oscure pulsioni, giochi psicologici di logorante e perinatale evidenza. Il passero chiude il libro, tira fuori la chiave da sotto un’ala, apre la porta e vola. La vera libertà è quella del pensiero. Un corpo in catene con una mente in catene è morto, un corpo libero con una mente in catene è morto, il corpo libero con una mente libera è libero, il corpo in catene con una mente libera, si libererà prima o poi perché la creazione nasce dal pensiero e rafforza l’ego. Il corpo è spesso esso stesso una gabbia. Soltanto la mente lucida e sicura di chi crede in sé può trovare la chiave evitando le illusioni, le false credenze, l’oro di re Mida. Ognuno di noi è la sua casa. Se questa casa non ha porta tocca a noi costruirla.

http://www.eccolanotiziaquotidiana.it/maria-antonietta-pinna-lo-strazio-poesia-noir-intervista/
https://marylibri1.wordpress.com/2013/05/16/lo-strazio-marco-saya-editore/
http://www.bartolomeodimonaco.it/online/roma-presentazione-lo-strazio-di-maria-antonietta-pinna/